Bertinotti e Travaglio, riassunto di tutti i vizi della sinistra italiana

La sinistra italiana con tutti i suoi vizi non si può comprendere se nel 2025 non si focalizzano due figure “televisive”, Bertinotti e Travaglio, ai quali in tempi diversi è stata data enorme visibilità sulle tv per un evidente calcolo opportunistico. E’ quella che io definisco la pena del contrappasso dantesco della sinistra italiana: avendo sempre snobbato la televisione, sono state proprio le tv e alcuni personaggi onnipresenti ad aver agevolato (non determinato) sconfitte storiche. Bertinotti e Travaglio hanno qualcosa in comune, sono rivoluzionari da strapazzo. La differenza tra i riformisti e questi ultimi è la seguente: i primi scelgono sempre il male minore, i secondi sono per il tutto o niente. In generale la sinistra italiana cerca sempre di specchiarsi in qualche leader straniero (a seconda dei periodi americano, francese, inglese e a volte sudamericani, ora è lanciata sul modello spagnolo). Bertinotti e Travaglio restano invece due modelli doc dei quali abbiamo l’esclusiva come le tarantelle e la burrata.

Nota introduttiva I presidenti del Consiglio dei ministri italiani nel primo quarto di secolo, dal 2000 al 2025, sono stati: Giuliano Amato (2000-2001), Silvio Berlusconi (2001-2006, 2008-2011), Romano Prodi (2006-2008), Mario Monti (2011-2013), Enrico Letta (2013-2014), Matteo Renzi (2014-2016), Paolo Gentiloni (2016-2018), Giuseppe Conte (2018-2021), Mario Draghi (2021-2022) e Giorgia Meloni (2022-2025).

Date fondamentali: caduta del governo Prodi: 1998; antiberlusconismo (anni 1994/2011); trasmissione di Santoro “Servizio Pubblico” del 10 gennaio 2013 (v. spezzone su Youtube) quando Berlusconi pulì la sedia di Travaglio.

Di Bertinotti, Edmondo Berselli (1951-2010) scrisse:  «Comunista non è mai stato», socialista, sì. Sindacalista, soprattutto. Ma Bertinotti del vero comunista «non ne ha i tratti intellettuali e nemmeno le fattezze fisiche», e infatti a nessuno è mai venuto in mente di paragonarlo a un austero funzionario sovietico con giacca lisa e baffoni da apparato. Fausto no. Fausto portava il cachemire come altri portano la bandiera: con convinzione, con fierezza, con stile. Fino al suicidio politico, per pura coerenza, o per totale incapacità di comprendere il presente. E diciamola tutta: probabilmente senza Bertinotti non ci sarebbe stato il trionfo di Re Silvio, la sua definitiva ascesa al cielo dell’immortalità politica (La C news).

Fausto Bertinotti si può considerare una figura anomala e, proprio per questo, irriducibile, il ritratto perfetto del politico italiano della seconda repubblica con radici profonde nella prima, che non aveva capito nulla del profondo cambiamento del paese, ormai prossimo all’ avvento del caos politico, con il ritorno delle destre al potere. E così è stato, anche grazie all’inutile eleganza di Fausto.

L’ultimo custode di una sinistra intesa come gesto estetico oltre che etico, come dissenso più che governo. Lo si può rimproverare di molto, ma non di aver mai barato. Nemmeno quando, con passo leggero, fece crollare l’Ulivo, tra una citazione di Benjamin e una battuta su Warhol, continuando a restare se stesso, con sorprendente disinvoltura. Senza mai pentirsene. Un rivoluzionario da strapazzo è sempre massimalista, è sempre per il muoia Sansone…

Berselli lo capì prima di altri: Bertinotti non offriva soluzioni, ma «sapeva identificare con nettezza i punti di crisi». Era un osservatore partecipe, capace di cogliere la “sfasatura tra i modelli proposti e la realtà vera”, e di portare quella frizione dentro la politica, come una scintilla da far brillare. Arrivò alla presidenza della Camera, senza mai eguagliare la grandezza di Pietro Ingrao e l’eleganza e la severità della regina di Montecitorio, Nilde Iotti.

