SCUOLE

MATURITA’ di ANDREA ICHINO (Corsera 28/11/2018) L’esame di maturità cambia ancora, purtroppo sempre in peggio. È un esame che dovrebbe consentire di confrontare tra loro gli studenti indipendentemente dalla scuola frequentata e separatamente per ciascuna delle materie. Così accade all’estero ma non in Italia. E non accadrà con la nuova maturità dalla quale il governo gialloverde ha rimosso, anche solo come requisito per l’ammissione, ogni prova Invalsi.Il motivo è chiaro: conquistare il supporto politico dei bacini d’utenza delle scuole italiane che, soprattutto al Sud, regalano i voti ai loro studenti. Non si capisce come mai non protestino gli elettori della Lega nel Nordest, i cui figli hanno i migliori risultati del Paese nelle prove standardizzate Invalsi e Pisa, ma voti di maturità mediamente inferiori a quelli dei ragazzi di altre regioni. La crescita, a cui il governo dice di essere interessato per risolvere il problema del debito, richiede anche una migliore allocazione del capitale umano tra i suoi diversi utilizzi. Un esame di maturità che non consenta di capire chi è veramente bravo e chi no in ciascuna materia non aiuta il Paese a crescere. Servirebbe invece un esame che, indipendentemente dal curriculum classico, scientifico o tecnico frequentato al Nord, al Centro o al Sud, assegni ad ogni studente un punteggio da 0 a 100 sulle sue competenze in matematica. Lo stesso per italiano, una lingua straniera e per ogni altra materia opzionale nella quale lo studente voglia dimostrare le sue capacità. Questo richiede che tutti gli studenti sostengano lo stesso esame, a seconda della materia, con domande a diverso contenuto di difficoltà. Quasi tutti risponderanno correttamente a quelle facili e solo alcuni a quelle difficili. Ma soprattutto è necessario che l’esame sia valutato con criteri uguali per tutti e non dagli insegnanti «interni». Un ulteriore vantaggio sarebbe di consentire alle università di usare questi risultati standardizzati per le ammissioni, invece di buttar via risorse per i test di ingresso. I corsi di laurea in matematica richiederebbero punteggi alti nelle materie scientifiche e meno alti in quelle umanistiche; viceversa i corsi dell’area umanistica. Se poi vogliamo aggiungere domande sulla Costituzione, nessuna obiezione: avremmo finalmente una misura attendibile di quanto sia davvero conosciuta nel Paese.

AGLI INCOMPETENTI POSSONO PIACERE LE COMPETENZE? Non c’è peggior sordo…Prendete un articolo apparso su La Tecnica della Scuola (Test e competenze sono i mali della scuola, di Lucio Ficara, 27/7/2018). Al Ficara consiglio la lettura di un pdf (vedi sotto) di Maurizio Tiriticco, del 2015. E’ facile, è in power point e ci sono pure le figurine. Lo capisce pure un bambino delle elementari. Siccome Ficara non è il solo che ancora nel 2018 contrappone “conoscenze” a “competenze” senza capire il significato dei 2 concetti, e siccome in Europa si insegna da decenni per competenze e noi italiani non siamo gli unici al mondo ad aver capito tutto della vita (Marchionne spiegava che siamo provinciali), prima di parlare e scrivere, studiate gente. E rendetevi conto che dal 2008 c’è l’EQF (Quadro europeo delle Qualifiche) dell’UE, approvato dal nostro paese nel 2012 (quando usciremo dall’UE ne faremo a meno). Leggete Tiriticco:

http://www.edscuola.eu/wordpress/wp-content/uploads/2015/03/FRASCATI.pdf

http://www.edscuola.eu/wordpress/wp-content/uploads/2018/11/La-Scuola-delle-Competenze.pdf


(INSEGNARE E APPRENDERE di stefano stefanel  9/11/2018)(…) Così si discute in maniera troppo superficiale e si individua nella “didattica per competenze”, che avrebbe soppiantato quella più “seria” di didattica di conoscenze e abilità, il capro espiatorio di un regresso della gioventù e della sua intellettualità. Publio Quintilio Varone nel 9 Dopo Cristo portò le armate romane di Ottaviano Augusto dentro la foresta di Teutenburg, nel nord della Germania. Entrò in quella foresta con ventimila uomini e un’enorme numero di carri ed animali. Pioveva, però, nella foresta e quando i germani di Harmin attaccarono i romani questi si trovarono impantanati e furono sterminati tutti. I carri non giravano e quindi ostruivano le vie di fuga, gli animali erano impauriti, i germani potevano attaccare un’armata sfiancata dentro un bosco e in mezzo alla pioggia, i soldati romani erano stanchi, bagnati, impauriti. Varo non era un grande generale, ma faceva parte di quella tradizione romana che nel 9 Dopo Cristo aveva le massime conoscenze e le massime abilità nell’arte della guerra. Perché allora Varo è andato ad infilarsi in quella foresta e dentro quel pantano? Perché i suoi generali non si sono ammutinati davanti all’inevitabile macello? In quella foresta non c’è stato il passaggio tra conoscenze e abilità e competenze: le conoscenze e le abilità sono rimaste nei campi di addestramento e nelle battaglie del passato in campo aperto e non si sono tramutate in quelle competenze che sarebbero servite per capire dove far confluire le conoscenze sulla guerra e le abilità per condurla. Sia la sconfitta dell’Invincibile Armada nella Manica, sia la disfatta di Kobarid (Caporetto per gli italiani, ma è da sempre un paesino sloveno) stanno sulla stessa linea di analisi: quando ci sono le conoscenze e le abilità e tutto si ferma lì, alla stanca teoria, che non fa il salto verso le competenze che ci fanno capaci di agire nelle situazioni più difficili, la catastrofe è a portata di mano. Io vivo nella paura di lavorare per studenti molto dotti che al momento di tramutare il sapere in competenze non lo sappiano fare e finiscano nella foresta di Teutenburg. Se invece si parlare tanto per parlare ci si provasse a interrogare su cosa sanno fare i nostri studenti durante e alla fine del ciclo degli studi e se si finisse finalmente di usare l’incredibile elogio dei nostri liceali per dimostrare che la scuola italiana funziona bene e quella dei Paesi Ocse che stanno sopra di noi nelle rilevazioni internazionali no, forse il dibattito sarebbe più equilibrato. I nostri liceali sono in genere tra i migliori studenti del mondo e i nostri laureati tengono alto il nome dell’Italia nel mondo (e infatti il nostro sistema non li sa trattenere e loro emigrano), ma la nostra scuola non è fatta solo di liceali, mentre la cultura di molti insegnanti è una cultura che vede liceo dappertutto, producendo solo dispersione. Il “disegno sadico” di cui parla Covacich sta qui: nell’uniformare quello che non si può uniformare, nel continuare a fare quello che don Milani ci ha detto, tanto tempo fa, di non fare: trattare i diversi da uguali. La nostra standardizzazione per classi e non per livelli, nemmeno nel triennio finale, ci porta ad essere l’unico sistema scolastico che porta le classi in quanto tali alla fine del percorso, lasciando a studenti e famiglie la scelta sul percorso, che monoliticamente è poi condizionato dalle classi di concorso. La tuttologia è una condizione dell’apprendimento primario, non di quello secondario, ma noi vogliamo tuttologi fino all’esame di stato: poi, a luglio, tutti specialisti. In questa follia pedagogica è entrata l’alternanza scuola lavoro, uno strumento di apertura che ha avuto luci e ombre nella sua attuazione, ma che ha introdotto un sistema formativo pratico e non solo teorico nell’ultimo triennio di studi liceali. L’attuale sgangherato dibatti sull’alternanza scuola lavoro invece di affrontare la questione con dati chiari la butta ancora una volta sull’ideologico, alterando il sistema durante il suo percorso processuale (una soluzione avvilente e assurda, perché ancora una volta scuole e studenti che hanno lavorato “secondo la legge” saranno penalizzati a favore di chi se ne è bellamente fregato). Ancora una volta ideologia, urla, striscioni di protesta, articolessepolitiche, ecc avranno il sopravvento su analisi, dati, verifica dei fattiL’alternanza scuola lavoro permette di verificare almeno un certo tipo di competenze, il disciplinarismo spinto invece riporta le lancette indietro e si scontra contro soggetti che non possono più essere tuttologi. La pedagogia e la cultura dovrebbero lavorare per ridurre lo spazio “oscuro” tra insegnamento e apprendimento, in modo che quello che viene insegnato venga anche appreso. I nostri buoni insegnanti spesso non sono interessati all’apprendimento, ma solo alla valutazione. La cosa sorprendente però è anche un’altra: oltre 600.000 insegnanti valutano i processi di apprendimento dei propri studenti, ma non hanno studiato come si valuta, perché nessun percorso prevede lo studio dei difficili meccanismi della valutazione. Gli insegnanti sono professionisti dell’insegnamento, se diventassero anche professionisti della valutazione forse lo spazio tra insegnamento e apprendimento diminuirebbe.


