La storia dei comunisti italiani tra amore per i giornali e repulsione per la tv

(30/6/25) Comunisti e post comunisti hanno avuto con la televisione un rapporto difficile, ma così difficile che la tv si è vendicata e li ha sottoposti ad una sorta di pena di contrappasso dantesco: agevolando (non determinando) sconfitte cocenti. Fino a quando l’opinione pubblica è stata influenzata dai giornali cartacei la sinistra ha nuotato nel suo mare, ma da quando internet e i canali televisivi hanno spazzato via l’informazione su carta, la sinistra italiana non ha avuto più punti di riferimento, ha perso la sua bussola.

La storia cominciò nel 1954 con i primi programmi televisivi. I comunisti erano anticonsumisti e pedagogici, oltre che filosovietici, per cui amavano letteratura e cinema e disprezzavano questo nuovo mezzo che secondo loro era evasione e distraeva le masse. Il guaio è che sin da allora così come avviene oggi la sinistra sa sempre in ogni momento cosa sia giusto e cosa sbagliato, quale sia il bene comune, ovvero la cosa migliore e più giusta da imporre alla gente o popolo che sia.

Si pensi che nel 1962 non voleva che gli italiani avessero nelle proprie case un televisore a colori (che dopo 15 anni di intenso dibattito arrivò nel 1977) e nel 1995 propose un referendum per ridurre la pubblicità sul piccolo schermo: “Non si interrompe un’emozione”. Alberto Mingardi di recente in un libro ha raccontato i furori degli intellettuali di allora e come vinse la libertà. In gioco c’era di più del futuro politico del Cavaliere.

Nel tormentato scontro tra intellettuali e televisione (sulla tv cadono sempre tutti: dai marxisti agli ultraliberali, da Bourdieu a Popper, finanche i saggi di Umberto Eco, che pure aveva saputo discernere cultura alta e cultura bassa, sono animati da un sottile disprezzo per il mezzo e il suo spettatore) si intravede sempre il filo del paternalismo della cultura italiana, presa dal demone della pedagogia ma anche della cronica paura di ogni forma di concorrenza. Il mercato per la sinistra resta sempre brutto e cattivo, quanto lo è per i tassisti e i balneari, i notai e i farmacisti.
Dopo che nel 1975 venne istituita la Commissione parlamentare per l’indirizzo generale e la vigilanza dei servizi radiotelevisivi (comunemente nota come Commissione di Vigilanza Rai), ovvero si sancì che i partiti controllano la Rai servizio pubblico, il 15 dicembre 1979 nacque la riserva indiana della Rai, ovvero Rai3, affidata ai comunisti in quanto Rai1 era dc e Rai2 socialista (nata nel 1961). In genere l’esempio più virtuoso di un servizio pubblico finanziato solo con il canone e indipendente dai partiti sin dal 1922 è considerata la Bbc che gli inglesi chiamano ironicamente “Auntie”, zietta. La Bbc viene considerata nel mondo un modello di ente televisivo indipendente dalle pressioni politiche. Dal momento che ogni moneta ha due facce, anche la Bbc ha i suoi vizi, in generale si può dire che essa soffre di uno “state of mind”. Alla Bbc credono davvero di essere superiori antropologicamente. Questo li ha portati a diventare la bandiera di un politicamente corretto perbenista e censorio, fino al ridicolo.
In Italia invece la Rai dei partiti (e del governo in carica) ha proceduto sino ad oggi alla lottizzazione dei giornalisti e delle idee, ad una sorta di consociativismo ben definito da una celebre battuta: vengono assunti 4 giornalisti, uno dc, uno socialista, uno comunista e uno bravo. Il Pci non solo non ha combattuto la lottizzazione ma ha pure gestito nel modo peggiore tale accordo, basti pensare che da Paese sera e dall’Unità sono finiti a lavorare in Rai gente mediocre come Aldo Biscardi o Sandro Curzi. L’unica eccezione è stata un fine intellettuale come Angelo Guglielmi (dal 1987 al 1994).

