CAPIRE L’ECONOMIA

FRANCESCO GRILLO SPIEGA LA SPESA PENSIONISTICA ITALIANA In Italia spendiamo quattro volte di più in pensioni che in ricerca e formazione, dagli asili alle università. Spendiamo in sussidi per chi, tecnicamente, è uscito dal mondo del lavoro, più di quattro volte quello che investiamo in quelli che si stanno preparando per entrarvi: è evidente che un Paese con questi numeri non ha futuro.

Il punto è che però di riforme delle pensioni ce ne sono state già sette in venticinque anni. Il primo a occuparsene fu Amato nel 1992 ma, secondo la nota che accompagna l’ultima finanziaria, solo nel 2040 la spesa in pensioni comincerà a ridursi. Continuiamo a spendere in previdenza più di chiunque altro in Europa; sei punti di Pil in più (equivalgono a un risparmio teorico di 90 miliardi di euro all’anno) rispetto alla Germania, che pure è il Paese con un welfare più sviluppato del nostro e una struttura demografica simile. È evidente che abbiamo sbagliato approccio. Che politicamente non ha prodotto nulla, ridurre una grande trasformazione a un triste scontro generazionale.

DINO PESOLE SPIEGA IL DEBITO PUBBLICO …Si dimentica però che da quando l’Italia è entrata nella moneta unica, il problema del suo debito pubblico (uno dei più alti al mondo) non è più soltanto italiano ma europeo, appunto. Vale allora la pena di riassumere i termini della questione.

Allo stato attuale il debito pubblico ammonta in valori assoluti a circa 2.300 miliardi, ma quel che conta è il rapporto del debito con la ricchezza prodotta dal Paese, vale a dire il Pil. Bene, siamo al 132,7 per cento. Per finanziare un debito di questa portata, che solo ora a fatica si va stabilizzando e dovrebbe da quest’anno avviare la sua lenta discesa, occorre impegnare 60 e i 70 miliardi di spesa per interessi. E’ quel che serve per finanziare con le emissioni di titoli di Stato le tranche di debito in scadenza. Ogni anno, il Tesoro emette titoli per circa 400 miliardi. I debiti vanno onorati, a qualsiasi livello, e non si può sperare che a farlo siano altri. Fondamentale è la fiducia, la reputazione (da qui l’allarme di Bruxelles…di Moscovici) perché è su questa variabile decisiva che si basano le decisioni di investitori italiani ed esteri, dei mercati finanziari e di quanti sottoscrivono i titoli del nostro debito pubblico. Siamo su un crinale stretto, non possiamo permetterci deviazioni significative dal sentiero tracciato (se pur con la flessibilità di cui abbiamo già fruito).

L’ALIBI DELL’EURO (da Repubblica, 10/1/2018)
Emanuele Felice
Ma davvero le difficoltà della nostra economia sono dovute all’euro? O non è questo piuttosto un grande alibi, per classi dirigenti pavide e un’opinione pubblica indolente? I cinquestelle hanno a lungo cavalcato una mitologia anti- euro ed è un bene che oggi abbiano dei ripensamenti. Ma bisognerebbe dire di più, anche da parte del centrosinistra: bisognerebbe avere il coraggio ( e l’intelligenza) di raccontare agli italiani chi sono i veri responsabili degli errori commessi sulla moneta unica e del pessimo andamento dell’economia italiana. E si vedrà che in molti casi essi sono gli stessi — la Lega in primis — che ora invocano l’uscita dall’euro.
Innanzitutto va chiarito che nelle negoziazioni per la moneta unica, condotte dal centrosinistra negli anni Novanta, non furono commessi errori. Al contrario. La chiave è la parità lira/ marco, fissata nell’autunno 1996, in occasione del rientro nello Sme: 990 lire per un marco, molto più vicina alla proposta italiana ( 1000- 1010 lire) che non a quella tedesco- olandese ( 925- 950); era superiore persino al cambio vigente ( 985 lire), benché avessimo tutti i saldi con l’estero in attivo. Difficile pensare che si potesse fare di meglio. Due anni dopo l’euro venne fissato a 1936,27 lire, corrispondenti esattamente a 989,999 lire per marco. Arrivare a 2000 lire era semplicemente impossibile: un mito, agitato per ignoranza o malafede.
Questo però è il meno. Il punto è la fiammata inflattiva che seguì l’introduzione dell’euro, nei primi mesi del 2002. Proprio al fine di evitare indebiti rialzi di prezzo, i precedenti governi di centrosinistra avevano predisposto le commissioni provinciali di controllo e il doppio prezzo, in lire e in euro. Ma poi il governo Berlusconi non attivò né l’uno né l’altro. Peggio. Praticò esso stesso il cambio fraudolento, un euro/ 1000 lire. E per decreto! Il 28 dicembre 2001, pochi giorni prima che l’euro diventasse moneta corrente, il ministero dell’Economia di Tremonti elevava la giocata minima del lotto e di altre scommesse da 1000 lire a un euro. È un episodio poco noto, ma rivelatore. I primi raddoppi dei prezzi furono sanciti proprio da coloro che invece avrebbero dovuto contrastarli. E che poi incolparono Prodi e Ciampi.
Da notare che i sostanziosi rincari del 2002 si tradussero in un massiccio trasferimento di risorse verso commercianti e professionisti, a danno di lavoratori dipendenti e pensionati. Oggi una malaugurata uscita dall’euro comporterebbe una nuova fiammata inflattiva, ancora a vantaggio di quei ceti e a danno di lavoratori dipendenti e pensionati — che così finirebbero salassati due volte.

