Salari reali/ Storie di contrattazioni e successiva paralisi degli organi di controllo

Associazione Nazionale Presidi, 13/1/26 (Antonello Giannelli, segretario, in foto)

La situazione contrattuale della dirigenza scolastica è affetta da uno stallo che ha ormai ampiamente superato i limiti fisiologici per entrare in quelli della patologia burocratica.

Dal 19 giugno 2025, data della sottoscrizione dell’ipotesi di CCNI sulle risorse integrative del triennio 2020-2023, sono trascorsi oltre sei mesi ma gli organi di controllo non hanno ancora ultimato il loro lavoro.

Dall’11 settembre 2025, giorno in cui è stata sottoscritta l’ipotesi di CCNI 2024-2025, registriamo un’analoga situazione di paralisi.

È francamente difficile comprendere quali possano essere le ragioni che costringono i dirigenti scolastici a vivere in questo inaccettabile stato di sospensione dei loro diritti contrattuali.

L’ANP sottolinea con forza che la retribuzione non è una concessione ma costituisce il corrispettivo economico di prestazioni lavorative che, in questo caso, sono già state erogate da tempo. Nonostante ciò, il suo pagamento è ostaggio di controlli di legittimità che, a causa della loro esasperante lentezza, stanno inevitabilmente acquisendo contorni di illiceità. Le obbligazioni retributive, specie se finalizzate al sostentamento concreto dei prestatori di lavoro, non possono e non devono essere in alcun caso procrastinate ad libitum.

L’impasse burocratica appena descritta, peraltro, sta producendo un ulteriore pregiudizio in danno dei colleghi, in quanto sta impedendo l’avvio dei negoziati per il CCNI 2025-2026. La categoria risulta così privata di certezze contrattuali su essenziali aspetti di rilevanza economica come l’entità della parte variabile della retribuzione di posizione e i criteri di determinazione della retribuzione di risultato. Aspetti che, ovviamente, andrebbero definiti all’inizio del periodo di riferimento e non al suo termine: una norma di buon senso gestionale che sembra condannata all’inapplicabilità dopo il virtuoso caso del CCNI 2023-2024, rimasto purtroppo unico.

A rendere ancora più inaccettabile la situazione si aggiunge la mancata apertura delle trattative per il CCNL dell’area Istruzione e Ricerca 2022-2024. Tutto ciò mentre i contratti collettivi relativi alle altre aree della dirigenza pubblica e ai vari comparti riferibili al medesimo triennio sono già stati sottoscritti in via definitiva e, in qualche caso, sono già state aperte le trattative per i rinnovi contrattuali 2025-2027.

Avevamo già chiesto all’Amministrazione, nei comunicati del 6 novembre e del 5 dicembre 2025, di intervenire per risolvere la deplorevole situazione creatasi e chiediamo, ancora una volta:

-di procedere immediatamente alla sottoscrizione definitiva del CCNI sulle economie 2020-2023 e di erogare tempestivamente le somme arretrate
-di procedere con urgenza alla sottoscrizione definitiva del CCNI 2024-2025
-di aprire con tempestività il tavolo negoziale per il CCNI 2025-2026, in coerenza col principio di programmazione temporale degli incentivi
-di avviare senza indugio le trattative per il CCNL Area Istruzione e ricerca 2022-2024 all’esito del quale dovrà essere aperto anche il CCNI sul welfare comprensivo della polizza sanitaria integrativa
I nostri colleghi hanno diritto al rispetto tempestivo degli impegni contrattuali datoriali e non devono subire un’attesa senza fine.

L’ANP è impegnata ad insistere fino a quando ogni collega avrà ricevuto quanto gli spetta.

Reiteriamo dunque le nostre richieste, precisando che, se le stesse non saranno soddisfatte in tempi ragionevoli, ci vedremo costretti ad agire di conseguenza.

****Marco Leonardi  Negli ultimi mesi si è finalmente fatto strada nel dibattito pubblico che tra il 2019 e il 2024 i salari reali in Italia sono crollati di circa 8 punti percentuali, un caso pressoché unico in Europa. Non è un normale ciclo negativo, è un evento economico di gravità eccezionale, destinato prima o poi a riflettersi sui consumi, sul pil e sulla coesione sociale. Eppure, intorno a questo fatto si è costruita una cortina di silenzio. La ragione del crollo è che il sistema di contrattazione collettiva nazionale, nel momento cruciale, non ha funzionato.Nel biennio 2022-2023, quando l’inflazione correva sopra l’8 per cento, i rinnovi dei contratti hanno accumulato ritardi enormi. Quando poi sono arrivati – nel 2024 e nel 2025 – l’inflazione era già tornata al 2 per cento. Gli aumenti contrattuali si sono quindi fermati lì, al 2 per cento, mentre il terreno perso negli anni precedenti, circa 10 punti di potere d’acquisto, non è stato recuperato. Risultato: oltre al trentennio di stagnazione salariale, l’Italia ha aggiunto un ulteriore crollo nell’ultimo quinquennio, un danno che non verrà più colmato.Questo fallimento è politicamente imbarazzante per tutti. Il governo, impegnato a raccontare un paese modello per conti pubblici, spread, stabilità e occupazione, non può ammettere che il salario reale sia scivolato come mai in Europa. Le parti sociali, dal canto loro, difendono un sistema di relazioni industriali che dal 1992 in poi aveva funzionato, ma che ha mancato l’appuntamento più importante: il ritorno dell’inflazione. I sindacati, pur consapevoli del problema, sono divisi. Temono l’ingerenza del governo, difendono il proprio perimetro, anche se questo sistema oggi è difficilmente difendibile: non solo perché ha fallito, ma perché fallirebbe di nuovo se l’inflazione dovesse tornare.