FILM

F.lli Coen, Christopher Nolan e Carlo Carlei

NOTA BENE Non sono un critico cinematografico, ma uno spettatore senza tessere omaggio che per vedere film deve fare talvolta centinaia di km. Uno come tanti con le sue predilezioni.  I miei gusti osservo solo che sono stati, dal 2017, assunti finalmente dalle giurie della Mostra del cinema di Venezia. In quell’anno vinse “La forma dell’acqua” di Guillermo del Toro; nel 2018 “Roma” di Alfonso Cuaron; nel 2019 “Joker” di Todd Philips. Film di autore ma anche popolari. Prima, alla Mostra il Leone d’Oro andava a film che nessuno ha visto nelle sale: (2015) “Un piccione seduto su un ramo” di Roy Andresson; (2016) “Donna che se ne è andata” di Lav Diaz, filippino.

I 10 FILM DELLA MIA VITA

  • (in ordine di uscita) La finestra sul cortile, di Alfred Hitchcock, 1954
  • I soliti ignoti, di Mario Monicelli, 1958
  • I quattrocento colpi, di Francois Truffaut, 1959
  • Arancia meccanica, di Stanley Kubrick, 1971
  • Ultimo tango a Parigi, di Bernardo Bertolucci, 1972
  • Allonsanfàn, di Paolo e Vittorio Taviani, 1974
  • I predatori dell’arca perduta, di Steven Spielberg, 1981
  • C’era una volta in America, di Sergio Leone, 1984
  • Fargo, di Joel ed Ethan Coen, 1996
  • Kill Bill, di Quentin Tarantino, 2003

E GLI ALTRI 10 NEL CUORE

  • Totò Peppino e la malafemmina, di Camillo Mastrocinque, 1956
  • La grande guerra, di Mario Monicelli, 1959
  • La dolce vita, di Federico Fellini, 1960
  • Divorzio all’italiana, di Pietro Germi, 1961
  • I mostri, di Dino Risi, 1963
  • Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, di Elio Petri, 1970
  • La terrazza, di Ettore Scola, 1980
  • Et l’extra-terrestre, di Steven Spielberg, 1982
  • Il grande freddo, di Lawrence Kasdan, 1983
  • Ritorno al futuro, di Robert Zemeckis, 1985
Alfonso Cuaron, fuori classifica

FILM IN ORDINE ALFABETICO

A CASA TUTTI BENE 2018 di Gabriele Muccino. Mi scuso ma un film con (i soliti noti) Stefano Accorsi, Sabrina Impacciatore, Massimo Ghini, Stefania Sandrelli, Sanremo Favino , Occhiaie Crescentini, e soprattutto Giulia Michelini, Tea Falco e Claudia Gerini, sono riuscito, su Netflix, a vederlo per 15 minuti. C’è un limite a tutto.

A CIAMBRA (2017) Jonas  Carpignano, 33 anni, grazie a Martin Scorsese, segue con la macchina a spalla Pio, 14 anni, rom della comunità stanziale denominata “A Ciambra” a Gioia Tauro. Beve, fuma e si fa ben volere da un giovane ghanese. Quando il fratello Cosimo e il padre vengono arrestati, tocca a Pio rubare per portare a casa qualche soldo per far vivere la numerosa famiglia. La realtà rom che a Lamezia e in molte città conosciamo bene, viene raccontata con tanti primi piani, e così emerge la realtà di una comunità che deve sottostare agli italiani (mafiosi) che li sfruttano, e nello stesso tempo deve rubare ai cittadini incolpevoli. Il film si segue bene, De Sica, Rossellini e Zavattini lo amerebbero, ma i capolavori sono altri.

AD ASTRA (2019) di James Gray. Brad Pitt produce questo film di fantascienza e lo affida a Gray ( di cui si ricorda Little Odessa e Two Lovers). Ma l’unico che poteva migliorarlo era magari Denis Villeneuve (quello di Arrival). Una prima parte con un pò di azione e l’ultima con troppi pensieri e psicanalisi, pure troppa per i miei gusti 

AMMORE E MALAVITA (2017) Questo musical-sceneggiata dei Manetti Bros è piaciuto molto a Venezia, a critici e pubblico (3,5/5). Come un mio carissimo amico che in anni lontani quando gli chiedevi se gli era piaciuto un film rispondeva “carino”, e mai diede un giudizio superiore, mi attesto sul carino. C’è troppa televisione in questo ambizioso film, dal commissario Coliandro di Morelli alla attrice-ballerina “Non è la Rai” Claudia Gerini, alle coreografie stile X Factor dell’onnipresente Luca Tommassini. I critici si sa non vedono tv e quindi non sanno di cosa sto parlando, così un grandioso Carlo Buccirosso tiene il film che dovrebbe essere una parodia della serie “Gomorra” annegata nella sceneggiata napoletana. Se è un musical e lo è, almeno una canzone dei musicisti Pivio & Aldo De Scalzi dovrebbe rimanerti in testa.”Da Scampia a Posillipo, passando per il rione Sanità e il porto di Pozzuoli, Napoli nel film dei Manetti agisce come un’amante: stordisce e innamora”, si scrive in una recensione. Sarà, ma trattasi pur sempre di canzonette, cantava un altro napoletano doc.

ANIMALI NOTTURNI  (2016) è il secondo film dello stilista Tom Ford, voto 8,5. Ho molto amato questo film intelligente e con una fotografia spettacolosa, nella notte del Texas. Amy Adams è Susan Morrow, una gallerista affermata, la quale riceve dall’ex-marito Edward, che non vede né sente da circa 20 anni, un manoscritto di un romanzo appena finito, che le ha dedicato. Approfittando di un week-end in cui resta sola (l’attuale marito Walker infatti si è allontanato apparentemente per lavoro, ma in realtà per tradirla) la donna si dedica alla lettura del libro, che si intitola Animali notturni, proprio come lei veniva definita dall’ex-marito, che la chiamava così per il fatto che non riusciva quasi mai a dormire di notte. Il racconto nel racconto è un thriller violento che la coinvolge sin da subito e in cui non fatica a ritrovarsi, vedendo nei protagonisti le proiezioni di sé stessa, di Edward e della famiglia che ella gli negò, separandosi. Susan con la sua vita piatta che scivola sulla superficie delle opere che espone, si ritrova a rivivere un matrimonio  con la consapevolezza del dolore inflitto al coniuge. Un thriller coniugale nella cornice dell’arte contemporanea, è stato definito, una parabola crudele sul matrimonio. Ma la bravura di Ford sta nell’affrontare insieme il linguaggio letterario (il romanzo di Edward) e quello cinematografico.

ARRIVAL (2016) Dodici navi aliene sono arrivate sulla terra in attesa di contatto. Una linguista straordinaria, Louise, è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite  e  comunicare con gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma per dialogare occorre inventare un alfabeto comune. Louise Banks sa fare il suo lavoro, ma è anche una madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Però quello che crede la fine è invece un inizio. Fuori intanto  le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno. Il regista canadese Denis Villeneuve (1967, 3 ottobre, bilancia) confeziona un dramma fantascientifico dove ho sentito Spielberg, perché noi umani abbiamo la necessità di trovare un modo di comunicare, tra di noi e con l’ignoto. Tutto curatissimo. Voto 9.

ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS (2017) Chi ha già visto l’adattamento di Sidney Lumet o avesse letto il libro della Christie questo film può aspettare di vederlo in tv. Un film giallo di cui si conosce il finale è adatto ai critici non al pubblico. Kenneth Branagh, attore e regista britannico di solide tradizioni teatrali, produce (con Ridley Scott), dirige ed interpreta Hercule Poirot, il grande investigatore belga. Sul treno diretto da Istanbul a Calais tredici passeggeri si ritrovano intrappolati a causa di una valanga e di un omicidio. Branagh, per evitare di far sentire noi spettatori prigionieri dentro gli scompartimenti ed i corridoi, si sbizzarrisce in panoramiche dall’alto e appena può fa correre la camera fuori del treno a prendere boccate di aria e neve. Tutto il ricco cast, da Judy Dench alla Pfeiffer a Jonny Depp alla Penelope Cruz, sarà stato pagato poco per le tre battute che dicono a testa. Tra giusto e sbagliato questo film è solo inutile, tranne che per l’incredibile eclettismo di Branagh, capace di trattare qualsiasi genere.

ATOMICA BIONDA (2017) “Atomic blonde” in italiano non diventa “Bionda atomica” per conservare il gioco di parole ma “Atomica bionda”: ecco lo stato del nostro doppiaggio. In una Berlino 1989 dove il muro sta per cadere, la migliore spia inglese Lorraine viene mandata per recuperare una lista e scoprire un doppiogiochista. Due ore di 007 al femminile con una Charlize Theron impegnata dopo un lungo addestramento in fantastiche scene d’azione senza perdere un grammo del suo fascino. Ma anche una spy story raccontata con un lungo flashback in un interrogatorio reso dalla bionda al suo capo e ad un rappresentante della Cia. Diretto dall’americano ex stuntman David Leitch, con una bellissima fotografia e scenografia, lo consiglio a chi ama la Theron o le spie inglesi. Quando in un film si fuma dall’inizio alla fine trattasi di spie e russi, pertanto la recitazione di James McAvoy con sigaretta in bocca succhiata è ormai l’approccio Stanislavskij al tabacco.

AVENGERS-ENDGAME (2019) di Joe e Antony Russo. Questo film di tre ore a me è piaciuto moltissimo, però avevo visto un film precedente della saga e il penultimo (Infinity War). Per capirci, mi è piaciuto più di “Avatar”. E’ la fine di un ciclo lungo 22 film, iniziato nel 2012 con Joss Whedon, con rimandi e omaggi ai film precedenti. Eros vs Thànathos. Il nemico è Thanos  che possiede le sei gemme dell’infinito, i protagonisti sono la bionda Capitan Marvel e il gruppo di Avengers. Essi intendono recuperare le gemme per riportare in vita la metà dell’umanità che il cattivo ha, a caso, liquidato. Per lo scopo debbono ritornare nel passato (ricordate Ritorno al futuro di Zemeckis?), solo che, come si spiega bene nel film, Zemeckis con la macchina del tempo l’aveva fatta troppo semplice. I supereroi Marvel, La Vedova Nera, Iron Man, Thor, Hulk, Capitan America e Occhio di Falco, devono riscattarsi  per non vivere più con il rimorso del fallimento, e per questo sono disposti a tutto. Un film che per un’ora e mezzo non ha azione ma molti bellissimi dialoghi, con Thor ormai diventato un comico e personaggi pieni di sentimenti, ricordi, tristezze, messi di fronte all’ineluttabilità della morte e alla necessità del sacrificio. Poi certo c’è la guerra finale ma alla fine, tornando a casa, restano le emozioni  per supereroi che piangono e ridono come noi, dopo un viaggio nella storia del cinema e nel mondo dell’epica. Una ultima osservazione. I due registi sono geniali (sangue italiano, metà siciliani metà abruzzesi) e veder recitare bene in un film come questo Robert Downey Jr., Chris Evans, Mark Ruffallo, Chris Hemsworth, Scarlett Johansson, è un loro merito. Bravissimo Josh Brolin che interpreta Thanos. Imperdibile film per chi ama il cinema e non ha ancora attaccato il cuore al chiodo. Infinity Saga.

BABY DRIVER- IL GENIO DELLA FUGA (2017) Edgar Wright (1974) è un regista britannico che ha costruito questo film sulla musica. L’idea è stata quella di immaginare un giovanotto quasi muto che dopo un incidente ha l’acufene, un ronzio nell’orecchio, e quindi ascolta canzoni di continuo. Obbligato a ripagare un debito facendo l’autista ad una banda di rapinatori, sogna di fuggire dalla sua vita guidando con una ragazza per raggiungere la felicità. Wright, come Guy Richie, sbalordisce per suoni montaggio e azione, racconta la storia come un musical, ma si perde nel finale. Per noi poveri italiani ascoltare sempre Jamie Foxx doppiato da Pino Insegno è una punizione, rivedere Jon Hamm (Mad Men) tirato a lucido è un piacere. 6,5

BLADE RUNNER 2049 (2017) Il cult movie di Ridley Scott (flop del 1982) aveva una storia semplice, alla Rambo, la caccia del Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford) ai replicanti (soggetti non umani, programmati per una vita breve, 4 anni, lavoratori e schiavi ideali.  Non hanno sogni o ricordi propri e autentici, la memoria è creata artificialmente). Ma Deckard s’innamora di Rachael, replicante inconsapevole, e la protegge. Deckard è scomparso e, nel dubbio che anche lui fosse in realtà non umano, gli si dà la caccia. In questo sequel, 30 anni dopo, la caccia ai nuovi replicanti la esegue  l’agente K (che è Ryan Gosling). “Blade Runner” (con tutte le sue diverse versioni distribuite)  aveva una storia semplice ma era una sorta di film psichedelico con luci che vanno e vengono. C’era buio, disordine, sporcizia. La stessa atmosfera la ritroviamo nel sequel di Denis Villeneuve (1967), e quasi le stesse domande: io chi sono davvero? E potrò mai esserne certo?  La fantascienza può piacere o no, ma in questa versione c’è la tecnologia dei giorni nostri e quindi scenografia e design, fotografia e musica, restituiscono al cinema ciò che solo in una sala cinematografica si può celebrare in un rito collettivo. La stupenda assistente personale domestica (Ama de Armas) per esempio è  lo sviluppo digitale del personaggio visto in Her di Spike Jonse. Villeneuve è un meraviglioso artista canadese, così eclettico che ha fatto film di generi diversi (da Sicario a Enemy, da La donna che canta a Arrival), ma in tutti si occupa di una cosa sola, i sentimenti. L’uomo senza memoria, sogni, ricordi, non è più umano. La perdita della memoria (privata e collettiva) è la tragedia che stiamo vivendo. Per capirci, se nel 2017 uno si scaglia contro gli ebrei, i migranti e si proclama nazista, non stiamo parlando di perdita della memoria e quindi dei sentimenti? Ci sono in giro tanti replicanti, senza saperlo, e non è fantascienza.

BOB E MARYS (2018) di Francesco Prisco, con Rocco Papaleo e Laura Morante. Film (per) napoletano dove la risata non è contemplata affinchè non appaia una commedia ma una seria inchiesta sociologica. Papaleo recita come se fosse in teatro sbiascicando le parole, la Morante è in forma, anche fisica. Massimiliano Gallo fa Massimilano Gallo. Inutile come i fiori finti

C’ERA UNA VOLTA…A HOLLYWOOD (2019) di Quentin Tarantino. Los Angeles del 1969 in questo film si vede senza effetti digitali (il film è girato con la pellicola), con le sue stradone, cadillac, insegne e salite. Tarantino e le sue musiche, citazioni, riferimenti: si ama o si scansa; se il film dura 161 minuti io non me ne sono accorto. Tre personaggi a tutto tondo per Di Caprio, Brad Pitt e Margot Robbie: Leonardo DiCaprio è Rick Dalton, un attore che aveva avuto successo in passato e che ora si arrabatta tra una serie tv western e l’altra per cercare di restare in qualche modo rilevante, e per permettersi la casa con piscina a Cielo Drive, a Hollywood. Brad Pitt è Cliff Booth, il suo stuntman, ma anche il suo autista, tuttofare e galoppino personale. E’ buono come il pane ma forse in passato ha ucciso la moglie. La Robbie è la vicina di casa, Sharon Tate, moglie di Roman Polansky che nel 1969 aveva diretto Rosemary Baby ed era diventato famoso. Ci sono poi gli hippie, la family di Charles Manson, tanti altri attori dell’epoca, gli spaghetti western e tanti spezzoni di film. Viaggi in auto e sigarette che si accendono, spengono e succhiano mentre Tarantino imbastisce i suoi dialoghi e racconta le sue storie. Anche se la prima parte, quando deve introdurre i personaggi, mi è sembrata sgangherata e un pò documentaristica, il film cresce sino ad avviluppare lo spettatore. In fondo Tarantino è un grande perchè è una piovra che ti toglie il fiato. Qui arriva sino all’8 agosto 1969 in cui quell’Hollywood finì. Colonna sonora rigorosamente di quegli anni, con i miei adorati “Mamas & papas” e la favolosa “Out of time” degli Stones (1966).