(SPRAY AL PEPERONCINO) 16/10/2018 Caos all’istituto Parentucelli-Arzelà di Sarzana dove sono stati evacuati 1500 studenti. Sul posto sono intervenuti il 118, i Vigili del Fuoco e i Carabinieri. Ventidue ragazzi sono stati portati al pronto soccorso. In base ai primi rilievi dei militari, pare che a causare i malesseri sia stato dello spray al peperoncino spruzzato in grande quantità all’interno di una quinta superiore. Nello scorso anno scolastico ci sono stati diversi casi simili in tutta Italia: solo nell’ultimo mese lo spray al peroncino – con conseguente evacuazione e intossicati –  è stato spruzzato in scuole di Palermo, Lodi e Mantova. Gli autori del gesto rischiano (ma quando mai!) una denuncia per interruzione di pubblico servizio e procurato allarme, oltreché per le eventuali lesioni che possono aver subito gli intossicati. Avevo segnalato la questione nel mio libro del 2014 “La fabbrica dei voti finti” . A pag. 123 parlavo della creolina, oggi sostituita da spray urticante.


(m. tiriticco: MISURAZIONE E VALUTAZIONE) Una sola osservazione: l’introduzione dei punteggi per la misurazione delle prove all’Esame di Stato, prevista dalla riforma del ‘97, aveva un significato preciso e intendeva operare un’innovazione profonda. Il docimologo sa che un punteggio è oggettivo e che una valutazione ha sempre un alto tasso di soggettività. Quando un insegnante consegna a un alunno un compito che ha valutato “quattro”, ma poi dice che non se lo sarebbe mai aspettato da uno studente bravo come lui, “lavora” su due livelli senza rendersene conto: ha misurato e ha valutato. La stessa cosa vale per un alunno che “ha preso otto” nel compito in classe, ma l’insegnante sospetta che abbia copiato: otto, esito di misurazione; copiatura, esito di valutazione.

Qualche annotazione docimologica

Introdurre allora il punteggio da uno a quindici per una prova scritta significava introdurre un puro criterio misurativo. Ma poi, quando nell’ordinanza ministeriale che regola ogni anno l’esame di Stato leggiamo che un punteggio di 10 su 15 equivale alla sufficienza, l’amministrazione crea una tremenda confusione, facendo “equivalere”, appunto, il punteggio al voto! Quando invece, nei fatti, un punteggio alto potrebbe essere valutato non sufficiente o viceversa, a seconda della tipologia del compito, dell’alunno e delle relazioni che sempre corrono con gli altri compiti e con gli altri alunni. In effetti ogni anno l’OM che regola gli esami di Stato puntualmente recita: “La commissione dispone di 15 punti massimi per la valutazione di ciascuna prova scritta per un totale di 45 punti; a ciascuna delle prove scritte giudicata sufficiente non può essere attribuito un punteggio inferiore a 10”. E la cosa non mi meraviglia più di tanto: in tutte le ordinanze che negli anni regolano la valutazione degli alunni non c’è mai un accenno al fatto che un conto è misurare una prova, altro conto è valutarla. Per non dire poi della valutazione dell’alunno, che è un altro conto ancora.

Ai nostri amici del Miur, che anno dopo anno scrivono di valutazione, suggerirei la lettura e lo studio di due testi, fondamentali per operare in materia. Sono testi di tanti anni fa, ma illuminanti fin dal titolo. Eccoli: Aldo Visalberghi, Misurazione e valutazione nel processo educativo, Milano, Edizioni di Comunità, del 1955; Mario Gattullo, Didattica e docimologia, misurazione e valutazione nella scuola, Roma, Armando, del 1967.


(DAVICO BONINO) “Oggi gli insegnanti, ovvio con le dovute eccezioni, sono degli impiegati, non gliene frega niente di niente e gli alunni non vedono l’ora che finisca la lezione» (Guido Davico Bonino, 80 anni, critico letterario; intervista al Corriere della sera, 7/10/2018)
 
 (ANDREA MARCOLONGO “IL GRECO CI INSEGNA IL MESTIERE DI VIVERE”) 
Andrea Marcolongo parla del greco come fosse una storia d’amore. Una storia iniziata sui banchi del liceo quando era un’adolescente e mai finita.
Il suo libro d’esordio La lingua geniale è un fenomeno editoriale: da quando è stato pubblicato due anni fa con l’editore Laterza, ha venduto più di 100 mila copie ed è stato tradotto in nove lingue.
«Sono partita da una domanda, mi sono chiesta: ma esattamente della grammatica greca cosa ho capito?», dice Marcolongo.
La lingua geniale (sottotitolo: 9 ragioni per amare il greco) è un saggio allegro ed erudito scritto in prima persona, come fosse il diario di bordo appassionato di una giovane viaggiatrice nell’antichità. Tra notazioni grammaticali e citazioni dai classici, straripa di vita: il libeccio, Livorno, la primavera a Sarajevo, dove la trentunenne Marcolongo oggi ha scelto di vivere, e dove il libro è nato: «Quei tre mesi trascorsi lì a scrivere sono stati i più felici della mia vita. Scrivere questo libro mi ha costretto a prendermi sul serio».
Oggi ha scritto un nuovo libro La misura eroica (Mondadori) ed è impegnata in un tour transcontinentale, insegna alla Scuola Holden e in un liceo di Nancy, e tiene un laboratorio di greco nell’università messicana Unam.
Prevedeva che il libro sarebbe diventato un bestseller?
«No, ma è questo il bello. Ero lì a Sarajevo e non avevo niente da perdere. Nessuno credeva in me, ero completamente libera».
Quando è scattato in lei l’amore per il greco?
«Ero una ragazzina di quattordici anni, mi è bastato vedere la prima parola scritta in greco. Mi ha aperto immediatamente un occhio interno, uno sguardo particolare sulla vita».
Per un’adolescente non è scontato questo invaghimento per una materia ostica.
«Quell’età è la fase più complicata della vita, è vero. Ero una ragazzina solitaria, frequentavo il liceo classico a Crema, il greco era il mio rifugio, il mio piccolo mondo antico. È stato lo stesso quando mi sono trasferita a studiare lettere antiche all’università di Milano.
Avevo appena perso mia madre, non sapevo più chi ero, dovevo recuperare il rapporto con il tempo».
Il primo capitolo del libro è proprio sulla diversa concezione del tempo nei greci.
«Studiando il greco, mi si è spalancato il mondo. Ho scoperto che si poteva ragionare sul come e non sul quando, perché esisteva una temporalità interiore, intima, in cui veniva a cadere la distinzione tra presente, passato e futuro. Per i greci è dal dolore che si apprende ad essere felici».
Cosa vuol dire essere felici per lei?
«Adoro le etimologie. Felice viene da felix che significa “essere fecondi”, “mettersi a frutto”.
Detesto le lamentele. Non è che non veda i problemi, la mia non è la felicità dell’idiota, ma vedo intorno a noi un senso di resa che non mi piace. I problemi si possono risolvere».
Crede serva anche a questo lo studio del greco? A cercare
nei testi antichi consigli per vivere?
«Citando Cesare Pavese, il classico insegna il mestiere di vivere. Non sono una paladina del liceo classico ma del classico. Oggi l’ignoranza è diventata un valore e tutto si misura in “utile” o “inutile”. Ma il sistema educativo non può essere basato sull’utilità, non deve servire a qualcosa ma a qualcuno.
Leggere Platone insegna un metodo logico che puoi portare con te là fuori nel mondo. Omero parla al presente, non ha scritto per trasmetterci la grammatica.
Leggendolo lo riportiamo in vita, lo mettiamo in dialogo con Virgilio, Dante, Virginia Woolf, Marguerite Yourcenar…».
E qui veniamo al dunque, la grammatica. Lei ci va giù dura, scrive che i nostri sistemi scolastici sono “i più retrogradi e ottusi del mondo”.
«È l’unica parte del libro che cambierei. Quando l’ho scritto non entravo in un liceo da dodici anni, ricordavo la scuola dei miei tempi, ma gli insegnanti che ho poi incontrato mi hanno fatto cambiare idea. E i miei ragazzi, che incontro da Machu Picchu alla Puglia, sono la mia forza».
I ragazzi del classico sono davvero diversi dagli altri?
«Spesso scelgono il classico contro il parere dei genitori, che magari gli dicono di studiare il cinese perché è più utile. Ma oggi rivendicare le proprie passioni è la cosa più rivoluzionaria che c’è».
Lei racconta anche le figuracce. Come quando in una versione sul “Ratto delle Sabine” tradusse “raptum” con “topo”.
«Sto collezionando tante confessioni. Un mio lettore mi ha raccontato di aver tradotto aper (cinghiale) con ape (ride)».
Il linguaggio si è banalizzato?

