Francesco Verderami sul Corriere scrive oggi (Voto, il ritorno dei due poli) “le forze di opposizione stanno facendo di tutto per mettere insieme un’alleanza alle Regionali che saranno le prove generali in vista del 2027. E pur di aggregare Elly Schlein ha abbandonato i panni della movimentista con cui aveva conquistato il Pd per muoversi da politico navigato: ha accettato il ritorno di Matteo Renzi nell’alleanza, ha patteggiato con i «cacicchi del partito» che voleva mettere all’angolo, ha consegnato ai Cinquestelle i candidati governatori in Campania e Calabria, dopo averlo fatto in Sardegna. Ed è pronta a nuove concessioni per costruire una coalizione che dovrà dimostrare di essere capace di governare, ma che nel frattempo può competere numericamente per la vittoria nella legislatura in cui verrà eletto il prossimo capo dello Stato. Insomma alla segretaria del Pd va dato atto che, in mezzo a mille contraddizioni, sta tentando un investimento sul futuro“.
E’ vero come sostiene il nostro conterraneo Verderami che Schlein ha abbandonato i panni della movimentista? A me pare che molto semplicemente lei abbia abbandonato qualsiasi proposito di posizionare il Pd intorno ad un programma di governo, e si sia rifugiata all’ombra di 5Stelle e Avs, con i quali imbastisce continue mediazioni evitando scontri, pur di costruire il campo largo per le politiche del 2027. Se questo significa essere una politica navigata, allora lei lo è. Essere pronti a nuove concessioni per avere la benevolenza di Conte, Bonelli e Fratoianni, a me assomiglia al tentativo di tutti quelli che intendono rabbonire Trump e quindi fanno mediazioni per evitare lo scontro. Per Schlein non è solo questione di mettere sotto il tappeto le differenze sulla politica internazionale tra Pd e Conte, il pacifismo unilaterale di quest’ultimo che appoggia Putin e non la Ucraina e ritiene che la colpa della aggressione alla Ucraina ce l’abbia la Nato; non è neppure solo non pensare all’insensibilità ormai storica dei 5Stelle per la questione immigrazione; e alla loro ambiguità tra devozione a Trump se sono al governo e antioccidentalismo quando sono all’opposizione.
E’ soprattutto il populismo di 5Stelle e Avs in politica interna che è stato messo sotto il tappeto per non esser ciechi: la propensione alle promesse mirabolanti che esigono sempre e solo sussidi pubblici (comunque si chiamino, sino al cd reddito di dignità) dati a pioggia e senza alcun vincolo di bilancio. Sino allo stesso tema centrale della “sanità pubblica” (in Calabria come altrove) sempre e solo declinato sotto forma di spesa pubblica aggiuntiva, per medici, infermieri, farmaci, ospedali, assistenza, liste di attese.
Come se la sanità di questo nostro paese, come gli stessi 5Stelle con buona volontà in Calabria fanno da tanto tempo, non avesse bisogno innanzitutto di tagli, scure, repressione, per le troppe frodi: medici e infermieri imboscati, contabilità approssimativa, ricettificio dei medici di famiglia che consentono assenze prolungate dal lavoro, doppio lavoro in bilico tra pubblico e privato, il settore pubblico depredato e spolpato e disorganizzato affinchè per disperazione sia necessario ricorrere alla medicina privata. Insomma, e per chiudere, il bipopulismo che promette soldi facili a tutti è la malattia mortale del riformismo.
Una forza come il Pd che una volta era comunista ma ora intende perseguire Giustizia e Libertà, per creare sulla carta un cartello di forze che possa presentarsi unito alle elezioni (se la legge elettorale resta quella che esige i poli), se rinuncia a coniugare insieme, a intrecciare sempre la giustizia con la libertà (la quale, è bene precisarlo diminuisce nella misura in cui concorrenza e mercato vengono sacrificati) in fondo rinuncia alla propria Identità, alla propria ragion di essere. Vincere le politiche e poi con questi alleati non riuscire a governare per le troppe differenze che sono state nascoste sotto il tappeto, rimosse, occultate, messe tra parentesi, è un altro dramma (chiedere a Prodi) di una sinistra italiana che non ha mai voluto fare i conti per davvero con la socialdemocrazia, con il riformismo. Basta sfogliare l’album di famiglia: dai Turati su su sino agli Amendola e ai Napolitano, i riformisti prima nel Pci e poi nel Pd sono stati sempre considerati (vero D’Alema?) dei compagni troppo filocapitalisti, se non dei veri appestati. Buoni solo, essendo rispettabili, per diventare presidenti della Repubblica (che poi è la stessa sorte toccata al grande Mattarella i cui interventi pubblici ora raccontano una sinistra che non corrisponde per nulla alle idee di Schlein, Taruffi, Nico Stumpo e Boccia).