5 E’ IL NUMERO PERFETTO (2019) di Igort. Vedibile questa prima volta al cinema dell’autore di graphic-novel Igor Tuveri. Non mi avventuro nella  distinzione (fatta da Servillo) tra i termini graphic novel e fumetto, che pensavo appartenessero ad un unico genere. Il film è pieno di inquadrature da fumetto, in una Napoli piovosa e buia. La mia massima è sempre stata “L’autore è uno che non lo lascia a vedere”, come Truffaut, mentre questo film al contrario dovrebbe cominciare con l’avvertenza “State per vedere un film d’Autore”. Il problema maggiore ce l’ha Servillo, il quale dopo il Jep Gambardella de “La grande bellezza” che commentava tutto non può ripetersi parlando troppo. Prendete la rivelazione finale, che bisogno c’è, al cinema, dopo averla vista, di farla commentare dal protagonista come succede in un romanzo?

CHIAMAMI COL TUO NOME (2018) Di Luca Guadagnino (1971) avevo visto “Io sono l’amore” (2009) e così ritrovo in questo suo ultimo film ancora una ricca famiglia lombarda, stavolta di intellettuali che parlano molteplici lingue. Il loro “piccino” 17enne in un’estate di vacanza, Elio, grazie all’arrivo di un ospite americano, Oliver, scopre un amore che lo squarcia. Guadagnino confeziona la sceneggiatura di James Ivory in luoghi come al solito incantevoli, vicino il lago di Garda, e la natura, di cui siamo parte, accende tutti i sensi. Si va in bicicletta, siamo nell’83, fanno capolino Grillo (ancora e solo in tv) e Craxi, ma la politica e la società sono lontani,  nella villa incantata Elio (un grande Thimothée Chalamet ) ascolta discorsi alti, suona il pianoforte, legge tanti libri ascoltando musica e si abbandona all’imprevisto. Guadagnino adora Bertolucci, si sa, talvolta diventa decadente quanto Visconti, ma sa come raccontare storie, anzi le valorizza con il suo coraggio e il suo tocco. Il desiderio, i sensi, sono potenti, magari il tollerante discorso finale del padre poteva essere meno invadente, meno suggello del tutto. Guadagnino, per chi non lo sapesse, in Italia era passato inosservato, i suoi riconoscimenti arrivano dall’America. Per qualcuno è un motivo per snobbarlo ancor di più.

COCO (2017) La Pixar, nata dalla Lucas film poi passata a Steve Jobs e ora Disney, dopo il terzo capitolo di Toy story nel 2010, con il regista Lee Unkrich e il co-autore Adrian Molina ha lavorato sulla storia del dodicenne Miguel, figlio di calzolai, cui è proibito far musica a causa delle malefatte di un antenato musicista. Quando però, nel Giorno dei Morti, Miguel si ritrova a suonare la chitarra del defunto Ernesto de la Cruz, viene magicamente trasportato nell’aldilà e costretto a risolvere gli antichi e mai sopiti problemi di famiglia. Qui ritroverà anche un grande affetto, la nonna, Mama Coco. Come si vede qui siamo nel rapporto tra vita e al di là, ma come viene vissuto in Messico nel giorno dei Morti, un incrocio tra festa di Carnevale e rimembranza, scheletri e colori accesi. Ora trovatemi uno al quale questo capolavoro non sia piaciuto, e lo facciamo rinchiudere. Come facciano questi della Pixar (con John Lassiter produttore esecutivo) a costruire storie che piacciano a bimbi e papà, uomini e donne, di tutti i paesi, resta per me il grande mistero della creazione/creatività. Dice: ma la storia non è originale. Infatti, tutte le storie sono state già raccontate, non si tratta di essere originali ma di saper raccontare.

CONTRATTEMPO Un giallo spagnolo 2016 di Oriol Paulo, su Netflix, voto 7. Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l’avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. Una trama ben congegnata che sino all’ultimo minuto ti tiene sveglio. Altro che De Giovanni e Lucarelli.

CREED 2 (2018) di Steven Caple Jr.. Sylvester Stallone, che scrive questo ennesimo sequel, non ha solo muscoli ma anche sale in zucca. Qui si regala un personaggio sulla via del tramonto, col cappellino in testa, in pace con la vita tranne che col figlio (non si sa perchè). Il suo pupillo Adonis Creed è diventato campione del mondo dei pesi massimi, si sposa con Bianca e aspetta una bimba. Ma una nuova sfida gli viene lanciata da Viktor, figlio di Ivan Drago, che 34 prima ha ucciso suo padre Apollo sul ring. Sconfitto da Rocky Balboa, abbandonato dalla consorte e dimenticato dal suo paese, Ivan ha programmato il figlio per ottenere il riscatto finale. Adonis accetta di combattere contro Viktor ma Rocky non lo affianca. Subentrerà soltanto quando il suo pupillo capirà che si deve combattere e vincere non per se stessi ma per la famiglia.

DOGMAN (2018) di Matteo Garrone. In un luogo immaginario, tra Lazio e Campania, c’è una piccola comunità che sopravvive nel degrado di una periferia vicino il mare d’inverno. Un ComproOro, una sala di slot machine, palazzi cadenti, strade piene di buche, un clima uggioso, e il salone per cani Dogman dove Marcello si prende cura di bestie di tutti i tipi chiamandoli “ammore”. La gentilezza e la mitezza di  Marcello e un malvivente che cavalca una grossa moto, Simoncino, l’ex pugile grosso, violento e cocainomane. Una storia di sopraffazione, tutto qui.  “Qui a me mi vogliono tutti bene” dice sempre Marcello, vittima predestinata del prepotente perché indifeso. Uno splendido film dove Garrone costruisce una storia di violenza psicologica attorno ad attori indimenticabili, Marcello Fonte, una sorta di Buster Keaton, ed Edoardo Pesce, il cattivo, ma anche Adamo Dionisi (il comprooro) e Francesco Acquaroli (della sala giochi). Marcello ama senza limiti i suoi cani e la figlia Alida, ed è questa bambina (una stupenda Alida Baldari Calabria) che ama le immersioni in mare, a darci l’unica sensazione di umanità in un mondo dove i sentimenti non esistono più, ma solo istinti primitivi. Garrone torna, come nel suo primo film “L’imbalsamatore”, a descrivere la sofferenza degli esseri umani che sopravvivono in una natura ostile dove la violenza scaturisce da relazioni senza più affetti. Un grande film che ti resta dentro, di uno dei pochi autori che sono rimasti al cinema italiano.

DOLCEROMA, di Fabio Resinaro, 2019. Un film che consiglio di vedere perchè è una prova-commedia interessante. Un film sul cinema e su un giovane che vuol scrivere film, invece di fare il beccamorto. L’intreccio è tratto dal libro del giallista Pino Corrias, il soggetto è stato scritto con Fausto Brizzi, anche regista di seconda unità, il film è stato prodotto da Luca Barbareschi, che interpreta il ruolo principale, quello di un produttore-mattatore del 3^ secolo. A tutto questo aggiungete la voglia di Resinaro di far vedere che può girare alla maniera di Tarantino o Luc Besson, alternando stili da action movie a quelli di commedia sentimentale. Il risultato è un film che può interessare quelli come me che prima del contenuto guardano la forma, ma che sta tutto dentro la prova di Barbareschi. Egli è piaciuto a tutti, io aggiungo solo che recita come Abatantuono. Lo ricorda nell’aspetto, nella voce, nelle movenze. Ora, Abatantuono nel bene e nel male, cose memorabili non ne fa.

DOMINO di Brian De Palma (2019) Film diretto e rinnegato dal regista, che forse voleva un altro montaggio. Ma è la storia che non regge, anche se c’è il terrorismo islamismo e l’icona del “TdS” Nicolaj Coster Waldau con Carice von Houten e il redivivo Guy Pearce (nel ruolo di un agente Cia). Dispiace per un autore che tra l’80 e l’87 ci ha dato, per dire, “Vestito per uccidere”, “Blow out”, “Scarface”, “Omicidio a luci rosse” e “Gli intoccabili”.

DUNKIRK (2017) Il nuovo film di Cristopher Nolan è un altro capolavoro. Stavolta senza effetti speciali, dialoghi ristretti in 40 parole, 104 minuti, sceneggiatura minimale, tutto questo per fare un film sulla guerra senza una goccia di sangue. Non siamo a Games of Thrones, non ci sono atrocità, splatter, duelli, non c’è il nazista cattivo, solo la paura di quello che può accadere. 1940, ci sono inglesi e francesi che combattono contro il “nemico” (lo si chiama così) e cercano di salvare la pelle. Ci sono aerei in combattimento perchè il nemico attacca dall’alto e la morte sceglie a caso i suoi prediletti. Dopo Kubrick e Spielberg, adesso vediamo la guerra alla Nolan. Un film dove c’è la solidarietà, dove non conta di quale nazione sei, ma se puoi aiutare lo devi fare, senti che lo devi fare. Attori perfetti, musica di Zimmer, montaggio da Oscar di Lee Smith. Grazie, Maestro, questo è cinema e della Storia (cosa successe veramente allora) ci importa poco.

EDISON- L’UOMO CHE ILLUMINO’ IL MONDO (2019) Il film di Alfonso Gomez-Rejon è la storia  di  fine ottocento con tre geni, Edison, George Westinghouse e Nikola Tesla, i quali diedero alla umanità la luce, cioè quel sistema di illuminazione che, scusate se è poco, ci consentì di abbandonare le candele. Il film, che esce nel 2019 per le vicende legate al suo produttore Weinstein, pur disponendo di ingenti mezzi e grandi attori,  Benedict Cumberbatch, Tom Holland, Michael Shannon e Katherine Waterston , purtoppo scivola via senza emozionare. Non so di chi sia la colpa, forse della sceneggiatura di Michael Mitnick, il problema infatti di questa storia è che sin dall’inizio lo spettatore capisce che, per il bene di tutti, i tre geni dovrebbero collaborare tra di loro, senza arrivare a sputtanarsi a vicenda, perchè l’unione fa la forza.  In “Prestige” del 2006 Christopher Nolan mise in scena la lotta tra due illusionisti,  un ruolo lo ebbe anche lo scienziato Tesla e riuscì da par suo ad emozionarci. Qui lo stesso momento topico di Manhattan che prende luce scorre via come un documentario.

EL CAMINO (2019) (su Netflix) Nell’episodio finale della V stagione di Breaking Bad, Walter (Brian Cranston) raggiunse il rifugio di Jack, zio di Todd (Jesse Plemons). Jack gli mostrò la condizione di schiavitù in cui si trovava Jess Pinkman (Aaron Paul) e Walt si buttò assieme a lui a terra, fingendo un’aggressione e facendo scattare un meccanismo da lui preparato con ingegno: dal baule dell’auto parcheggiata di fronte spuntò l’M60 montato su un meccanismo girevole ed iniziò a far fuoco uccidendo i presenti. Walt uccise Jack gravemente ferito, ignorando la sua offerta di soldi e Jesse strangolò Todd. Walter poi diede la pistola a Jesse invitandolo ad ucciderlo, ma il ragazzo, vedendo che l’uomo era stato colpito a un fianco da un proiettile gli disse di pensarci da solo e se ne andò. Decise cioè di non essere manipolato ancora una volta dal professore White. In questo film per Netflix Gilligan racconta, alternando la storia con i flashback, cosa ha fatto Jesse dopo, libero ma braccato, mentre i genitori gli chiedono per tv di costituirsi. Un film che ci riporta ai paesaggi, all’atmosfera, ai personaggi indimenticabili di una serie che resterà mitica nella sua perfezione narrativa, nel suo congegno apparentemente semplice, nella sua rigorosa scrittura drammaturgica e letteraria. Vince Gilligan con i suoi colori e  deserti del New Mexico ci consente ancora una volta, per altre due ore, di ri-trovare i nostri personaggi preferiti, ci sono anche i cammei di Cranston e Jonathan Banks. Il tema è quello universale, cosa ciascuno di noi, intrappolato, può decidere di fare della sua vita, cosa vogliamo diventare.

ELLA & JOHN (2017) è un film che Paolo Virzì temeva di girare perché il romanzo da cui è tratto gli sembrava il solito copione on the road dei registi italiani che sbarcano in America. Si è convinto quando ha potuto avere Helen Mirren e Donald Sutherland nei ruoli di Ella e John Spencer. Una mattina d’estate, per sfuggire alle cure mediche e ai figli ormai adulti, con “The Leisure Seeker”, il vecchio camper che usavano per andare tutti in vacanza negli anni Settanta, si avventurano per la Old Route 1, destinazione Key West, la casa di Hemingway. John è il cultore di Hemingway (uno sceneggiatore è Francesco Piccolo) ormai con grossi vuoti di memoria, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima (l’altro sceneggiatore è l’Archibugi). Il film narra il viaggio di questi due vecchietti con l’intento di mescolare a piacimento per ogni spettatore riso & lacrime. Tutto bene, compresi i doppiatori Giannini & Modugno, con due Attori del genere il risultato lo porti a casa, ci mancherebbe. L’unica obiezione che faccio agli sceneggiatori è la seguente, possibile che 2 ottantenni in questa loro avventura sulla East Coast degli States, tra acciacchi e demenza senile, corrano il rischio di essere derubati da tre cretini una sola volta? Sarà la tolleranza zero ma in un qualsiasi paese italiano se non ti ammazzano, ti mandano all’ospedale e il vecchio camper la mattina dopo lo ritrovi a pezzettini. I registi italiani in America riscoprono le favole.

ELLE  (2016)Comincia come un thriller alla De Palma, con un gatto in primo piano che osserva impassibile l’aggressione della sua padrona, Michèle. Proprio come un felino, l’eroina non reagisce mai in maniera prevedibile a quello che accade. Anzi, più apprendiamo qualcosa su elle e meno si riesce ad inquadrarla. E’ folle o solo lucida? Vive da sola in una grande casa della provincia parigina, dirige con piglio una casa editrice di video giochi, ha un ex marito, un’amante che è poi il marito della migliore amica nonché sua socia, un figlio scemo, una madre immatura che si concede un toy-boy. Ma soprattutto alle spalle incombe un padre mostruoso che in un passato lontano ha assassinato ventisette persone. Già detta così la storia fa capire che Verhoeven fa ridere quando uno dovrebbe aver paura e viceversa. Attraverso una meravigliosa sottilissima Isabelle Huppert (1953, ma di età indefinita) si assiste ad un gioco di dominazione tra due estremi, mischiando follia e normalità, innocenza e colpevolezza. Un film perciò moderno, di un director olandese (Basic Instinct, Robocop, Atto di forza) che oggi con la Huppert sconvolge il nostro cinema borghese d’autore così come negli anni ottanta sconvolse Hollywood con l’erotismo di Sharon Stone. Voto 8

ENEMY Il regista canadese Gilles Villeneuve, quello di Sicario e Arrival, è da tenere d’occhio. In questo film del 2013 non distribuito in Italia, l’ho visto su Sky, narra la storia di un prof, che è Jake Gyllenhaal, il quale scova un suo sosia che fa l’attore. Incuriosito lo segue e ne spia la vita. La trama è troppo intrecciata e non posso dire nulla di più perchè il fascino del film sta nello sciogliere con santa pazienza i fili intrecciati. C’è una ragnatela e anche un ragno finale che vanno interpretati in una Toronto molto fredda, c’è una Melanie Laurent molto bella, e compare anche Isabella Rossellini. Da decifrare, voto 7.

