La scuola italiana nave dei folli: cambi classe e collegi con 300 persone

Ogni giorno si parla molto della pazzia di Trump. Ma c’è del metodo nella follia di Trump: spiazzare gli avversari. Il presidente americano in realtà si finge matto, come fa Amleto: vecchia teoria, che risale a Machiavelli. Poi c’è qualche matto per davvero, e ce ne sono tanti che i nemici hanno interesse a far passare come tali.

Se cercate matti veri e matti che si fingono tali, un posto adatto è ormai la scuola italiana: io descrivo quella che chiamo vera, per distinguerla da quella narrata dagli studiosi (con rispetto parlando) e dai politici e/o sindacalisti. Gli esempi che ora farò riguardano dunque la nostra scuola, racconterò alcune follie che vi accadono, e ciascuno potrà capire chi sono i matti autentici e quelli che si fingono tali. Per cominciare, a Penne, in Abruzzo, la preside dell’Istituto per Geometri “Marconi” ha inviato nei giorni scorsi una circolare, nella quale afferma che nella sua scuola le giustificazioni, anche dei maggiorenni, dovranno essere firmate dai genitori. In Italia ognuno fa quel che la testa gli dice di fare, poco importa dunque che la maggiore età si ottiene a 18 anni. Ci sono presidi che restano minorenni a vita. Così come molti ministeriali. Se così non fosse, il giorno dell’inizio delle lezioni, per esempio, per tutte le scuole sarebbe uguale in tutta Italia (come quando ero studente). Che ragione c’è di consentire l’autodeterminazione di ogni preside? Follia.

2) In questi primi giorni di settembre – come ogni anno – in ogni scuola c’è un collaboratore del preside il quale Hh24 si deve occupare del fenomeno delle richieste dei cambi di sezione. Io lo chiamavo esodo, la parola deriva dal greco éxodos, che significa “uscita” o “via d’uscita”, e si riferisce all’abbandono di un luogo da parte di un gran numero di individui.

Succede che sin dal mese di agosto e ben oltre l’inizio delle lezioni (metà settembre) i genitori presentano istanze di cambio classe per conto dei loro figlioli, metti dalla 2A vogliono andare alla 2B. I bocciati hanno diritto a cambiar sezione ma i promossi no, o meglio dovrebbero essere, come una volta, pochi casi dovuti ad incompatibilità e/o necessità. Evitare che uno studente finisca nella classe dove insegna il padre, o lo zio, o con un prof che ha già bocciato il fratello, cose così. Oggi cambiar classe è invece un semplice desiderio di Marcolino che però non invia in missione il padre a perorare la sua causa, esige il cambio per frequentar scuola. Certo, ci sono anche quelli che proprio vogliono cambiare scuola, ma adesso sono pochi, aumentano a dismisura dopo il primo trimestre quando tutti quelli in odore di bocciatura scelgono l’esodo verso lidi più accoglienti. Quindi i genitori esigono che la scuola accolga la richiesta, senza alcun motivo di preferenza o di priorità. Ipse (Marcolino) dixit. E se a Marcolino viene negato il passaggio, egli dirà: e allora perchè avete accolto già la richiesta di ben 6 altri alunni? Come si capisce, il collaboratore maneggia la contabilità e l’aritmetica come scudo di difesa, ma la scuola folle -appunto – ha ormai varcato la soglia e se non esiste più nemmeno il buon senso comune, nessuno può comprendere come non sia possibile formare classi con 16/17 alunni e altre con 30/31. Sulla carta è così, poi essendo la scuola folle accettata da tutti, si fa qualsiasi cosa.

Al collaboratore si presentano papà e mamma, insieme o spaiati, alternati o a turno (se non è riuscito il padre ragionevole viene sostituto in corsa da mamma agguerrita che non vuol sentire ragioni). Una volta si parlava di genitori sindacalisti dei figli o “elicotteri”, ora direi che trattasi di genitori sull’orlo di una crisi di nervi, resi schiavi o addomesticati da figli che una volta richiedevano il motorino o la felpa, le scarpe o lo smartphone o la consolle, ora non chiedono, impongono aut-aut: o così o io a scuola non vado più.

C’è un film del 1977 di Monicelli (Un borghese piccolo piccolo) che è considerato da taluni critici cinematografici la fine del filone della commedia all’italiana: «una commedia incarognita dal fatto di dover fare i conti con tempi in cui è sempre più difficile vivere». E si era nei Settanta, dopo 48 anni cosa dovremmo dire? Giovanni Vivaldi (Alberto Sordi) era un modesto impiegato ministeriale sulla soglia della pensione il quale per trovare un lavoro al suo unico figlio Mario, un giovane non molto brillante neo-diplomato ragioniere, arriva ad iscriversi, lui fervente cattolico, ad una loggia massonica. Si era alla fine dei nostri spensierati anni Settanta, e oggi nel primo quarto del terzo secolo, i genitori oltre a trovare un lavoro devono esaudire ogni santo giorno i desiderata dei propri pargoletti per non farli soffrire. Per accontentarli. Per un povero collaboratore del preside sarebbe bello che Marcolino mandasse papà con una bella carta sottoscritta dai genitori in cui 10 alunni della 2A intendono passare alla sezione B.