Rimane il problema di fondo. L’Italia che non cresce. Il ventennio che inizia nel 1998 è in assoluto il peggiore, dall’Unità a oggi. Se però allarghiamo lo sguardo oltre i nostri confini, allora capiamo qualcosa delle vere motivazioni: l’Italia è l’ultima fra tutti i paesi dell’eurozona. Evidentemente il problema non è nella moneta comune, ma nei fondamentali della nostra economia: scarsi investimenti su scuola e innovazione, amministrazione e giustizia inefficienti, debito pubblico, familismo e clientelismo anche nelle imprese. Sono l’eredità del nostro vecchio modello di sviluppo, incentrato sulla triade inflazione- debito- svalutazione, e che cozza nel lungo periodo con le possibilità di restare un paese avanzato. Quel modello con l’entrata nell’euro non era più possibile, e per fortuna: si rendeva necessaria un’autentica « rivoluzione copernicana » , come scrisse Michele Salvati, rivoluzione difficile e dolorosa, però, sia per la classe politica che per una parte di quella imprenditoriale. Meglio dare la colpa alla moneta unica.


(ROBERTO PETRINI, Repubblica, 5/1/2018) Il nostro debito è al 130 per cento del Pil, esattamente il doppio di quello tedesco. Non ci siamo comportati molto saggiamente: nel 2007, prima che si scatenassero la crisi dei subprime e quella successiva in Europa, il nostro debito era appena sotto il 100 per cento del Pil, oggi siamo 30 punti sopra. Renzi, Letta e Gentiloni possono avanzare molti alibi ma quando si è inaugurata la legislatura il debito registrava quota 2.069 miliardi, ora è a 2.289 miliardi: è cresciuto del 10 per cento. Numeri che hanno un volto: salvataggi bancari, politica dei bonus, mancato contenimento della spesa pubblica.

Basti pensare che nel 2014 il Def, varato come al solito nell’aprile, si proponeva ambiziosamente di portare il surplus primario, cioè al netto della spesa per interessi, al 4,7 per cento nel 2017, invece è rimasto all’1,7 per cento: ovvero uno dei motori più efficaci per la riduzione del “fardello” si è inceppato, come si sono inceppate le politiche di “riposizionamento” della spesa pubblica, dalla spending review alle riduzione delle tax expenditures. In primavera la Commissione ci chiederà una manovra correttiva e probabilmente aprirà, come ha già messo in conto il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, una procedura d’infrazione.
L’anno è difficile: perché se è vero che l’uscita dal quantitative easing sarà graduale e che non tutti credono in un repentino strappo dei tassi, è vero anche che non si può escludere un rincaro del costo del denaro peraltro già avviato dalla Fed e dalla Bank of England. In tal caso la manna dei bassi tassi che oggi limitano la spesa per interessi dello Stato a 63,5 miliardi finirà e saranno guai seri.

I guardiani tornano a essere i mercati, assai attenti agli sviluppi politici e alla campagna elettorale italiana ricca di promesse di questi giorni. Basta un pretesto per farli scattare: il debito italiano è ancora per il 31,5 per cento in mani straniere.


(ARTICOLO DI PAOLO LEGRENZI-IL SOLE 24 ORE) Nel 1997, il “Financial Times” chiese a Richard Thaler (nella foto, economista-psicologo che ha vinto il Nobel 2017 per l’economia)  un articolo per fare il punto sui progressi delle ricerche psicologiche rispetto alle discipline economiche. Thaler propose allora di dedicare il pezzo ai risultati di un curioso esperimento, una sorta di gara in forma di quiz da proporre proprio sulle pagine del “Financial Times”. Con tanto di premio per i solutori del quiz. Chi, tra i lettori del giornale, avesse vinto individuando la risposta esatta avrebbe ricevuto due biglietti di prima classe andata e ritorno Londra-New York. Ecco il rompicapo: «Scegli un numero da 0 a 100 in modo da avvicinarti il più possibile ai due terzi della media dei numeri indicati dagli altri lettori». Sul giornale, veniva specificato che molti lettori avrebbero partecipato al gioco e ognuno avrebbe potuto avanzare la sua risposta.