FIRST MAN (2018) Vado a vedere il film passando tra montagne di spazzatura ai lati delle strade. Sono stati, i critici, così delusi dal film, che non mi pare vero di godermi i 241 minuti di un film bellissimo. Neil Armstrong, ingegnere aereonautico e aviatore americano, è stato il primo a scendere sulla luna nel 1969. Ma la storia non è la realizzazione di un sogno, come in La la land, è l’elaborazione di un lutto. E’ la morte prematura della sua bambina che lo spinge a partecipare al programma Gemini, a diventare un anaffettivo il cui sangue freddo lo porterà a sviluppare quello che la moglie chiama “un’avventura”. Un’avventura che conta fallimenti e tragedie, con sullo sfondo la guerra in Vietnam e le tensioni sociali del ’68,  in mezzo a due figli da crescere e una moglie che non accetta di diventare vedova per i giochini di tecnici che non hanno niente sotto controllo. Ryan Gosling è in parte perché ha sempre una unica espressione, come in tutti i suoi film, la moglie, che è Claire Foy, a me fa impazzire da quando l’ho scoperta in The Crown (dove faceva la vivente regina Elisabetta). Con la musica sempre stupenda di Justin Hurwitz, nel suo quarto film Damien  Chazelle copierà qua e là, ma racconta la sofferenza oltre ogni limite. Perché, per quale dovere da compiere, contro le proteste dell’opinione pubblica? Siamo andati sulla luna, abbiamo sconfitto l’oscurantismo della Chiesa, le epidemie, le politiche totalitarie, viviamo a lungo, perché non riusciamo a risolvere problemi quotidiani come la spazzatura?

GET OUT Un film 2017 scritto e diretto dal comico Jordan Peele, al suo debutto. Un “Indovina chi viene a cena”, una commedia, in stile horror. Siccome il genere horror non lo vedo, e invece a me questa opera prima è piaciuta molto, voto 8, lo consiglio vivamente. C’è satira, intelligenza nella storia, e una simpatica critica al moderno liberalismo Usa (“ad Obama lo avrei votato per la terza volta”).

GIFTED- IL DONO DEL TALENTO (2017) è un film delizioso diretto da Marc Webb e scritto da Tom Flynn. Ha come protagonisti Chris Evans e la piccola Mckenna Grace, zio e nipote nella storia di una talentuosa bambina matematica. Il film funziona perchè ci si immedesima, se fossi lo zio che scuola sceglierei per questo genio? Naturalmente gli americani testa e croce della moneta prima le illustrano e poi la riassumono dinnanzi un giudice. Ma tra diritto e rovescio non sempre c’è il lieto fine. Per tutti

GLORIA BELL (2019) Il regista cileno Sebastian Lelio (1974), sodale dell’altro Pablo Lorrain qui produttore, fa il remake del suo film “Gloria” premiato a Berlino  nel 2014. La storia è sempre quella,  una donna di 50 anni , ma portati benissimo come Jiulianne Moore, rimasta sola a Los Angeles con due figli grandi e un nipotino, in cerca ancora di qualcosa. Lo cerca nelle canzoni, lo cerca nelle sale da ballo, lo cerca negli uomini che incontra e in particolare in uno, che pare capirla ma talvolta sparisce e troppo è preso da un’altra vita con due figlie. Gloria gira in macchina, canta canzoni pop, è forte e debole, deve portare avanti, come tutti, una vita che spesso non è quella che vorremmo. Grande film con due grandi meriti per me. Uno, Julianne Moore, è scontato (Turturro  è di una tristezza indicibile come sempre). Il secondo è la musica. Lelio ha il merito di farci ascoltare tutte le hit che io metterei in un cd (giusto mancano i Supertramp e i Procol Harum). E alla fine, per andare a casa felici, ascolterete la canzone che vi spiega tutto.  

GREEN BOOK (2019) Chi poteva immaginare che uno dei fratelli Farrely (quelli di Scemo & più scemo), Peter, da solo, dirigesse questo gioiello? Storia vera del 1962, da New York al profondo Sud, in viaggio due straordinari Viggo Mortensen e Mahershala Ali. Un buttafuori italoamericano in veste d’autista accompagna uno straordinario pianista nero che deve fare un giro di concerti col suo trio. Storia di un’amicizia quando è difficile farsi accettare come nero, come musicista e come uomo. Il solito viaggio attraverso gli States, con soste e hotel, tipi ed imprevisti (com Virzì in “Ella & John”) dove però i protagonisti cambiano, vengono via via messi a fuoco, accompagnati da una musica meravigliosa. Ben vengano i 5 Oscar. Unica nota stonata: Pino Insegno che doppia Tony Vallelonga, detto Tony Lip, basta ascoltare la voce originale di Mortensen! 

HELL OR HIGH WATHER  Scritto da Taylor Sheridan (già dietro a Sicario), la cui sceneggiatura finisce nella Black List e viene giudicata la migliore del 2012, e diretto dallo scozzese D. McKenzie, questo film su Netflix del 2016 (il  titolo è un modo di dire, tipo “ad ogni costo”) è un bel western postmoderno. Voto 6,5. C’è la miseria (causata dalle banche) e la prepotenza (determinata dalle armi)  della fine di un’epoca  in un ‘America dove conta solo il denaro. Tutto un pò amaro come in tanti film, ma io quando vedo un personaggio come il Texas ranger di Jeff Bridges, mi ritengo soddisfatto. Ben accolto da critica e pubblico nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, in Italia non è stato distribuito.

I DON’T FEEL AT HOME IN THIS WORLD ANYMORE di Macon Blair, esordiente, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance film del 2017, è delizioso. Voto 8. Ruth è una depressa assistente infermiera che lavora in una clinica, ed è molto sola. Dopo essere stata derubata in casa, vista l’indifferenza dalla polizia, Ruth inizia ad indagare per conto suo, scopre un’impronta di scarpa nel suo giardino e chiede informazioni porta a porta ai vicini da casa, facendo la conoscenza di Tony, un metallaro strambo e solitario. Un film sulle nostre vite poco socievoli e anonime. Su Netflix.

IL CALAMARO E LA BALENA (2005)  E’ divorzio tra Bernard, scrittore senza più editori e con problemi economici, e l’esasperata Joan, aspirante scrittrice in ascesa decisa a uscire dal cono d’ombra del marito. I figli Walt e Frank si troveranno a far la spola tra gli appartamenti dei due genitori e mentre tentano di costruire il proprio “sé” aumenta la loro confusione adolescenziale e la voglia di fuggire. Babbo e mamma intraprendono relazioni improbabili, con un giovane istruttore di tennis e un’acerba lolita, e i loro esempi fanno del male ai ragazzi (16 e 12 anni) che vorrebbero stabilità e equilibrio.
Noah Baumbach scrive e dirige forse l’autobiografia tragicomica della propria adolescenza, è prodotto da Wes Anderson, del quale è stato sceneggiatore, e talvolta i Tenembaun (il richiamo al tennis) fanno capolino. Ma è un film pieno di citazioni, letterarie e cinematografiche, mai come stavolta funzionali al racconto, dal momento che il padre è un presuntuoso che considera “farisei” quelli che non leggono libri e però in tutti i suoi libri non trova più le risposte ai suoi problemi.  La moglie intende affrancarsi ma le sue avventure destabilizzano lei e i figli. Jeff Daniels e Laura Linney sono perfetti, Jesse Eisemberg e Owen Kline fanno tenerezza. Su Netflix. 6,5

IL CITTADINO ILLUSTRE Tra il discorso iniziale di accettazione del Nobel per la Letteratura e la conferenza stampa finale, Daniel  Mantovani (Oscar Martínez) diventa completamente un altro uomo, forse migliore o forse no. Il film è una geniale commedia acida molto applaudita a Venezia 2016 dove Martínez  ha avuto il riconoscimento come Miglior Attore.
Mariano Cohn e Gaston Duprat sono due registi argentini intelligenti, cattivi e davvero maestri di una nuova grande tragi-commedia sudamericana. Il nostro Premio Nobel Mantovani torna da trionfatore a Salas, il poverissimo paesino argentino natale che ha lasciato  da molti anni. Daniel è diventato un cittadino illustre e a lui verrà addirittura dedicato un busto (somigliante?) nella piazza principale. Un altro trionfo da mettere in agenda. O forse no? Ecco Ulisse che ritorna ad Itaca. Solo che Salas, quel luogo povero, ignorante e degradato che lui ha nobilitato attraverso i romanzi, si ribella improvvisamente contro il suo autore. Uno troppo pieno di sé e convinto, anche grazie alla sua dialettica manipolatoria, di essere sempre superiore perché innocente o sempre innocente perché superiore.
Attenzione al finale con il portiere dell’albergo, e fatevelo piacere.

IL CORRIERE (2018) Clint Eastwood (1930) dirige e interpreta un personaggio reale, un produttore di fiori che si ritrova, ad una età in cui si dovrebbe vivere tranquilli, a dover sbarcare il lunario facendo il corriere di un cartello di droga. Il film si segue bene perchè il corpo dinoccolato  di Clint (è alto 1,93) incarna bene la generosità di un vecchio che ha trascurato per tutta la vita la famiglia per i suoi amati fiori e gli amici. Il fatto che nel film la figlia sia Alison, sua vera figlia, è un altro dato autobiografico, in un film che non sarà un capolavoro, ma è sincero e secco come tutte le opere di Clint. Da lassù Sergio Leone segue questo suo allievo ben riuscito.

IL DIRITTO DI UCCIDERE (non era meglio tradurre il titolo originale? Occhio nel cielo) è un film inglese del 2015 diretto da Gavin Hood. E’ l’ultimo film del grande Alan Rickman. A Nairobi, Kenya, gli inglesi in collaborazione con gli americani devono scegliere di eliminare con un drone un gruppo di terroristi islamici  che stanno per compiere un attentato in un mercato. Ma ci sono i danni collaterali, una bambina che vende il pane vicino la casa dei fondamentalisti. Sganciare o no? E chi prende la decisione? Il film, con Hellen Mirren e Aaron Paul, lo farei vedere a quelli che vogliono sempre la botte piena e la moglie ubriaca. Didascalico, voto 6.

IL PADRE D’ITALIA Un film è come quando t’innamori, prima ci caschi e poi capisci perché. Al contrario di tanti, nel film di Fabio Mollo (1980, Reggio Calabria) non sono caduto. Mia (Isabella Ragonese) è una sbandata incinta, la maternità è inaspettata e poco sentita; Paolo (Luca Marinelli) fa il commesso in un simil Ikea, è stato appena lasciato dal compagno, cerca un rapporto da ricostruire insieme a un altro uomo. Paolo e Mia si incontrano, Mia lo coinvolge, poi sarà lui che cercherà di riportarla a casa, in senso anche metaforico. Per farlo, gli toccherà attraversare tutta l’Italia, sino a Gioia Tauro.”Un inno al coraggio di chi insegue il proprio futuro”, ha spiegato Mollo. Perché mi è piaciuto poco, voto 5? Perché non sopporto quelli che si prefiggono di fare gli Autori o i cantaAutori. Monicelli o Fellini, se li chiamavi Autori, ti scansavano. Loro si consideravano “director”, all’americana. Come lo sono David Fincher (1962) e Sam Mendes (1965). Autori erano Zavattini, Flaiano, Sonego, Age & Scarpelli, Scola, Pinelli. Anche Sorrentino una volta dirigeva film, poi ha scoperto che nel suo corpo si è incarnato lo spirito di Fellini. Autore, per capirci, è un Michelangelo Frammartino (Le quattro volte), un Matteo Garrone, un Moretti. Mollo è bravo ma pretenzioso.

IL PRIMO RE (2019) Matteo Rovere (1982), romano, è uno che guarda lontano, non solo come regista ma anche come produttore (v. “Smetto quando voglio”). Con questo film mette insieme tanti richiami, da Apocalypto a Revenant, dal Signore degli Anelli a Games of Thrones (la vestale è proprio Melisandre), per dimostrare che oltre Sorrentino e Garrone l’Italia ha altri talenti internazionali. Il risultato è buono, ma non entusiasmante. La storia di Romolo e Remo è riscritta nel senso che Romolo è più moderato perchè si lascia guidare dagli Dei. Remo segue il suo destino, è forte ma non tocca a lui essere il primo re. Alessandro Borghi (Remo) è meraviglioso, truccato alla Viggo Mortensen, perchè, ancora una volta, si mette al servizio del film, e non costruisce il film su di lui, come fanno tutti gli altri (Mastandrea e Favino, per dire). 

IL TRADITORE (2019) Marco Bellocchio ama di tanto in tanto occuparsi della vita politica italiana, lo ha fatto con Aldo Moro e adesso si occupa di mafia, attraverso la storia del pentito Masino Buscetta. Personaggio controverso ma che consentì a Falcone di far condannare capi e gregari della mafia a cominciare da Riina e Pippo Calò.  Il film è pieno di sparatorie ed è sorrentiniano ma asciutto come non riesce più ad essere Sorrentino da quando si è messo in testa che Fellini rivive in lui. Bellocchio è un grande, lo dimostra facendo recitare Favino come nessuno. Non è un capolavoro da vincere Cannes ma si apprezzano anche la musica di Piovani e i dialoghi. 

IO SONO TEMPESTA (2018) L’ho visto perchè il regista Daniele Luchetti mi evoca sempre “Il portaborse”, la sua opera più riuscita; perchè ha scritto questo film con Sandro Petraglia, e ha dichiarato di aver voluto riprendere la commedia all’italiana (!). Come se non bastasse, la critica gli ha dato tre stelle (su 5). Però è un film inutile, dove non si ride neppure per sbaglio, e non si pensa a nulla, con una musica di Critelli onnipresente (Luchetti sorrentineggia). Marco Giallini come al solito borbotta con la voce cavernosa e senza che si riesca a capire bene cosa farfuglia; Elio Germano fa Elio Germano. Inutili e montati. Alla larga.

I SEGRETI DI WIND RIVER (2017) Taylor Sheridan è lo sceneggiatore che ha scritto per Denis Villeneuve “Sicario”, primo atto di una trilogia che affronta il tema della moderna frontiera americana, seguita da “Hell or High Water” (David Mackenzie)  e si conclude con questo film da lui anche diretto. Cody Lambert (un grande Jeremy Renner) aiuta una inesperta agente FBI a  fare l’indagine sull’omicidio di una giovane amerinda (scomparsa come tante altre). Siamo all’interno del Wind River, una riserva indiana nel Wyoming, luogo inospitale dove freddo neve e silenzio innescano una dura lotta per sopravvivere. Questo ennesimo crimine fa riemergere il dolore di Cory che ha perso tre anni prima una figlia in circostanze altrettanto brutali. Un grande film un pò western un pò thriller, scritto benissimo. All’uscita ci si porta a casa il freddo. Siamo anche noi sofferenti e cerchiamo un mondo e un posto migliore dove vivere. 

