Padellaro Scanzi e Gomez/ il sistema di anelli intorno al gigante gassoso

Per chi guarda spesso la tv, i nomi di Padellaro, Scanzi e Gomez sono familiari. Gomez adesso si è spostato sulla Rai meloniana per condurre su Rai3 La confessione. Scanzi e Travaglio sono sotto contratto con Gruber e Padellaro salta da un canale all’altro a far l’opinionista. Ma i 3 sono anche uniti dall’esperienza de Il Fatto quotidiano che ha in Marco Travaglio il suo frontman.

***Antonio Padellaro Dei tre, Padellaro è il più vecchio e anche quello con una storia professionale più ricca. Basti solo dire che giornalista professionista lo divenne nel 1968, è stato responsabile della redazione romana del Corriere della sera, vicedirettore de L’Espresso, direttore de L’Unità e, dall’estate 2009, direttore de Il Fatto Quotidiano. Scrive libri, è sposato con un’altra giornalista, Sandra Amurri, ma ha confessato di non essere fedele, è tifoso della Rometta e spesso lo si vede con il naso rosso perchè ama prendere il sole in terrazza. Nel febbraio 2015 ha lasciato la direzione de Il Fatto Quotidiano a Marco Travaglio. Il personaggio Padellaro (29/6/46), (in una lunga intervista a “perfideinterviste” si confessa e sembra sincero) è facile da decifrare, la routine e l’abitudine non le sopporta, e occorre riconoscergli che nella sua vita professionale (il privato non ci interessa) ha voluto e saputo rischiare spesso. Cominciamo col dire che lui è un Cancro come Giacomo Leopardi, essendo nati entrambi il 29 giugno, e dunque il pianeta dominante personale è la Luna. Questo, spiegano gli astrologi, comporta un eccessivo sentimentalismo verso il passato, unito ad un forte senso della identità.

(in neretto riporto sue dichiarazioni) La sinistra ha cominciato a evaporare con Achille Occhetto, che trasforma il Pci in Pds, creando così una frattura con una parte importante della base che confluisce in Rifondazione. 

Inoltre, essendo soggetti dominati dal numero 2, i nati il 29 giugno rendono al meglio quando lavorano e si mettono in società con altri.

L’ultimo anno ero stanco, stanco di pensare, ogni giorno, a che giornale fare, vivace, vispo… Questa stanchezza mi ha portato a dire a Travaglio: Marco, ora tocca a te… È stato un lento logoramento: ad un certo punto mi scocciava pure dover stare appresso ai problemi e alle beghe dei giornalisti. Ed è stato un bene, che mi togliessi di torno… La scelta di passare il testimone a Travaglio è stata facile, in ballo c’erano lui e Peter Gomez, ma questi curava già il sito web e poi Travaglio è popolare. Senza Travaglio, non ci sarebbe Il Fatto Quotidiano, per un semplice motivo: lui ha una vasta popolarità; ci sono stati dei periodi in cui la gente si abbonava a scatola chiusa, e solo per il fatto che c’era Travaglio. Quando andavamo in giro a promuovere il giornale, i palazzetti si riempivano. Per fare una battuta: io facevo la persona seria, e lui il Giamburrasca… 

Il rapporto tra Padellaro e Travaglio andrebbe studiato da uno psicanalista bravo ma in fondo è facile capire cosa passi per la testa di Padellaro, il quale nel lavoro avendo avuto come direttori Claudio Rinaldi e Giulio Anselmi, per limitarsi a due soli nomi, sa bene cosa sia la Qualità.

Il Fatto ha bisogno, ogni giorno, dell’articolo di Travaglio anche perché viviamo tempi molto particolari, difficili nello scacchiere della politica internazionale, e bisogna dire che diverse cose le ha azzeccate…tipo che la guerra tra Russia e Ucraina si sarebbe messa male per gli ucraini perché i russi sono troppo più forti; oppure che armare Kiev a scatola chiusa non era giusto; o, ancora, gli errori diplomatici di Biden e dell’Ue commessi durante il conflitto russo-ucraino.

Basta questa affermazione per capire bene come talvolta le idee di Travaglio vengano assunte da Padellaro, mentre per quelle stesse idee due personalità come Furio Colombo e Gad Lerner invece hanno lasciato il Fatto. Politicamente cioè Padellaro è una contraddizione italiana vivente, alle soglie degli ottanta anni è come un plastico o una cartina di Bruno Vespa, la dimostrazione della confusione nella quale siamo immersi, in un mondo fatto solo da opinioni e non più da fatti, in cui Schlein è diventata segretaria del Pd e Conte ha fatto le scarpe a Beppe Grillo. Spesso e volentieri Padellaro prende abbagli, per esempio una volta ha detto, a Claudio Sabelli Fioretti, che Bossi è stato un grande rivoluzionario, un’idea stupida che per dire ha avuto anche D’Alema. Eppure lui non ama D’Alema, politicamente cominciò votando i partiti laici, e anche il partito socialista craxiano, poi ad un certo punto apprezzò tanto il discorso del Lingotto di Veltroni che ancora oggi non ha capito per quale ragione Uolter abbia lasciato la politica. E’ stato direttore de L’Unità e del Fatto ma oggi ammette che

…lasciare il Corriere della Sera, dopo 19 anni, è stata la più grande cazzata della mia vita. Quando lasciai ero capo dell’ufficio romano. Diciamo che è stato un colpo di testa. Ho sofferto di depressione quando ero capo della redazione romana del Corriere. Avevamo la concorrenza feroce di Repubblica: ogni mattina, quando aprivo il giornale e lo confrontavo con il quotidiano di Scalfari, i buchi che prendevamo, soprattutto sulla politica, facevano male. A Milano, ricordo, c’era Giulio Anselmi, il quale non me ne faceva passare una, e aveva ragione. Mi dicevo: cavolo, ho una redazione di giornalisti con i fiocchi – Ferrara, Merlo, Paolo Franchi, Palombelli, per fare qualche esempio – e non sono in grado di farli giocare bene, per usare una metafora calcistica… Quindi mi caricavo di questa enorme responsabilità perché prendere un buco, mi logorava e mi sentivo un fallito…