Il Pci, occorre sempre ricordarlo agli smemorati di ieri e oggi, è sempre quello che disprezzava la commedia all’italiana, e aveva diffidenza per l’arte astratta ma anche per Hitchcock, Sergio Leone, Billy Wilder. Era schifato per gli incassi di Pane, amore e fantasia, per il successo di Amedeo Nazzari, per i film di don Camillo. Non ha mai capito, in ordine sparso, Fellini e Pietro Germi, Fenoglio, Goffredo Parise o Giuseppe Berto. Oggi si coccola Jovanotti e Renzo Arbore ma quando cominciarono tanti anni fa li disprezzava: “nel paese della politica, la cultura non può avere un rapporto sereno e pacificato con il divertimento” (Minuz). La crociata contro la tv commerciale, mentre Antonio Ricci inventava Drive in e Striscia, per molti anni è stata la palla al piede dei comunisti italiani, che hanno dipinto Craxi & Berlusca come Belzebù difendendo come il generale Custer solo il fortino lottizzato del servizio pubblico, la Rai, l’unico pachiderma di stampo sovietico rimasto in piedi per accontentare tutti i partitini e le parrocchie italiane.

Tele Kabul è caduta a maggio del 2023 e come ha scritto Carmelo Caruso, dopo 36 anni è venuta meno l’ottica di  Guglielmi, il direttore-scrittore-critico di Rai 3, gli occhialetti della rivoluzione (ma televisiva), l’uomo di share e popolo che, prima di morire, ricordava: “Ho fatto più io, per la sinistra, con Chi l’ha visto, che Gramsci con i suoi Quaderni”. Qualche anno fa è poi nata una nuova Rai 3, una rete dedicata all’informazione, ma mescolata, di destra e sinistra.
Sono serviti 36 anni prima di svuotare l’acquario Rai 3, il piccolo mare dei pesci rossi, che come ha raccontato Claudio Petruccioli, ex presidente della Rai, e della Commissione di Vigilanza, ex direttore dell’Unità, “è sempre stata la sinistra della sinistra. La verità è che Rai 3, come rete del Pci dei Ds, non è mai esistita. E’ esistita un’altra cosa, una rete culturale, a volte intelligente, a volte meno. Rai 3 è stata una rete che aveva sì collegamenti, ma con alcuni funzionari del nostro partito, funzionari che non esitavano a farci picchiare se non eravamo in linea. La loro linea”.
Petruccioli ha raccontato che esistono due piani Rai, la Rai politica e la Rai-Rai. E quale sarebbe la differenza? “Che la Rai-Rai lavora. E’ una Rai che può essere di destra, di centro, di sinistra. E’ una Rai che vuole stare sul mercato. Io stesso ho trovato, in molti casi, più collaborazione nella Rai creduta di destra che nella Rai di sinistra. Era solo Rai-Rai. La Rai è piena di buoni direttori e giornalisti, che sono semplicemente buoni direttori, giornalisti e che lasciano credere di esserlo per conto di qualcuno”.

Basterebbe questa dichiarazione di Petruccioli per smontare una narrazione entusiasta e positiva che fa risalire agli anni novanta la novità della “sinistra televisiva”, cioè una categoria, fatta di conduttori, divi del video, giornalisti, che avrebbero innovato il discorso televisivo e si sono contrapposti alla tv del Cavaliere. Questa sinistra televisiva sarebbe stata decisiva per le due vittorie di Prodi, nel 1996 e nel 2006. In realtà essa è stata un agglomerato composito (pertanto fuorviante) dove, a parte la mente lucida di Guglielmi, sono stati inseriti Michele Santoro, Lucia Annunziata, Gad Lerner, Roberto Benigni, Beppe Grillo, Corrado e Sabina Guzzanti, Serena Dandini, Littizzetto, l’ecumenico e untuoso Fabio Fazio, Gabanelli, Ranucci e Iacona, sino al Travaglio prima in versione antiberlusconiana e poi maitre a penser dei 5Stelle. Come si vede, gente la più diversa che nella stagione craxiana e poi nella sua prosecuzione berlusconiana si è ritrovata per caso dalla stessa parte.