«Siamo diventati pigri. Crediamo che per essere semplici bisogna abbassare il livello. C’è tanta sciatteria. Invece, come dice Kavafis, i pensieri devono essere alti». (Raffaella De Santis, Repubblica, 28 sett 2018)


(ANDREA GAVOSTO) Le prime mosse del nuovo governo in campo scolastico sono rivolte a cancellare alcuni pezzi della Buona scuola. Fra questi, la ( limitata) possibilità del dirigente scolastico di scegliere i docenti che più servono al proprio istituto, l’alternanza scuola- lavoro e l’obbligo di partecipare ai test Invalsi per accedere all’esame di maturità, come ha spiegato il ministro Bussetti a RepubblicaTv. Benissimo, si dirà: la riforma del governo Renzi è impopolare fra i docenti, mal disegnata in origine, preoccupata soprattutto di assumere schiere di precari senza verificarne le competenze (ma in questo caso l’attuale governo non sembra cambiare rotta).

Le misure già prese e altre annunciate in Parlamento – come la completa eliminazione dei test Invalsi – fanno intravedere, tuttavia, un disegno più ampio: come se la maggioranza giallo- verde volesse progressivamente minare il modello di autonomia che ha guidato la scuola negli ultimi 20 anni, senza che però traspaia un’alternativa chiara e credibile. La scuola dell’autonomia, voluta da Luigi Berlinguer, prevede che gli istituti abbiano ampi margini di manovra sui contenuti e gli orari degli insegnamenti, superando la rigidità dei vecchi programmi ministeriali; la gestione delle risorse umane e finanziarie, con un ruolo rafforzato dei presidi; il rinnovamento della didattica; la risposta agli specifici bisogni dei territori. Così è, anche in modo più spinto, in molti paesi europei. L’autonomia deve però andare di pari passo con una seria rendicontazione dei risultati delle scuole al ministero e alle famiglie, a partire dagli apprendimenti: di qui la necessità di un sistema di valutazione, ancora inviso a molti docenti. Di una valutazione che confronti le scuole per sapere di ognuna a che livello si colloca e aiutarne il miglioramento. Va detto che, pur con alcuni successi, l’autonomia non ha raggiunto i suoi obiettivi. Oggi la scuola non è così diversa da 20 anni fa. È mancato il coraggio di spingersi fino in fondo e, alla fine, chi di fatto ha lasciato languire l’autonomia è la stessa sinistra riformista che l’aveva creata. In parte per motivi nobili, come il timore che accentui i divari fra scuole, già eccessivi nel nostro Paese, con il rischio che le migliori attraggano gli insegnanti e gli studenti più bravi, lasciando le altre in un circolo vizioso; in parte per motivi meno nobili, come la paura di scontentare gli insegnanti ( è successo comunque!), storicamente orientati a sinistra, ma spesso conservatori per quel che riguarda criteri di assunzione, orari di lavoro, restii ad accettare di non essere tutti egualmente bravi e motivati. Ma se la stagione dell’autonomia scolastica si sta esaurendo, qual è il modello di scuola del ” governo del cambiamento”? Non è affatto chiaro. Il M5S asseconda le pulsioni egualitarie dei docenti, sacrificando ogni possibilità di distinzione e carriera in base al merito, depotenziando il ruolo di presidi e valutazione. C’è forse nostalgia del centralismo, quando tutto era deciso dal ministero attraverso circolari e graduatorie? Oggi, però, non è pensabile governare così un sistema di un milione di insegnanti, 8 milioni di studenti e 80.000 scuole, con bisogni complessi e diversificati. E, davvero, sappiamo che fra i docenti «uno vale uno» non funziona. Nel Dna della Lega vi è invece la scuola delle regioni, alle quali trasferire tutte le competenze sull’istruzione. Contando su ampie risorse, Lombardia e Veneto sarebbero in grado di garantire risultati scolastici eccellenti e disegnare i sistemi più adatti alle esigenze di sviluppo locale. Ma le regioni del Sud, già oggi nelle ultime posizioni in Europa? Il rischio è che, lasciate da sole, sprofondino ancora di più, accentuando la frattura fra le due Italie. La scuola italiana è forse a un passaggio importante: da un modello incompiuto e probabilmente già esaurito a un altro i cui contorni ancora non si vedono, ma potrebbero svelare un ircocervo di visioni incompatibili e perciò irrealizzabili. Limitarsi a distruggere, senza riflettere su dove si vuole andare, sarebbe un rimedio peggiore del male.

Andrea Gavosto è direttore della Fondazione Agnelli (Repubblica, 14/9/2018)


MARKETING (20/9/18) Le scuole italiane si danno molto da fare per comunicare all’esterno “Qualità”. A caccia di iscrizioni, pensano che moltiplicando progetti & indirizzi (si chiama accumulo) si faranno largo tra i clienti. Sfugge alle scuole un semplice concetto che ci ricordano gli esperti di comunicazione. All’esterno si comunica sempre e solo sè stessi. Se una scuola, per fare un esempio, non riesce a comunicare bene al suo interno (se al suo interno c’è confusione o ci sono contrasti), cosa volete che riesca a comunicare all’esterno? 


GENITORI IMBIANCHINI (11/9/2018) La situazione italiana la si capisce soltanto dai piccoli particolari. Sul Corriere oggi alcuni genitori dell’IC Buenos Aires di Roma affermano che -non è stato facile avere il permesso per lavorare nella scuola, molti presidi temono problemi-. I genitori si offrono di pitturare le aule, di fare manutenzione, e i presidi cattivoni ostacolano. Ora immaginate, siamo in Italia, se un genitore facendo queste cose si facesse male. Oppure immaginate cosa succederebbe se mentre i genitori sono al lavoro arrivassero ispettori dell’Inail o dell’Asl. Che ne sappiamo noi, chiedete al preside, direbbero i genitori imbianchini. In quel momento il preside cattivone torna a fare il suo mestiere, il parafulmine. Tutto ciò che di brutto avviene in una scuola ha un solo unico responsabile. Nelle scuole è semplice, quando cadono i ponti un solo responsabile invece non c’è.


