(6/9/25) Del suo ultimo film presentato poco fa a Venezia, Alberto Crespi ha scritto: -Il film racconta un attacco nucleare agli Usa e ha un gran merito (oltre a essere girato con dosi massicce di adrenalina): dato che il film esiste, vuol dire che il cinema sopravvivrà all’Apocalisse. C’è di che consolarsi, non rimarremo disoccupati -.
Un proiettile per colpire un altro proiettile. È la metafora scelta da Kathryn Bigelow per raccontare la minaccia nucleare globale. La regista americana, prima donna a vincere l’Oscar 2010 per la miglior regia con The hurt locker (a Venezia presentato nel 2008), è tornata quest’anno al Lido con A house of dynamite (su Netflix), thriller teso e preciso che mette in scena l’incubo di un attacco atomico contro gli Stati Uniti. «Bisogna avviare una riduzione degli arsenali nucleari — dice incontrando la stampa — in che modo l’annientamento del mondo può essere considerato una misura difensiva? La speranza, contro ogni speranza, è che un giorno si riducano gli arsenali. Ma nel frattempo viviamo tutti in una casa di dinamite». Lo slogan del film è “Non se. Quando”.
Il film è costruito in tre parti. Alla fine di ognuna si torna indietro nel tempo: i trenta minuti che intercorrono dalla scoperta di un missile di possibile origine nordocoreana ai tentativi di abbatterlo prima che cada su Chicago uccidendo 10 milioni di persone. Un alveare di esperti, militari, politici, diplomatici che cercano di capire da dove arrivi, i vari gradi della catena di comando fino al presidente degli Stati Uniti, cui spetta la decisione finale sull’uso delle testate. La messa in scena è dettagliata e realistica, si spiegano acronimi sconosciuti e procedure da fine del mondo. «Sono sempre stata in contatto con generali a quattro e tre stelle — ha spiegato Bigelow — se non erano sul set durante le riprese, erano facilmente raggiungibili. Ci hanno fornito ogni dettaglio, un lavoro di ricerca fondamentale che ha creato le basi». Il libro operativo nucleare che compare nel film, un “menu” di contrattacchi letali, «esiste davvero, contiene tutte le opzioni possibili ed è classificato; quello che vedete nel film è un facsimile, non l’originale, ma abbiamo cercato di avvicinarci il più possibile, rispettando i limiti legati alla sicurezza. Scoprire quali decisioni potrebbero essere prese nella realtà mette i brividi».
Il passo successivo è stato umanizzare il materiale raccolto: gli uomini e le donne a un passo dall’apocalisse hanno amori, figli, progetti, nelle sale operative peluche, foto e anelli di fidanzamento che ce ne ricordano l’umanità. E la fallibilità: essere addestrati e competenti non impedisce di crollare di fronte all’apocalisse. Bigelow, incalzata sulle possibili reazioni politiche al film negli Stati Uniti dice: «Non ne ho idea. Ma si tratta di cose già di dominio pubblico». Il presidente interpretato da Idris Elba ricorda Barack Obama ma l’attore afferma di non essersi ispirato a figure reali.
Sul dibattito che attraversa oggi l’Italia e l’Europa, la discussione sull’incremento delle spese militari, osserva: «È fondamentale restare informati, discuterne. Negli ultimi decenni c’è stata una sorta di normalizzazione: nessuno ne parla più, è terrificante. Viviamo in mondi separati, noi contro loro, democratici contro repubblicani. Tutto è diviso. La risposta, secondo me, è globale. Tutto il mondo deve pretendere di vivere in modo più sicuro. È la stessa situazione che affrontiamo con il clima: se restiamo chiusi nei nostri piccoli silos, non ne usciremo mai».
