In treno con Toni Servillo il viaggio di una carriera

Anni fa mi ritrovai da Salerno in poi a fare un viaggio in treno con Toni Servillo e la moglie. Eravamo diretti a Rimini, dove io avrei seguito un seminario e Servillo recitato in uno spettacolo. Non ci siamo scambiati neppure una parola, solo un saluto di commiato giunti a destinazione. Mi successe la stessa cosa quando una volta vidi con grande sorpresa una domenica mattina Umberto Eco seduto ad un bar di Gizzeria Lido. Quel viaggio mi ha consentito di osservare da vicino un attore che ammiro molto, da quando, era il 2001 e lui aveva 42 anni (è nato ad Afragola nel 1959) alla tv vidi un film (L’uomo in più) con il quale ho scoperto il regista Paolo Sorrentino, che esordiva, e Servillo che in quel film, truccato, fece ben due personaggi.

Nel viaggio sino a Rimini abbiamo dovuto cambiare treno alla stazione di Bologna, che, come tutti sanno è l’opera progettata da un pazzo come un vero labirinto dove una persona normale non può districarsi ma solo perdere il senno. Scesi dal convoglio io mi misi a seguire due signore che nel viaggio avevo capito che anche loro, essendo presidi, si recavano a Rimini. Grazie a loro arrivai tranquillamente al treno in un binario che non ho capito dove fosse allocato. Servillo e la moglie li persi di vista e credo si siano perduti nel labirinto per cui mentre il nostro treno era in movimento, loro trafelati ebbero appena il tempo di salire buttando dentro le valigie. Il percorso tra Bologna e Rimini Servillo lo interpretò facendo su e giù per il corridoio, come dovesse sgranchirsi le gambe, mentre sua moglie, che nella vita è una pianista, ed è molto elegante e tranquilla, restò seduta al suo posto senza alzarsi mai. Dieci minuti prima dell’arrivo Servillo si sistemò con la valigia davanti alla porta di uscita e io lo raggiunsi cinque minuti prima. Arrivati a Rimini, Servillo aprì la porta ed io ero dopo di lui con la mia valigia, ma la moglie non si vedeva. Spazientito, lui attese, ed io con lui, sulle scale che arrivasse la consorte, la quale finalmente ci raggiunse ed io la feci passare prima di me salutando per l’occasione l’attore, che era un pò nervoso per l’attesa. Mi disse che lui aveva un recital e io gli spiegai che avevo un convegno, così ci salutammo. Un viaggio, dunque, con un personaggio del quale io sapevo tante cose, da quando nel 2001 ammirai in un film la sua istrionica bravura, il primo dei sette film che ha fatto insieme con il grande Sorrentino.
Marco Antonio Servillo è nato ad Afragola, in Campania, il 25 gennaio del 1959. E’ un Acquario, dunque, il segno più intelligente di tutti, non a caso il segno zodiacale degli artisti. E’ fratello di Nando e di Peppe Servillo (leader della Piccola Orchestra Avion Travel), il quale è invece nato ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, il 15 ottobre 1960 (Bilancia come me), dove il padre si era trasferito con la famiglia da direttore dello stabilimento Cementir. Nel novembre 1963 ritornarono a Caserta. Mosse i primi passi nel campo della recitazione presso l’oratorio salesiano di Caserta ed esordì a teatro nella pièce di Bertolt Brecht “Le visioni di Simone Machard”. «Ho cominciato molto presto, a 17 anni. Ho fondato una mia compagnia a Caserta e poi con Mario Martone e Antonio Neiwiller abbiamo dato vita a Teatri Uniti, che è il luogo più importante in cui mi sono formato culturalmente. Una realtà che per noi ha segnato anche l’inizio con il cinema, con lo stesso atteggiamento con cui facevamo teatro indipendente, da Morte di un matematico napoletano. E non è un caso che Teatri Uniti sia diventato un luogo che ha catalizzato l’interesse dei giovani registi a Napoli. Teatri Uniti, con Angelo Curti e Nicola Giuliano, produsse L’uomo in più e Le conseguenze dell’amore di Paolo che era nostro spettatore»(intervista a Stefania Ulivi).

Con il regista Servillo collaborerà anche per altri film fino a quando nel 2001 l’attore ebbe la fortuna di impersonare i due protagonisti (con lo stesso cognome, Pisapia, Antonio e Tony) del lungometraggio d’esordio di Paolo Sorrentino L’uomo in più: il calciatore Antonio Pisapia, costretto al ritiro per un grave infortunio, e lo spavaldo cantante di musica leggera Tony Pisapia. Erano due personaggi scritti per due film diversi ma Paolo, non sapendo se quel film sarebbe stato il suo primo ed ultimo, li incrociò insieme sino a farli diventare due facce della stessa medaglia. La interpretazione di Servillo, uno e bino, ebbe grande successo e, puntuale, arrivò la nomination al David di Donatello nella categoria miglior attore protagonista. Anche Sorrentino fu contento del risultato ottenuto e da quel momento Toni diventò il suo attore feticcio.

