(Frasco) Non date un’azienda in mano a John Elkann, la rovina. Questo mio pensiero ormai si accredita e le prove si accumulano. Non è che Elkann sia incapace, quello è il fratello Lapo, ma non è cosa sua in questi tempi globali e liquidi, risanare e rilanciare aziende. Lui sa fare finanza, e pare sia anche bravo, ma la Fiat era fallita, senza Marchionne (che volle Umberto Agnelli). Passato Marchionne, ha scelto di vendere ai francesi, doveva vendere a tutti ma non ai francesi. La Ferrari è un vanto italiano ma non basta prendere un grande pilota come Hamilton e torni a vincere, così come non è bastato alla Juve prendere Ronaldo. Non è che JE non metta i soldi, come ha fatto per la Juve che era il giocattolo preferito di suo nonno, ma le sue scelte aziendali, uscito il cugino Andrea che di calcio capisce, sono estemporanee, orientate da chissà chi. Comolli si sta rivelando un bluff, era meglio tenere Giuntoli e Thiago Motta. Anche l’editoria è qualcosa che non capisce, ma la vicenda di Repubblica affonda la sua crisi in un retroterra politico dove JE non si ritrova, è un campo fangoso dove non sa camminare. Allora cederà tutto all’editore greco e chi s’è visto s’è visto: non si guadagna con l’editoria anzi si perdono soldi, sono solo grane e niente soddisfazioni, Meloni e Trump non gradiscono per giunta. Ma chi glielo fa fare? Io lo capisco pure. Finiamo con la sinistra italiana, quella che ormai è finita in mano ai Landini boys, che attaccava Marchionne nel momento in cui stava salvando un’azienda, ma ve lo immaginate se oggi fosse vivo un Eugenio Scalfari, o un Indro Montanelli, o un Claudio Rinaldi, a Schlein & C. quante gliene avrebbero dette, a lui, ad Elly, al socio Giuseppi e ai valletti Fratoianni e Bonelli? Passata Repubblica a Mauro, quel quotidiano che ha svecchiato la sinistra protocomunista togliattiana ambigua italiana si è buttata a difendere la Ditta, quella che i 5stelle mortificarono in incontri in streaming e accuse alla Bibbiano. Conclusione, un attendente del Cavaliere come Cairo controlla ora il maggiore quotidiano italiano e una rete privata televisiva, e JE ha venduto il suo impero editoriale per dedicarsi alla causa con la madre. La Ferrari non la venderà mai, è un marchio che ha un appeal internazionale, la Juve continuando così la dovrà cedere per evitare continui aumenti di capitali, e dei giornali ne farà a meno se sono scritti in italiano. Lui parla inglese non l’italiano e a me dispiace solo perchè l’Avvocato, il nonno, rappresentava l’Italia nel mondo. Ma la scomparsa di Giovannino purtroppo lo ha costretto a trovare un altro erede e chissà cosa avrà visto in questo nipote che la madre Margherita stessa non ha mai capito che sostanza avesse.
****(Carmelo Caruso) A settembre, videocollegata, la premier loda l’editore che intende acquistare il quotidiano di Scalfari. Sono seguiti incontri istituzionali per illustrare il progetto. Chi è e cosa vuole fare l’editore che conosce Trump e Blair
Vuole acquistare La Repubblica, è gradito a Giorgia Meloni, conosce Donald Trump e Tony Blair. L’editore greco Theo Kyriakou, pronto a rilevare il gruppo Gedi, è apprezzato, lodato, dalla presidente del Consiglio. L’operazione non è ostile al governo. Meloni e Kyriakou hanno avuto modo di parlarsi, piacersi. Non significa nulla, può significare tutto. Il 26 settembre, l’editore greco, a capo del gruppo Antenna Group, ha annunciato ad Atene un partenariato con l’Atlantic Council. All’evento hanno partecipato il primo ministro greco Mitsotakis, il vice primo ministro del Regno Unito, Lammy oltre al ministro di stato del Qatar. Durante la conferenza Meloni si è videocollegata e ha “lodato la leadership di Kryiakou”. Lo stima. Tra i presenti c’era anche il nuovo ambasciatore americano ad Atene, Kimberly Guilfoyle. Lo riporta il quotidiano greco Tovima.com. Il gruppo Gedi sta trattando in esclusiva con Kyriakou e ha già rifiutato l’offerta di Leonardo Maria Del Vecchio. Il cdr di Repubblica è stato informato da Gedi della trattativa che prosegue. Il comitato di redazione, ieri, si è riunito e ha proposto, tra le forme di protesta, un appello a Sergio Mattarella o una controfesta in occasione dei cinquant’anni del giornale. L’intenzione, dichiarata, del gruppo Gedi, dell’azionista di Exor, è chiara. Si predilige la via “greca”. Repubblikas.
