
(2/9/25) Dall’elogio della br Balzerani a Tridico/ La corsa di Di Cesare in Calabria è un caso, di Roberto Gressi (Corsera)
Barbara Balzerani, Colleferro, 16 gennaio 1949 – Roma, 4 marzo 2024. Dirigente della colonna romana delle Brigate Rosse, condannata a sei ergastoli per aver partecipato a diversi omicidi. C’era a via Fani, quando la scorta fu trucidata e Aldo Moro rapito. C’era nei giorni del sequestro, culminati con l’assassinio del presidente della Democrazia cristiana. Fece la sua parte nell’agguato mortale al magistrato Girolamo Minervini, partecipò al sequestro del generale Nato James Lee Dozier. Mai pentita, scrisse in carcere la sua autobiografia di irriducibile, con il titolo Compagna Luna.
Disse di lei Rossana Rossanda, commentando il libro: «Per averli (i tempi e gli spazi delle persone normali) bisognava dunque arrendersi, darsi all’arrancata individuale, chiudere gli occhi, tacere? Compagna Luna ha il grande merito di far parlare ciascuno di noi per come ha visto quegli anni». Non fu sola. Interrogarsi sulla matrice culturale di quegli eventi, con più di un’occhiata di benevolenza, trovò molti proseliti.
Furono tempi di terrore, anche di rifiuto del terrore e di condanne, giudiziarie e politiche. Ma furono anche gli anni dei «compagni che sbagliano», o del pilatesco «né con lo Stato, né con le Br». Oggi se ne riparla perché Donatella Di Cesare, filosofa, saggista ed editorialista, professoressa di Filosofia teoretica alla Sapienza, forse si candida come capolista nel listino civico di Pasquale Tridico (M5S) che per il Campo largo tenta di conquistare la Calabria.
Alla morte di Barbara Balzerani, la professoressa Di Cesare le dedicò un ricordo su Twitter. Eccolo: «La tua rivoluzione è stata anche la mia. Le vie diverse non cancellano le idee. Con malinconia un addio alla compagna Luna».
Tweet quasi subito cancellato, ma non per un ripensamento. Spiegò lei stessa che voleva evitare che fosse frainteso e se ne facesse un uso strumentale. Sui social un messaggio cancellato diventa scritto nella pietra. Ma ancora in tv, su La7, da Giovanni Floris, la professoressa ha confermato di non avere nulla di cui vergognarsi e che semmai è disponibile a una discussione sugli anni di piombo, ma non a farsi tritare dagli «architetti del linciaggio». Contro la candidatura c’è la rivolta del centrodestra, e non solo.
Uno dei punti di forza delle democrazie è quello di non negare mai, a nessuno e per nessuna ragione, la libertà di pensiero e di parola. Ma pure la critica, anche dura, ha diritto di cittadinanza. Pasquale Tridico, che almeno al momento non fa passi indietro, sostiene che è indegno attaccare Donatella Di Cesare, «filosofa, pacifista e femminista, utilizzando un vecchio tweet stravolto per attribuirle tesi mai sostenute e parole mai pronunciate». Difesa da campagna elettorale. Anche se il pacifismo di Di Cesare si spinge fino a negare le armi a Kiev, spianando la strada a Putin. Ma, soprattutto, non solo quel messaggio non è stato mai smentito, ma nemmeno spiegato.
E allora «la tua rivoluzione è stata anche la mia», lascia spazio a una cascata di ambiguità, anche se la vocazione non violenta viene rivendicata a gran voce. E «le vie diverse non cancellano le idee», non legittima che si possa tradurre con: tu con le armi e io con le battaglie sociali abbiamo perseguito lo stesso obiettivo? E se è incontestabile il diritto di piangere una vita spezzata, anche per chi di vite ne ha spezzate tante, colpisce l’uso del termine «malinconia», che vuol dire anche nostalgia per qualcosa che non ritorna. Difficile pensare che un’allieva di Hans-Georg Gadamer possa aver inciampato nell’uso delle parole.