PERCHE’ A SCUOLA I TEST NON PIACCIONO (5/9/2018) «Nooo! Le crocette nooo!» Ventuno anni dopo il varo della «nuova» maturità (che chiudeva 28 anni di «fase sperimentale») e l’annuncio della introduzione subito contestata d’una prova a quiz, l’esame per valutare il livello generale della scuola italiana resta tabù. Niente test Invalsi, neanche quest’anno. Rinviato. A quando? Boh…» scrive Gian Antonio Stella sul Corriere di oggi. Arrivati nel 2018, dopo anni di polemiche e di sperimentazioni, la scuola militante una cosa sola l’ha capita. Quale? Il test Invalsi, a condizione che sia fatto seriamente, riporta fedelmente i livelli degli studenti presenti nelle classi. Se in una classe hai un solo bravo, uno solo ti risulterà. « Ma possiamo far risultare che nella mia classe siano tutti asinelli? Poi se la prendono con i professori». Insomma, solo i proff italiani (e alcuni intellettuali) il termometro-test non lo vogliono (nell’80% dei paesi del mondo viene usato). E non lo vogliono mai, stracciano le prove Invalsi ma anche le cd prove tra classi parallele (tutte le seconde, o le prime nella scuola media). I proff ragionano così: se la maggioranza dei miei alunni sono asinelli, la prova parallela deve essere facilissima, così tutti possono raggiungere la sufficienza. La prova viene tarata sulla classe, invece di far esattamente il contrario. Succede così che in una scuola, stabilita una prova parallela facilissima, avrà classi dove tutti prenderanno il massimo. Questo avviene perchè  nelle scuole le classi, essendo formate sulla base dei desiderata dei genitori, sono molto diverse tra di loro. I proff, invece di accettare questo dato oggettivo che concerne i livelli iniziali , lo temono e il loro compito diventa quello di fare i prestigiatori (far risultare che non ci sono asinelli) . Insomma, la contestazione politica ed intellettuale verso le prove oggettive nella scuola italiana dimostra la nostra predilezione per una scuola finta, come se accertare le situazioni di partenza e quelle di arrivo degli allievi fosse una discriminazione sociale. La scuola finta fornisce titoli finti e appiattisce le abilità degli allievi in un finto egualitarismo (la lezione di don Milani viene capovolta). Alla fine, agli Esami si regalano cento come noccioline e i vari assessori all’Istruzione li difendono pure questi risultati fasulli: la nostra regione annovera solo geni, fatevene una ragione. La scuola italiana cambierà davvero solo se agli insegnanti verrà lasciato l’insegnamento, e la valutazione verrà delegata ad una agenzia esterna indipendente (modello inglese). L’insegnamento tornerà ad essere il mezzo per superare le prove finali ed i migliori insegnanti emergeranno. Come si vede, il siamo tutti uguali anche se non lo siamo, nella versione italiana produce solo incompetenti. Ma a noi va bene così, però piangiamo quando i ponti crollano e non durano mille anni. Chi esce da una scuola così poi va a lavorare, ve ne rendete conto? Diventano ingegneri, medici, dirigenti, fasulli come i voti che gli abbiamo regalato. 


CURARE LA VOCAZIONE NON LA PASSIONE Le leggi non cambieranno nulla, i discorsi degli esperti di comunicazione dell’Eliseo saranno di scarso aiuto di fronte a questo dato di fatto: la grandezza di una nazione è data dalla vocazione dei suoi cittadini. Possiamo riempirci la bocca con l’economia digitale, ma un Paese ha e avrà sempre bisogno di ristoratori, meccanici, idraulici, elettricisti. Artigiani addestrati come si deve, amanti di un lavoro ben fatto, fieri di lavorare anche fuori orario per portare a termine un’opera. Artigiani che pagano tasse e contributi, mentre i colossi del Web vi si sottraggono. In Turenna, è un meccanico che racconta come accoglie i suoi apprendisti. «Diresti di essere qui per passione o per vocazione?». La maggior parte risponde: per passione. «Allora hai sbagliato indirizzo», gli risponde lui. «Il mio medico ha la passione delle macchine cui dedica il suo tempo libero. Ma non è il suo mestiere. È la vocazione che vi spingerà a chiedervi dove sia il guasto e a ripararlo a ogni costo». La distinzione è sottile, ma essenziale. In una società che attribuisce valore al piacere individuale, ognuno vuole coltivare la sua passione. La vocazione gode di cattiva stampa. La realizzazione di sé in un’opera, in un mestiere che per la gran parte consiste nel mettersi al servizio di un cliente per offrirgli la qualità migliore possibile, sembra ormai qualcosa di stravagante.(Natasha Polony, Repubblica)


LA VOLPE E L’UVA DEGLI ASPIRANTI PRESIDI Il concorso per dirigente scolastico è partito lunedì 23 con la preselezione. Si trattava di mettersi davanti al pc e di rispondere a 100 quesiti in 100 minuti. I candidati, alla fine, sono stati 24.082 (10.500 iscritti non si sono presentati) e, quindi, a questo primo turno è passato un aspirante su tre (8736). Questi ottomila dovranno scendere , dopo altre cinque prove, a 2.425.
Sono 189 i candidati (il 2,3 per cento) che hanno preso il punteggio massimo: 100. Il punteggio minimo per passare la preselezione è stato 71,7 (su cento). A me questa selezione sembra il meglio che si possa fare in Italia. Tento di spiegarmi. Nessuno oggi, vedendo i nomi degli 8.700 sul sito del Miur, può dire: tra di essi ci sono i racccomandati o i furbi. Di sicuro ci sono soltanto persone che si sono esercitate sui 4000 quesiti tra i quali sono stati estratti i 100 della prova. Però siccome siamo il paese della favola “la volpe e l’uva” di Esopo, gli esclusi (e i giornalisti) se la prendono con la prova “straordinariamente mnemonica”, o con la presenza di argomenti che ad un preside non devono interessare. Fermo restando che noi umani ancora non abbiamo raggiunto la perfezione in nessuna cosa o attività che abbiamo realizzato dalla preistoria ad oggi (ma ancora ci sono umani che non hanno capito il concetto), di una cosa soltanto siamo sicuri: che per esempio, il più giovane degli aspiranti presidi, Danilo Gatto, 28 anni, (ha preso 90,9),per superare la prova ha dovuto studiare. Vi sembra poco? Così come i quattro trentenni, i tre candidati promossi con 64 anni di età e gli undici di 63 anni. Tutti quelli che hanno tentato senza prima studiarsi bene la batteria dei quiz, state tranquillli, non ce l’hanno fatta. Non è una prova che statisticamente si supera con la fortuna. Tra di essi ci saranno pozzi di scienza, e persone che alla scuola italiana hanno dato tantissimo. Ma se uno si iscrive per partecipare ai 100 mt, non può poi lamentarsi e dire che lui era fortissimo nel lancio del peso. Magari in Italia tutte le selezioni per accedere nel pubblico si facessero così. Magari riuscissimo a valutare gli stessi studenti  senza discrezionalità ma costringendoli a studiare (non sfogliare) 4000 quesiti. Ma riuscite ad immaginare un mondo in cui un genitore non può dir nulla dinanzi la bocciatura del figlio che non ha superato la prova al pc su 100 quesiti? I quiz con le modalità esaminate in Italia non piacciono, e sapete perchè? Perchè eliminerebbero la raccomandazione.


TIRITICCO- A QUANDO UNA SCUOLA CHE NON BOCCIA?  Da “la Repubblica” di oggi 24 giugno: “Brutte pagelle – Due classi e zero promossi, la scuola più severa d’Italia – Livorno, gli scrutini alle superiori diventano un caso. Non riusciamo a farli studiare”. Ormai non mi meraviglio più! Sono anni che penso, dico e scrivo che il nostro sistema di istruzione (che – non dimentichiamolo – è per norma anche di formazione ed educazione), nonostante le numerose riforme che si sono avvicendate nel tempo, non si è mai discostato nettamente dal sistema creato dopo l’”Unità” e parzialmente riformato da Gentile nel lontano 1923! Per non dire poi della “riforma Bottai”, del 1940, e di quelle del periodo repubblicano. Per quanto attiene all’organizzazione delle nostre scuole, sono anni che intervengo e che disserto in primo luogo sulle cosiddette tre C! La Classe, la Cattedra e la Campanella! Basta cliccare “titriticcheide” sul web!

Ecco la prima C! Com’è noto, esiste la CLASSE d’età, che è rigidamente determinata. Penso soprattutto al ciclo 11/19 anni. A proposito: quanto dovremo aspettare per non trattenere più su banchi di scuola cittadini maggiorenni? Si tratta di un’organizzazione per “classe d’età” che pertanto vincola alla promozione o alla bocciatura. Ma che cosa significa “ripetere un anno”? Nessun vivente, dall’ameba alle piante e agli animali, crescendo, sviluppandosi e apprendendo, ripete un anno! Semmai ripete una determinata azione finché non ne sia padrone! Il cucciolo di leone va con la leonessa per imparare a cacciare! E impara, in tempi più o meno lunghi! Ripete determinate azioni, finché non ne è perfettamente padrone! Però non ripete un anno! Non può tornare ad essere “più cucciolo”! L’olimpionico ripete mille volte la sua performance, in uno o più giorni! Ma non aspetta un anno per farlo! La ripetizione rafforza, è vero! Ma non la ripetenza!

