*** frasco Non capisco nulla di moda, ma conosco Giorgio Armani forse meglio di tanti che in questi momenti scrivono in suo onore. Vorrei solo spiegare il momento in cui ho capito che era un genio, uno stilista straordinario e fuori dal comune. Per dimostrare come la sua arte sia arrivata a tutti. E senza bisogno, come tanti grandi italiani, Ferrero, Del Vecchio, di andare mai in tv. Senza neppure saper parlare inglese (!!)
Dovete sapere che Eros Ramazzotti quando cominciò a cantare era solo un burino della periferia romana, ma ottenuto il successo (“Terra promessa”, 1984) siccome è intelligente capì che doveva darsi uno stile. E a chi si rivolse? A lui. Armani ha avuto sempre un cuore grande oltre che un intuito ed una preveggenza sovrumana. Lo prese sotto la sua ala e gli diede uno stile.
E’ in quel momento che ho colto il valore dell’uomo e dello stilista perchè, pur non capendo io nulla di moda e stilisti, sin da quegli anni ottanta la moda, lo stile, la classe per me li ha rappresentati solo lui (come per la cucina, altra faccenda per me misteriosa, tra tanti cuochi e chef famosi io ho solo un mito, Davide Oldani).
In due sue frasi ha racchiuso tutto il suo mondo:
“L’eleganza non è farsi notare, ma farsi ricordare”.
“La moda è quella che viene suggerita e che spesso conviene evitare, lo stile è ciò che ciascuno ha e che deve conservare per tutta la vita”.
La parità nella moda tra uomini e donne, la rivoluzione l’ha fatta davvero questo piacentino del 1934.
Agli uomini ha donato la sensualità senza tutte quelle imbottiture delle giacche alla ricerca di una silhouette per l’uomo forte; una eleganza rigorosa eppure leggera con il movimento alla base di tutto, il maestro della luce anche se il suo “greige” è stato imitato da tutti, e amava il colore del fango della Trebbia. Finanche nelle divise sportive, per la Nazionale di calcio, per le Olimpiadi, è stato unico. E sono la cosa più difficile di tutte. Ho ammirato in lui la dote che poi ho letto si riconosceva anche lui, la pragmaticità, ed è stato unico perchè oltre ad essere il designer più bravo di tutti è stato anche un grande capitano d’industria, senza mai vendere per poi vivere di rendita. Finanche la sua eredità e successione preparata per tempo con una sofisticata architettura del gruppo di comando che consentirà alla Armani di continuare ad operare come se ci fosse lui, ci lascia a bocca aperta.
E’ arrivato a tutti, lo abbiamo capito tutti, anche quelli ignoranti come me, e se oggi Sofia Loren può dire “ho perso un fratello”, si comprende come il Genio abbia preso anche la popolana di Pozzuoli sotto la sua ala e l’abbia vestita da Diva. Lo vedevi col suo pullover girocollo o t-shirt dal fit classico, pantaloni eleganti (ma non eccessivamente formali) e scarpe di solito stringate e sempre comode. Il tutto rigorosamente in una palette monocromatica: blu notte o nera. Era lui. Il Re. Quando il 13 ottobre 2024 sul Corsera uscì una sua intervista ad Aldo Cazzullo e Paola Pollo (Giorgio Armani visto da vicino è esattamente come te lo aspetti: occhi chiari, capelli candidi, erre piacentina, gentilissimo con tutti […]) ebbi una strana sensazione, per la prima volta si lasciava andare, sentiva che ormai era giunto alla fine della sua avventura terrena. Adesso resterà per sempre nel mito. Cazzullo ha scritto che era un “genio disciplinato” per il fatto che lui esercitava la disciplina (non soltanto fisica). Io che non amo mai le aggettivazioni dei geni (da ribelli, a riluttanti o disciplinati, sono migliaia), dico che geni non si diventa e ce ne sono di tutte le specie e le razze. L’umanità, se ci pensiamo un pò, deve tutto ai geni, senza di loro ve lo immaginate un progresso ottenuto attraverso mediocri convinti o -peggio – da nullità che si considerano geniali? ****
(Andrea Minuz) Se già non ne potete più di giacche “destrutturate”, eroi e antieroi hollywoodiani in cappottoni Armani e citazioni di “American Gigolo”, suggeriamo di disintossicarvi con “Made in Milan”, piccolo, prezioso documentario di Martin Scorsese. Lo trovate senza troppi sforzi su YouTube. E’ il 1990, Scorsese sta realizzando “Goodfellas” mentre Armani è ormai al picco della sua popolarità globale come “stilista di Hollywood”. Scritto da Jay Cocks (sceneggiatore di “Mean Streets”, “L’età dell’innocenza”, “Gangs of New York”), “Made in Milan” è molto più di un ritratto commerciale commissionato da Armani (dopo due spot girati da Scorsese alla fine degli anni Ottanta). E’ un’elegia urbana, una dichiarazione d’amore bisbigliata. “Di Milano ho fatto la città eletta, dove vivo e lavoro”, dice Armani mentre la macchina da presa di Scorsese svolazza sulle guglie del Duomo (non c’erano i droni).
“Milano è una metropoli, una città che ti permette di esprimerti se hai qualche cosa da comunicare”. Una Milano silenziosa, deserta, pre-Tangentopoli e influencer e Bosco verticale. Sembra uscita da un disegno a matita di Armani: linee pulite, volumi essenziali. “Quella di Milano è un’eleganza discreta, quasi sussurrata”, dice. “Una bellezza che è molto vicina al mio stile, al mio modo di vedere le cose”. Armani parla del fascino segreto dei cortili, dei giardini, delle strade piccole, “perché Milano non è Londra, non è Parigi”. Bisogna entrare nelle case. E allora entriamo con Scorsese nella casa di via Borgonovo, “isola tranquilla per me e gli amici più stretti”. Silenzio, divani vuoti. C’è tutta la retorica della bellezza che si nasconde, che bisogna cercare, meritare, che è stata la fortuna di Milano e anche un po’ di Armani. Ma quando Armani parla dei suoi genitori, e quando Scorsese ci mostra vecchie foto di famiglia, capisci che quel senso di eleganza precede Milano. Viene dalla provincia. Viene dai film hollywoodiani visti nei cinema di Piacenza. Da un’educazione al decoro e da una madre che gli cuciva i vestiti con gli scarti “facendomi sembrare il più elegante della scuola”.
“Ricordo l’eleganza essenziale di mio padre e mia madre”, dice Armani, “forse un’eleganza soprattutto interiore, anche perché avevamo pochi soldi”. E’ il calvinismo di Piacenza, altro che power-dressing. Certo poi Armani-Milano diventerà un brand, come Fellini-Roma, entrambi impacchettati per Hollywood. Ma da buon italo-americano, Scorsese racconta un Armani che deve più alla mamma che a Milano. Momento migliore del film: Armani che svuota le giacche e spiega che tutto sommato non ha inventato granché. Minimizza. “Volevo solo aggiornarla, ma senza tradirne lo spirito. Ho solo tolto i rinforzi interni per farla cadere in modo più naturale sul corpo. Ecco forse ho scoperto la ‘sensualità’ della giacca”. Una cosa da niente.