I VILLEGGIANTI (2019) di Valeria Bruni Tedeschi. Confesso: il critico di Repubblica Morreale mi ha indotto a vedere un film che non avrei mai visto. Perchè non lo avrei fatto? Perchè una volta li chiamavano i film “cucina e tinello”, film in un ambiente teatrale dove il regista o è Polansky oppure ti ammazza. Adesso invece, da “La piscina” in poi, vanno in Costa azzurra, in una bellissima villa, si portano gli amici e girano un film. Come la Bruni. Nella parte, ma guarda un pò la fantasia, di una regista che deve preparare il film durante le vacanze estive in compagnia della figlioletta, dei familiari e dei domestici. Due complicazioni: un divorzio da gestire e la morte del fratello avvenuta anni prima. La Bruni tenta quindi di fare un film dove i ricchi piangono, ma anche i domestici, in una baraonda che lei gestisce, da regista vera, come lo fa la regista falsa: facendo la parte della Bruni Tedeschi, sbrindellata, talvolta simpatica, scombiccherata. Un film che forse è autobiografico, non so (la mamma di sicuro è vera), ma che solo un regista vero può dirigere. Perchè un film è tante cose, non solo storia e scenografia, ma musica, recitazione, luci, recitazione, inventiva. 

JACKIE Questo film americano 2015 del cileno Pablo Larrain (1976) è interessante, voto 7, perché dimostra agli italiani come si può inventare una storia su un personaggio pubblico del quale il pubblico sa già tutto. Natalie Portman è Jackie Kennedy ed è sempre presente nelle inquadrature. Larrain racconta il suo lutto, un dolore immenso, il suo privato, senza farle versare una lacrima. Una regina che ha perso tutto, che si aggira nelle stanze della Casa Bianca e sente la necessità di un’ultima grande cerimonia, che testimoni la grandezza del Presidente della Speranza. C’è l’omicidio, il viaggio in aereo con la salma, il funerale, ci sono le lotte negli uffici per ottenere una celebrazione a livello di un Lincoln, di un vero sovrano.

JOKER (2019) Arthur Fleck nel 1980 vive a Gotham City in ristrettezze economiche con l’anziana madre, la quale spera che il candidato sindaco si ricordi di lei dopo tanti anni in cui ha lavorato per lui. Si mantiene facendo il clown per strada e in ospedale, sognando di diventare un comico. Dopo un pestaggio subìto da alcuni ragazzacci, un suo collega gli regala una pistola per difendersi. E’ l’inizio di  un incontrollabile processo di trasformazione in un vendicatore, come il tic nervoso che lo fa ridere a sproposito e ha reso la sua vita sociale impossibile. Ma la città comincia a eleggere la sua maschera come quella di un eroe degli oppressi e la tv (il simil Letterman è Robert De Niro), per ridere di lui, finisce senza saperlo  per dargli la possibilità di chiudere la partita. Un film livido, feroce, scritto da Todd Phillips, che poi è quello di “Una notte da leoni”, anche lui desideroso di trasformare una commedia in tragedia e viceversa. Ma il personaggio (per il quale era stato pure in lizza Di Caprio) lo poteva rendere al meglio solo il più geniale disadattato degli attori in circolazione, Joaquin Phoenix. E’ dal malvagio imperatore Commodo de “Il gladiatore”, passando per i film di M. Night Shyamalan, sino a “Her” e “The Master” che Phoenix (1974), qui scheletrico, fa il matto come nessuno. Ma come al solito è un matto attraverso cui passano tutte le miserie, le ingiustizie, la malvagità, le sofferenze di una società. Film bellissimo, con la musica affascinante della islandese Hildur Guõnadóttir.   

YESTERDAY (2019) Richard Curtis è lo sceneggiatore britannico di “Quattro matrimoni e un funerale”, dei film di Mr. Bean, ma ha anche diretto “Love actually”. Questo film che ha scritto lo ha affidato a Danny Boyle, perchè la storia aveva bisogno del suo talento visivo tra Lowestoft e Los Angeles. L’idea l’aveva avuta Troisi in “Non ci resta che piangere”, che effetto fanno le canzoni dei Beatles a chi non le ha mai conosciute? Difficile era sviluppare l’idea per quasi due ore,  il film ci riesce con qualche sforzo, concentrandosi sui due protagonisti, Jack Malick e la sua amica Ellie. Le sliding doors della nostra vita,tra vita normale e successo, sono lo spunto per arrivare al dunque: una frase-chiave del film che io non svelerò. C’è stato un musical colorato nel 2007 con la colonna sonora delle canzoni dei Beatles, “Accross the universe”, dove il protagonista era un operaio navale di Liverpool che si chiamava Jude e ben 33 canzoni erano sceneggiate. Non mi ha emozionato per nulla, mentre “Yesterday” non può non deliziare chi ama i Beatles. Siccome il mondo è vario ci sono anche quelli che li hanno considerati sdolcinati, dimenticando che nel 1963 chi ascoltava “Please please me” era considerato un depravato. Se amate i Beatles quindi un film imperdibile e lasciate ai critici la libertà di smontare il film. Che ognuno faccia il suo lavoro, però senza puzze sotto il naso. Nel film compare infatti Ed Sheeran, ha sostituito lo stupido di Chris Martin che ha rifiutato

L’AMICA GENIALE L’anteprima al cinema (1,2,3 ottobre 2018) delle prime due puntate della serie tv tratta dalla quadrilogia di Elena Ferrante mi è piaciuta. Saverio Costanzo ci ha ridato l’atmosfera che noi lettori avevamo respirato, con stile neorealista dichiarato compresa la citazione di Anna Magnani che rincorre la camionetta (Roma Città Aperta). Elena Greco, ormai settantenne, scopre che la sua amica di una vita, (Raffaella) Lila, è scomparsa nel nulla senza lasciare alcuna traccia di sé, così decide di scrivere la loro storia, iniziata negli anni ’50 sui banchi di scuola in un rione popolare di Napoli. Elena scrive un racconto che copre circa sessant’anni di vita e, mentre prova a svelare il mistero nascosto dietro a quell’amica così speciale, riassume la storia del nostro paese. Una storia (epica) d’amicizia al femminile, quella di Lenù Greco e Lila Cerullo, due bambine  molto intelligenti che si conoscono alle elementari, con la maestra che lotta contro le famiglie perché entrambe possano continuare gli studi (idea non contemplata per le donne) mentre tutto intorno a loro gli adulti si fanno la guerra in un ambiente degradato per la miseria economica e morale. Saverio Costanzo e i suoi sceneggiatori (Paolucci e Piccolo) hanno colto quello che anche a me era parso il senso più moderno della storia: non c’è più una maestra come la Oliviero (la interpreta Dora Romano), capace di affermare il valore della conoscenza e cambiare la vita di queste due bambine. Detto che il tutto è accompagnato dalla bella musica di Max Richter, in una scenografia ricostruita a Caserta, una sola cosa mi ha disturbato, la voce fuori campo di Elena, affidata ad Alba Rohrwatcher (compagna del regista). Siccome Elena nel romanzo è bionda e soda, sentirla parlare con la voce dolente di questa attrice, bionda e smunta, mi ha creato un corto circuito.

LA BATTAGLIA DEI SESSI Ecco l’ennesimo film dove il cosa (la lotta contro il sessismo e la discriminazione di genere) prevale sul come. Racconta ciò che succedeva in Usa nel 1973, quando gli uomini bianchi potevano sostenere che nel tennis il pubblico vuol vedere gli uomini, sono più forti e divertenti e perciò vanno pagati più delle donne. La tennista Billie Jean King (Emma Stone) chiede uguale dignità e pertanto deve battersi, per scommessa, in un epico incontro a Huston con l’ex campione Bobby Riggs (Steve Carell). Ma la King, sposata, ha anche un’altra battaglia da combattere con sé stessa e il suo privato.  Consiglio questo film? Sì, per il contenuto, ma la forma non mi è piaciuta, tutti primi piani e canzoni dell’epoca. Un solo mio appunto scorretto. La King me la ricordavo più brutta della Stone, ma come si cantava, “oltre le gambe c’è di più”.

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE Un altro guerriero per Mel Gibson, un altro film di guerra, mi siedo scettico ma esco soddisfatto (voto 6). La storia vera di Desmond Doss obiettore di coscienza, “avventista del settimo giorno”. I suoi comandamenti erano non uccidere e non toccare mai un’arma. Doss partecipò come assistente medico alla terribile battaglia di Okinawa, che lasciò sul campo 4.000 morti. Riuscì a salvare 75 uomini, riuscendo a calarli, con delle corde e con sforzi sovraumani, lungo una parete altissima. Con un fucile fece anche una barella. Fu insignito della Medaglia d’onore del Congresso, la più alta onorificenza militare. Desmond, prima oppresso da un padre alcolizzato, poi maltrattato, insultato e deriso da commilitoni e da superiori,  riuscì ad essere un soldato ma senza armi. Quando la tenacia e la fede rendono possibile l’impossibile.

LA CASA SUL MARE (2017) di Robert Guediguian. Un delizioso film francese di un autore di 64 anni di Marsiglia che ha visto gli immigrati prendere il posto dei proletari di una volta. “Scompaiono dei vasetti di marmellata, una coperta, e nascosti tra gli arbusti della collina Armand e Joseph scoprono tre bambini dai grandi occhi neri, spaventati, silenziosi: due maschietti, una materna bambina, come sono stati loro, Ariane, Armand e Joseph: sono quelli che i militari stanno cercando, ma i tre fratelli non sono diventati lepenisti e neppure leghisti”, ha scritto Natalia Aspesi. C’è una scena favolosa  che vale tutto il film. Ad un certo punto irrompe un brano dei Rolling Stones e si vedono i protagonisti  giovani su una Dyane nel 1968. Nessun trucco. Il regista aveva girato con gli stessi attori un altro film in quei tempi e ne ripropone un frammento. Il passato, il “come eravamo” ti spacca l’anima con la forza del  grande cinema. La Francia che amiamo: Jean-Pierre Darroussin, quello della serie tv “Le Bureau”, è meraviglioso, incarna “la gauche”.

LA FAVORITA (2019)  Che brutta figura fanno tutti gli uomini in questo film ambientato alla corte inglese di  Anna Stuart, regina dal 1702 al 1707. Vanno in guerra oppure si incipriano, si mettono parrucche e giocano come tanti imbecilli. La regina (Olivia Colman) ha la gotta, ha perso 14 figli, è capricciosa e non le rimane che il piacere fisico con la vera regina, che è la sua favorita, Lady Sarah (Rachel Weisz), il cui scopo è vincere la guerra con la Francia  a tutti i costi. Ma arriva a corte una cugina di Sarah caduta in bassa fortuna,  Abigail Masham (Emma Stone) e da sua cameriera intraprende la scalata al potere. Grande sceneggiatura (di Deborah Davis e Tony McNamara) per Yorgos Lanthimos. Dopo due ottimi film surreali e metaforici (“The Lobster”, 2015 e “Il sacrificio del cervo sacro”, 2017), il regista greco  si butta nel film storico e grottesco, con un uso frequente del grandangolo e con riprese dei personaggi sempre dal basso. Pur con una colonna sonora troppo ambiziosa per i miei gusti, il risultato è ottimo. Avevo scoperto Olivia Colman nella bellissima serie Broadchurch e mai avrei immaginato che diventasse una star da Oscar. Ed Emma Stone? Qui è stupenda, la sua migliore interpretazione, ed è così felice che ci regala anche un piccolo nudo. Certo, quando a 3 attrici si regalano ruoli così belli, non si lasciano fuggire l’occasione. Film imperdibile anche per sapere come la guerra femminile si evolve e se i conigli ci assomigliano.

LA FORMA DELL’ACQUA (2017) Il film che ha vinto “Venezia 74”. 1963, durante la Guerra fredda, una strana creatura anfibia, una specie di uomo-pesce, viene portata in un segretissimo laboratorio governativo guidato dal cattivo di turno, interpretato da Strickland (Michael Shannon). Elisa (Sally Hawkins), giovane donna muta, che lavora come donna delle pulizie si innamora dell’uomo-pesce. Lei, la sua amica afroamericana Zelda (Octavia Spencer), il suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins), pittore omosessuale discriminato sul lavoro, lo scienziato-spia Hoffstetler (Michael Stuhlbarg ), sono i diversi. La famiglia del cattivo è immersa nel  sogno americano.  Guillermo del Toro (1964) continua ad incantarmi, dopo averlo scoperto con “Il labirinto del fauno” (2006), con le storie che sa raccontare, dove c’è sempre un mondo incantato che si sovrappone alla realtà. Egli mischia tutti i generi del cinema, l’horror, il noir, il fantasy, il musical, il sentimentale, la favola, in una sola parola è un poeta visionario. E’ un messicano che con i suoi amici Alfonso Cuaron e Alejandro Inarritu ci ha regalato un nuovo immaginario. Non mi piacciono i film con i mostri  ma da “La bella e la bestia”e Frankstein a ET e Lo squalo gli artisti ci mostrano come l’umanità si ritrova nel confronto con i non umani e con la vita del sottosuolo. Oltre che per tutte le scelte tecniche (stedicam e altri effetti) che lo rendono quello che è, La forma dell’acqua è un film per amanti e conoscitori dei film per le sue tante citazioni. La più evidente e insistita è con Il mostro della laguna nera, un horror di fantascienza del 1954.  Il cattivo Strickland è doppiato da Pino Insegno, peccato, perché tutti gli altri doppiatori italiani sono perfetti per un cast eccezionale che merita tutte le nominations agli Oscar.

LA GRANDE PARTITA Biopic del celeberrimo campione di scacchi americano Bobby Fischer, interpretato per l’occasione da Tobey Maguire. Il film racconta l’ascesa di Fischer nel mondo degli scacchi negli anni ‘60 fino alla “sfida del secolo” in Islanda contro Boris Spassky (interpretato da Liec Shreiber) nel 1972, il match che segnò la prima vittoria di un americano su uno scacchista sovietico, tutto questo in piena Guerra Fredda. La vittoria del mondo libero contro i russi bugiardi bari ed ipocriti, la definì il folle Fisher. Scritto da Steven Knight (regista di Locke) e diretto da Edward Zwick nel 2014, è un film non su un trionfo ma sul “prima della caduta” di un genio vittima dei suoi demoni personali.Voto 6,5.

LA LA LAND voto 10. Avendo amato Wiplash, il film del 2014 sul giovane batterista alle prese con un insegnante inflessibile, mi ero segnato il nome di Damien Chazelle (1985) per le sue indubbie competenze musicali. Così ho appreso che il suo progetto iniziale del 2010 era un musical, avendo già nel cassetto le musiche del suo amico Justin Hurwitz. Chiunque al suo posto, con almeno 3 temi musicali favolosi a disposizione, avrebbe pensato ad un musical ma costava troppo, perciò in fretta e furia dovette rinunciare e realizzare Wiplash, film a basso costo. Il successo del batterista ha reso possibile la storia di Mia e Sebastian e l’ingaggio di Emma Stone e Ryan Gosling. Una storia autobiografica per un regista che è (anche) un musicista e omaggia la città dei sogni Los Angeles, chiedendoci: pur di ottenere il successo che prezzo siete disposti a pagare? Una storia d’amore (con l’iniziale piano sequenza di 5 minuti in autostrada con 100 ballerini) che riconcilia con il cinema, la musica e l’amore, se non l’avete già perso rincorrendo l’ambizione.

