Quelle danze rituali con i coltelli
Punire o educare? L’ultimo, orribile fatto di sangue ha riacceso il dibattito tra «buonisti» e «cattivisti»: la destra vuole reprimere il crimine giovanile, la sinistra vuole comprenderne i motivi.
E invece bisognerebbe cominciare a fare entrambe le cose: essere duri con i delinquenti e duri con le cause del delinquere. Poiché si tratta di un fenomeno sempre più sociale, non una semplice somma di devianze individuali, serve una risposta della società nel suo insieme, possibilmente unita sulla difesa di quello che è indiscutibilmente un bene comune: la sicurezza e la convivenza civile, nei nostri quartieri e nelle nostre scuole.
Educare senza punire non è infatti possibile. L’impunità non ha mai redento nessuno. La scuola deve perciò adeguare la sua capacità di prevenzione e rafforzare la disciplina: la missione educativa non è lasciar fare, ritirarsi.
Fuori dalla scuola il controllo del territorio, i boots on the ground di carabinieri, poliziotti e (perché no?) vigili urbani, deve rendere meno tollerata la piccola illegalità, dai borseggi alle estorsioni allo spaccio di sostanze, il brodo di coltura dei comportamenti violenti.
Le famiglie, d’altro canto, devono ribellarsi al confortevole mantra «giovanilista» del nostro tempo, per cui i ragazzi hanno sempre ragione, tanto «anche noi alla loro età…», «sfidare le regole serve a crescere», «la colpa è sempre degli adulti» (gli altri, mai noi).
L’inflazione di psicologismi annebbia il confine tra bene e male. Non si spiega tutto con le sindromi e i disagi mentali, pur ormai generosamente riconosciuti e «protetti» nel nostro sistema scolastico. Al fondo c’è infatti un fattore culturale che non si deve più negare: tra i ragazzi la violenza è ormai spesso elevata a valore, anche estetico. Regola i rapporti tra i sessi e quelli tra i gruppi. Garantisce successo e rispetto (e qui, bisogna dirlo, il mondo degli adulti abbonda di cattivi esempi, anche ad altissimo livello).
In questo quadro rientra la fascinazione per le lame. I social sono pieni di video con danze rituali pseudo-maranza, in cui il coltello diventa per gli adolescenti un elemento simbolico, che dà coraggio e promette protezione, imitando tradizioni nord-africane. Non si può chiudere gli occhi di fronte alla diffusione di questi gruppi violenti nelle nostre città (particolarmente intorno alle stazioni), e al modello «tribale» che propongono; anche perché è opposto a quel valore dell’integrazione che la nostra società vuole invece affermare.
Ma punire senza educare (o ri-educare) è inutile. Anzi, può diventare perfino pericoloso ghettizzare il disagio giovanile e trasformarlo in scontro di civiltà. Poniamo che presidi, forze dell’ordine e magistrati diventino all’improvviso più severi, severissimi: che faremo dei minori colti a sgarrare o fermati sulla via della perdizione?
Se l’alternativa al lassismo è solo il carcere, allora li educheremo a coltivare l’odio e a professionalizzare il crimine. Difficilmente i fenomeni sociali sono controllabili col codice penale. Siamo sicuri che un inasprimento delle pene per i portatori di lame avrebbe fermato la furia omicida dell’accoltellatore della Spezia?
Cambiare le norme è facile, un decreto e via. Ma per cambiare la realtà ci vogliono impegno, soldi, tempo e visione.
«Questi ragazzi avrebbero bisogno di comunità a doppia diagnosi, dove essere da un lato contenuti e dall’altro curati. Ma le pochissime comunità a livello nazionale sono piene e hanno lunghe liste d’attesa. Ci si trova così a lasciare i ragazzi, in estrema ratio, o in carcere oppure, peggio, sul territorio», ha detto al Corriere la presidente del Tribunale per i minorenni di Brescia, Laura D’Urbino.
E, prima ancora che vadano in giro col coltello, questi ragazzi avrebbero bisogno di sentirsi uguali; non figli di un dio minore, discendenza illegittima di una Repubblica ottantenne, diventata troppo anziana per occuparsi di loro.