Noto anche cha il sostantivo ripetenza il correttore ortografico me lo sottolinea in rosso! Non esiste nel suo vocabolario! Esiste solo nel vocabolario delle nostre scuole! In effetti, la ripetenza che conosciamo noi in Italia è solo un’invenzione della scuola! E di altre! Lo so! Però è una ripetenza che, come abbiamo visto, non esiste né in natura né nel sociale! Ciò detto, per  evitare le inutili, se non dannose, ripetenze, la classe dovrebbe essere sostituita da gruppi di lavoro, anche intercambiabili: Pierino ha bisogno di più matematica; Gianni di più italiano. In altre parole: nel gruppo si studia, individualmente ed insieme; da quel gruppo eventualmente si esce per entrare in un altro gruppo per partecipare a date “lezioni” o a dati “compiti”. Ovviamente le lezioni non dovranno essere cattedratiche, ma condotte secondo una didattica laboratoriale. In effetti, anche nel “sociale”, con alcuni amici andiamo al cinema, con altri in pizzeria, con altri a teatro! Le scelte e le preferenze non sono eguali per tutti!

La seconda C è la CATTEDRA. Questa aveva un senso nelle scuole gesuitiche! Là dove il “verbo” erogato e trasmesso non si discute! L’abolizione della cattedra (e non solo della predella, o meglio della pedana, come recentemente ha sostenuto qualcuno) implica un’operazione assolutamente nuova: non è l’insegnante che va in un’aula, ma è un gruppo di studenti che, in dati orari e in ordine a date operazioni e finalità (un incontro di studio e di lavoro può richiedere un’ora, un altro tempi diversi) si reca in quell’aula, in quell’ambiente di lavoro, quindi in un’aula attrezzata per quella disciplina, in un’aula/laboratorio dove “si amministra” quella disciplina e non un’altra. E dove opera un insegnante! E non è detto che operi sempre da solo! Anni fa discutemmo a lungo (seminari e convegni) sulla compresenza, e l’attuammo anche! E discutemmo anche sulla necessità della pluridisciplinarità e della interdisciplinarità! Il fatto è che sono “cose” che la rigida divisione in “materie di studio” e in relativi tempi orari, regolati un tempo dai “programmi ministeriali”, oggi da “indicazioni nazionali” e “linee guida”, vanifica approcci pluri- ed interdisciplinari. In effetti, la “materia di studio” (dal mater dei latini: la corteccia di un albero) è l’adattamento di una “disciplina di ricerca” alle esigenze scolastiche. Per non dire poi che i tempi di lavoro degli insegnanti sono rigidi: il che non favorisce scelte di tempi diversi da quelli dettati dalla norma. So bene che gli articoli 4 e 5 del dpr 275/99, in forza dell’autonomia delle istituzioni scolastiche, invitano a scelte diversificate! Ma sono sempre molto difficili a realizzarsi.

La terza C è la CAMPANELLA. Chi mi può spiegare perché in un istituto scolastico di 300, 400 o più studenti, una famigerata campanella suona allo scadere di un tempo di studio (in genere un’ora) eguale per tutti? Come alunno e come insegnante, quante volte ho dovuto interrompere la “lezione” perché “suona la campanella”, o quante volte ho dovuto attendere perché ormai la “lezione” era di fatto terminata. Quella micidiale campanella, la pistola dello starter, che segna il tempo di partenza e il tempo di arrivo eguali per tutti! Insegnanti e studenti! Dell’intero istituto scolastico! Mille persone che entrano alle 8,30! Mille persone che escono alle 13,30! Poco più, poco meno!

Insomma, abbiamo una scuola organizzata come una fabbrica! E tayloristica, per di più! E a questo proposito mi sembra opportuno ricordare l’organizzazione rigida delle attività lavorative che il buon Taylor negli USA agli inizi del secolo scorso aveva pensato e progettato per le fabbriche di Ford! I principi ispiratori erano i seguenti: i comportamenti umani si fondano su basi di razionalità; è scarsa la capacità di agire in situazioni di gruppo e di responsabilità; vi è una propensione per i lavori semplici; occorre garantire l’efficienza produttiva; occorre anche un’incentivazione economica dei lavoratori; occorre puntare alla massimizzazione della produzione. Insomma, si delineava e si proponeva – e si realizzava – un’organizzazione del lavoro fondata su dei princìpi non a misura d’uomo, “alienanti”, per scomodare Marx! Princìpi che Gramsci analizza puntualmente e critica severamente in “Americanismo e fordismo”.

Ma non voglio tirarla troppo in lungo! Mi limito a ricordare che chi amministra e organizza le nostre scuole dovrebbe anche sapere che in altre fabbriche degli USA, in seguito ad una serie di ricerche che Elton Mayo condusse presso laWestern Electric Company di Hawthorne negli anni Venti, emerse che le operaie che lavoravano in condizioni migliori (sia come ambiente, sia dal punto di vista dei rapporti relazionali) producevano un rendimento nettamente maggiore. In altri termini, l’attenzione alle condizioni di vita e di lavoro degli operai consente anche un incremento delle loro potenzialità produttive! In seguito alle ricerche citate si giunse in seguito al superamento della tradizionale “catena di montaggio” ed alla istituzione delle cosiddette “isole di lavorazione”, nelle quali il lavoratore si vedeva maggiormente coinvolto, soprattutto in ordine alle sue competenze e responsabilità professionali. Si tratta di “cose” ormai datate, a fronte della rivoluzione che definirei permanente che le TIC (informatica, robotica ed altre diavolerie) sempre più rinnovate inducono nei processi lavorativi. Datate! Ma chi amministra le nostre scuole di organizzazione del lavoro ne mastica poco!

Termino qui, anche perché tematiche simili non sono di mia competenza! Mi preme soltanto sottolineare che, mentre nel mondo del lavoro si è giunti a modelli organizzativi finalizzati sia agli obiettivi di produzione che al rendimento degli operatori ed alla loro soddisfazione, nel mondo della nostra scuola nulla è cambiato in ordine all’organizzazione varata dalle leggi Coppino e Casati, ereditate per altro da quelle del Regno di Sardegna. Lo so! Ora abbiamo la 107! Ma quelle leggi di fatto sono ancora vigenti! E come!!! (da Edscuola.it)


LA SCUOLA DI GALLI DELLA LOGGIA (6/6/2018) E’ la seconda volta che il prof. Ernesto Galli della Loggia scrive sulla scuola italiana sul Corriere senza citare il mio libro “La fabbrica dei voti finti” (Armando editore) che gli regalai in occasione di una sua visita a Lamezia. Il 28 aprile 2017 scriveva “Le scuole italiane e il tabù della bocciatura” : “Quale affidamento possano dare in Italia i voti di diploma si capisce, del resto, considerando che nel 2016, per esempio, gli alunni promossi alla licenza in Puglia e Campania con il massimo dei voti sono stati più numerosi di quelli promossi con la stessa votazione in Lombardia, Piemonte, Veneto, Toscana ed Emilia messi insieme. In Italia, insomma, al momento degli scrutini, in una grande quantità di casi, probabilmente la maggioranza, non si valuta l’effettivo grado di apprendimento degli alunni. Si dà un voto che si può ben dire un voto politico. E si promuove.” (dati riportati a pag. 159 del mio libro ). Ieri poi ha scritto un articolo “Cattedre più alte per i docenti”, dove dice:  “Cancellazione di ogni misura legislativa o regolamentare che preveda un qualunque ruolo delle famiglie o di loro rappresentanze nell’istituzione scolastica. Dal momento che non ci sono rappresentanti dei pazienti nelle strutture ospedaliere, né degli automobilisti negli Uffici della motorizzazione, né dei contribuenti nell’Agenzia delle Entrate, non si vede perché debba fare eccezione la scuola. Si chiama demagogia: meglio farne a meno.” Lo stesso concetto è espresso a pag. 111 del mio libro, che scrissi nel 2014. Dal momento che quest’accenno alla governance di una scuola (consiglio di istituto) dove siedono i genitori, non è stato fatto in nessun altro libro pubblicato sulla scuola, il prof. Galli della Loggia non doveva citarmi, ci mancherebbe, ma almeno un bigliettino di apprezzamento…La gentilezza dopo l’euro l’abbiamo persa con la lira.


BONUS SCUOLA, MANCIA E MERITO (22/5/2018) La parola “merito” nella  scuola italiana è scandalosa e non può neppure essere pensata per applicarla poi a dirigenti, studenti e prof. Il fatto è che nella nostra scuola è stata da decenni realizzata l’unica forma di comunismo esistente al mondo (Marx non lo aveva previsto), per cui tutti sono uguali e pure liberi.  Lo confermano, da ultimi, i dati sul secondo anno di applicazione del bonus per gli insegnanti che Il Sole 24 ore ha  anticipato. In due anni l’importo totale è stato identico, 200 milioni, ma mentre il primo anno in media un prof premiato ha ricevuto 600 euro, nel secondo sono aumentati i prof premiati e l’importo medio è sceso a 207. Lordi. Con i grillini in vista, la “Buona Scuola” andrà in soffitta nel suo complesso. Niente più premi a nessuno, scuola sotto casa per tutti, precari assunti senza concorso, stipendi aumentati e direzione collegiale delle scuole. Il bonus dato a pioggia, 100 euro netti a tutti, è quanto il sindacato ha perseguito e realizzato. Il bonus- mancia è tipicamente italiano. Ai semafori e nelle scuole.