Per aiutarvi a capire come funziona questo gioco, ipotizziamo che ci siano solo tre giocatori e che le loro risposte siano 20, 30 e 40. La media delle risposte è 30. Due terzi di 30 è 20. Ragion per cui il giocatore che ha scelto 20 può senz’altro essere proclamato vincitore. Ma il rompicapo era più complicato perché nessun sapeva le risposte degli altri concorrenti!

Provate ora a pensare che cosa voi avreste risposto. Consideriamo quello che potremmo chiamare il pensatore “zero”, cioè a livello zero per quanto riguarda il pensiero critico. Questo partecipante dirà: «Non so. Mi sembra un assurdo giochetto di matematica e a me i problemi di matematica non piacciono, soprattutto se si tratta di rompicapo. Penso che risponderei a casaccio».

Alcune persone che affrontano questo gioco agiscono proprio così, e spesso scelgono 50 perché è il numero a metà strada tra 0 e 100. Come si comporterà, invece, un giocatore di tipo 1, cioè al primo livello di pensiero? Dirà, tra sé e sé, qualcosa del genere: «Mi sembra che le persone con cui mi sono trovato a giocare non siano inclini a ragionarci su troppo. Sceglieranno un numero a caso, probabilmente 50. Perciò la mia risposta sarà 33, cioè due terzi di 50». Un giocatore di secondo livello penserà invece: «Molti partecipanti saranno di primo livello, e penseranno che gli altri giocatori siano simili a loro: quindi risponderanno 33. Se la maggioranza risponde 33, io sceglierò 22, cioè due terzi di 33». Ed ecco un ipotetico giocatore di terzo livello: «Molti giocatori capiranno la logica di questo rompicapo e risponderanno 22, ragion per cui io scelgo 15». E così via. Non c’è un punto in cui ha senso interrompere questa catena di ragionamenti che porta a numeri sempre più piccoli: dipende solo dal livello di pensiero che attribuite agli altri partecipanti al gioco.

Una buona domanda da porre potrebbe essere: «Che cosa farebbe un computer programmato per risolvere questo problema?». Non si fermerebbe mai, attraversando tutti i livelli di pensiero, fino ad arrivare allo zero, cioè alla fine della corsa. Non si curerebbe certo delle risposte altrui perché, per un computer programmato per rispondere con un algoritmo elementare, l’unica risposta razionale è zero. E tuttavia, se il computer giocasse contro uomini con un livello di pensiero più basso, perderebbe la partita. I concorrenti umani darebbero come risposte numeri più grandi di 0, e i due terzi della media si avvicinerebbero probabilmente più a una delle loro risposte che non a zero.

Qualcosa di simile è proprio ciò che accadde con il concorso indetto dal “Financial Times” quando Richard Thaler raccolse i dati del problema da lui brillantemente ideato e raccontato in “Misbehaving”, il suo saggio del 2015. Parteciparono lettori di tutti i tipi. E la risposta vincente fu 13. C’era chi, forse, aveva studiato logica o matematica, e rispose 0 (circa il 10% dei concorrenti). Ci furono poi molti 33 e 22, qualche 50 e pochi 100. È interessante notare che la maggioranza delle risposte indica chiaramente che le persone si cimentano nel gioco provando a riflettere. Pochi rispondono a caso, anche se non tutti si erano resi conto che la vittoria dipende dalle risposte altrui. La morale di Richard Thaler di fronte a questi risultati è che non è la “miglior risposta” in astratto quella che prevale, ma la scelta che tiene conto delle risposte degli altri concorrenti e della loro razionalità limitata. Questo esercizio contiene tutta la filosofia dei lavori di Thaler. Nella dedica del suo libro del 2015 mi invitava appunto a vivere tenendo conto delle imperfezioni altrui, quelle che una volta gli economisti ignoravano. Mis-behaving è un gioco di parole nel senso che allude non solo ai limiti del pensiero, come nel concorso del “Financial Times”, ma anche alle loro conseguenze nelle nostre decisioni pratiche.

Thaler ha cercato di spiegare come si possano sfruttare a fine di bene i vincoli della razionalità limitata, non ottimale, come quella del computer nel nostro esempio. Non si è limitato a spiegare questa razionalità limitata con l’azione di due sistemi, uno veloce e approssimativo, e uno più lento e preciso, come aveva fatto Daniel Kahneman, premio Nobel per l’Economia del 2002. Richard Thaler verrà per sempre ricordato per i suoi lavori sulle cosiddette “spintarelle gentili”, cioè sui modi per aiutare le persone a prendere “buone” decisioni. Insieme a Cass Sunstein ha scritto e attuato il programma di interventi “Nudge” (2008, traduzione Feltrinelli 2014), per l’appunto “spintarelle gentili”, aiuti cioè ad agire per il nostro bene e quello altrui anche con interventi di cui non tutti si rendono ben conto.

