«Dante di marmo, poeta divino,
mira sdegnato l’immane casino.
O fiorentini, mi avete esiliato,
beccate la merda che Dio vi ha mandato»
Sono i versi che l’ultimo menestrello fiorentino, Riccardo Marasco, compose dopo l’alluvione del 1966. Dante, in effetti, ha l’espressione piuttosto sdegnata, ma a me piace pensare che sia così aver composto il sesto canto del Purgatorio, dove dice:
«Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello»
Non signora di territori, come ai tempi dell’Impero Romano, ma prostituta in vendita al miglior offerente. Ma perché l’Italia è ridotta così? Scrive Dante: «Perché siamo troppo divisi tra di noi, perché le persone che vivono all’interno della stessa cerchia di mura non riescono ad andare d’accordo su nulla». Bianchi e Neri, Guelfi e Ghibellini, Montecchi e Capuleti. Dante è il primo a parlare di Montecchi e Capuleti, secoli prima del Romeo e Giulietta di Shakespeare. Riconosciamolo: non siamo cambiati di molto.
La rabbia per una patria divisa dai dissidi
Dante scrive che i migliori non fanno politica, che le leggi decise a ottobre non arrivano a metà novembre. Insomma, racconta un paese slabbrato, diviso, che non riesce ad essere all’altezza di sé stesso. Dante è indignato un po’ con tutti. Quando descrive il corso dell’Arno dice che nasce in Casentino tra i porci, poi passa tra botoli ringhiosi — gli aretini —, tra lupi — i fiorentini — e tra volpi — i pisani. Verso i pisani Dante nutre un particolare risentimento perché hanno fatto morire di fame il conte Ugolino, uno dei personaggi dell’Inferno in cui il Sommo Poeta si specchia.
Il conte Ugolino muore di stenti con quattro figliuoli — in realtà due figli e due nipoti. Anche Dante aveva quattro figli: Pietro, Jacopo, Giovanni e Antonia, che si fece suora col nome di Beatrice, il nome della donna che il padre aveva amato. Dante aveva visto i figli patire la fame e gli stenti durante l’esilio, ed è questo il motivo per cui si riconosce nel conte Ugolino. Così maledice i pisani:
«A Pisa, vituperio delle genti
del bel paese là dove ‘l sì suona,
poiché i vicini a te punir son lenti,
muovasi la Capraia e la Gorgona
e faccian siepe ad Arno in su la foce,
sì ch’egli annieghi in te ogni persona»
Dante auspica che le isole dell’Arcipelago Toscano, la Capraia e la Gorgona, si muovano e facciano da diga alla foce dell’Arno, affinché il fiume straripi come un gigantesco tsunami e faccia annegare i pisani. Ma nello stesso canto maledice anche i genovesi, con cui i pisani avevano combattuto (e perso) la battaglia della Meloria. C’era anche il conte Ugolino alla battaglia della Meloria, fra l’altro.
Perché Virgilio è scelto come guida nella Divina Commedia?
Fateci caso: è proprio questo il passo dell’Inferno in cui Dante definisce l’Italia «il Bel Paese», definizione che usiamo ancora oggi. Ma è una definizione ironica, quasi sarcastica, come a dire:
«Bel paese è quello in cui succedono queste cose, in cui si fa morire di fame un padre con quattro figlioli». Dante è molto arrabbiato con l’Italia perché la ama. In fondo, critichiamo le cose che amiamo.
Per Dante, l’Italia non era uno Stato — c’era l’Impero. Per Dante, l’Italia era un grumo di valori, di bellezza, di arte e di cultura. Per Dante, l’Italia aveva una missione: conciliare la classicità e la cristianità, conciliare la Roma dei Cesari e la Roma dei Papi. E non a caso sceglie come guida per il suo viaggio nell’Aldilà il più grande poeta romano di ogni tempo: Virgilio.