La cd “sinistra televisiva” in futuro sarà ricordata soprattutto per aver  propiziato il populismo più che per le vittorie dell’Ulivo o dell’Unione. Essa ha i suoi postulati: l’anticapitalismo; il mercato è cattivo; l’Occidente una cultura disprezzabile; Israele è uno stato coloniale, predatorio, razzista. I Santoro e Travaglio hanno pensato che l’antipolitica (i grillini) nascesse da una politica sbagliata, il renzismo e il neoliberismo. Col successo elettorale del 2018 dei 5Stelle hanno pensato che i vari partitini di estrema sinistra avessero trovato un riscatto. Oggi appare sempre più chiaro che il populismo italiano nacque anche in tv con la “gente” del tribuno Santoro, le piazze urlanti con l’uomo della strada che ce l’aveva con la politica e con la Casta (il libro è del 2007, come il primo Vaffa day dei grillini). Facciamoci, col senno di poi ma è utile, una domanda semplice semplice che è questa: da chi è stata rappresentata la sinistra sul piccolo schermo italiano dagli inizi sino ad oggi? La mia risposta è: in generale, ieri come oggi, da istrioni con un tratto in comune, sono tutti antagonisti. I Santoro e Lerner, i primi che hanno portato la gente in tv, venivano dalla sinistra extraparlamentare e hanno dichiarato che per loro la tv era la prosecuzione di quella pratica sociale. Penso ai vari Bertinotti, Santoro, Cacciari, Montanari, Orsini, Scanzi e Travaglio. Certo, in tv ci sono o c’erano anche Andrea Barbato, Enzo Biagi, Corrado Augias, Aldo Cazzullo, Piero Angela, ma sono sempre stati gli antagonisti o populisti ad apparire e accreditarsi come gli autentici rappresentanti della sinistra italiana. Un Eugenio Scalfari in tv non ci metteva piede. La sinistra italiana ha sempre rimosso la circostanza non fortuita che un Mussolini provenisse dalla sinistra massimalista. Infatti oggi nel mondo siamo alle prese non con il populismo ma con il bipopulismo, di destra e sinistra intrecciati. La cd sinistra televisiva, i Lerner, Santoro e Travaglio, non è stata il frutto ma la causa dell’antipolitica. Oggi stesso, 2025, in tv sembra rappresentare la sinistra italiana la coppia Travaglio-Scanzi piuttosto che il riflessivo Antonio Polito in Porta a Porta.

Nel 1986 Beppe Grillo venne cacciato dalla Rai per questa battuta su Craxi durante Fantastico 7: se in Cina sono tutti socialisti, a chi rubano? Sei anni dopo, nel 1994, la discesa in campo di Berlusconi, cambiò la storia politica italiana. Si fronteggiarono da un lato l’imprenditore, il politico come brand, il partito con il leader al centro, la personalizzazione della politica; dall’altro la Ditta, con i comunisti che, come D’Alema, erano convinti che la “politica” lo avrebbe spazzato via. Dal 1994 è stato ben chiaro che la tv italiana, il suo assetto, la concorrenza tra il pubblico e il privato, avrebbe rivoluzionato la politica e i suoi rituali. I comunisti sempre antimoderni però non hanno capito nulla di nulla e hanno fatto quello che fanno sempre, difendere il simulacro del servizio pubblico, ovvero una grande finzione, accucciati dentro il fortino di Rai3.

Otto anni dopo, nel 2002, passò alla storia l’«editto bulgaro» ovvero una dichiarazione rilasciata da Silvio Berlusconi, allora Presidente del Consiglio, a Sofia, in Bulgaria, il 18 aprile 2002. In quell’occasione, Berlusconi definì “criminoso” l’uso che, a suo dire, Enzo Biagi, Michele Santoro e Daniele Luttazzi facevano della televisione pubblica, e auspicò che la nuova dirigenza Rai non permettesse più un simile utilizzo. Il punto è proprio questo, prima Craxi e poi Berlusconi hanno fatto di tutta l’erba un fascio, accomunando tra gli oppositori personaggi con storie, provenienze, percorsi diversi.

Due anni dopo l’entrata in campo del Caimano, finì purtroppo l’avventura del quotidiano-partito Repubblica, sulle cui pagine quelli della mia generazione si sono formati sin dal 1976. La sinistra da allora smarrì la sua bussola. Quando nel 1996 il liberaldemocratico Scalfari lasciò la direzione ad Ezio Mauro è abortito lo storico processo di occidentalizzare il comunismo assimilando il Pci ai socialisti europei (1976, Berlinguer a Pansa, mi sento più sicuro nel Patto Atlantico). Ezio Mauro infatti si è limitato a sostenere le ragioni della Ditta, senza appoggiare gli unici tentativi innovativi (segreteria Veltroni, 2007-2009; governo Renzi, 2014-2016) con il risultato che Repubblica, la quale nel 2014 vendeva in edicola quanto il Corsera (269 mila copie), dopo 10 anni vende la metà del Corsera (giugno ’24: Repubblica 101 mila copie cartacee al giorno, Corsera 207 mila).