Per esempio, anni fa, milioni di dipendenti privati e pubblici statunitensi avevano scoperto che non c’era più bisogno di aderire a un piano pensionistico: l’iscrizione era diventata automatica. Era bastata questa semplice misura per aumentare del 30% la partecipazione di cittadini americani a piani previdenziali. Qualcosa del genere si è scoperto dopo che l’abbonamento Rai è stato incluso nelle bollette telefoniche: ora lo pagano persino persone che non hanno la Tv! Questo è andato a beneficio di chi non evadeva anche quando il versamento era volontario e quindi lasciato al buon comportamento dei cittadini. Oppure si possono progettare le mense scolastiche in modo che siano più evidenti e facilmente raggiungibili i cibi che fanno bene a un bambino.

Il numero di interventi è cresciuto a dismisura e ho commentato un bilancio dei primi successi su questo giornale (domenica 30 luglio 2017, “Come spingere a fare del bene”). Molti Paesi hanno istituito delle commissioni che ripulissero le leggi in modo da semplificarle tenendo conto dei limiti del pensiero umano, della pigrizia, dell’inerzia, e degli effetti di scelte non meditate e impulsive. E i risultati non hanno tardato a manifestarsi: dalla salute alle tasse, dalla formazione al risparmio di energia, dai comportamenti finanziari a quelli di risparmio e previdenziali. Un articolato programma di applicazioni dei meccanismi che allora erano sembrati a molti economisti soltanto dei giochetti da laboratorio privi di effetti nella vita reale.

In Thaler c’è sempre stata una vena vagamente polemica nei confronti degli economisti e ha detto che cercherà di spendere i soldi del Nobel nel modo più irrazionale possibile! E tuttavia nel finale di quello che è bilancio della sua vita, almeno fino alla pubblicazione di “Misbehaving”, Thaler conclude di essere del tutto ottimista sul futuro: «Quando tutti gli economisti incorporeranno le variabili rilevanti nel loro lavoro, anche se i modelli della razionalità assumono che siano irrilevanti, l’economia comportamentale scomparirà. Allora l’economia nel suo complesso sarà comportamentale come deve essere».


(10-10-2017) Il Nobel all’economista americano Richard Thaler per i suoi studi sull’economia comportamentale (la teoria del Nudge) mi rende felice. Mi colpì anni fa una sua affermazione secondo la quale noi individui scegliamo in modo irrazionale, al contrario di quel che sostengono i sostenitori del mercato. Il prezzo di mercato non è razionale (le conferme sono giornaliere, vi pare razionale comprare il calciatore Neymar a 800 milioni?). Allora perchè non aiutarci (nudging, spingendoci delicatamente) a scegliere in maniera virtuosa? Ecco allora alcune (delle tante) idee di Thaler messe in pratica “indirizzando” i comportamenti umani verso obiettivi positivi. Amsterdam ha migliorato (e di tanto) l’igiene nelle toilette pubbliche maschili stampando nella ceramica degli orinatoi una mosca nera. Che usata metodicamente come bersaglio dagli utenti ha ridotto dell’80% i danni collaterali. Bogotà ha tagliato incidenti e costi sanitari del traffico dipingendo sull’asfalto vivacissime strisce pedonali colorate che colpiscono (e rendono più prudenti) anche gli automobilisti più indisciplinati. Poi ci sono i buoni punti – spendibili nei negozi di quartiere – distribuiti in alcune aree di Londra per incentivare la raccolta differenziata (salita in effetti del 35%).Un “paternalismo liberale” lo definisce, che altri accusano di manipolazione. Ma i risultati della “spinta gentile” fanno sembrare gli avversari dei cocciuti ideologici (per una questione di principio). La stessa Banca mondiale (come le Nazioni Unite) applica da tempo la tecnica in diversi programmi: gli sprechi e la corruzione sanitaria in Nigeria sono crollati dopo che i medici più virtuosi e attenti alla registrazione delle spese sono stati premiati con attestati alla loro probità esposti negli ospedali. A Lamezia sono anni che invoco premi per chi conferisce i rifiuti, oppure le coibentazioni dei tetti – con grande risparmio energetico – attraverso una campagna che garantisca lo sgombero dei solai, una iattura per gli inquilini, a carico dei costruttori. Come dal 2010 ha fatto il governo inglese.