L’incontro tra i due è una storia avvincente in sè, entrambi la raccontano come un colpo di fortuna che il caso, o il destino, ha apparecchiato. Servillo si considera altezzosamente un attore, perchè fa teatro e sta per interpretare il suo primo Moliere, ha intravisto un allampanato giovane (il Fabietto di E’ stato la mano di Dio) negli uffici cinematografici di Teatri Uniti, ha ricevuto la sceneggiatura del film “L’uomo in più”, ma non ha tempo nè voglia di leggerla. Sorrentino con Antonio Curti, uno che lo aiuta a preparare il suo esordio e che conosce Servillo, si inventano uno stratagemma. Curti dice a Toni che ormai il protagonista è stato già scelto e quindi Servillo si legge il copione giusto per vedere cosa si sia perso, e ne rimane folgorato. Questo primo film è un colpo di fortuna per entrambi, l’attore di teatro ottiene la popolarità con un nuovo lavoro a 40 anni, il regista davanti ad un attore già formato deve inventarsi subito come un regista navigato per non sfigurare. Ma i due con questo primo lavoro insieme si legano per sempre perchè entrambi vengono da due famiglie borghesi dove il padre fa un lavoro comune e quindi il successo nel cinema lo vivono entrambi mantenendo un piede nello spettacolo effimero e l’altro nel mondo reale di tutti noi.

I due uniscono di nuovo le forze nel 2004 per Le conseguenze dell’amore e nel 2008 per Il Divo, nel quale l’attore si trasforma in un inquietante Giulio Andreotti conquistando lo European Film Award. Per entrambe le performance Toni Servillo vince il David, e siccome i film vengono presentati a Cannes (dove il secondo ottiene il Premio della Giuria), sopraggiunge finalmente la notorietà mondiale. Sempre con Paolo Sorrentino Servillo farà, nel 2013, La grande bellezza, in cui ricoprirà magnificamente il ruolo dell’intellettuale e viveur romano Jep Gambardella, aggiudicandosi importantissimi riconoscimenti nazionali ed internazionali. Come ha ben sintetizzato Toni Servillo, “io e Paolo ci siamo fatti del bene reciprocamente…mi piace dire, e questo lo ha deciso la vita per noi”.

Anche a Lamezia questa estate, al festival LIFF di Franzì, Toni Servillo ha voluto ricordare: “Vivo a Caserta, non credo mai di aver subito le conseguenze della fama. Ho sempre vissuto nell’equilibrio del teatro, il cinema l’ho fatto a 40 anni. Il problema della fama non me lo sono mai posto. Esco, faccio la spesa, porto i figli a scuola. Conduco una vita normale”. Insomma, è un uomo del Sud, per il semplice fatto che si è formato in una famiglia modesta, dove lavorava solo il padre, e però da quel contesto, non si sa come, sono usciti fuori ben due artisti, un musicista e un attore (un Bilancia ed un Acquario, i segni ci segnano). Mentre Paolo Sorrentino ci ha spiegato (E’ stata la mano di Dio) come e perchè lui, come  tanti altri napoletani, da Rosi a La Cava, si sono trasferiti a Roma, mentre Capuano non si è mai mosso, Servillo ha voluto che Caserta rimanesse la sua casa, dove crescono i suoi figli e si stabilizzano gli affetti. Il cinema, il teatro, lo spettacolo, lo portano in giro ma come Ulisse lui torna sempre a casa, perchè in fondo i suoi valori sono rimasti quelli del padre e la popolarità (che il cinema dispensa molto più del teatro) è come controllata in un ambiente che rimane familiare e provinciale.