Di lui Alberto Asor Rosa ha messo in luce un particolare importante: “Nell’articolo Il grande seduttore, che risale ai tempi della prima vittoria elettorale di Berlusconi (30 marzo 1994), viene data una spiegazione più politica di quell’evento: i suoi oppositori si sono arroccati a sinistra, invece di conquistare il centro (come si vede, questo è un motivo che ritorna)”. La convinzione di Scalfari è sempre stata la seguente: «più passa il tempo e più tutte le forze politiche si rendono conto che solo dal centro si possono governare società complesse». L’esatto contrario dunque del Pd targato Schlein, se oggi Scalfari fosse al timone a Schlein se la mangerebbe.

Non è stata la fantomatica sinistra televisiva ma  piuttosto il quotidiano Repubblica di Scalfari (insieme con gli irripetibili settimanali Panorama e L’Espresso), ad essere il punto di riferimento “politico” nell’opinione pubblica per tutti coloro che non sopportavano i maneggi e i metodi sbrigativi di Ghino di Tacco e del suo amico che gli successe quando il protettore cadde in disgrazia con Mani pulite. I capisaldi della politica scalfariana, non bisogna dimenticarlo, sono stati sempre la «difesa della concorrenza» e la «lotta contro i monopoli pubblici e privati».

Il vizio di fondo della sinistra comunista e postcomunista italiana (che chiamo Ditta), oltre al paternalismo a cui abbiamo accennato, è stato l’ideologismo mai abbandonato davvero neppure quando nel 1989 è caduto Il Muro di Berlino. In cosa consista è facile dirlo, il mondo viene raccontato in ogni istante come una lotta tra i Buoni e i Cattivi. In Italia abbiamo (ancora) una sinistra che grida al ritorno del fascismo per giustificare qualunque cosa faccia e ritiene esista una sua superiorità morale rispetto alla destra. Mentre la storica contrapposizione inglese tra conservatori e laburisti si avvale di un reciproco riconoscimento, in Italia invece non si sono fatti i conti per davvero nè con il fascismo nè con il comunismo. Questa scelta di deresponsabilizzazione, lo ha scritto Francesco Piccolo, di non fare i conti con chi si è stati (considerando appunto di essere estranei a ciò che è accaduto) è continuata, non solo dicendosi “noi con il fascismo non c’entriamo niente”, ma anche nello stesso modo per quanto riguarda il Partito comunista: senza farci i conti ma facendo un balzo in avanti, cercando di dimenticarlo.
Pertanto tra i Buoni una volta era compresa l’Unione Sovietica (in fondo tanti filoputiniani di oggi sono anche ex stalinisti o cossuttiani non pentiti) mentre i Cattivi sono i fascisti e i traditori della classe operaia. Vecchi e nuovi anticapitalisti, antiamericani, statalisti antimercato, hanno individuato nel liberismo e nella globalizzazione l’origine delle disuguaglianze, mentre la causa di tutti i guai del mondo sarebbe una sinistra che fa poco la sinistra. La storia del movimento operaio italiano non ha mai superato la inconciliabile contrapposizione nel campo socialista tra riformisti (Turati) e massimalisti (Menotti Serrati), mai ricomposta e anzi poi degenerata nell’estremismo di sinistra, con la prima Repubblica sfociato (la rivoluzione tradita) in movimentismo e bande armate.

Cosa c’entra tutto questo excursus storico con la televisione italiana? C’entra eccome dal momento che l’unica vera rivoluzione liberale che c’è stata in Italia è stata quella televisiva.