È tornata, oggi, la paura vissuta da Bigelow bambina. «Era spaventoso. A scuola venivamo spesso sollecitati a nasconderci sotto i banchi senza sapere davvero perché. Eravamo nel pieno della Guerra fredda ma, ovviamente, non sarebbe servito a salvarci». Le angosce dei ragazzi, oggi, sono alimentate dai social e dal flusso di notizie allarmanti: «È un punto importante, un problema serio». *****
Bigelow è quasi mia coetanea, è nata nel 1951 a San Carlos (California). E’ arrivata al cinema dopo aver frequentato per molto tempo l’ambiente accademico poststrutturalista. In estrema sintesi, attraverso un complesso meccanismo di ribaltamenti di ruoli e di continua messa in discussione degli apparati simbolici esistenti e consolidati, ha voluto sovvertire certi schemi mentali e la struttura degli stessi generi cinematografici, sconfinando con coraggio e spregiudicatezza nei territori che Hollywood tradizionalmente ha riservato agli uomini. Pittrice sin dall’adolescenza (passione che influenzerà costantemente la struttura e la composizione dell’immagine nei suoi film), il suo esordio come regista nel 1978 avviene con il cortometraggio Set-up, piccolo trattato decostruzionista della durata di venti minuti in cui la B., attraverso virtuosismi tecnici e concettuali, affronta il discorso della violenza maschile e del fascino che essa esercita sulle donne. Pensate, in scena ci sono due uomini che, nel buio di una deserta e notturna strada metropolitana, si prendono a pugni, mentre due voci maschili fuori campo, con altrettanto accanimento, pongono a confronto i rispettivi punti di vista filosofici. Violenza fisica e violenza della teoria inchiodano l’autrice al ruolo di voyeuse, affascinata ed esclusa, condannata a trarre il suo piacere da una dichiarata e liberamente assunta funzione scopica. In questo capovolgimento proposto dalla B., in cui il femminile da oggetto assoluto del desiderio diviene soggetto di sguardo dichiarando un proprio sia pur perverso piacere e potere, vi è una rivendicazione politica precisa. Già a partire da questo primo cortometraggio risultano definiti le linee guida e i nodi teorici che caratterizzeranno la produzione successiva, nonché le tematiche intorno alle quali ruoterà il suo cinema.****
Il mio fortunato incontro con il suo cinema avvenne nel 1991 con Point Break. Rimasi folgorato dalla sua bravura. Stati Uniti. C’è una banda che spadroneggia nelle rapine in banca. Si tratta degli “ex presidenti”, quattro malviventi che indossano le maschere di Carter, Reagan, Nixon e Johnson. L’FBI gli ha dato la caccia senza esito anche perché non si è voluto dare credito alla teoria dell’agente Angelo Pappas il quale ritiene che si tratti di surfisti che in questo modo si finanziano le escursioni. Quando alla sezione di Los Angeles giunge il giovane agente Johnny Utah l’indagine si rimette in moto. Utah dà credito alla teoria del collega e si fa allenare per il surf dall’esperta Tyler che lo introduce nell’ambiente. Ha così modo di conoscere Bodhi, surfista esperto in attesa dell’onda perfetta, che è anche il capo della banda. Mentre Utah e Pappas continuano l’indagine e le rapine si succedono, tra il poliziotto e il rapinatore si crea un legame. Fino al giorno in cui Bodhi scopre che Utah è un poliziotto.
