(Frasco) “Seul e Taipei/Crescere si può: Due esempi” di Francesco Giavazzi, è un articolo che spiega il motivo principale per il quale l’economia italiana non cresce. Uno come me non esperto di economia si è sempre chiesto negli anni come mai non si sia stabilito un salario minimo, argomento che anche nel 2025 sembra tabù in Italia, tante e tali sono le resistenze politiche. Mi spiego: mentre è difficile individuare una produzione clandestina installata (da italiani o cinesi o stranieri) in un sotterraneo o un capannone presente nelle nostre grandi città, in aperta campagna credo sia più facile osservare decine di operai all’opera. Bene, e allora perchè ancora nel 2025 si parla di caporalato allorchè di tanto in tanto si scoprono lavoratori nei campi sfruttati per turni di lavoro pagati pochi euro? Un salario minimo, dignitoso, creerebbe un limite: se tu inizi un’attività economica in qualsiasi settore o riesci a pagare ai lavoratori il salario minimo oppure non puoi iniziarla. In Italia no. Con la scusa del piccolo è bello, del valore della piccola impresa, magari familiare, non si è puntato, come spiega Giavazzi, sulla grande impresa, l’unica che riesce a stare in un mercato globale.
Ma tale scelta, basata sul falso presupposto che è meglio occupare più persone possibili anche se pagate una miseria, è stata pervasiva, una vera e propria teoria economica, avallata da sindacati oscurantisti, da economisti asserviti, da media adoranti. Guardate alla scuola dove un accordo tacito tra governi e sindacati ha fatto entrare dentro senza concorso quante più persone possibile, in ruoli diversi, ma pagate poco. Ora, spiega Giavazzi, comprimere i salari non serve ad altro che a comprimere la produttività. Se pensiamo al nostro impiego pubblico la scarsa produttività dipende esclusivamente dalla mancanza di emulazione. Solo se i bravi e quelli più produttivi guadagnano di più io sono indotto ad imitarli, se tutti guadagniamo lo stesso qualsiasi cosa facciamo o non facciamo, la curva di produttività è chiaro che scende verso il basso. “Bassi salari non significano solo, come vediamo oggi, bassi redditi, scarsi consumi e crescita asfittica. Significano anche scarsi pungoli a puntare sulla produttività” spiega Giavazzi. ****
FRANCESCO GIAVAZZI (Corsera)
In un articolo del 1995 (Scegliere le politiche giuste) Dani Rodrik, professore ad Harvard, si chiedeva «come la Corea del Sud e Taiwan fossero diventate tanto ricche, e perché la Corea del Sud iniziò a crescere prima di Taiwan». Oggi Taiwan, leader mondiale nei semiconduttori, è senza dubbio più ricca: il reddito pro capite supera quello della Corea del Sud di circa un quarto. Ma questa è una storia recente. Il boom in Corea iniziò molto prima che a Taiwan: fra il 1960 e il 1990 il reddito pro capite coreano crebbe del 6% l’anno e il tasso di accumulazione del capitale superò il 30% l’anno. Taiwan si mosse quasi tre decenni dopo.
La spiegazione che ne offre Rodrik si fonda sull’osservazione che il governo della Corea del Sud, diversamente dalla maggior parte dei Paesi che intraprendono la via dell’industrializzazione, intervenne sin dall’inizio per mantenere i salari relativamente alti. Salari alti riducono i margini delle imprese e le obbligano, per sopravvivere, a spostarsi rapidamente verso settori ad alta produttività. Il governo favorì la ricomposizione dell’industria attraverso il credito pubblico, che fu il fattore determinante di quella rapida crescita. Lo strumento fu l’allocazione del credito ai grandi conglomerati industriali, Samsung, Hyundai, LG e il gruppo SK (Sunkyung Group) che producevano acciaio, navi, elettronica, automobili.
Diversamente dalla Corea del Sud, Taiwan mantenne salari reali più contenuti, coerenti con imprese più piccole e flessibili.
