Material Love, il film americano di Celine Song

(frasco ed eugenio grenna) A due anni di distanza dall’acclamato esordio Past Lives (Vite passate), Celine Song (1988, la nuova promessa dell’indie statunitense) regista, sceneggiatrice e drammaturga sudcoreana naturalizzata canadese, residente negli Stati Uniti, firma regia e sceneggiatura di Material Love (titolo originale: Materialists).

Infatti, così come i protagonisti di Past Lives (i dodicenni di Seul che si ritrovano in Canada 12 anni dopo) tentavano di mantenere in vita un amore giovane e innocente attraverso gli schermi di smartphone, tablet e pc, anche gran parte della vita professionale (e non) di Lucy, protagonista di Material Love, passa attraverso la sfera del virtuale — per poi dover fare i conti inevitabilmente con quella del reale. Dopo i silenzi di Past lives, Song nel suo primo film americano fa parlare tanto, anche troppo, per spiegare tutto, talvolta anche le metafore o i sogni (richiesta dei produttori?).
Lucy (Dakota Johnson) è una matchmaker che tenta di sopravvivere al meglio nella giungla spietata di New York. Professionista nel combinare l’amore altrui, attraverso dati che legge attraverso una (sua) grande sensibilità, non sa scegliere il suo grande amore tra due uomini molto diversi, un ricco e un povero. Il ricco è il finanziere Harry (Pedro Pascal), il povero è il cameriere e attore squattrinato John (Chris Evans), vecchio amore mai scordato da Lucy, seppur irrisolto e problematico. Il gioco a tre è soprattutto una sfida di attori, ma mentre i maschi sono ormai divi acclamati e sgamati, la Johnson è bellissima ma incapace ancora di interpretare stati animi diversi. Giusto chiusa nel taxi con Sean Penn in Una notte a New York era sembrata un poco a suo agio, qui per tutto il film, anche quando sembra vivere un momento lavorativo critico, mantiene il suo aplomb, sino a sembrare cinica. I due maschietti sono, ognuno a modo suo, perfetti, tranne per le finanze diverse. Chi sceglierà Lucy?

Oltre alle parole dell’autrice Song, c’è anche la fotografia granulosa, retrò e tipicamente autunnale di Shabier Kirchner e le canzoni di Neil Diamond, Cat Stevens e Francoise Hardy. Nel mezzo, l’apparente freddezza di un meccanismo capitalistico — e ancora una volta virtuale — che ruota attorno al desiderio dell’amore, alla probabilità di riceverlo (più che di darlo), e così all’incapacità, sempre più diffusa e spaventosa, di farsi altro rispetto al proprio alter ego social. Derivato tanto dalle dating app, quanto dalle piattaforme di uso comune. Lo ricorderà Lucy: “Non stiamo parlando di un’auto o di una casa, ma di persone”.

Nonostante Material Love sembri tornare dalle parti di un certo cinema rom-com dal ritmo brillante, dolce ed estremamente classico — da Rob Reiner e Nora Ephron a Woody Allen, Song prima che regista è una che sa scrivere, storie e dialoghi.

La convenzionalità, o addirittura prevedibilità, di Material Love dunque non è altro che l’elegante e puntuale scardinamento di una lunga serie di cliché duri a morire, propri del genere di riferimento. Quand’è che le scelte d’amore maturano realmente, divenendo tali? La risposta è chiara: quando a venir meno è il modello irraggiungibile d’un amore ideale — capace di svelarsi poi fragile e calcolato. Celine Song con questo film “romantico” in fondo ci invita a riflettere su tutto quello che i soldi possono e non possono comprare.

Material Love, di fronte alla scomodità delle parole, all’imprevedibilità del caos e alla violenza celata nei meccanismi sociali più comuni e sottovalutati, non si tira indietro. Correndo, però, fin troppi rischi. Primo dei quali, il tranello della superficialità.