Kathryn Bigelow cerca in ogni suo film il ‘punto di rottura’. Quel punto in cui separarsi dalle tradizioni hollywoodiane pur avendole cavalcate fino ad un istante prima, come le onde per i surfisti. In questo caso lo fa sia dal punto di vista linguistico che da quello narrativo. Grazie all’intesa con l’operatore Jim Muro può offrirci un piano sequenza ‘impossibile’ (per la tecnologia del tempo) che ci mostra l’ingresso di Utah nella sede dell’FBI e molto più avanti, rovesciando il tavolo dell’immaginario, una sequenza mozzafiato di inseguimento in cui raggiunge il massimo della frammentazione di montaggio. Il confronto degli opposti sta alla base della sua poetica e qui tocca forse il suo apice. Nulla di socialmente più lontano che Utah e Bodhi ma l’attrazione tra i due è forte. (Giancarlo Zappoli)
Bigelow dietro trame solo in apparenza convenzionali ‒ un road movie, una storia di vampiri, un poliziesco, un action movie, una science fiction o un thriller ‒ ha lavorato alla scomposizione e ridefinizione dei linguaggi e delle strutture narrative, utilizzando il dispositivo cinematografico per studiare le dinamiche che producono un universo maschile ossessionato dai fantasmi della competizione e della supremazia, individuandone in questo modo i punti di debolezza senza trascurare la posizione specularmente assegnata alle donne o da esse assunta. Eroico, eccessivo, monomaniacale, prigioniero di sé stesso, eppure capace di scatenare in chi ne è escluso un irresistibile fascino e un’attrazione profonda, lo scenario maschile narrato dalla regista rappresenta un punto di non ritorno al quale però lo sguardo femminile rischia di rimanere inchiodato. Sotto un profilo più strettamente tecnico, si osservi il consapevole e ricercato virtuosismo tecnico (nelle soggettive e nei piani-sequenza) in Strange days. In questo film, scritto da James Cameron e Jay Cocks e ambientato in una Los Angeles apocalittica nei due giorni che precedono il Capodanno del 2000, la regista, grazie alla messa in scena di un raffinato caos figurativo, continuamente valica il confine tra le immagini della realtà, a tratti oscura e incomprensibile, e le immagini speculari prodotte dalla mente. Per The hurt locker nel 2010 ripeto è stata la quarta donna candidata e la prima donna a vincere il premio Oscar al miglior regista, ottenendo anche il premio Oscar al miglior film. I 40 giorni al fronte, in Iraq, di una squadra di artificieri e sminatori dell’esercito statunitense, unità speciale con elevatissimo tasso di mortalità. Quando tutto quel che resta del suo predecessore finisce in una “cassetta del dolore”, pronta al rimpatrio, a capo della EOD (unità per la dismissione di esplosivi) arriva il biondo William James, un uomo che ha disinnescato un numero incredibile di bombe e sembra non conoscere la paura della morte. Uno che non conta i giorni, un volontario che ha scelto quel lavoro e da esso si è lasciato assorbire fino al punto di non ritorno.
Il racconto procede dritto e ansiogeno, come la camminata dell’artificiere dentro la tuta, vera e propria passeggiata sulla luna di un dead man walking; ci sono i crismi del genere – il soldato che ha paura, le scazzottate alcoliche- ma ridotti all’osso; e c’è l’eroe, un Davide che affronta il Golia dell’esplosivo a mani nude, del quale siamo portati a pensare che non abbia più niente da perdere, ma è vero il contrario.
Gestendo il ritmo in modo straordinario, perché del ritmo (delle onde, del cervello, dell’azione) ha fatto da sempre l’oggetto della sua riflessione cinematografica, Kathryn Bigelow ha girato un film potente, che cede solo in qualche interstizio alla tentazione della spiegazione e del cameo inutili. Affidandosi alle cronache del reporter Mark Boal, ha elaborato e raccontato un danno apparentemente collaterale ma in realtà sostanziale, entrando come mai prima nella questione di genere (il maschile).
Chi dice che l’autrice è una donna che fa film da uomini, infatti, non dice tutto. In The Hurt Locker c’è un unico personaggio femminile, che occupa un numero insignificante di fotogrammi e una sola battuta del dialogo, eppure ne intuiamo subito la libertà, compresa la libera scelta di essere fedele ad un uomo che non c’è e non glielo chiede. Lo stesso uomo che ci viene mostrato, al contrario, schiavo del pericolo, dell’emozione forte a tutti i costi, di quell’immenso contenitore di alibi che è la guerra. Perché, per dirla in perfetto stile hollywoodiano, morire è facile, è vivere che è difficile. E questo, impossibile negarlo, è un giudizio chiaro e tondo.
Grazie a Marianna Cappi, Giancarlo Zappoli, Treccani, Arianna Finos.