Il suo momento più celebre, e il suo vero e definitivo peccato mortale, resta la caduta del governo Prodi nel 1998. Il governo Prodi I, insediatosi nel maggio 1996, basava la sua maggioranza sulla coalizione dell’Ulivo e su un accordo di appoggio esterno con Rifondazione Comunista. Nel corso dell’approvazione della legge finanziaria, alcune divergenze portarono al ritiro dell’appoggio esterno aprendo una crisi di governo.

Un colpo di teatro che consegnò il Paese a Silvio Berlusconi su un piatto d’argento. Fu un atto di rigore ideologico o un errore strategico da manuale? Fu il tanto peggio tanto meglio.

In questi giorni si torna a parlare di Bertinotti, per il suo legame con uno dei più conosciuti banchieri italiani, morto nel 2015: Carlo D’Urso. Bertinotti e D’Urso, una stranissima coppia: il fondatore di Rifondazione comunista che entrava in politica dopo una vita passata nella Cgil e Carlo D’Urso, legato a Gianni Agnelli, amico di Henry Kissinger, con una storia di 25 anni nel cda di Lehman Brothers, che tutti ricorderanno quale simbolo della drammatica crisi globale del 2008. Due personalità così lontane, eppure così vicine, che finiscono per piacersi nell’affascinante Roma mondana e aristocratica (e, diciamolo, nera). Tanto diversi eppure tanto legati, fino al punto che nel suo testamento D’Urso fa un generoso dono a Bertinotti, consistente in 500 mila euro e un quadro di Mao Tse Tung firmato da Andy Warhol. Mentre un altro quadro, sempre di Andy Warhol, D’Urso glielo aveva regalato qualche anno prima. Oggi l’uomo che teorizzava l’anticapitalismo ha messo in vendita le due opere ricevute dal potente banchiere dicendo «Ho bisogno di soldi».

In fondo, il suo stile era la sua politica. Berselli lo scrisse con finezza: non era un “truce commissario” né un ideologo sepolto dalla storia, ma «l’esponente di un pensiero fondato sull’antagonismo sociale e politico» in un’epoca che cercava il consenso come moneta unica. Mentre la sinistra imparava a mediare, lui coltivava l’arte della distanza. Non voleva partecipare alla gestione del potere: voleva criticarne l’essenza.

(25/1/22, frasco) Ricordate ora questo sostantivo: antagonismo. E’ ciò che unisce Bertinotti e Travaglio. Il giornalista Travaglio e il suo metodo, come Bertinotti, non  si possono  comprendere senza approfondire un concetto che è l’ideologia. Ideologia non è solo l’essere marxisti o fascisti, ma qualcosa di più profondo. Nel pensiero sociologico, l’ideologia è, anche, ogni dottrina non scientifica che proceda con la sola documentazione intellettuale e senza soverchie esigenze di puntuali riscontri materiali, sostenuta per lo più da atteggiamenti emotivi e fideistici, e tale da riuscire veicolo di persuasione e propaganda. Il metodo Travaglio (potrei definirlo anche come il giochetto dei Buoni e dei Cattivi) appare evidente già con l’antiberlusconismo, quegli anni (1994/2011) in cui il Male Assoluto per la sinistra italiana era rappresentata dal Cavaliere salito al potere grazie alle sue tv, ai suoi soldi, e alla inettitudine dei D’Alema & C.. Non esistono i fatti ma solo le interpretazioni. Travaglio con i suoi libri fece le pulci al Male Assoluto fino a quando si tolse la maschera nella storica trasmissione di Michele Santoro Servizio Pubblico del 10 gennaio 2013 (guardate lo spezzone su Youtube) quando Berlusconi gli pulì la sedia. Travaglio quella sera deluse tutti, fece una figura della quale dovrebbe vergognarsi a vita, non fu nè convincente nè caustico. A quelle elezioni Pierluigi Bersani vinse per un soffio alla Camera e al Senato, ci fu la grande rimonta di Silvio Berlusconi e il boom di Beppe Grillo. Appare persuasivo che la rimonta Berlusconi la costruì con quella ospitata dove i due compari antagonisti fecero una magra figura. Il personaggio travaglino è questo, sproloquia da solo, per questo nei teatri riesce benissimo. Lui ha bisogno della platea dei fedeli (la messa cantata) e non tollera il contraddittorio. Dopo Berlusconi il suo male assoluto è diventato Draghi e il Campione del suo Cuore Giuseppi Conte, il quale ha odiato Draghi quanto e più di lui. Sul banchiere, sul quale non ci sono atti giudiziari processi o indagini della magistratura, Travaglio non ha potuto agire utilizzando documenti fornitigli da ambienti giudiziari, per cui ha combattuto il suo nemico attraverso vari trucchetti.