****Andrea Scanzi (sul blog v. articolo del 2024 “L’invettiva di Andrea Scanzi contro Aldo Grasso”)

Aldo Grasso lo chiama il saltafila da quando si è saputo che ha trovato il modo, ai tempi del covid, di saltare la fila per farsi il vaccino in qualità di “riservista” e “caregiver dei suoi genitori”. “Andrea Scanzi non aveva diritto a ricevere la dose del vaccino anti-Covid, tuttavia non ha commesso alcun reato e deve essere prosciolto. Lo ha deciso il Gip del Tribunale di Arezzo, Giulia Soldini, archiviando definitivamente il procedimento“. (Codacons)

Chi sono, titola sul suo sito. E allora lasciamo che sia lo stesso furbetto a spiegarlo:

Sono nato ad Arezzo il 6 maggio 1974. Mi sono laureato in Lettere, Università degli Studi di Siena con sede ad Arezzo, con una tesi sui cantautori della prima generazione: anno 2000, il titolo era “Amici fragili“. Faccio il giornalista dal 1997. Ho cominciato nel Mucchio Selvaggio, dopo alcuni articoli nella fanzine universitaria Zonedombra curata dall’amico Gianluca Dejan Gori. Negli anni ho scritto per Il Manifesto, Il Riformista, L’Espresso, Rigore, MicroMega, Hard Gras (pubblicazione olandese), Linea Bianca, Tennis Magazine, Grazia, Donna Moderna, etc. Dal 2005 al 2011 ho firmato su La Stampa. Mi occupavo principalmente di cultura e spettacoli, ma tra il 2009 e il 2011 ho fatto anche l’inviato per il motomondiale. Da settembre 2011 sono definitivamente passato al Fatto Quotidiano, che a dire il vero mi aveva cercato anche prima della sua nascita, per l’esattezza nell’aprile del 2009: inizialmente rifiutai e non me lo perdonerò mai. Mi occupo di quasi tutto, e pare sia un difetto.

Questa autodescrizione è già prova provata del suo “quasi tutto” narcisismo, esibito in tv con collanine, anelli all’orecchio e alle mani, poster alle spalle. A teatro ha portato spettacoli dedicati a Gaber e De Andrè verso i quali manifesta sempre dedizione e devozione. La contraddizione è dunque evidente, può un narcisista furbetto così innamorato di sè e della sua immagine aver qualcosa in comune con due personaggi della musica italiana che sono stati l’esatto opposto, tanto hanno amato nascondersi, non apparire, non esibirsi?

*** Peter Gomez potremmo definirlo in un unico modo: “ l’inchiestista senza macchia e senza paura, simbolo di un ideale di giornalismo travagliesco caratterizzato da nobiltà d’animo, coraggio e rettitudine morale”. E’ una definizione contenuta in un articolo del critico Aldo Grasso che ultimamente lo ha descritto in maniera insuperabile.

Peter Gomez Homen è un giornalista, saggista, conduttore televisivo, autore televisivo, opinionista e blogger statunitense naturalizzato italiano. Per anni l’abbiamo seguito mentre era impegnato a raddrizzare legni storti a suon di scoop e inchieste (mafia, Tangentopoli, Berlusconi, il Male tout court). Adesso, da quando è approdato in Rai, pare con una spinta generosa dei grillonzi, si sta marzullizzando. Esistono gli errori, il mondo è una trama di solecismi, improprietà, citazioni errate, carriere sbagliate, ma che Gomez diventi il nuovo Marzullo, no, questo è imperdonabile. Peter Gomez Homen conduce su Rai3 «La Confessione» e già il titolo è un tradimento agostiniano che baratta l’assoluto con il demi-monde.Ma quel signore cosmopolita tutto birignao e tono mellifluo è quello stesso che sperava che le mani pulite dovessero essere più lunghe? L’altra sera intervistava Roberta Petrelluzzi, un’amabile signora che tanti anni fa (era il gennaio del 1988) si è inventata una trasmissione di successo che ha dato origine, magari senza volerlo, a una delle più grandi mostruosità televisive: la trasformazione della giustizia in spettacolo. Uno si aspettava che Peter Gomez Homen, l’inchiestista senza macchia e senza paura, simbolo di un ideale di giornalismo travagliesco caratterizzato da nobiltà d’animo, coraggio e rettitudine morale, chiedesse all’amabile signora se quelle preoccupazioni espresse già tanti anni fa da Umberto Eco («non vediamo la Giustizia in azione, ma la Tv che interpreta la giustizia») fossero giustificabili, se fosse vero che il codice dell’opinione pubblica infligge l’esagerazione come prima pena. Insomma, cose del genere. Invece Gomez/Marzullo le ha fatto confessare solo il suo disdegno […] per Franca Lando, coniugata Leosini, e un appello di scuse […] a Sabrina Misseri e Cosima Serrano, a suo dire ingiustamente carcerate. Accorrete, salviamo Peter Gomez Homen!

Guardate, a questi tre, Padellaro, Scanzi e Gomez non li salva più nessuno. C’è un filo comune e molto visibile che li lega, mi auguro che io sia riuscito a mostrarlo, perchè come diceva la canzone ” e se prima eravamo in due a cantare l’hully gully adesso siamo in tre…”