Questa storia va pure al di là della candidatura, pur fonte di grave imbarazzo nel Pd, e considerata «inaccettabile» da Ernesto Maria Ruffini. Quella delle Br è la storia di una ferita grande: troppo sangue, troppi morti, troppe complicità morali. Per questo sarebbe lecito chiedere alla professoressa una ritrattazione, o almeno una spiegazione.
Donatella Di Cesare ha gentilmente richiamato il Corriere della Sera, ma solo per ringraziare e dire che non ha nulla da aggiungere.
(30/8/25 MARIO LAVIA) Questa volta il campo è largo, larghissimo, smisurato: da Roma arriva a Mosca, passando da Reggio Calabria. Un giro strano quello percorso dalla professoressa di filosofia teoretica Donatella Di Cesare, ex presenza costante in tv obiettivamente contraria alla Resistenza ucraina («L’uso della parola “resistenza” è inappropriato, se ne parla solo in Italia. In Ucraina non c’è una guerra civile, c’è un conflitto tra due Stati. Dov’è la resistenza?») e ora candidata a Reggio nella lista Tridico, l’uomo che Giuseppe Conte ha imposto in Calabria alle regionali contro il forzista Roberto Occhiuto.
In effetti nel circo Barnum del campo largo, tra i giocolieri alla Vincenzo De Luca, i mangiafuoco alla Michele Emiliano e clown di vario tipo, senza fare nomi, mancava qualcuno apertamente schierato contro Volodymyr Zelensky: che vuol dire, senza essere esperti di Gadamer e Derrida come lei, stare con Mosca.
Diceva così la filosofia dopo l’aggressione dello zar Vladimir Putin a Kyjiv: «Oggi più che mai lo sforzo è di evitare l’alternativa di schierarsi con i russi o con gli ucraini». Brava, pensa a Monaco che avrebbe detto. «Del resto, la Federazione russa non è certo l’Unione sovietica, se mai le Russie. E i due popoli sono fratelli, interconnessi. Il punto è la catastrofe dell’Europa, che era nata con il compito di far coabitare popoli, non di assecondare nazionalismi o peggio gabbie etniche».
Capito quant’è cattivo il nazionalista Zelensky? Qui un po’ di decostruzionismo ci sta bene: «Oggi quindi serve una nuova sinistra capace di vedere la politica al di là dello Stato che diventa possesso del territorio, integrità nazionalistica, identità parossistica». Perciò – argomentò Di Cesare in un’altra occasione – «dire che Putin è un pazzo, che tutto dipende dal suo cervello, che è il male assoluto è una versione a senso unico, ed è una semplificazione inaccettabile».
Non è il male assoluto, il dittatore di Mosca, è un tipo un po’ così, suvvia. Sempre imbronciata – lo notò Aldo Grasso – Di Cesare adopera quella specie di vittimismo di fattura gruppettara per cui il mainstream ha sempre torto: senza rendersi conto che lei, con tutta la truppa degli orsiniani ingaggiati dal Fatto, rappresentava il mainstream russofilo, populista e sottilmente antivax di questo Paese.
Infatti è il caso di ricordare le prese di posizione dicesariane all’epoca della pandemia contro le chiusure, e gli attacchi a Mario Draghi, ma invece non tireremo in mezzo qui il famoso tweet in onore dell’amica scomparsa, l’ex brigatista Barbara Balzerani, «la compagna Luna», e le polemiche successive perché non è il caso di riaprire certe ferite. Meglio andò, molti mesi fa, sulla guerra Israele-Hamas quando Di Cesare mantenne una posizione di durissima condanna del 7 ottobre e in generale di chi mette in discussione l’esistenza dello Stato ebraico. Ma alla fine la domanda, piuttosto semplice, è che cosa c’entri questo bagaglio di posizioni anti-ucraine (e in un momento come questo, poi) non solo con la Calabria – ovviamente nulla – ma con uno schieramento politico nel quale quella linea non dovrebbe avere diritto di cittadinanza. Che l’amico di Conte, Pasquale Tridico, sia perfetto per il circo Barnum lo si è capito da quando andava in giro con i navigator, ma che arrivasse ad arruolare un’illustre intellettuale che in decine di apparizioni televisive ha fatto finta di non capire la differenza tra le ragioni dell’Ucraina e quelle della Russia, questo è davvero troppo.