Adesso vediamo cos’è il merito. Dal 2008 un manager bresciano ma di origini calabrese, Vittorio Colao, ha diretto da Londra la Vodafone (quella dei cellulari) trasformandola in un colosso mondiale. Ad ottobre lascerà, dopo aver in dieci anni pagato agli azionisti qualcosa come 121 miliardi di euro di dividendi. Avete letto bene, 121 miliardi. Il suo successore lo ha già annunciato, sarà Nich Read, “l’unica persona che è riuscito a lavorare con me per dodici anni”. Non risulta che per succedere a Colao la Vodafone abbia consultato sindacati, comitati, lavoratori, utenti, nè di persona  nè online. Non hanno scelto il più anziano, o il più bello, o il più giovane. Lo ha scelto Colao per merito. Per individuare il suo successore Colao ha guardato la sua mitica agendina nera dove annota le cose più importanti che deve fare dalle 6 di mattina, orario in cui si alza. Si narra che prima di una riunione con dei manager abbia scritto sull’agendina “Ciao, come stai?”, per non dimenticare la prima cosa da fare appena entrato nella sala riunione. Il mondo reale (vi piaccia o no) è questo e funziona così. Ma la scuola italiana non fa parte di questo mondo. Avete presente quelli che sanno solo dire: non è un’azienda! Infatti non lo è, perchè un’azienda ha uno scopo da ottenere (altrimenti chiude e danneggia azionisti e lavoratori), mentre noi chiamiamo scuola una cosa che non produce nulla (apprendimenti) e come tutte le cose inutili si può solo guardare. Un pullover magari pagato poco che non usi te lo puoi solo guardare. Leggete “orizzontescuola” di ieri. Un esperto risponde alla domanda di una insegnante: devo venire a scuola sino a fine giugno? No, non devi, spiega l’esperto. Senza vergogna. Nel mondo di oggi, che è quello di Colao, un insegnante sta a casa tre mesi pagata. Il concetto, che sfugge all’esperto, concerne la cd “produttività del lavoro”. Dati Istat, a fine 2108: la produttività italiana crescerà dello 0,6%; Germania +1,3%; Francia + 1,2%. La scuola e tutta la PA abbassano la nostra produttività. Se non aumenti la produttività non puoi aumentare i salari, è chiaro.


LA SCUOLA APERTA: VENITE E FATE QUELLO CHE VOLETE (18/5/2018)  Con i primi caldi scoppia sui giornali (che non aspettano altro) la polemica su come ci si veste a scuola. La mia chiave di lettura è sempre la stessa. Se la scuola italiana fosse una cosa seria è chiaro a tutti che la scuola è la scuola, la spiaggia o il corso o la chiesa un’altra cosa. Ma la scuola italiana è altro rispetto a come viene descritta dagli struzzi, e quindi un preside serio che richiama tali concetti di buon senso viene sbeffeggiato dagli studenti. E ci sta. Ma poi ci sono gli adulti che in Italia vanno dietro agli studenti dandogli sempre e comunque ragione qualunque cosa facciano e dicano: i genitori, i politici, gli intellettuali, i giornalisti. Quindi, se fossi preside non porrei mai divieti di nessun tipo. Tana liberi tutti. Volete venire nudi alla meta? Prego, accomodatevi, il comune senso del pudore non esiste più. Una volta una mamma difendeva il figlio che in classe non si toglieva il berretto. Che male fa? mi chiese. Mi girai e la lasciai a darsi una risposta. Non si può fermare quello che sta arrivando (Cormac McCarty)

PS Nella scuola reale (non in quella immaginata dai giornali) le cose importanti da fare sono: impedire lo spaccio, escludere pusher, bulli, prepotenti, bocciare i non studenti. La scuola è fatta per gli studenti. Molti lo hanno dimenticato. Se in una chiesa durante una messa arrivano dieci persone che ruttano gridano e dicono parolacce, finanche Francesco sarebbe d’accordo prima nel cacciarli, poi nel parlargli. Quelli convenuti per pregare devono essere tutelati. Nella scuola italiana ci si occupa solo dei non studenti. La si chiama inclusione. Gli studenti stanno a guardare.


PAOLA MASTROCOLA: METTIAMOLI IN CASTIGO Scenetta n. 1 -Siamo in un bar molto elegante, un caffè storico nel centro di una grande città. Le cinque del pomeriggio. Entra una giovane coppia con bambino, sui quattro anni. Si siedono a un tavolino, sorridenti. Loro, si siedono, i genitori. Il bambino no. Il bambino si allunga, si sdraia, si divincola, si contorce, sul divanetto e poi per terra, dove comincia a strisciare, va sotto le sedie, ne esce, si mette a correre tra i carrelli, urla, saltella, sbraita. Mamma e papà si alzano a turno, cercando di riprenderlo, domarlo, acquietarlo. I due giovani genitori non riescono proprio: pur tentando in ogni modo, tenero e violento, mettendocela tutta, impegnandosi, falliscono miseramente. Alla fine accettano. Subiscono. Sopportano. In una parola, perdono la battaglia.  Scenetta n. 2– Una ragazza rumena fa la babysitter presso una famiglia e deve badare a due bambini, 2 e 5 anni. Sta coi bimbi otto ore al giorno, i genitori non ci sono mai perché lavorano entrambi. Lei fa tutto in casa, stira, pulisce, fa da mangiare e sta con i piccoli, gioca, li mette a dormire, dà loro da mangiare. Un inferno. Le chiedo se ha informato della situazione i genitori. Mi dice che lo sanno come sono i loro figli e le chiedono di aver pazienza; se lei raccontasse loro cosa succede veramente ogni giorno in casa, potrebbero dire che non è in grado di tenerli, e magari la licenzierebbero.  Scenetta n. 3– In pizzeria una sera come tante. Tavolata di amici quarantenni con figli, dai due ai dieci anni più o meno. Figli che disturbano, urlano, si agitano, schiamazzano, si alzano, corrono fuori, tornano dentro, si aggrappano alle vesti per chiedere, per avere, per tormentare. Solita scena di una sera al ristorante. Poi, di colpo, tutti i genitori tacitamente e “naturalmente” concordi piazzano un tablet ai loro pargoli. E tutto miracolosamente tace e s’acquieta. Regna di colpo una grande pace. E un silenzio ristoratore regna finalmente sovrano intorno a noi. Scenetta n. 4 – Fine degli anni ’70. Avevo poco vent’anni, più o meno, e cominciavo a fare le prime supplenze, un po’ ovunque: scuole medie, licei, istituti tecnici, in centro, in periferia, in provincia. Arrivo in una scuola media e, prima di entrare in aula, mi avvicina una bidella avvertendomi, con gentilezza e spavento: Guardi che l’ultima supplente l’hanno picchiata. Non ci possono credere, e mi tremano le gambe.  Scenetta n. 5– Mi danno un’ora di supplenza. In una quarta liceo, una classe non mia. Qual è il problema? È che appena entri nessuno ti vede. O meglio, tutti fanno finta di niente, manco ti considerano. Così tu hai la sensazione di non essere entrato, anzi, di non essere. Ma qui è chiaro: chi fa supplenza non ha potere. Chi non ha potere non viene rispettato, perché dovrebbe? Il rispetto in sé, gratuito, non esiste. Io ti rispetto per paura, per convenienza. Ti rispetto se sei il mio insegnante titolare, che alla fine dell’anno mi dà il voto. Se no niente perché tu non sei niente.  Scenette n. 6, 7, 8, 9…….E veniamo all’oggi. Al caso ormai noto del professore di Lucca. A cui se ne aggiungono infiniti altri: studente che minaccia la prof di scioglierla nell’acido, banchi scaraventati per aria, insulti, genitori che prendono a calci e pugni l’insegnante del figlio. E altro, non mi dilungo.