Nel 2025 è possibile, con un minimo di buona fede, capire come ai comunisti italiani  la concorrenza, che a noi consumatori porta vantaggi, non piace e non è mai piaciuta. Alle varie lobby, compresi in ultimo balneari e tassisti, l’intera politica italiana ha fatto sempre il solletico, per mero opportunismo elettorale. I cittadini consumatori che ottengono vantaggi economici se c’è vera concorrenza tra chi offre benzina o tariffe telefoniche, luce o gas, non sono mai stati difesi e tutelati in questo paese da nessuna forza politica. Anche da quelli che si riempiono la bocca di giustizia e libertà. Tento di essere abbastanza semplice nel far capire il passaggio.

La libertà ha due aspetti, una è quella di coscienza che uno mantiene sempre anche se vive sotto una dittatura, ma poi c’è anche la cd libertà pratica, che consiste ogni giorno di poter fare le scelte che si vuole. Una cosa è dover vedere un solo canale Rai, un’altra poter scegliere quale canale vedere, quale film o programma, insomma la libertà del telecomando. Anche questa libertà abbiamo conquistato in Italia nonostante che i comunisti non la concepissero. Poi c’è un altro aspetto generale da considerare. In tutta la storia umana ogni svolta tecnica apporta vantaggi e svantaggi. Ma sappiamo bene che l’umanità ha cercato sempre di limitare gli svantaggi accogliendo il nuovo, altrimenti oggi non guideremmo auto ma andremmo ancora a cavallo. Nel rapporto con la televisione la sinistra italiana è stata sempre ostinatamente contro. Contro la tv, contro la tv a colori, contro le reti private, salvo poi accontentarsi della coperta di Linus di Rai3 e rinunciando alla battaglia delle battaglie, rendere la Rai indipendente dai partiti.

Come capirono gli strateghi della campagna di Mediaset nel referendum antispot nei film del 1995 (e non capirà però Renzi quando fu il suo tempo) non occorreva personalizzare il referendum in un pro o contro Berlusca. I quesiti referendari (non si interrompe una emozione…) erano stati pensati per mettere in difficoltà Berlusconi, divenne invece una battaglia del pubblico televisivo che rivendicava la libertà (che ho chiamata pratica) di scelta per le sue serate: meglio più canali che meno canali, meglio più film con la pubblicità che meno film, decisi dalla Rai. Come ha raccontato Alberto Mingardi nel libro che abbiamo citato la sinistra ha combattuto (torna sempre il discorso dei Buoni e dei Cattivi) invece un’altra  battaglia: quella tra la nobiltà culturale del giornalismo, il prestigio della carta stampata e la volgarità della televisione, perchè l’intellighenzia di sinistra è stata sempre a favore del cinema contro la tv e a favore dei giornali contro i telegiornali. Oggi comunque, nel 2025, finalmente l’intellettuale italiano ha smesso di prendersela con la tv. Forse neanche Luciano Canfora la considera più una minaccia per la democrazia. Ora i nemici sono diventati i social.

“Per quasi trent’anni l’inesorabile declino del paese, più che al debito pubblico o alle mancate riforme, è stato attribuito al palinsesto Mediaset”, ricordava Francesco Mazza in un pezzo uscito su Linkiesta un po’ di anni fa, proprio quando il palinsesto Mediaset era innovativo, spregiudicato, avanti anni luce rispetto a quello che si faceva in Rai. Quel palinsesto che i referendum avrebbero voluto bloccare, limitare, controllare. Poi ci ha pensato la tecnologia. Il problema non si è più posto.

La televisione è uscita dalle nostre vite, di sicuro ha perso la sua vecchia centralità. Ma nel complesso, come ha scritto il prof. Aldo Grasso, “in essa si riflette il nostro paese”. Alla fine, il nostro paese si è deberlusconizzato da solo, con buona pace dei tanti libri di Travaglio o del film Il Caimano di Nanni Moretti. Eppure non siamo diventati migliori, e proprio questo dovrebbe farci riflettere che lo schema “Buoni vs Cattivi” non funziona in politica, non ha mai funzionato. Innanzitutto perchè nel mondo esiste il bianco, il nero ma c’è anche il grigio. E poi perchè è ormai ossessivo compulsivo questo schema in cui di continuo la sinistra deve combattere un nemico che attenta alla Libertà, da Tambroni a Meloni, senza riuscire (o voler) modernizzare un sistema (uno stato di diritto) di alternanza in cui le forze politiche siano avversarie e non nemici.