La cosa più bella, dal mio punto di vista, che sia successa a Servillo è qualcosa che raccontano tutti i giornalisti e gli amici che hanno avuto a che fare con lui. Gli è successo un ribaltamento, o meglio è lui che ha deciso un sovvertimento nel suo modo di fare, da quando, forse Martone o qualche altro amico, gli ha fatto notare che non era giusto come si stava comportando. Ottenuto il grande successo ormai nella sua piena maturità, Toni Servillo infatti con gli addetti ai lavori e con il pubblico era davvero impossibile e incostante. Deciso ad essere giudicato solo per le sue performance teatrali o cinematografiche, non accettava di firmare autografi o di dare interviste, intento a difendere il suo spazio privato dagli assalti di stampa e ammiratori. Era veramente terribile per come trattava gli altri, infastidito, collerico, scostante. Fino a quando non capì che stava sbagliando tutto, che il pubblico, la stampa, le tv, sono lavoro, che il successo e la popolarità non sono gratis, che la grazia (per restare in tema) e anche le buone maniere, il rispetto degli altri, la santa pazienza, non sono gentili concessioni ma doveri. Come Sinner che stanco dopo una vittoria deve sobbarcarsi interviste sul campo e poi palline firmate, foto, selfie, con i tifosi che chiedono e pretendono. Quindi decise di cambiare e divenne quello che è oggi, come lo si vede nelle interviste. Paziente, cordiale, disponibile, pacato, tranquillo a rispondere, a farsi riprendere, a firmare autografi. A rispondere per l’ennesima volta alle stesse domande. Ecco l’aspetto umano e la intelligenza di un uomo che costruisce i suoi personaggi interpretando sfumature e tic e umori di uomini potenti e altro da sè. Dal calciatore Antonio Pisapia (che poi era Agostino Di Bartolomei della Roma) che finita l’attività si sparò ponendo fine alla sua vita perchè non gli riusciva di fare l’allenatore; al cantante Tony Pisapia (che in realtà era Franco Califano), cinico, spavaldo, egocentrico, ma ridotto dai suoi vizi e dal carcere a barcamenarsi in concerti su improbabili piazze dismesse; dal cinquantenne Titta Di Girolamo il quale nasconde un segreto che emergerà grazie al progressivo innamoramento per la ragazza del bar dell’hotel dove vive lontano dalla famiglia in Canton Ticino; al Divo Giulio che mano nella mano con la moglie canta davanti alla tv “I migliori anni della nostra vita”; dal Silvio di Loro 1 Loro 2 del 2018 quando lo spettatore s’aspetta, grazie ad una potente e montante ritmica recitativa, di conoscere la realtà del “Perché Silvio e il Silvio che è?”, attende l’esplosione di una confessione, la soluzione alla misteriosa ascesa o l’interpretazione della verità grazie alla capacità dell’autore di sintetizzare il tutto in un dialogo, e invece no, il “Berlusconi maschera” di Sorrentino, fedele in questo al vero Silvio, la chiude con Veronica con un “Mi avvalgo della facoltà di non rispondere”; al Jep Gambardella della Grande bellezza che sa cosa si deve fare ai funerali, che sa come far fallire una festa, e non sa scrivere un altro romanzo dopo il primo ed unico che ha scritto. Infine il bancario Saverio Schisa padre di Fabietto, ovvero il vero padre di Sorrentino, capofamiglia di una famiglia napoletana degli anni ’80, descritto come un uomo bizzarro, dal grande cuore e molto legato alla sua famiglia, inclusi la moglie Maria e i figli. Deceduto con la madre a Roccaraso a causa di una perdita di monossido di carbonio prodotto dal caminetto.

Insomma, insieme Sorrentino e Servillo creano nuovi corpi. “Non avevo niente a che fare con Jep, niente a che fare con Titta, sono personaggi inventati e se sono poi diventati delle persone nel sentimento e nei pensieri delle spettatore vuol dire che il lavoro fatto dal regista e dall’attore ha avuto un senso… noi diamo corpo a delle cose che non esistono, tutto sommato siamo degli imbroglioni, cioè trucchiamo le carte, altrimenti non faremmo questo mestiere, non riproduciamo la realtà…io penso di non avere niente a che fare con Mariano De Santis  e per questo ne sono profondamente innamorato.“, ha detto Servillo a Venezia ’82.  

Sono co-autori di una rivoluzione dello sguardo e della messa in scena. Insieme hanno inventato corpi i più diversi, in cui insieme nascondono suggestioni ed emozioni, posture gesti e parole che non sono solo maschere, ma figure con la pittura en plein air dei pittori impressionisti della nostra contemporaneità. Sino al Presidente della Repubblica Mariano De Santis, ormai anziano e alla fine del suo mandato. Vedovo, ex-giurista e profondamente religioso, si troverà di fronte a due ultimi dilemmi morali. E’ l’ultimo film, La grazia. Per quel personaggio, dove ci sono dentro Servillo non solo Mattarella, ma anche Cossiga, Scalfaro e Napolitano (come ha riconosciuto il figlio Giulio), tutta la mia gioia è esplosa.

Per il semplice fatto che io in Italia da un punto di vista strettamente politico mi “riconosco” ormai solo pienamente in Mattarella, in gente come Ciampi, Napolitano, Draghi, ovvero in quei veri servitori dello Istituzioni che danno senza avere nulla da pretendere. La grazia per me è questa, è un “atteggiamento nei confronti del mondo e della vita, ed è anche un atteggiamento amoroso“, dice Sorrentino, una virtù che la politica-taxi italiana ha del tutto smarrito. Lo spirito di servizio e l’amore per il diritto e di tutta una serie di Valori che la politica dovrebbe incarnare ormai non si intravedono più, tranne che nei veri  Statisti. Come Churchill, Palme, Brandt, gente di questo spessore qui. Avere nel 2025 scoperto che Paolo Sorrentino la pensa esattamente come me è stata una piacevole scoperta. Eppure con lui non ho fatto nemmeno un viaggio silenzioso in treno, e quindi non lo saprà mai.

La stazione di Bologna (frasco-AI)