Ho inanellato questa serie di scenette, così diverse e lontane tra di loro, perché credo che siano invece straordinariamente legate, e unite da un parola cruciale: autorità. È questo che non tolleriamo più, da una sessantina d’anni. Per ragioni ideologiche (l’autorità non è democratica, discrimina, colloca qualcuno in basso e qualcuno in alto). Ma anche per ragioni più esterne che attengono a quel che chiamiamo progresso: perché viviamo immersi nei social, in questo universo della rete che ci attrae in modo esorbitante e morboso.  Visto che abbiamo in odio qualsiasi forma di autorità, e anche la parola stessa, abbiamo smesso di educare. Educazione e autorità mi sembrano piuttosto legate. Abbiamo smesso di educare quando abbiamo rifiutato, consapevolmente e deliberatamente, il concetto di autorità. Abbiamo fermamente voluto, deciso, e perseguito con grande determinazione, questa dismissione dell’autorità. A partire dagli auctores in senso letterale: via gli autori grandi del passato, i classici e ogni ipse dixit, conta l’ultimo libro pubblicato, l’ultimo messaggino su twitter. Parità. Uguaglianza. Democrazia. Certo, nei casi di bullismo tra ragazzi emerge anche il non rispetto dell’altro, l’assenza di ogni limite, il narcisistico parossismo dell’apparire e dell’occupare la scena del mondo, ad ogni costo. Ma il bullismo verso gli insegnanti è altro. È oltraggio all’autorità.  Abbiamo permesso che i nostri figli non obbediscano. Che i nostri studenti non studino (anzi, abbiamo persino smesso di dare ordini e di imporre doveri, così non c’è problema). Non solo non educhiamo. Abbiamo anche permesso che i media e i social dominino le nostre vite. E tutto questo inizia dall’inizio, questo è il punto: inizia quando un bambino nasce. Il punto cruciale è la famiglia, siamo noi, che oggi siamo gli adulti. Siamo noi che permettiamo che i figli ci saltino in testa mentre ceniamo, parlino mentre stiamo parlando noi, urlino, distruggano oggetti, insultino la madre, il padre e la babysitter, non facciano i compiti, copino dai compagni, non aprano un libro, non si alzino per far sedere un anziano, non salutino il vicino di casa in ascensore. Siamo noi che li promuoviamo anche se non studiano, che permettiamo che facciano il chiasso più inverosimile in classe mentre stiamo facendo lezione. noi siamo i primi a non essere rispettosi di noi.  Perché abbiamo permesso tutto questo?  Credo che sia perché ci fa comodo. Per quieto vivere. Ma ancor di più per lieto vivere: goderci la vita, prenderci i nostri piaceri in santa pace. Edonismo. Troppa fatica educare, pretendere, rimproverare, punire. Le conseguenze di tutto ciò le abbiamo chiamate “bullismo”. Non dovremmo stupirci se uno studente prende a testate con tanto di casco da moto indosso un prof. Quel che sta succedendo è molto semplice: quei ragazzi non educati ora rivolgono la loro non-educazione contro di noi. Siamo noi le vittime. Ma siamo stai noi i carnefici, noi che li abbiamo privati di regole e valori, di divieti e limiti.  E ora non possiamo che tacere. Il professore di Lucca che non dice, non denuncia, occulta il fatto di cui è è vittima, la dice lunga. Silenzio. E non è nemmeno il silenzio degli innocenti, perché noi non siamo innocenti.

Siamo noi che abbiamo creato il “bullismo”. E ora ci inventiamo i modi per combatterlo. Geniale. Corsi. Convegni. Petizioni. Piattaforme dove lanciamo s.o.s. Petizioni. Centri anti-bullismo, associazioni, portali. Parliamo, discutiamo nei talk show. Auspichiamo leggi, provvedimenti ministeriali (da una ministra che sta rendendo obbligatorio l’uso dei telefonini in classe come strumento didattico?). E non basta, facciamo ancora di più: ne parliamo a iosa! Occupiamo i giornali e i telegiornali, i siti, twittiamo e condividiamo, moltiplicando così a dismisura la notizia, espandendola all’infinito.  Allora, già che tutto è video, vorrei vedere non solo il video dei ragazzi che oltraggiano un professore, ma anche il video in cui si prendono le loro responsabilità, rendono conto e chiedono scusa. E pagano per quel che hanno commesso. Pubblicamente, davanti a tutti. Se ogni cosa dev’essere mediatica, lo sia anche la sanzione, non solo l’ingiuria. Non occhio per occhio, dente per dente. Ma video per video. E poi, anche, vorrei questo: tacere. Fare un po’ di silenzio. Passare sotto silenzio, invece di amplificare. Se uno su cento oltraggia un prof, non facciamone il protagonista, l’eroe da imitare. Ci sono gli altri 99.

MIO COMMENTO –  L’articolo (da IlSole24ore 1/5/2018) era più lungo, l’ho ridotto ma conservandone, spero, l’immensa lucidità.

“…è un ragionamento lineare”; “Ad una certa età si diventa lineari” (dialogo tratto da Non è un paese per vecchi, film dei f.lli Coen)


DAVIGO SULLA SCUOLA (5/5/2018) Il magistrato di Cassazione Piercamillo Davigo ha raccontato a “Presa Diretta” (3/5/2018) la sua visita in una scuola di adolescenti in America. Gli spiegano che ad ogni studente davano il compito di scrivere a casa un saggio in soli cinque minuti e di portare a scuola ciò che erano riusciti a scrivere. Ogni studente si atteneva all’indicazione senza bleffare. Davigo si dimostrò piuttosto scettico sul racconto e allora gli spiegarono le 3 ragioni dei comportamenti virtuosi degli studenti. 1) Non c’era il valore legale del titolo di studio, per cui più apprendi a scuola meglio è per trovare un lavoro dopo; 2) La scuola era competitiva per cui nessun studente si sognava di far copiare un altro; 3) L’esame finale si svolgeva nella scuola del grado superiore dove ti volevi iscrivere, per cui gli insegnanti ti preparavano per superare quell’esame. Davigo ha aggiunto che questa terza ragione gli sembra la decisiva. ( le 3 ragioni sono argomentate sul mio LA FABBRICA DEI VOTI FINTI, Armando editore)


COME TI SMONTO IL BONUS PER IL MERITO (25 apr 2018) Leggendo il nuovo contratto dei prof, ci si fa un’idea di “come” debba funzionare il “sistema” attraverso procedure cervellotiche. L’Italia  è una società estrattiva, che favorisce la rendita e scoraggia il merito, il successo dei figli dipende da quello dei genitori (Emanuele Felice). Perciò non occorre consentire al dirigente scolastico (così come a chiunque) di attribuire un bonus ai docenti meritevoli. Incredibile ma vero, quelli che lamentano carte e riunioni e burocrazia, sono tutti indaffarati ad aumentarle. Dunque hanno inventato una complicata procedura che provo a riassumere. Per attribuire mettiamo 200 euro lordi (una miseria) all’ottimo prof. Rossi, nella scuola occorrono ben due (2) riunioni preliminari per stabilire i cd “criteri” ai quali il ds si deve attenere. I criteri sono due binari sui quali procedere. Il comitato di valutazione stabilisce i criteri per la valutazione (I riunione). Poi  (riunione n. 2) le Rsu con il ds stabiliscono i criteri per l’ammontare dei compensi, il quantum. Le Rsu (cioè i sindacati) vogliono che il bonus sia una semplice distribuzione di briciole di cui non si accorge nessuno. Pertanto, una semplice intesa sindacale tra componenti del comitato di valutazione e Rsu, può rendere l’attribuzione del bonus inutile e a pioggia, rendendo il diritto del dirigente di individuare i docenti meritevoli semplice tempo perso. Siccome infine nelle rsu può essere eletto finanche il dsga, quest’ultimo quelle piccole somme le paga quando vuole lui, magari prendendosela comoda. Pochi soldi, maledetti e tardi. In Italia diceva Flaiano che due punti non si congiungono con una linea retta, ma con un ghirigoro.