1. Il primo è quello abusato dagli sciocchi del “bicchiere mezzo vuoto“. La perfezione non è di questo mondo per cui qualsiasi nostra azione o decisione avrà un aspetto positivo e uno negativo. La lotta al nemico viene condotta dunque sottolineando soltanto la parte negativa. Oggi questo mezzuccio si definisce “narrazione”.

2. Il secondo trucchetto consiste nel non interpretare i fatti compiuti dal nemico ma nell’attribuirgli sempre e soltanto cattive intenzioni.

Federica Graziani e Luigi Manconi (Il Foglio, Contro il metodo Travaglio, 2018, v. questo blog) hanno il merito di aver meglio di tutti analizzato e smontato a pezzettini il metodo Travaglio. Nella scrittura e nell’oratoria di Travaglio, di tanti articoli del Fatto Quotidiano (non di tutti com’è ovvio), del Movimento 5 stelle e di tutta la sottocultura loro correlata, emergono due costanti, due tic, due veri e propri disturbi del linguaggio. Il primo: un vocabolario agonistico e aggressivo, militarizzato e bellico, dove ogni confronto porta a una resa dei conti e dove la sconfitta e la vittoria sono, in tutti i campi, un gioco a somma zero. Il secondo: un’idea di democrazia e di giustizia, molto – come dire? – violenta, dove le sole virtù apprezzate si basano sulla forza (certo, democratica), sulla coercizione (certo, legale), sulla repressione (certo, regolata). L’intera rappresentazione sociale, i suoi attori, le reti di relazioni, le forme di comunicazione, i prodotti culturali: tutto è descritto a tinte forti e a tratti ben marcati, tutto è pronunciato con toni vibranti, tutto si affida a gesti robusti, a conflitti brutali e a una lunga sequenza di categorie e di procedure simil-giudiziarie: imputazioni, chiamate in causa, colpe, responsabilità, prove, indizi, condanne, sentenze, sanzioni, castighi. Nel ritmo parossistico di una messa in stato d’accusa generalizzata, si alza il volume e si inaspriscono le pene. Si pubblicano editti e si annunciano misure repressive. E si agitano i castighi come corpi contundenti. Se non come strumento di purificazione, di emancipazione dal male, di lavacro. Più la pena è pena, più è capace di dare sofferenza e afflizione, più sarà in grado di svolgere una funzione salvifica.

Ci sarebbe un terzo personaggio in cerca d’autore da aggiungere ai due, Giuseppi Conte, ma per lui bastano poche righe. Un camaleonte con la volontà di riscossione animalesca del consenso, il daltonismo morale, la menzogna sistematica, l’istinto squadristico. La sua fortuna è stata di essere capo del governo nell’ora in cui si è aperta la più grande tragedia mondiale dopo la seconda guerra mondiale, la pandemia. Leggi Travaglio e capisci Conte.