LA PAZZA GIOIA  È la storia, scritta con Francesca Archibugi,  di due donne, Beatrice e Donatella, ricoverate in una casa di cura. La prima, Valeria Bruni Tedeschi, è una ricca decaduta, mitomane che vuole comandare tutto e tutti, l’altra è Micaela Ramazzotti, una tossicodipendente, alla quale hanno tolto il bambino per darlo in affidamento. Fuggono dalla comunità e ne combinano di tutti i colori. Ma alla fine, confrontando i reciproci drammi e patologie, staranno meglio. La Bruni Tedeschi è perfetta, forse si limita ad esser sè stessa, ma Virzì dopo “Il capitale umano” sembra in stato di grazia. Voto 7,5. La sua forza sono sempre stati la scrittura ed i dialoghi, per questo mi è sembrato un allievo diligente della grande commedia all’italiana, quella degli Age-Scarpelli-Maccari-Scola. Ma adesso, allontanatosi da Livorno, sembra diventato un regista che nobilita il prodotto medio (dove infilo pure Zalone), e che sa descrivere l’Italia di oggi come nessuno. La commedia all’italiana altro non era se non il superamento del realismo e così per esempio Dino Risi con “Il sorpasso” descrisse il nostro boom economico meglio di un sociologo. Purtroppo non ci sono più Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, ma Germano, Giallini, Gassman Ale., Favino.

LA PRIMA PIETRA (2018) Un film da vedere (dove? a Catanzaro Lido, nella nostra Lamezia/Paperino non si può) perchè è tratto da uno spettacolo teatrale del canadese Olivier Lepage, adattato in Italia dal grande Stefano Massini. Con tutto il rispetto, se fosse stato del solo regista, Ravello, mi sarei astenuto (non mi pagano per vedere film). Un bambino di una scuola elementare rompe una vetrata e ferisce il custode e sua moglie. Il ragazzino è italiano ma di origini musulmane. Riuscirà il preside Guzzanti, il giorno 23 dicembre, a poche ore dalla recita di Natale, a gestire la situazione? Situazione reale, non realistica. Se facessi ancora il preside, metterei nel mio ufficio la foto di Corrado Guzzanti. Massini più Guzzanti più Lucia Mascino più Valerio Aprea fanno un bel film. Se questo testo teatrale di Lepage, poi, fosse stato diretto da Roman Polansky (ricordate Carnage, il film con 4 attori in un interno basato sull’opera teatrale “Il dio del massacro” della drammaturga e scrittrice francese Yasmina Reza?) sarebbe stato un capolavoro. Dopo questo film intelligente voglio sentire quelli che parlano ancora dei presidi-sceriffi. Ideologia, ideologia, ma non era scomparsa?

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA Il film (2017) scritto e diretto da Donato Carrisi è un thriller ambientato in Alto Adige con una storia ben costruita che non ti fa sentire i 127 minuti. La presenza di Toni Servillo e Jean Reno dimostra le ambizioni internazionali dell’autore, mentre la presenza di Alessio Boni le scorie televisive. L’autore ha visto le grandi serie tv alla Fargo, guardate i cappelli delle poliziotte, ma avrebbe dovuto lasciare il copione ad un regista vero. Il film è claustrofobico, hanno risparmiato sulle luci e in mano a David Fincher sarebbe stato un bel film. Ci saremmo accontentati anche del nostro Andrea Molaioli (ricordate La ragazza del lago?). Peccato.

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE (2017) di Woody Allen. Un film in un unico ambiente che può piacere solo a chi ama il teatro. Per me il Polansky di “Carnage” (2011) con Kate Winslet e Christoph Waltz  resta insuperabile. Allen avrà girato questo film in due settimane, ha risparmiato su tutto, pure sulla colonna sonora, una canzone che si ripete. Affidata ai colori di Vittorio Storaro, la storia è ambientata a Coney Island-New York negli anni ’50 e ruota (appunto) intorno a Kate Winslet (Ginny), una donna di 40 anni, sposata con Jim Belushi (Humpty). Kate (Ginny) ha già un dodicenne con la manìa di appiccicare fuochi, Belushi una figlia sposata (Juno Temple) in fuga da un gangster. Justin Timberlake è il bagnino con velleità drammaturgiche. Tutto scontato e rimasticato. Allen mi infastidisce perchè è come se fosse costretto a realizzare certi film per contratto. Se fosse uno studente direi che non si applica abbastanza. Prova di attori, ma Polansky è su un altro pianeta.

LASCIATI ANDARE di Francesco Amato. Ero scettico di vedere Toni Servillo in una commedia con Carla Signoris, la moglie di Crozza, mentre fa esercizi fisici per tornare in forma. Invece la storia è piacevole e Servillo psicanalista si confronta con una incisiva allenatrice Veronica Echegui, dimostrando ai Verdone che nella commedia non c’è bisogno di far smorfie per far ridere e che il personaggio può rimanere tale senza trasformarsi in macchietta. Voto 7,5 di stima.

LAST FLAG FLYNG (2017) . Piccolo gioiellino, in Italia visibile solo su Amazon, è co-sceneggiato e diretto da Richard Linklater, con protagonisti Steve Carell, Bryan Cranston e Laurence Fishburne. Sequel del film del 1973 “L’ultima corvè”  e tratto dal romanzo (2005) “The last detail” di Darryl Ponicsan, narra di tre marinai (Doc, Sal e Mueller) che sono stati insieme in Vietnam e si ritrovano 30 anni dopo, quando vanno a prelevare la salma del 21enne figlio di Doc deceduto in Siria. La presenza di tre interpreti eccezionali, capitanati da un Cranston ormai sempre più carismatico, fa dei dialoghi di questo film una insuperabile prova d’attore. Un film di una profondità e di una intelligenza che mi ha ricordato “Il grande freddo” di Lawrence Kasdan

LA TENEREZZA Il film del nostro Gianni Amelio vede uno strepitoso Renato Carpentieri nei panni di un anziano avvocato appena sopravvissuto ad un infarto. Vive da solo a Napoli in una bella casa del centro, da quando la moglie è morta e con i due figli adulti non si vede più. Al suo rientro dall’ospedale, entra in contatto con la famiglia dei nuovi vicini, Michela, una giovane donna solare, il marito Fabio, ingegnere settentrionale, e i figli Bianca e Davide. Quando senza accorgersene i vicini entreranno nella sua vita, un evento imprevedibile lo sconvolgerà al punto di rivedere tutto. Carpentieri vale il film, voto 6, Elio Germano non è ancora uscito dal personaggio di Leopardi e Micaela Ramazzotti da quello di Donatella de La pazza gioia (anoressia compresa)

LA TERRA DELL’ABBASTANZA (2018) dei Fratelli D’Innocenzo. Damiano e Fabio D’innocenzo sono due gemelli di 30 anni che si firmano volutamente come una ditta di un negozio. Piccoli Garrone crescono. Con una serie di primi piani e macchina sempre ferma si racconta la storia di due studenti amici romani, Manolo e Mirko, alla ricerca “dà svorta”, di cambiare la vita di periferia. “Abbiamo svortato”, pensano ad un tratto. Alle loro spalle due genitori deboli, il padre di Manolo (finalmente un ruolo per il mio amatissimo Max Tortora) e la madre di Mirko (Milena Mancini, bravissima). Un quartetto che tiene il film, asciutto, “reticente”, come amano definirlo gli autori, poche parole e molti primi piani. Un pò troppo autoriale per i miei gusti, considerato da alcuni critici “esordio folgorante”, mantengo alcune riserve. Quando vidi “L’imbalsamatore” di Garrone non ebbi riserva alcuna. Le musiche inoltre mi hanno dato fastidio.

LA TRUFFA DEI LOGAN (2018) di Steven Soderbergh. Il regista, nonchè grande direttore della fotografia, di Ocean’s eleven-Fate il vostro gioco (2001)  e seguenti, continua ad inventarsi grandi colpi a caveau impossibili. Il problema di questo film è che si ride poco, è tutto scontato e convenzionale in una commedia che ricorderò per una bimba di dieci anni. Vince un concorso di bellezza truccata come un mostro. Non ho capito se la mostruosità sia stata voluta o no dal regista.

LA VITA E’ FACILE AD OCCHI CHIUSI Un film piccolo ma affascinante, voto 7, è di David Trueba, con Javier Càmara nella parte di un professore che insegna inglese attraverso le canzoni dei Beatles. Il suo viaggio è alla ricerca di un incontro con John Lennon che sta girando un film in Almeria con Richard Lester (tutto vero). Ci si immedesima troppo in questo film e adesso mi accorgo che è già il secondo film che ha per protagonista un docente, ma non è colpa mia.

L’EQUILIBRIO Ecco un film a tesi dove l’autore Vincenzo Marra sta dalla parte di don Giuseppe, un prete missionario che, per sfuggire una tentazione, si fa mandare a Ponticelli, quartiere di Napoli, al posto di don Antonio. Questi ha mantenuto gli equilibri occupandosi solo dei tumori provocati dai rifiuti tossici interrati. Don Giuseppe invece ci prova: fa sloggiare una capra che un boss ha chiuso in un campetto impedendo ai bambini di giocarvi; si occupa del figlio di  un’ ammalata che prima di morire glielo affida; infine di una bambina di 10 anni violentata. La trama è esile esile, la macchina da presa sta addosso al prete con movimenti disturbanti. Ecco il tipico film dove il “contenuto” apre il talk show e la confezione non conta più nulla. Per uno spettatore come me conta solo la prova del protagonista, il regista e drammaturgo Mimmo Borrelli.

L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN Chi è Norman Oppenheimer, il protagonista del primo film in inglese dell’israeliano Joseph Cedar, un Richard Gere che supera una prova impegnativa? E’ un faccendiere ma è anche un agnello fra i lupi. Solo, ma nobile, untuoso e bugiardo ma in cerca di sincerità nelle relazioni , cerca un riscatto o forse solo il rispetto. Non sembra avere una famiglia, benché finga di averne una, né affetti oltre un nipote, né casa: si rifugia saltuariamente in una sinagoga dove si ristora e si ripara dal freddo. È il suo luogo di lavoro, la sede della sedicente “Oppenheimer Strategies” che Norman ostenta sui biglietti da visita. Grazie ad un paio di scarpe, si fa ben volere da un deputato israeliano (Lior Ashkenazi) che a distanza di pochi anni viene eletto Primo Ministro. Ha puntato sul cavallo giusto e il film racconta cosa questa amicizia riuscirà a procurargli. Un bel riuscito racconto, con qualche collage stravagante e inutili lentezze, che si segue con interesse. L’ho visto perché qualcuno ha usato l’aggettivo “coeniano” e dei Coen c’è il personaggio centrale, che vuol farsi un nome ed è condannato all’anonimato più sublime che vi sia.

L’INGANNO 1864. In piena guerra di Secessione nel profondo Sud degli Stati Uniti, c’è un collegio femminile tenuto da Miss Martha (Nicole Kidman) che è completamente isolato dal mondo esterno. Un giorno viene trovato nei paraggi un soldato ferito, il caporale John (Colin Farrell). Viene soccorso e condotto al riparo. La sua presenza altera però ben presto tutti i rapporti tra le protagoniste, di età e aspirazioni diverse, e scatena rivalità. Remake di uno dei Siegel più feroci, La notte brava del soldato Jonathan (1971) (con Clint Eastwood), Sofia Coppola, Palma d’Oro 2017 per la regìa a Cannes, continua ad indagare il microcosmo femminile. Con le stesse attrici, poi, Kirsten Dunst e l’inquietante Elle Fanning. In una casa fuori del mondo che forse sarebbe l’illusione di un mondo incontaminato, arriva il desiderio e  provoca fratture. Un film di guerra senza vedere mai la guerra, con il bosco ed i rumori che provengono dall’esterno. Con l’erotismo fatto di sguardi o di mani che si sfiorano. Nonostante la fotografia magistrale di Philippe Le Sourd, un film che si può perdere per la semplice ragione che il soldato sciupafemmine e la frigida direttrice del collegio ci annoiano.

L’ORA PIU’ BUIA (2018) Il film di Joe Wright (regista di “Orgoglio e pregiudizio”) racconta nel 1940 Winston Churchill , da pochi giorni Primo ministro, il quale deve decidere se negoziare un trattato di pace con la Hitler, o continuare la guerra per difendere gli ideali e la libertà dell’isola. Il film mi ha ricordato “Il discorso del re”, per l’importanza che la comunicazione ha nella storia, oltre che “Dunkirk” di Nolan perchè  la guerra e le vittime non si vedono.”Ha mobilitato la lingua inglese e l’ha mandata in guerra”, è la frase riassuntiva di un film costruito su Gary Goldman trasformato in Churchill, per la gioia del nostro doppiatore calabrese pizzitano Stefano De Sando. Due cose. Avendo visto la prima stagione di “The Crown”, la serie scritta da Peter Morgan, il Churchill di John Lithgow per me resta insuperabile. E infine. Lezione per il cinema italiano: recitare significa sapersi trasformare, come sa fare Goldman. Invece da noi gli Accorsi, Savino, Verdone, Giallini, Zingaretti Zalone & C. qualsiasi ruolo gli venga assegnato interpretano sempre e solo sè stessi.

LORO 1 (2018) “Ce n’è una che si fa chiamare la francese ma è di Pizzo Calabro”. Paolo Sorrentino costruisce tutti i suoi film su un personaggio, intorno al quale circumnaviga scandagliando anima e corpo. In questo film (ambientato nel 2006, prima del bunga-bunga) si introducono i 2 personaggi, destinati ad incontrarsi come sesso e  danaro: l’imprenditore tarantino Morra ( Scamarcio) e il Caimano. Scamarcio si allea con una delle favorite del Cavaliere (Kasia Smutniak, il personaggio meno riuscito e seducente), arruola una schiera di escort e le piazza davanti a Villa Certosa in Sardegna. Silvio Berlusconi ( Toni Servillo)  ha perso le elezioni (da Prodi) e tenta invano di far ridere e riconquistare una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) persa nei libri di Saramago. La seconda parte del film (esce il 10 maggio) chiuderà il cerchio, ma per adesso Sorrentino non delude. Ormai reincarnatosi in Fellini (per piacere agli americani), stavolta riscopre lo Scorsese del Wolf of Wall Street (2013). La dolce vita e lo squallore. Ci sono i soliti animali, le pecore, un bisonte, un cammello, un topo; molta cocaina, Loro (quelli che contano), Lui (il Caimano), Dio (perdona), Formigoni e Bondi, Bertolaso, Noemi Letizia e l’Ape regina Sabina Began. Ci sono cose imbarazzanti come il camion della spazzatura che esplode o Veronica che accusa Silvio di non aver mai fatto in tv programmi culturali! Non c’è la cronaca pop del Potere come nel Divo (e purtroppo non c’è più  D’Avanzo come consulente), qui si rappresentano  soldi e sesso come mezzi e fini del mondo in cui viviamo (“abbiamo tutto, ma mai abbastanza”). Noi che guardiamo Loro in tv, come la pecorella che guardando il condizionatore, rimane congelata.