CATASTROFISTI CONTRO ILLUSIONISTI (22/4/2018) “Salviamo la scuola italiana. E salviamola anche dai (nostri) pregiudizi secondo cui la scuola fa schifo, i docenti sono pessimi e gli studenti (a parte i nostri figli) maleducati e violenti. Non è così. Basta andare a vedere. Seguire qualche lezione, parlare con gli insegnanti, entrare in una scuola elementare, in una media o in un liceo: conoscere, vedere e ascoltare. E non sto parlando delle cosiddette «eccellenze». Sto parlando delle scuole pubbliche delle periferie cittadine, del Nord, del Centro e del Sud. Per favore, salviamo la scuola dal nostro catastrofismo e dal sistematico tentativo di affossarla perpetrato dai vari governi, ciascuno con la propria riforma miracolosa“. (Paolo Di Stefano, Corsera). Ai tanti Di Stefano vorrei dire: giusto, andiamo a vedere scuola per scuola. L’istituto tecnico  finito sui giornali per quei suoi studenti terribili ora puniti con la bocciatura – ecco cosa non ha capito Michele Serra- era ed è considerato una delle migliori scuole di Lucca. Ma anche una buona scuola può avere pessimi studenti e pessimi docenti. Occorre essere realisti, valutare tutti e premiare i migliori, presidi, docenti, studenti. I peggiori così si daranno una mossa. Peccato che sia l’unica cosa che in Italia non si può fare davvero, fingendo di esser tutti uguali come se vivessimo in una società comunista.


PERCHE’ QUEL DOCENTE NON REAGISCE? (20 apr 2018) Aprile 2018, si discute sui media di violenza a scuola. Il fenomeno italiano in crescita lo avevo segnalato già quattro anni fa, guardando a quello che stava succedendo negli Usa, in Gran Bretagna, Francia o Slovacchia dove, per capirci, quasi il 50% dei docenti subisce violenze da studenti o genitori. Antonio Polito (sul Corriere) si chiede perchè quel prof così intimidito dallo studente non reagisce (v. video di Lucca). E giù parole e parole sull’emergenza educativa, regole, autorità, etica, smartphone e così via. La mia risposta a quella domanda è quella di un sempliciotto che però sa di cosa parla avendo osservato il fenomeno da vicino. La cosa più difficile per un qualsiasi professore è saper tenere la classe. Una cosa è il cattedratico universitario che fa lezione a clienti che poi devono sostenere l’esame con lui, un’altra il prof che tenta di farsi ascoltare da troppi studenti costretti a scuola controvoglia e sicuri di essere promossi a prescindere. Tu puoi essere un pozzo di scienza ma entrare nella gabbia per domare i leoni non è la stessa cosa che essere un bravo etologo. Tanto più che, fuor di metafora, davanti nella gabbia non ti trovi animali ma adolescenti che stanno costruendo il proprio ego. E il prof non sa nulla di adolescenti, di psicologia, magari di figli e in cuor suo avrebbe desiderato lavorare chiuso in una stanza da solo senza vedere mai nessuno. PS: in un altro articolo il prof. Rossi-Doria dice quello che io ho ripetuto per 42 anni di scuola: io sono per il ripristino del limite. Ogni cerchio si deve spezzare in un punto. Il problema principale in campo educativo sono i doveri non i diritti.


LA SCUOLA VERA E QUELLA DI FLORIS (18/4/2018) Tre notizie di scuola oggi sui giornali. (1) A Lucca in un istituto tecnico un prof è filmato mentre viene bullizzato da uno studente che pretende il 6, gridando “Chi è che comanda? Si inginocchi” (sulla Stampa e sul Giornale, o Dagospia); (2) a Milano  sospesi 12 liceali di primo liceo scientifico per aver diffuso un video di una tredicenne che si spoglia (sul Corsera: faranno nientepopodimenoche 10 giorni di lavori utili!); (3) infine ancora sul Corriere Ferruccio de Bortoli presenta il nuovo libro di Giovanni Floris (diMartedì), “Ultimo banco”. Trigliceridi  fuori controllo per tutto lo zucchero con il quale Floris descrive la scuola italiana (“gli esempi positivi sono straordinari”). Siamo alle solite. Le prime due notizie sono fatti che rappresentano la normalità quotidiana della scuola italiana. Ma i commentatori preferiscono pensare che siano eccezioni. Questa pia illusione è il vero dramma della società italiana. (Chi non mi crede guardi il video: https://www.orizzontescuola.it/minacce-a-professore-finite-su-youtube-tre-indagati-ecco-il-video/)


I DEPORTATI (14/4/2018) Vi è mai capitato che ad un concerto di musica classica i vostri vicini di posto chiacchierino tra di loro, oppure che in un teatro o al cinema altri spettatori annoiati disturbino? In questi casi uno si chiede: ma che sono venuti a fare? Tutto ciò mi torna in mente ogni volta che incontro “i deportati”, vale a dire scolaresche costrette ad assistere ad un convegno. Per quale ragione deportiamo gli studenti, facendo continuare la lezione frontale fuori dalla scuola? La leva obbligatoria dei convegni non finisce mai. Ci si illude, forse, oso sperare che sia così, che sostituendo il prof. Pincopallo con un premio Nobel, si possa ottenere ascolto dai ragazzi. Ma non è così, è la lezione frontale come strumento didattico che ha fatto il suo tempo, come se uno oggi in medicina invece dell’artroscopia intendesse continuare ad adoprare il tradizionale metodo chirurgico con il bisturi. Ascoltavo al Salone del Rosario lo storico dell’arte Stefano Zuffi illustrare quel prodigio del Codex Purpureus, manoscritto onciale greco del VI secolo, conservato nel Museo diocesano di Rossano, una meraviglia importante quanto i Bronzi di Riace. E pensavo a quanto inutile fosse il suo accorato appello alla “narrazione” degli spettatori: studenti e cittadini che siete qui, fatevi apostoli di cotanta bellezza, tramandatela e diffondetela per amare e far amare la nostra Calabria. La diffusione-trasmissione della cultura non passa più dalla convegnistica così come non passa più dalla scuola, e forse solo i programmi di Alberto Angela possono emozionare qualcuno. Ma non perché adopera il mezzo tv. No, semplicemente perché nessuno di noi è deportato, costretto, precettato, obbligato. Ciascuno di noi col telecomando in mano sceglie se vedere Angela oppure altro. Perché  non liberiamo finalmente gli studenti? Che studi soltanto chi vuole. La mia è una posizione correttamente “populista” a difesa degli studenti. Il populista rappresenta «il popolo» come virtuoso e fondamentalmente omogeneo; si presenta come difensore della sovranità popolare, in opposizione al potere delle élite; e si autodefinisce in opposizione all’establishment politico, che accusa di agire contro l’interesse del popolo.


LA LEGGE 104 NEGATA SOLO AI POVERI CRISTI (6/4/2018) La legge 104 è un privilegio regalato (?) da medici compiacenti meridionali. Una vergogna che va avanti da troppo tempo, perchè ne usufruiscono persone che non ne hanno diritto e viene negata a poveri cristi senza Santi. Grazie a tale privilegio c’è il prof che ogni mese si gioca il jolly (e nessuno può impedirglielo) dei suoi 3 giorni di permesso a ridosso di festività, ponti o eliminando i giorni di lavoro più pesanti. A casa grazie a Dio ha un vecchio genitore autosufficiente la cui unica malattia è la vecchiaia. Sulla carta risulta che con amore filiale lo accudisce. Sento ogni giorno parlare di lotta alla corruzione. Sacrosanto. Di lotta alla mafia. Sacrosanto. Ma il 79,5 di docenti spostati dal Nord al Sud grazie alla L. 104 mentre nel Nord Ovest è stata del 2,3% e nel Nord Est dell’1,8%, come lo consideriamo? Un dato normale, trascurabile. Oppure un dato che fa parte del familismo amorale della società italiana, esteso ad ogni livello sino al punto che non ci facciamo più caso? Se nel 2017/18 un maestro su 5 si è avvalso della precedenza per assistenza a familiari con disabilità; se i giorni di permesso per la L.104 nel pubblico sono 6 (media pro-capite) contro 1,5 nel privato, con un costo ombra stimabile in oltre un miliardo di euro, non vi pare che la lotta alla corruzione e alla mafia andrebbe accompagnata da un deciso contrasto a tali pratiche truffaldine? Dirò di più. Mentre fare la guerra ai mafiosi (basta guardare la tv) è impegnativo e costoso, anche in termini di vite umane sacrificate, fare la guerra ai furbi dovrebbe essere più semplice. Ammesso che i furbi siano considerati per quello che sono realmente: un pericolo per la comunità sociale. La diseguaglianza sociale di cui tanti in questo periodo parlano passa anche attraverso la differenza tra il truffatore e l’onesto. Il truffatore in Italia ha la precedenza. Se poi è anche cretino, nessuna carica gli è preclusa