Il 90% delle esportazioni taiwanesi negli anni fra il ’70 e il ’90 proveniva da imprese con meno di 300 addetti, una forte frammentazione produttiva e pochi conglomerati, a differenza dei chaebol coreani. Taipei si svegliò alla fine degli anni ’80. Il governo richiamò in patria Morris Chang, un giovane ingegnere taiwanese emigrato negli Stati Uniti nel 1949 e che allora lavorava alla Texas Instruments, e gli offre la presidenza del Polo tecnologico Industrial technology research institute , col compito di posizionare l’isola nell’industria dei semiconduttori. Chang crea Tsmc che diventa, e da allora nessuno l’ha più scalzata, l’azienda leader mondiale nei semiconduttori, componenti essenziali per l’Intelligenza artificiale e le sue applicazioni. Fu una scelta che determinò il futuro di Taiwan (su questa storia affascinante e piena di lezioni di politica industriale si legga il bel libro di Alessandro Aresu Il dominio del XXI secolo , Feltrinelli, 2022). Che lezioni trarre dalle esperienze, pur così diverse, di Corea e Taiwan? Due, a mio parere, entrambe importanti oggi per l’Italia.
Cominciamo dalla Corea del Sud. Comprimere i salari e proteggere le imprese dalla concorrenza internazionale, come si è fatto a lungo in Italia, a cominciare con le limitazioni all’importazione di automobili giapponesi, sono entrambi freni alla crescita. Comprimere i salari (forse) aumenta l’efficienza e i profitti aziendali, difficilmente aumenta la produttività. Che sarebbe accaduto della Fiat se non fosse stata protetta dai bassi salari e dalle quote sulle auto importate? Può darsi che sarebbe fallita, ma può darsi anche che lo stimolo alla sopravvivenza l’avrebbe resa più simile alla Toyota. Bassi salari non significano solo, come vediamo oggi, bassi redditi, scarsi consumi e crescita asfittica. Significano anche scarsi pungoli a puntare sulla produttività. Corollario: la presidente del Consiglio si vanta dei dati sull’occupazione. Ha ragione, gli occupati crescono. Ma sono tutti lavori a bassa produttività, come si deduce osservando che gli occupati crescono ma il Pil non si muove, anzi ora pare addirittura aver iniziato a scendere. Suggerisco alla presidente del Consiglio di dedicare qualche ora a riflettere sull’articolo di Dani Rodrik.
La seconda lezione riguarda la politica industriale, cioè il ruolo del governo nel guidare l’economia. È vero che il più delle volte il governo, quando interviene, fa disastri. Basti pensare alla storia dell’acciaio di Stato che in pochi decenni portò al fallimento dell’Iri (l’Istituto per la ricostruzione industriale), il chaebol pubblico italiano. Dalla sua nascita, negli anni ’30, all’inizio degli anni ’70, l’Iri fu il fiore all’occhiello dell’industria italiana. Poi la politica se ne appropriò, iniziò a prendere decisioni «strategiche» (ad esempio abbandonare i tubi a «passo pellegrino» in favore dei tubi saldati), e la siderurgia pubblica cominciò a perdere soldi. Le privatizzazioni degli anni ’90 ne salvarono una parte, ad esempio la Dalmine ritornata alla famiglia Rocca, i vecchi azionisti privati, che nel frattempo avevano costruito Tenaris, un leader mondiale dell’acciaio. Allo Stato rimase l’Ilva, cioè gli impianti di Taranto, trent’anni fa i più grandi e i più moderni d’Europa. Dopo varie vicissitudini alcuni anni fa si aprì la possibilità di un’alleanza con gli indiani, ma tanto fece il ministro Urso che gli indiani scapparono e con essi scapparono anche altri potenziali acquirenti. Oggi Ilva si sta lentamente spegnendo. In un mondo in cui abbiamo imparato a nostre spese che un po’ di autonomia nell’approvvigionamento e nella lavorazione delle materie prime è la condizione per continuare ad essere un Paese che produce manifattura (ancora il 15 per cento di tutto ciò che produciamo) mi pare un delitto perfetto. Secondo spunto di lettura per le vacanze di fine anno di Giorgia Meloni: il libro di Alessandro Aresu. Chissà che la storia di Morris Chang non le apra nuovi orizzonti sul ministero di via Veneto.