LORO 2 (2018) Ammiro Sorrentino dal primo film “L’uomo in più” (2001), e continuo anche  quando un film come questo mi persuade poco. In un film di 3 ore (diviso in due parti) il nostro Fellini redivivo non può concentrare in due dialoghi memorabili tutto il senso del film. Il resto, olgettine, Sardegna, amici, balletti, è tutto contorno visivo, talvolta pure televisivo. Mi sono fatto quindi l’idea che Sorrentino sia ormai dispersivo, accumula materiale perdendo di vista l’obiettivo. Al contrario de “Il Divo” qui non siamo nei palazzi del potere, siamo (2006-2010) in una grande villa in Sardegna, dove l’istrione progetta di riprendersi il potere e deve fronteggiare la moglie Veronica che alla fine lo lascia. E’ stato scritto che è un film sulla vitalità di un uomo che non accetta il declino e il tramonto. O sul Berlusconi che è in noi, anche se non abbiamo la dentiera. E’ anche questo, senz’altro, ma innanzitutto è il film che tenta (è il mestiere di Sorrentino) di smontare la sua mitologia. Toni Servillo è meraviglioso, non intende farci dimenticare che sta rappresentando Berlusconi (è cioè un attore, una finzione), mentre l’autore mette in bocca a Veronica e al banchiere-socio (Mediolanum) Ennio Doris tutto il male e tutto il bene che si può dire di lui. Il dialogo di Silvio con Veronica e la vendita di un appartamento ad una signora scelta a caso sull’elenco telefonico sono due momenti di grande cinema. Il resto è tutto già visto, lo ha già fatto Scorsese, e la tragedia di questo uomo ridicolo che la sinistra ha mantenuto al potere per 20 anni non si descrive facendo vedere le macerie dei nostri terremoti (chiedere dal 1994 che fine ha fatto la legge sul conflitto di interessi).

L’UOMO SUL TRENO (2018) di Jaum Collet-Serra. Non mi piacciono i film d’azione, tranne la saga di Jason Bourne, perchè sono film che diventano videogiochi o fumetti. Se il protagonista viene massacrato da un energumeno e invece di essere ricoverato si alza e claudicante continua la sua azione, perdo la pazienza. Succede anche in questo film ma Liam Neeson fa B movie senza scendere al livello di Nicolas Cage. Insomma, un film che tranne una parte inverosimile, si fa seguire per la dose di suspence che riesce ad introdurre.

MANCHESTER BY THE SEA (2016) di Kenneth Lonergan. Due premi Oscar a questo film, al protagonista Casey Affleck e al regista-autore. Lee Chandler è un arrabbiato, conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston, tormentato dal suo tragico passato. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare nella cittadina d’origine, sulla costa del Massachusetts , e scopre di essere stato nominato tutore del sedicenne nipote Patrick. La gioventù e le pulsioni del nipote, che ha bisogno di crescere, e ha bisogno di calore umano in una natura dove predominano il freddo e il ghiaccio, provocano crepe nel cuore ormai indurito di Lee. Un film difficile ma che si ricorda.

MOLLY’S GAME (2018) Il primo film diretto da Aaron Sorkin, grande sceneggiatore di The social network e della serie tv The newsroom, merita di essere visto solo per questo. Ma poi c’è la sua solita scrittura fatta di lunghi intensi dialoghi (più che di azioni) e di voce fuori campo, per raccontare una storia vera. Quella di Jessica Chastain nei panni di una ragazza  che da ex sciatrice olimpionica si ritrova a gestire il gioco clandestino di poker a Hollywood. Il padre, Kevin Costner, è fedifrago e psicologo, due fratelli hanno più successo di lei che pure ha un QI superiore, insomma alla fine Molly forse intende misurarsi con uomini potenti, tutto qui. Grazie ad un avvocato che crede nella sua integrità riuscirà a non essere imprigionata, punita dalla mafia russa o dai numerosi clienti celebri che preservano i loro segreti? Il film merita, ma a me la Chastain non mi affascina mai (Interstellar,The tree of life, The martian…)

MISSION IMPOSSIBLE-FALLOUT (2018) 147 minuti velocissimi per il sesto film della serie, con protagonista Tom Cruise nei panni dell’agente della IMF Ethan Hunt. Il nome da memorizzare è il regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie (1968), autore degli ultimi due episodi (oltre che la garanzia di JJ Abrams tra i produttori). Per me, il migliore film di una saga cominciata da De Palma. Cerco di dirlo in breve. Questo genere di film è una sommatoria di scene d’azione dove tutto si gioca con la location e la potenza delle sequenze. Se però il tutto non viene governato da un autore-sceneggiatore, abbiamo videogiochi meccanici. In Fallout  invece  c’è una trama che finanche io riesco a padroneggiare. Fate così, godetevi il film e poi andate su youtube a vedere “mission impossible fallout behind the scenes”. Capirete come realizzano film come questo, con Tom Cruise che non usa stunt man, si frattura una caviglia, guida auto e moto,e si lancia davvero da un aereo. Comunque la scena del combattimento nel bagno a me sembra di una perfezione assoluta. Tra gli altri interpreti del film Simon Pegg e Alec Baldwin mi fanno impazzire sempre. Sulla trama vi dico che se voi vi perdete le chiavi di casa Ethan stavolta perde tre nuclei di plutonio. E’ un Hunt stanco, stressato, che dorme poco, ma fedele ai suoi amici e alla sua etica. Questo film è vivamente sconsigliato a chi ama il cinema di Ozpetek e Pupi Avati.

MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO Una spiaggia del sud nella Francia del 1994. Un giovane aspirante sceneggiatore (che è poi l’alter ego del regista) torna a casa in vacanza e osserva per tre ore (preparatevi) i suoi amici e familiari. Abdel Kechicke (1960) è il regista tunisino-francese che nel 2013 si impose a Cannes con “La vita di Adele”, e nei primi cinque minuti sembra voglia ricordarcelo. Ma poi pian piano, attraverso dialoghi realistici e un chiacchiericcio continuo, si scopre che lo sguardo innocente, direi puro, del protagonista Amin (che Kechicke seguirà nei prossimi film) osserva i corpi, e il film diventa per davvero quello che voleva essere nelle intenzioni, un inno alla vita, all’erotismo e al nutrimento. Il destino (significato della parola mektoub) c’entra poco, ma piuttosto sono le pretese dei corpi ad imporsi sia nei ragazzi che negli adulti, quelli che non vogliono rinunciare alla esuberanza giovanile (lo zio Kamel), e quelli che valutano a partire dalle apparenze fisiche. Un film realista, una specie di documentario sui giovani degli anni novanta, sulle loro pulsioni ed esigenze, sui loro desideri, sul sesso che discrimina e accoglie. Qualcuno alla fine si chiederà se tre ore non potevano essere contenute in due, ma vi faccio l’esempio dell’ultima mezzora, tutta girata in discoteca. Se vi estenua e affatica vedere per così lungo tempo cosa succede in quel tempio del divertimento, Kechicke ci potrebbe chiedere: Ma ci siete mai stati, oppure dopo 5 minuti siete usciti, per non vedere e sentire quello che succede? Io, dice Kechicke, non giudico, guardo. 9 di cuore

MY WAY  Su Netflix, imperdibile  il documentario sulla vita di Silvio Berlusconi tratto dal libro di Alan Friedman, diretto da Antongiulio Panizzi e prodotto dalla Leone film Group (dei figli di Sergio Leone), oltre 28 ore di registrazione in cui il Cavaliere racconta la sua incredibile vita. Voto 8. Descrivo solo 2 scene che serviranno ai nostri posteri per capire quello che tanti italiani adorano. Nella prima si vede il Cavaliere che dice all’intervistatore, Alan Friedman: «E adesso le faccio vedere – ( a stento trattenendo gli angoli delle labbra) questa sala cult del famoso bunga bunga». Cult è pronunciato cult (e non calt). La seconda è la visita negli spogliatoi con Berlusconi che catechizza l’allenatore del Milan Inzaghi, dicendogli che deve urlare «AAttaccare», davanti ai suoi giocatori. I calciatori di tutto il mondo che ha di fronte lo guardano sgomenti, a metà tra il perplesso e il divertito, mentre Inzaghi è imbarazzatissimo. Il Trump italiano nostro Maestro di Vita, perchè lui sa tutto e ha fatto tutto, visto al cinema ci fa capire che solo un Alberto Sordi diretto da un Rossellini avrebbero potuto raffigurarlo.

NERUDA è un film molto difficile e sorprendente del cileno Pablo Larrain (1976), già autore di “Jackie” (vedi sopra). E’ un noir dove trovate un poliziotto e un fuggitivo, non è un biopic sul poeta Neruda. Ma i due protagonisti si raccontano come se ciascuno fosse protagonista di un romanzo o un film, come fece Sorrentino con Andreotti.  “Quindi tutto è finzione, trasparenti in macchina, sogni, visioni ed espedienti teatrali”. Insomma Larrain non vuol fare un film su Neruda, che già era uno pseudonimo, ma sul desiderio umano di essere altro. L’inizio è meraviglioso, quando nei bagni del parlamento avviene una battaglia dialettica degna di un film di mafia. Come Jackie Kennedy imbastiva uno spettacolo per la morte del marito, affinchè lo raccontasse e lo tramandasse con la grandezza che lei pretendeva, allo stesso modo i due personaggi tentano di prendere il controllo del film e della loro mitologia. Un film ripeto difficile sulla forza del falso, del simulato, del non verosimile, dove i fatti sono piegati dall’immaginazione e però ti avvicinano al vero.

NOI (2019) di Jordan Peele. Confesso che io (ma non sarò il solo) dopo la visione del film avevo capito la metà. Le certezze sono che il secondo film di Peele, 40 anni, ex comico, dopo “Get out” (Scappa!) lo conferma come un autore formidabile. Perché sa girare, e tiene tutto sotto controllo, dalla musica alla recitazione, alle citazioni, alla fotografia. Certo, “Get out” era, per me, più divertente e dissacrante, una presa in giro del “politically correct”, e gli ultimi 20 minuti erano horror. In questo secondo film Peele non ci parla di “noi”, ma di “loro”, gli altri, e di tutto ciò che ci mette paura. Chi siano questi altri, le nostre “ombre”,  non è proprio chiaro, i diversi, i più poveri, i terroristi, o forse tutto insieme. Perché, almeno questo è il mio parere, ognuno di noi non è che abbia paura o tema una sola cosa. Anzi, più ci si evolve e più le nostre paure aumentano, e la stessa tecnologia (si veda nel film la musica che parte con l’ordine dato alla Alexa di turno) non rassicura ma appunto intimorisce. Ecco la storia. Una bambina a una fiera entra da sola in una casa degli specchi e incontra quella che forse è un’altra come lei. Decenni dopo Adelaide è adulta, ha una bella famiglia con due figli, ma è tormentata  dal suo passato e sconvolta da una serie di inquietanti coincidenze; sente che qualcosa di brutto sta per accadere alla sua famiglia con cui va a passare qualche giorno al mare proprio in quel luogo dell’infanzia. Di notte infatti riceveranno la visita violenta di 4 sosia, in tutto e per tutto uguali a loro ma dall’atteggiamento primitivo, sociopatico, pericoloso. Ognuno di noi è Adelaide, il passato ci tormenta e non è che si viva spensierati…io ho capito questo. Ma fatevi spiegare tutto il resto, perchè chi sono  i sosia, cosa vogliano e cosa succede davvero è tutto nel film. Ci vuole molta attenzione.

NOTTI MAGICHE (2018) Pensavo che Paolo Virzì con “Il capitale umano” avesse fatto il salto internazionale. Invece con questo film e quello precedente americano ha scelto due soggetti ormai stantii: il viaggio on the road in America, un classico, e adesso, il film sul cinema ambientato a Roma. Stracult. Tre sceneggiatori (Virzì, Livorno; Piccolo, Caserta; Archibugi, Roma) si sono applicati per scrivere un film sulle loro storie autobiografiche. Il risultato a me è piaciuto, Virzì ha classe, non può essere paragonato ad un Paolo Genovese qualsiasi, non si ripete come un Muccino, e tuttavia non è Ettore Scola. Non basta un grandioso Giannini, non bastano tre giovani che via via impari ad apprezzare, non basta una storia dove quelli come me indovinano a chi alludono i vari personaggi. Il fatto è che non se ne può più delle trattorie romane, del generone romano e delle terrazze e degli appartamenti storici, così come non se ne può più dell’America scoperta in viaggio. Voglio dire: i film sul cinema possono piacere a chi sa chi fossero Ennio De Concini, o Furio Scarpelli. Ma per il pubblico sono “perfetti sconosciuti”. Infine, il calcio in questo film è un semplice cavolo a merenda.

PANAMA PAPERS (2019) Steven Soderbergh (1963) è quello di “Sesso, bugie e videotape” o di “Traffic”. Qui con tutta l’ironia e la classe di cui è capace assolda Meryl Streep, Oldman e Banderas per spiegare quanto è successo davvero nel 2006. In ogni opera artistica la forma è importante quanto il contenuto. Solo che i critici quando ti dicono che  un film è  “alla Michel Moore” intendono suggerire che prevale il contenuto didascalico. Ma Soderbergh ha vinto Oscar e premi, non è uno qualsiasi, per cui ti spiega come farebbe il migliore dei docenti l’origine della moneta, dalle banane alle mucche al “credito” che ti consente di acquistare beni senza avere la moneta in mano. Sino all’esigenza per chi ha molto danaro di volerlo nascondere al fisco e ai creditori. Però poi racconta una storia che inizia quando Ellen Martin perde il marito in un tragico incidente durante una crociera sul Lake George. Convinta di poter essere indennizzata dall’assicurazione scopre che ciò non è possibile a causa di una lunga serie di scatole cinesi, gusci vuoti, creati da uno studio legale, Mossack Fonseca, proprietario di 250mila società offshore, con sede a Panama. Il racconto alterna le indagini di Ellen con le considerazioni dei due soci e il tutto, dopo 90 minuti consente al più sprovveduto degli spettatori di capire teoria e pratica dell’evasione fiscale nonchè la diffferenza con l’elusione fiscale. Siccome il film è impeccabile, curato in tutti gli aspetti, fotografia, grafica, musica, invenzione, e si avvale di tre attori magnifici, ne sono rimasto estasiato. Lo consiglio anche a tutti quelli  che non sanno nulla dei cosiddetti Panama Papers, i dossier confidenziali creati dalla Mossack Fonseca nei quali figuravano tutti i nomi degli azionisti, anche capi di stato, i quali volevano nascondere i loro beni al controllo statale.

ROCKETMAN (2019) Il regista Dexter Fletcher dopo il successo inaspettato di Bohemian Rhapsody (film completato dopo il licenziamento di Bryan Singer) si cimenta con la vita di Elton John, da bambino paffutello e simpatico a rockstar multimilionaria, finito tra gli alcolisti anonimi per rimettere in sesto la sua vita dissoluta. Prodotto dallo stesso Elton, scritto da Lee Hall, già autore dello script di Billy Elliot, il film lo regge il protagonista Taron Egerton dotato anche di indubbie doti vocali. Jamie Bell, il ragazzo protagonista di Billy Elliot, qui fa la parte di Bernie Taupin, il paroliere che scriveva i testi che poi Elton metteva in musica. La confezione è la solita sesso droga e rock’n roll ma siccome la storia è vera Elton ripulito vive e lotta ancora insieme a noi. In buona sostanza un musical.

