UN GOVERNO DRAGHI PER LA RICOSTRUZIONE

Presidente del Consiglio: Mario Draghi
Ricostruzione, Innovazione tecnologica e Digitalizzazione: Vittorio Colao
Pubblica Amministrazione: Sabino Cassese
Affari Regionali e Autonomie: Giancarlo Giorgetti (Lega)
Politiche giovanili e Sport: Walter Veltroni
Esteri: Lucio Caracciolo
Interno: Luciana Lamorgese
Giustizia: Giuliano Pisapia
Difesa: Guido Crosetto (FdI)
Economia e Finanze: Lucrezia Reichlin
Sviluppo economico: Roberto Perotti
Politiche agricole alimentari, forestali : Donatella Manetti
Ambiente: Ermete Realacci
Infrastrutture e trasporti: Dario di Vico
Lavoro e politiche sociali: Tito Boeri
Università e ricerca: Nicola Rossi
Istruzione: Damiano Previtali
Beni e attività culturali e turismo: Oscar Farinetti
Salute: Andrea Crisanti

BOERI E PEROTTI (Repubblica, 4/6/2020) Dopo le 50 commissioni e task force messe in piedi in questi mesi, da mercoledì sappiamo che verranno convocati anche gli “stati generali”, per dare modo ai portatori di interesse di contribuire a decidere come spendere il fiume di denaro che nei prossimi quattro anni si riverserà sull’Italia. Come se sindacati e associazioni di categoria non avessero già ampiamente voce in capitolo. Non abbiamo certo la presunzione di fare noi una lista della spesa. Ci limitiamo ad alcune osservazioni di metodo.

Primo: il Commissario per l’Economia Gentiloni ha fatto presente che i piani nazionali vanno presentati a settembre, al massimo entro la prima settimana di ottobre. Più che convocare gli stati generali sarebbe opportuno che il governo si chiudesse in conclave: è giusto ascoltare, ma alla fine spetta al governo stabilire le priorità. Per farlo bisogna andare oltre l’approccio del “decreto rilancio” in cui il governo ha speso tanti soldi (siamo primi in Europa al pari con la Germania nell’ammontare della spesa pubblica per l’emergenza) reagendo a richieste e lamentele piuttosto che definendo una strategia.

Secondo: per spendere bene i soldi è necessario, banalmente, creare capacità di spesa. Come ampiamente provato dall’utilizzo mancato o, in alcuni casi, scellerato dei fondi strutturali, oggi l’Italia questa capacità non ce l’ha. A parte la spesa sociale, per spendere bisogna appaltare. E qui diventa fondamentale ridurre il numero delle centrali che definiscono e seguono le gare per gli appalti. Oggi ce ne sono quasi una ad ogni angolo di strada. Bisogna accentrarle a quel livello in cui è possibile raggiungere la massa critica di competenze che permette di disegnare in modo appropriato le gare. Si noti che questo accentramento non comporta affatto l’incremento della dimensione dei lotti, cosa che potrebbe impedire a molte piccole imprese di partecipare. La cosa importante è che siano lotti che funzionano anche da soli.

Terzo: è necessario andare oltre l’approccio puramente giuridico, che pensa di risolvere tutto scrivendo norme lunghissime con decine di rimandi. Occorre invece cimentarsi fin da subito con i tantissimi problemi di implementazione. Una volta definite le scelte strategiche ci si sieda al tavolo con le amministrazioni pubbliche coinvolte e con i rappresentanti delle categorie interessate e si passi al setaccio con metodo tutto ciò che potrebbe andare storto. Questo approccio pragmatico manca nella cultura di governo italiana, a tutti i livelli. E non deve coinvolgere solo i dirigenti, ma anche gli stessi politici.

Quarto: ora che ci sentiamo improvvisamente pieni di soldi, è facile cadere nella tentazione di “pensare in grande”. Noi crediamo che sia necessario esattamente l’opposto, “pensare in piccolo”. È importante resistere all’idea vetusta che l’economia riparta con il cemento e il ferro, con le grandi opere. È una idea che mette d’accordo tutti: costruttori e Confindustria, per ovvi motivi; i politici, aggrappati all’idea che si risolva tutto mettendo in mano ai disoccupati un badile, come ai tempi del New Deal di Roosevelt; e i tanti sovranisti nascosti nel profondo di ognuno di noi, per cui “si vive anche di simboli, anche se servono a poco o niente”, come il ponte sullo Stretto. Oggi questo rischio è ancora più forte di prima, perché non c’è più nemmeno bisogno di pensare seriamente ai costi e ai benefici: “Tanto i soldi ci sono”. Le grandi opere spesso sono inutili, talvolta addirittura dannose. Per l’ambiente e perché distolgono le risorse (mentali, prima che finanziarie) dalla risoluzione di problemi meno appariscenti ma più pervasivi: si pensi alla differenza tra la Tav Milano Roma, utilizzata da poche migliaia di persone, e lo stato pietoso in cui versano le linee dei pendolari, utilizzate da milioni di individui. Fare le grandi opere è facilissimo, ancor più ora che ci sono i soldi: basta lasciare fare tutto agli ingegneri e ai costruttori e poi tagliare il nastro.

Risolvere i mille problemi della nostra società richiede qualcosa di molto più raro: pensare alle soluzioni, composte da tanti piccoli interventi tra di loro coordinati. Per esempio: in un Paese dove in certe zone la disoccupazione giovanile raggiunge il 50 per cento, c’è bisogno, semplicemente, di tenere i ragazzi lontani dalle strade. Invece di grandi opere e Olimpiadi che durano quindici giorni e lasciano impianti giganteschi inutilizzabili, meglio costruire tanti campetti di calcio, di pallacanestro, da pallavolo e piscine (per i ragazzi non benestanti delle città italiane è difficilissimo frequentarne una). Non c’è bisogno di impianti faraonici con tribune che non verranno mai riempite; servono luoghi di aggregazione semplici, con poco cemento.

E serve l’impegno a mantenerli, per non farli diventare luoghi di degrado pochi mesi dopo il taglio del nastro. Anche questo crea occupazione, ed ha un effetto capillare sulla società che un’altra linea ad alta velocità non ha.

Ancora: è vero che l’Italia ha bisogno di mettere in sicurezza chi studia. Ma c’è modo e modo di farlo. Le nostre scuole sono spesso dei parallelepipedi di cemento senza luce, senza verde e senza palestra. Non c’è bisogno di abbruttirle con altro cemento: hanno bisogno di palestre e aule specializzate, e magari un po’ di verde ben tenuto, che mostri ai ragazzi l’importanza di prendersi cura del bene comune. Anche questo crea occupazione e ha un effetto capillare sulla società.

Quinto: non pensiamo solo a come spendere, ma soprattutto a cosa ci serve davvero fare. Molti interventi fondamentali hanno costi molto contenuti: si pensi alla riforma della giustizia, la cui lentezza mina i fondamenti stessi della società. Ma il rischio di avere tanti soldi da spendere in fretta è che si privilegi la ricerca frenetica di opportunità di spesa, e ci si dimentichi ancora l’oscuro lavoro di sedersi in una stanza per settimane e trovare soluzioni concrete e pragmatiche a problemi complicati e pressanti