Si tratterebbe di petizione di massa che potrebbe esser presa in considerazione, a parte i limiti matematici, per il suo carattere di esodo di massa verso la nuova terra promessa. (Poi, certo, strada facendo i 10 diventano 8 poi 5, poi 4, alla fine ne rimase uno solo abbandonato da tutti. Non siamo più gente da decisioni ferme). In fondo, un collaboratore, come il buon Mosè, aprirebbe le acque del Mar Rosso, per condurre il suo popolo dall’Egitto, dopo la liberazione dalla schiavitù, verso la Terra Promessa, la Terra di Canaan. Vuol dire che gli egiziani e il Faraone avrebbero dovuto aspettarselo. Ma non è che in giro ci sono tanti Mosè… Anche se mi raccontano che per tali spostamenti di classe si mobilitano oggi finanche Onorevoli e Vescovi, ma tutto il mio discorso nasce, lo ricordo, per spiegare le follie della scuola italiana, dove il comune buon senso è volato via.

3) Un’altra follia (ripropongo l’interrogativo di partenza, sono folli i dirigenti oppure gli piace far credere che lo siano?) sono, dopo gli avvenuti accorpamenti, i collegi docenti di 350 persone svolti in teatri e palestre e comuni e chiese o dove dedè. Una persona con la testa sulle spalle e il cervello funzionante non può immaginarsi docenti sistemati in loggione ad assistere alla trattazione di 35 punti dell’OdG. C’è un dirigente che dal palco, o non so dove, con un microfono gracchiante, parla nell’indifferenza generale. Mi raccontano di docenti soddisfatti perchè almeno le loro stanche membra sono alloggiate in una sedia da teatro, mentre altri malcapitati son costretti 3 ore e più ad accomodarsi su seggiole senza spalliere (la corsa verso i posti più in alto dove la schiena può appoggiarsi al muro dura soltanto 5 minuti). Poi solo posti in piedi, tanto non è che si sente qualcosa o si discute di niente. Dell’acustica non parliamo proprio, il fatto che possano trattarsi 35 punti all’OdG, con relative delibere, in una platea di 300 e più docenti, non appare una follia neppure ai Ministri perchè, è risaputo, la forma è tutto, come spiegarono Troisi e Benigni (Non ci resta che piangere) i quali dovevano attraversare il confine doganale dello stato toscano del XV secolo.

Solo quella scena del film ha consentito a decine di docenti universitari nelle loro lezioni di svolgere agevolmente un vero e proprio “trattato sulle regole”. E’ una scena incredibile perchè aiuta a fare una riflessione, sia sulla funzione e sul senso delle regole, in generale, sia sul modo in cui esse sono ‘pensate’ e applicate in Italia, in particolare. Essa si basa sull’esistenza di una regola semplice, chiara, e che apparentemente non necessita di alcuna interpretazione: chiunque varchi il confine e passi la linea segnata sul terreno, qualunque sia la sua direzione, paga (deve pagare) un fiorino. I fatti dimostrano presto che nella realtà ci sono più cose di quante possa contenerne una regola, per quanto dettagliata questa possa essere.

Ma torniamo ai nostri 300 e più insegnanti accalcati in un collegio docenti di inizio anno. Come ci rammenta quella poesia del Mercantini La spigolatrice di Sapri sulla fallita spedizione di Sapri guidata da Carlo Pisacane (1857), erano 300, eran giovani e forti e sono morti. Nella nostra scuola è ormai deceduto senza che ci sia stato nessun funerale pubblico, che io sappia, il buon senso. Quando Alessandro Manzoni (Promessi Sposi, capitolo XXXII) scrive che il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune, lui usava queste parole a proposito della peste, degli untori e della «gente savia che non era molto persuasa che fosse vero il fatto di quegli unti velenosi».

Ma oggi, e sto parlando della sola scuola italiana non della nostra intera società, ne deriva pure che è atto di buon senso non andare controcorrente, come faccio io, non fare troppo il sapiente, quando tutti danno del matto, come Trump, perché non accada quel che capitò a quell’astronomo, di cui narra piacevolmente Gasparo Gozzi nell’Osservatore, che seppe restar sano di cervello, mentre una maligna influenza delle stelle sconvolse la mente a tutti, e lui ci guadagnò stando rinchiuso in un manicomio. Un amico mio tanti anni fa aveva letto una cosa e ce la ripeteva sempre. Tutto dipende, egli diceva, se stai al di quà o al di là della inferriata. Dopo davvero tanti anni io mi sono convinto che però se tu sei prigioniero e invece pensi di essere un secondino, è ancora peggio.