ROMA (2018) Nel 2018 il cinema può ancora incontrare la poesia? Come successe con De Sica, Fellini, Olmi…Sì, cercate di vedere il film (su Netflix) che ha vinto il Leone d’Oro a Venezia, questo film del messicano Alfonso Cuaròn (1961), quello di “Gravity”. Roma è un quartiere medioborghese di Mexico City, nel 1971, che affronta una stagione di grande instabilità economico-politica. Due grandi personaggi al centro della storia, due donne che realmente si sono prese cura del regista da piccolo:  Cleo è la tata, la domestica tuttofare di una famiglia benestante che accudisce marito, moglie, nonna, quattro figli e un cane. E Donna Sofia è la mamma di Cuaron, abbandonata dal marito. Cleo è india, mentre la famiglia che l’ha ingaggiata è di discendenza spagnola e frequenta gringos altolocati. Un film in bianco e nero e senza colonna sonora, sul quale non voglio dirvi una parola in più, c’è tutta la nostra vita. Non ci sono discorsi, vaniloqui, dialoghi, impegno, azione, insomma non c’è la prosa di tantissimi film, c’è soltanto la poesia. Alla fine di 135 minuti uno si chiede, perchè finisce? Cuaròn è semplicemente un maestro. 

SERENITY- L’ISOLA DELL’INGANNO (2019) di Steven Knight. Possibile, mi chiedevo, che il regista inglese di “Locke” (il film girato in un’auto dove un solo attore, Tom Hardy, guidava e regolava la sua vita) abbia fatto un flop colossale? Vado a vedere ed è così, davvero imbarazzante. I due protagonisti, Mattew Mc Conaughey e Anne Hataway, infatti, sono attori Oscar che spesso e volentieri ti danno buca, diventano due Nicolas Cage qualsiasi. Lui Baker Dill pescatore gigioneggia e diventa uno stereotipo, fuma beve e fa sesso come un Hemingway qualsiasi, novello capitano Achab alla ricerca di un tonno gigante in una isola sperduta dei Caraibi. Lei bionda sensuale fa lo stereotipo della moglie Karen che deve liberarsi del marito violento, comica in impermeabile nero e cappellaccio sotto la pioggia. Insomma, parte come un noir anni 40 ma i colori e l’atmosfera sono da Adrian Lyne e poi diventa non so che cosa con un bambino che è finito dentro un videogame. Insopportabile, l’isola dove il tempo si è fermato e tutto si ripete ogni giorno, diventa la trappola di noi spettatori-ostaggi.

 SHIMMER LAKE Un film Netflix 2017 scritto e diretto da Oren Uziel  a Toronto. Un giallo raccontato a ritroso, voto 6 (per qualche influenza dei f.lli Coen). Dopo aver compiuto una rapina, Andy Sikes è in fuga con una borsa piena di soldi ricercato da suo fratello Zeke, sceriffo della cittadina di Shimmer Lake. Con l’aiuto del suo vice e di due bizzarri agenti dell’FBI, lo sceriffo indaga su questa intricata vicenda, in cui sono coinvolti anche un’ex promessa del football locale, Ed Burton, sua moglie Steph e il giudice Brad Dawkins, il quale è anche proprietario della banca rapinata.

SICILIAN GHOST STORY La vicenda del rapimento durato 25 mesi e dell’uccisione del ragazzino Giuseppe Di Matteo vista con gli occhi di Luna, una sua compagna di classe. Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, al secondo film, mostrano talento e doti si è detto alla Guillermo Del Toro. Io ho pensato al Carlei della Corsa dell’innocente (1993), guarda caso proprio l’anno in cui il tredicenne venne rapito da sequestratori travestiti da poliziotti, su ordine di Giovanni Brusca. “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi” , confesserà Gaspare Spatuzza che vi prese parte. Questa confessione deve essere apparsa ai registi una buona chiave di lettura dei mafiosi, che qui diventano gli orchi di una fiaba. Un bel film (voto 7) che però -appunto- ripropone il vecchio dilemma di come raccontare la mafia, qui protagonista di uno degli episodi più raccapriccianti. Non si uccidono donne e bambini, diceva la vecchia mafia, ma i corleonesi arrivarono a far morire di stenti un bimbo e poi a strangolarlo e distruggerlo nell’acido. E meno male che non fecero crollare la torre di Pisa e non riuscì loro la strage all’Olimpico!  Altro che Isis. Ecco, questo raccapriccio non l’ho visto nel film dove prevale l’aspetto onirico e fantasmatico.

S IS FOR STANLEY Se vi interessa il lato privato di Stanley Kubrick, questo documentario è imperdibile. Qualche anno fa  Alex Infascelli (premiato con il David di Donatello), incontrò la moglie di Kubrick per un’intervista e sentì parlare per la prima volta di Emilio D’Alessandro, l’autista italiano tornato a vivere a Cassino dopo la morte del Maestro. In poco meno di un’ora, Emilio racconta la sua incredibile storia, iniziata ai primi anni ’60. Emigrato in Inghilterra per evitare la leva, sposa Janette un paio d’anni dopo e trova lavoro come autista di taxi per una piccola società. Tempo dopo, era il 1970, Londra era sommersa dalla neve, ma bisognava trasportare un enorme pacco da una parte all’altra della città: era finito sul set di “Arancia meccanica” e la consegna era quella del grande fallo bianco che poi viene utilizzato nel film. Senza saperlo, fu quella la prima volta che Emilio lavorò per Kubrick. Che di lì a poco lo assunse come autista personale. Ma per i successivi 30 anni Emilio fu molto di più, diventando il suo assistente più fidato e vicino, al punto che Kubrick fece installare in casa sua una linea telefonica privata dove poteva contattarlo solo lui.

SLAM- TUTTO PER UNA RAGAZZA Andrea Molaioli (1967) mi era molto piaciuto con La ragazza del lago (2007), poi Il gioiellino (2011) è stato un flop e quindi ero curioso di questo nuovo film tratto dal romanzo “Slam” di Nick Hornby, riadattato a Roma. Sam (un bravissimo Ludovico Tersigni) è un ragazzo di sedici anni con la passione per lo skateboard e devoto a Tony Hawk, uno dei più grandi skaters al mondo. Vorrebbe almeno essere il primo della famiglia a non inciampare nello stesso errore di sua mamma (Jasmine Trinca), suo nonno e suo bisnonno: diventare genitori a soli sedici anni. Ma non ha fatto i conti con Alice (Barbara Ramella), una ragazza bellissima con cui instaura un rapporto che lo allontana momentaneamente da tutto. Nel momento in cui Sam decide di lasciarla, Alice gli confessa di aspettare un bambino. Davanti all’errore che ha segnato tutta la sua famiglia, Sam decide di scappare e di far perdere le sue tracce…Un film onesto (voto 6) ma piatto, che si concede troppi flashforward (una nuova manìa del cinema italiano alla ricerca del fantastico). La presenza dell’onnipresente Luca Marinelli che fa il solito personaggio borderline è un’altra cosa troppo scontata.

SMETTO QUANDO VOGLIO- AD HONOREM Ecco quei film italiani che alla fine gli spettatori chiamano “carini”. Il salernitano Sydney Sibilia (1981) ha girato di seguito 3 film sui ricercatori universitari che si ritrovano a fare una banda, garantendo la stessa qualità. Prodotto da Procacci e Matteo Rovere, è il tentativo nostrano di fare cinema dopo aver goduto e assimilato il nuovo cinema di autore che è quello delle “serie tv” americane. Gli ingredienti ci sono tutti, una storia, musica, fotografia, carrellate, sceneggiatura adatta agli attori. Il valore aggiunto sono gli attori (Leo, Fresi, Sermonti,Calabresi, Marcorè)  che non sono i triti & ritriti: nell’ordine di antipatia mia, Favino, Accorsi, Ghini, Amendola, Rubini, cioè tutti gli attori che ha chiamato Muccino nel suo prossimo film.

SNOWDEN Oliver Stone in gran forma riesce a trovare il bandolo della matassa nella complessa e complicata storia di Edward Snowden. Nel 2013, barricato in una stanza d’hotel ad Hong Kong, il ventinovenne Edward Snowden, ex tecnico della CIA e consulente informatico della NSA (National Security Agency), ha rivelato, dati sensibili alla mano, al quotidiano inglese The Guardian e alla documentarista Laura Poitras, l’esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa, programmi di intelligence secretati, che garantiscono al governo statunitense un livello di sorveglianza estremamente invasiva e contraria ad ogni diritto alla privacy sul proprio territorio e sul resto del mondo.  Come spiegare al grande pubblico concetti così difficili? Grazie ad un credibile Joseph Gordon-Levitt, Stone ha scelto di  presentarci le motivazioni di un ragazzo che decide di  perdere tutto svelando i massimi segreti del suo paese, che pure lo aveva addestrato ad essere un soldato fedele nei lunghi anni alla NSA. Così questo soldato con idee conservatrici pian piano si forma una coscienza civile che lo conduce ad una decisione finale sofferta e senza ritorno. Un film chiaro, e stavolta Stone non è confusionario né ridondante.

SOLDADO (2018) Il genere deve piacere, il neo-western oggi ambientato al confine tra Messico e Stati Uniti. Per capirci, chi ama la commedia o l’horror non apprezzerà Stefano Sollima (1966), il regista italiano delle serie magnifiche (Romanzo criminale, Gomorra) chiamato dagli americani a dirigere un copione di Taylor Sheridan (1970), quello di “Sicario” (director: Villeneuve). A me il film è piaciuto molto, nella sua linearietà (trovatemi un film oggi che racconti senza flashback o flash-forward), nella trama semplice imperniata su Alejandro e Matt (Del Toro e Brolin), due militari incaricati dal governo americano di un lavoro sporco e segreto. Lungo il confine ormai il cartello traffica con esseri umani più che con la droga e attraverso quel traffico arrivano i terroristi. I due devono scatenare una guerra tra le fazioni del cartello, e la storia racconta come fanno. Poche parole, molta azione, molto cielo e praterie sconfinate solcate da mezzi pesanti. Sollima non deve far altro che il director, come vogliono anzi pretendono gli americani. Un film come questo riesce allora se funziona la sceneggiatura. E Sheridan funziona sempre. Però se vi piace il thriller, la commedia, l’Autore, astenetevi.

SOLO- A STAR WARS STORY (2018) di Ron Howard.  Il film è vedibile, ma siamo nei pressi di Indiana Jones (la produttrice Kennedy, lo sceneggiatore Lawrence Kasdan). Han è un giovanotto molto buono, con la lingua pronta, un cowboy che guida navicelle e ama Qi’ra (una Emilia Clarke con le guanciotte). Gli inseguimenti sono sempre, come paiono a me, videogiochi, Woody Harrelson mastica sempre come in tutti i film, questo spin-off sulle origini del contrabbandiere corelliano non piacerà ai devoti della saga. Sorrido perché il cantante italiano Bobby Solo, all’anagrafe Roberto Satti, si narra che nel 1964 ebbe il cognome per un errore di un impiegato che non aveva capito che si doveva chiamare Bobby e basta (solo). E l’impiegato non sapeva proprio nulla di George Lucas.

STANLIO E OLLIO (2019) Il regista scozzese Jon S. Baird, su sceneggiatura di Jeff Pope (quello di Philomena) racconta di  Stan Laurel e Oliver “Babe” Hardy quando nel 1953 partono per una tournée teatrale in Inghilterra. Sono passati sedici anni dal momento d’oro della loro carriera hollywoodiana e, anche se milioni di persone amano ancora Stanlio e Ollio e ridono soltanto a sentirli nominare, la televisione sta minacciando l’abitudine culturale di andare a teatro e molti preferiscono andare al cinema a vedere i loro capolavori del passato oppure i nuovi Gianni e Pinotto, piuttosto che scommettere sulle loro esibizioni in teatrini di second’ordine. Eppure i due vecchi compari, con Ollio sempre più malato, sanno ancora divertirsi e divertire e la tournée diventa per loro l’occasione di passare del tempo insieme, fuori dal set, come non avevano mai fatto prima, e di riconoscere per la prima volta il sentimento di amicizia che li lega. Un bel film, anche se malinconico, con un finale stupendo. Si apprendono molte cose su una coppia che tutti abbiamo amato, a cominciare dalla insuperabile matematica scrittura dei loro numeri ad opera di Stanlio.

STAR WARS – GLI ULTIMI JEDI (2017) Non sono un credente della saga creata da Lucas e quindi quel che dico di sicuro è poco fideistico. Ma se leggete alcuni devoti finisce che neppure andate a vedere un film che merita. Ho visto mi pare nel 1977 il primo capitolo e poi gli altri due, ma poi mi scocciai e due anni fa sono tornato al cinema per la nuova trilogia a causa del nome di J.J. Abrams (mitico showrunner di Lost). Abrams dirigerà il prossimo capitolo e questo lo ha affidato al bravissimo Rian Johnson. In realtà tutta la saga e la Lucasfilm è nelle mani dal 2012 di un personaggio per me straordinario, cioè Kathleen Kennedy (1953), che ricordo per aver prodotto grandi film di Spielberg come E.T. e Indiana Jones, oltre che Ritorno al Futuro. Detto questo, i 150 minuti del film, dopo un inizio lento, non li senti soprattutto perché c’è molta leggerezza in questa puntata, molta attenzione ai ragazzini del pubblico, scenette comiche che stemperano il pathos e l’epica. Le vicende di Rey e Luke Skywalker, di Kylo Ren e Poe Dameron, di Finn e Leia Organa (Carrie Fisher scomparsa dopo le riprese) sono sempre inquadrate nella lotta della Resistenza e dei ribelli contro il Primo Ordine (in sostanza, i nazisti). C’è un bel duello finale come in qualsiasi western e ci sono due o tre insegnamenti: che dai fallimenti s’impara, per cui si deve cambiare sempre; che i vecchi vanno (metaforicamente speriamo) uccisi per diventare quel che si deve; che la Forza oscilla tra Bene e Male, tra lato oscuro e lato chiaro di una energia indomabile. Puro intrattenimento che non capisco perché i distributori italiani abbiano intitolato, nella loro eterna dabbenaggine, GLI ULTIMI JEDI, quando bastava riferirsi al singolare.

10 CLOVERFIELD LANE di Dan Trachtemberg. Svegliandosi dopo un incidente, Michelle si ritrova prigioniera insieme col giovane Emmett nel seminterrato di un uomo che dice d’averla salvata da un attacco chimico. C’è da credergli? Mary Elizabeth Winstead (che è anche in Fargo, 3^ stagione) se la vede con John Goodman stavolta al bivio tra i suoi personaggi abituali, omone benevole o psicopatico?  Cosa è successo fuori della casa? La tensione viene conservata fino a pochi minuti da un finale che rischia però di indebolirne la portata. Vedibile, voto 6 pieno.

TED BUNDY -FASCINO CRIMINALE (2019) di Joe Berlinger. Il film è tratto da una storia vera, raccontata in un libro da Elizabeth Kloepfer, la sua relazione per Ted Bundy,  serial killer degli anni 70.   Il fascino di Ted è evidente, l’attore è il bello Zac Efron, ma Elizabeth inizia a sentire che c’è anche qualcosa di strano nel suo comportamento ed è particolarmente turbata quando la Tv diffonde notizie sull’omicidio di alcune ragazze. Anche dopo il suo arresto e le accuse provenienti da  vari Stati, Ted continua a dichiarare la propria innocenza, fino a difendersi in prima persona in uno dei primi processi spettacolo americani, ripreso dalle telecamere nello stato della Florida.  Il film è poca cosa, realizzato in economia e immette lo spettatore nel punto di vista di  Elizabeth, vittima del fascino di Bundy. Le sue incertezze, di Elisabeth, si svelano nel finale, ma debbo dire che solo ad uno sciocco può venire in mente durante il film che Ted non sia il serial killer.

