Portobello, Bellocchio cattura Tortora come se non si sapesse niente di lui

Il 20 febbraio 2026 serie tv  su HBO

Il set, la scena. Si apre con i teatri di posa e si entra, così d’impatto senza preavviso, in un’altra grandissima pagina di storia italiana nell’opera di Marco Bellocchio. Le brevissime didascalie – i primi anni ’80, la NCO (Nuova Camorra Organizzata), la sesta puntata di “Portobello” nel 1977 – diventano solo delle brevi tracce di racconto di una miniserie che è già un urto improvviso, uno scossone, proprio come il cinema di Michael Mann. Sarebbe davvero interessante, anche folle, creare un parallelismo tra l’opera del cineasta statunitense e quello italiano. In entrambi c’è qualcosa che va oltre lo schermo, l’inquadratura dei protagonisti, la descrizione degli ambienti. Lasciano tutti e due venire a galla una tensione sotterranea, la premonizione di qualcosa che sta per accadere. Oltre al fatto che già si conosce la storia privata e quella giudiziaria, Bellocchio costruisce sul volto di Enzo Tortora (interpretato da un monumentale Fabrizio Gifuni) una miniserie che cattura proprio perché è raccontata come se non si sapesse nulla di lui. Lo aveva già fatto, per esempio, con le vicende di Tommaso Buscetta in Il traditore o Aldo Moro in Buongiorno, notte ed Esterno notte. Già, la notte. Non si vede quasi mai in Portobello se non nell’oscurità del carcere dove si trovano Giovanni Pandico (Lino Musella), Raffaele Cutolo (Gianfranco Gallo) e Pasquale Barra (Massimiliano Rossi). Per il resto ci sono le accecanti luci della ribalta di quella che è stata una delle trasmissioni di maggior successo di sempre che aveva raggiunto anche i 28 milioni di telespettatori in prima serata. Dietro quelle luci però si nascondono tutte le zone oscure di un torbido noir: il dettaglio degli occhi di Tortora sullo schermo che diventano per Pandico un bersaglio mentre lo minaccia guardando la tv; l’arresto del popolare presentatore che viene prelevato nella stanza dell’Hotel Plaza a Roma e lasciato in una specie di limbo. Viene filmato proprio come quei protagonisti dei grandi film di genere del cinema statunitense colpevoli fino a prova contraria, dove la sfida più difficile è dimostrare la propria innocenza proprio perché non hanno costruito nessun alibi.

L’energia è travolgente, la passione smisurata, l’indignazione contagiosa. Come in Esterno notte non c’è più nessuna distanza (oppure non c’è proprio mai stata per quanto riguarda Marco Bellocchio) tra cinema e tv. La vicenda privata scorre parallelamente alla Storia del nostro paese con la vicenda del terremoto in Irpinia e la visita di Tortora sul territorio. La terra trema in Portobello, prima con piccole e poi con grandi scosse. Il passaggio dalla tv in bianco e nero a quella a colori, proprio l’anno prima in cui Bellocchio è stato uno dei registi di La macchina cinema assieme assieme a Silvano Agosti, Stefano Rulli e Sandro Petraglia, inchiesta condotta per la Rai sugli aspetti meno edificanti del cinema italiano, diventa non solo una rivoluzione tecnico/estetica ma anche l’illusione di una maggiore visibilità (proprio attraverso il colore) a quelle persone che non l’avevano. “Portobello” faceva parlare inventori bizzarri, persone che chiedevano giustizia. Il colore diventa anche l’accenno a una nuova Italia del benessere degli anni ’80, dove c’era il sogno di ricchezza e fama per tutti. Come La macchina cinema però anche Portobello è spietato nel mostrare gli aspetti meno limpidi della tv di Stato, soprattutto nel modo in cui è stato abbandonato Tortora dal momento dell’arresto avvenuto il 17 giugno 1983.

Il set, la scena. Come in L’ora di religione e Il regista di matrimoni Bellocchio mostra ancora, in modo straordinario, il confine tra la costruzione della scena, il ciak, motore, azione e la scena stessa. Si vede nella potenziale concorrente che è la donna che piange a comando e nel dietro le quinte di “Portobello”. Poi le premonizioni simboliche; la fuga del pappagallo Ramon che in qualche modo simboleggia la caduta di Tortora e la fine delle trasmissioni.

Poche storie: i primi due episodi di Portobello sono strepitosi. Non vediamo l’ora di vedere gli altri quattro, disponibili su HBO Max dal 2026. Mostra le tante vite del cinema di Bellocchio, oggi uno dei più grandi cineasti non solo italiani ma del mondo, di sempre.

La terra trema ancora. In ogni inquadratura: il primo piano di Francesca Scopelliti, che è stata la compagna di Tortora, che piange perché non riesce a parlare con lui con un’altra grande prova di Romana Maggiora Vergano, ancora in simbiosi con Gifuni dopo Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Ma soprattutto trema (la terra, l’inquadratura) nel modo in cui Tortora mostra le manette alle persone fuori dal carcere e ai giornalisti. Una sfida. È Tortora ma ha già un suo doppio, come Malik/Tahar Rahim in Il profeta di Jacques Audiard. Da lì un’altra vita. Anzi Bellocchio coglie proprio l’istante cristologico di una morte nell’attesa di una resurrezione. A cominciare dal momento in cui gli vengono rasati i capelli al celebre presentatore, come un dettaglio alla Kubrick in Full Metal Jacket. Il set, la scena. Con i segni del Mito. Come Cassius Clay in Alì, Enzo Ferrari in Ferrari e John Dillinger in Nemico pubblico. Ancora Michael Mann. Il bianco e il nero, la purezza e l’oscurità. Portobello è una commistione tra prison-movie e horror sulla storia italiana, imponente e bellissimo.