Kyriakou viene ritenuto da Gedi un editore affidabile, le sue ambizioni concrete e reali perché rispetta le richieste di indipendenza e pluralità. L’operazione per alcuni viene data per chiusa, per altri è alle battute finali, per tutti, l’annuncio della possibile cessione non arriverà prima della festa dei cinquant’anni, il 14 gennaio 2026. Al momento di ufficiale c’è una trattativa, in esclusiva, con Kyriakou, scaduta il 30 novembre e riprorogata. Quello che non è mai stato scritto è che Kyriakou si è mosso da editore puro. Ha informato il governo. Ha cercato un’interlocuzione con Palazzo Chigi, e l’avrebbe avuta, per spiegare il suo piano, gli investimenti. Chi è Kyriakou? Viene da una famiglia di editori, è il figlio che si occupa solo di media. E’ un editore che non ama gli spifferi, neppure la formula “fonti”. Intende investire sul gruppo Gedi, in particolare sulle radio, perché è convinto che sia un business redditizio. E’ dell’opinione che sia necessario possedere più piattaforme: radio, quotidiani. Nel suo progetto italiano manca solo una rete televisiva e non si esclude possa essere uno dei prossimi obiettivi. In Italia ha come riferimento, come esempio da seguire, Urbano Cairo. Quando la trattativa per l’acquisto di Gedi è stata resa nota e si è iniziato a parlare di veti e golden power, Kyriakou ha scelto di muoversi istituzionalmente. Non si può usare la formula “fonti”, che all’editore greco non piace, e non si può usare neppure “chi è vicino al dossier”. Si usa dunque la formula, all’italiana: si parla. Si parla (e con verifiche) di contatti fra l’editore ed esponenti di primo piano del governo, sottosegretari. Sarebbero state conversazioni franche. L’investimento ha spiegato Kyriakou è interamente del gruppo, non ci sono fondi stranieri. Il governo non si è dichiarato ostile.
Si virgolettano parole di chi lavora e conosce la trattativa: “Kyriakou investe solo se gradito al paese dove investe altrimenti si sarebbe già dileguato”. Nelle interlocuzioni fra l’editore e i rappresentanti istituzionali sarebbero state formulate domande sulla linea editoriale. Kyriakou avrebbe risposto che non si snatura un giornale ma che servono quotidiani ordinati. I suoi modelli di sarebbero Le Monde e El Paìs. Vuole un giornale internazionale che si trasformi nel portale italiano nel mondo, con la versione in lingua inglese. La sua comunicazione, parca, è stata affidata all’agenzia Comin & Partners. Kyriakou ha già rilevato altri media risanandoli (Bulgaria, Inghilterra). In Italia punterebbe solo su un quotidiano, Repubblica. Gedi possiede anche La Stampa. I giornalisti di Repubblica, in assemblea, hanno sollevato dubbi. Parte della redazione preferirebbe la proposta di Del Vecchio, rigettata da Gedi, perché sarebbe rispettata “l’italianità”. Oltre al gradimento del governo, Kyriakou ha il gradimento di Exor. Si vuole cedere un asset ma con “responsabilità”, come già fatto con Iveco rilevata da Tata. Kyriakou per Exor rispetta il parametro della responsabilità. Del Vecchio si sarebbe mosso tardi. Nel mondo sconquassato di Trump cambiano frontiere e mutano i media. Paramount è contesa da Warner e Netflix e Trump sogna, attraverso Paramount, di stravolgere la Cnn. In Italia un editore che rispetta i patti di non divulgazione sta provando ad acquistare un giornale che la sinistra non ha saputo difendere, maltrattato da chi lo ha ereditato, impoverito da chi voleva farne il Corriere e non è riuscito a farne neppure la mezza Repubblica di Ezio Mauro. Le firme sono state nascoste, l’allegria è nelle pagine del meteo, la polemica si fa nelle rubriche, le feritoie del pensiero laterale. L’unica che aveva capito come sarebbe andata a finire una Repubblica è stata Meloni. Kalispera, Repubblikas.