THE DRESSMAKER  “Il Diavolo veste Prada” c’entra poco in questo film australiano del 2015, anche se di moda si tratta. Una notte Tilly, una giovane donna, torna a Dungatar, lo sperduto paesino australiano da cui era stata cacciata all’età di 10 anni con l’accusa di aver causato la morte di un compagno di classe. E’ determinata a scoprire la verità che la sua memoria ha cancellato: cosa è davvero successo il giorno della morte del bambino? Il film parte così, con una scena bellissima da western classico, e con un’attrice come Kate Winslet che combatte nel villaggio, siamo nel 1951, la sua sfida con vestiti di sartoria. E’ una commedia  che scivola verso il grottesco ma anche nel prevedibile.

THE EQUALIZER 2 SENZA PERDONO (2018) Denzel Washington per me è una garanzia, come il regista Antoine Fuqua. Non danno mai patacche. L’esatto contrario di Nicolas Cage. Certo, deve piacere il genere action, che sta tra Il giustiziere della notte e Rambo. Ma  Denzel, col suo personaggio, è l’amico che tutti vorremmo avere. Ho pagato euro 8,70 al cinema, ma non li ho rimpianti.

THE NICE GUYS In questo vecchio film del 2016 di Shane Black (ha scritto “Arma letale” e diretto “Iron man 3”) il detective privato Ryan Gosling assieme al picchiatore Russel Crowe si ritrovano a collaborare per risolvere un caso. Nei fratelli Coen la stupidità porta alla morte, alla tristezza e all’ineluttabile sofferenza, sebbene in maniera grottesca, in Shane Black la stupidità invece è il mezzo attraverso il quale il destino ha deciso di far vincere i due protagonisti: “Sometimes you just win”, conclude il detective Gosling con il braccio rotto ricordo del primo incontro con Crowe. Tanto ritmo ma soprattutto tante parole in questo film commedia che se non vi annoia vi sembrerà spensierato.

THE POST  (2018) Ho visto questo film costretto ad ascoltare i commenti continui dei miei vicini di posto, una coppia di coniugi che non sapevano nulla della storia vera che narra Steven Spielberg, ignari di chi fosse Nixon o McNamara, o il Washington Post. Questo è un film “classico” sulla stampa, nel senso che i dilemmi della questione alla fine li decide la Corte Suprema. Ricostruisce lo scandalo Pentagon Papers, in cui una talpa rivelò tanti segreti di Stato opposti da vari presidenti, dimostrando come il governo avesse mentito ai cittadini e mandato a morire i soldati americani solo per non perdere la faccia. La novità è che il dilemma (pubblicare o no i documenti) resta all’interno dei giornali. Il New York Times fu fermato dal tribunale, il Washington Post (attraverso il suo direttore Tom Hanks e la sua editrice Meryl Streep) dovette scegliere se astenersi o fallire. Come hanno capito i miei vicini di posto, l’editrice Kay Graham con la sua decisione si è giocata il patrimonio. Forse hanno capito poco i due aspetti fondamentali del lavoro di Spielberg e degli sceneggiatori. Il primo è la lotta di una donna sola in un mondo tutto maschile (e forse solo per questo la Streep potrebbe vincere l’Oscar); il secondo è la lezione sul presente, quando nel mondo i giornali di carta perdono lettori, chiudono, licenziano o diventano digitali e sembrano superati. La sopravvivenza passa per la qualità, resteranno solo i giornali migliori, e tutti gli altri spariranno. Ognuno di noi continuerà a leggere i giornali diretti da un Ben Bradlee perché si fida di lui. I miei vicini, convinti che non avrebbe pubblicato nulla, non leggono i giornali. Nel film c’è anche il mio adorato Bob Odenkirk che meriterebbe il premio per il miglior non protagonista.

THE PRESTIGE Quelli come me, che sono lento, devono vedere questo trascurato capolavoro del 2006 di Christopher Nolan almeno 4 volte per carpirne i molteplici significati. Una storia semplice, due illusionisti che si sfidano (una specie di “Duellanti” di R. Scott) negli anni, raccontata con diverse linee temporali e mettendo in scena i diversi racconti, dell’uno e dell’altro, diventa complessa da comprendere. Nolan gioca con lo spettatore, lo richiama spesso, lo avvisa di stare attento, il film inizia e finisce con tanti cappelli neri sparsi sull’erba, ma è tutto inutile, noi spettatori, ci spiega Nolan, vogliamo essere ingannati. In un film-allegoria, i prestigiatori sono i registi, i numeri sono i film, la magia è una proiezione. Anche quando la verità ( nel nostro caso sul teletrasporto) è semplice, bastano due diari, che dovrebbero contenere in quanto diari i nostri segreti (e non bugie) per confonderci e complicare il tutto. Allora fantastichiamo e arriviamo a conclusioni bislacche, le teorie grilline o le fake news che infestano il web ne sono un esempio. Un cast di attori bravissimi, Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlet Johansonn, Michael Caine, Rebecca Hall, e David Bowie (Nikola Tesla)…per un capolavoro sul rapporto verità-bugie, scienza e magia, “il prestigio” essendo il trucco finale del mago che fa riapparire l’oggetto scomparso. Vi do un indizio decisivo per capire tutto. Nel lungo duello vince alla fine Hugh Jackman (Robert Angier nel film). Favoloso, semplicemente.

THE WIFE (2017) di Bjorn Runge, regista svedese.  Lo scrittore Joe Castleman (Jonathan Price)  vince il premio Nobel. Con sua moglie Joan (Glenn Close), siamo nel 1992 nel Connecticut, partono per Stoccolma accompagnati dal figlio David (Max Irons)  scrittore alle prime armi che si sente represso dal padre. Durante il viaggio e la permanenza a Stoccolma prima della giornata della premiazione, Joan rivive il passato quando giovane studentessa si innamorò di Joe suo professore che per amore di lei abbandonò moglie e figlia. Mi fermo qui per un film che si fa vedere. Faccio notare soltanto che anche Alessandro Gassman ha fatto un film con Proietti che vince l’Oscar e viene accompagnato dal figlio a Stoccolma a riceverlo. Ma questo film italiano è invedibile.

THREE BILLBOARDS OUTSIDE BENNING, MISSOURI (3 manifesti a Benning, Missouri) Questo film doveva vincere la Mostra del Cinema di Venezia 2017, ma invece ha solo vinto il premio per la sceneggiatura. Tutti quelli che come me amano i fratelli Coen si animano se tra i protagonisti di un film ci sono Frances McDormand (moglie di un Coen) e Woody Harrelson ( True detective). Ma il film scritto e diretto dal commediografo irlandese Martin McDonagh (1970), con protagonisti anche Sam Rockwell, John Hawkes e Peter Dinklage, è bellissimo per la storia, i dialoghi, il montaggio, l’atmosfera che crea. Una mamma alla quale hanno stuprato e ucciso una giovane figlia, fa affiggere tre manifesti dove se la prende con lo sceriffo perché le indagini languono. Solo che lo sceriffo è un brav’uomo ed ha un brutto cancro. Questo è lo spunto, e così si capisce che è un film sulla rabbia, ma la rabbia genera rabbia. Imperdibile, quando lo faranno in Italia.

TOY STORY 4 (2019) di John Lasseter e Josh Cooley. Dal primo Toy Story sono passati quattordici anni e la Disney/Pixar per il me too ha fatto fuori nientedimeno che il geniale John Lasseter. Nei primi tre Toy Story i personaggi femminili hanno sempre avuto relativamente poco peso e sono stati per lo più rappresentati da una sola figura, adesso la ventata di femminismo alla saga l’ha portata la sceneggiatrice Stephany Folsom. Molte eroine  dunque, a cominciare da Bo Peep che usa il bastone da pastore come arma e gancio per scivolare sulle corde, per finire con Gabby Gabby. Questa è una bambola che, per un difetto di fabbricazione al suo riproduttore vocale, non ha mai trovato una bambina che la volesse. Nei primi tre film vedemmo sviluppato l’arco narrativo dedicato alla crescita di Andy e il suo rapporto con i giocatoli, con Woody a capo del gruppo perché considerato giocattolo preferito. Il film precedente si chiudeva con Andy che regalava a Bonnie tutti i giocattoli prima di partire per l’università. In questa quarta avventura il protagonista assoluto è Woody, accanto a lui Forky, un nuovo giocattolo costruito con una forchetta. Forky deve ancora capire cosa significa essere un gioco e non spazzatura. Woody dovrà compiere un viaggio sia interiore che effettivo per cercare di capire quale sia il suo posto nel nuovo mondo che lo circonda. Lo aiuta la pastorella Bo Peep, una sopravvissuta, indipendente e fiera che gli mostrerà un altro punto di vista sul significato dell’essere giocattoli. Insomma una genialata commovente, soprattutto nel secondo tempo, che nell’edizione italiana presenta le voci di Angelo Maggi (è la voce di Tom Hanks) che sostituisce Frizzi  e  Luca Laurenti che interpreta Forky.

TROPPA GRAZIA (2018)  Un film scritto e diretto da Gianni Zanasi. Lucia è una geometra precaria con una figlia , Rosa, schermitrice, un amore finito e tenta di sopravvivere cercando di affrontare i problemi e di far le cose per bene. Incaricata di fare un rilevamento catastale per un grosso investimento immobiliare, si accorge che nelle carte c’è qualcosa che non torna. Ma proprio su quel terreno le appare la Madonna che le chiede di andare dagli uomini e far costruire una chiesa. Questa apparizione lei la considera una sfiga e tenta di far ragionare la Madonna che le sta chiedendo una cosa impossibile. Una bella storia costruita su Alba Rohrwacher. Un’attrice che non mi è mai piaciuta (recita sempre la donna dolente) ma che qui funziona molto bene. Il film, secondo me, manca di quell’ironia che avrebbe stemperato un realismo troppo spinto. O vai su Bunuel oppure usi l’ironia, non puoi girare un film come se la storia fosse vera.

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY Prodotto da Wes Anderson, ecco a voi la vecchia commedia tutta basata sulla sceneggiatura. Un tuffo in un cinema che non c’è più. Siamo a  New York dove Isabella Patterson, che si si chiama in realtà Izzy Flinksteins, fa la escort col nome di Glo Sticks. Una notte incontra un regista di Broadway, Arnold Albertson, cioè Owen Wilson, che si nasconde sotto il nome di Derek Patrick nella sua stanza al Barclay di New York. Lui le lascia 30 mila dollari in modo che lei abbandoni la professione di escort e realizzi il suo desiderio di  recitare. Così se la ritrova col suo vero nome, Isabella Patterson, al provino della commedia che ha sta mettendo in scena per sua moglie Sandy. Però Isabella ha una psicanalista, Jane, una Jennifer Aniston in gran forma, fidanzata con Joshua, sceneggiatore della commedia e già pazzo della escort, ora attrice. E Joshua è figlio del detective George Morfogen, che lavora per un vecchio giudice, Austin Pendleton, in cura dalla psicanalista Jane perché fissato con Izzy-Isabella-Glo. Basta così, siamo alla screwball comedy (commedia svitata) degli anni trenta, quando nasceva Bogdanovich (1939). O alla Billy Wilder. Dialoghi, ritmo, pochade, coppie che scoppiano e si ritrovano.

UNA FAMIGLIA Questo film presentato a Venezia 74 è insopportabile per le ambizioni di Sebastiano Riso, al suo secondo film, il quale si presenta come Autore e, come se non bastasse, anche narratore di fatti veri appurati dopo ricerca sul campo. Insomma, ecco a voi un nuovo Rossellini. La tematica è quella dell’utero in affitto, ed è portata avanti attraverso la famiglia di Vincent, 50 anni di Parigi, ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. E Maria, più giovane di quindici anni, cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. Patrick Bruer (lo ricordate nel delizioso “Cena tra amici”) e Micaela Ramazzotti formano una coppia che sotto la normalità della vita quotidiana hanno come fonte di reddito l’utero di Micaela. Mi fermo qui perché vi lascio immaginare l’ennesima interpretazione della Ramazzotti “sballata” la quale forse aspira all’Oscar andando dietro a cotanto Autore. Sapete dove rinvenite l’Autore? Nei dettagli, piccoli particolari ripresi in piano piano (come in Breaking bad), oppure in un piano sequenza che vuol sempre suggerire: lo vedete o no quanto sono bravo?

VICE – L’UOMO NELL’OMBRA  (2019) Adam McKay, dopo tanti anni  di cinema e televisione comica, con La Grande Scommessa vinse, non si sa come, l’Oscar alla sceneggiatura, e adesso rifà un film senza bussola, non a fuoco, un po’ Michael Moore, un po’ Scorsese, un pò Oliver Stone. C’è una scena che vi voglio descrivere per spiegare il film. In un ristorante un cameriere illustra le pietanze da scegliere ai clienti, che sono tutti uomini di potere. Solo che le pietanze sono opzioni politiche e alla fine della scenetta i clienti dicono: prendiamo il menu completo. E’ una metafora, che vorrebbe alleggerire, una delle tante usate dal regista per descrivere un vero “pezzo di merda”, l’ex vice presidente di Bush jr, Dick Cheney. Ma tutte queste metafore, spiegazioni, informazioni, appesantiscono. Un film didascalico, che intende descrivere l’ascesa al potere di un uomo malvagio, a causa di una moglie troppo ambiziosa, capace dopo l’11 settembre di fare una guerra all’Irak di Saddam, solo perché gli americani volevano una reazione contro uno Stato. Con la conseguenza di procurare migliaia di vittime innocenti e di far nascere l’Isis. Il potere mondiale, assoluto e senza più regole, voluto da Cheeney, ha travolto trattati  e diritti, e a lui dobbiamo la barbarie che è diventato il mondo. L’abc che hanno imparato tutti, compresi gli italiani, è che alle cose va cambiato il nome. “Effetto serra” incute paura, ” cambia-mento climatico” no.  E poi bisogna parlare alla pancia dei cittadini, mai al cervello. Gli attori Amy Adams, (moglie di Dick Cheney), e Christian Bale, ingrassato davvero di oltre 20 kg., oltre che il produttore Brad Pitt, meritavano, come noi, molto di più.

WIDOWS EREDITA’ CRIMINALE (2018) Steve Mc Queen (1969) è il regista di “12 anni schiavo”. Quanto sia bravo, in questo film  lo si nota in un piano sequenza con la macchina da presa fissata sul cofano dell’auto di Colin Farrell (il politico Jack Mulligan). Questi ha fatto un comizio in una zona dismessa di Chicago e in auto raggiunge la sua ricca villa, così in tempo reale capiamo l’urbanistica del distretto in cui ha luogo la vicenda. La storia è ben costruita. Una rapina finisce male, muoiono in un incendio tutti i rapinatori, ma il mandante pretende pure, dalle vedove, i soldi rubati che sono andati bruciati. La vedova del capo-banda trova poi un’agenda con gli appunti del marito per un futuro colpo milionario ai danni del politico corrotto e, persa per persa, ci prova. Viola Davis è la protagonista, insieme con Michelle Rodriguez e la splendida polacco-australiana Elisabeth Debicki (1990), che avevo scoperto nella serie tv “The night manager”. Per chi non ama Roberto Vecchioni (alias: poesia e messaggio), un heat-movie (i film sulle rapine) imperdibile.