FILM VISTI

F.lli Coen, Christopher Nolan e Carlo Carlei

NOTA BENE Non sono un critico cinematografico, ma uno spettatore senza tessere omaggio che per vedere film deve fare talvolta centinaia di km. Uno come tanti con le sue predilezioni. Non conosco la storia del cinema, evito documentari, film d’horror, coreani, asiatici, “il cinema del dolore” con malati terminali e sofferenze inenarrabili (arrivo sino a Rain man). Insomma, se una canzone ti piace, lo puoi dire, o prima devi aver fatto il conservatorio?

CONSIGLI PRELIMINARI Non perdere tempo a guardare un film di o con: Nicolas Cage, Keanu Reeves, Angelina Jolie, Stefano Accorsi, Ligabue, Pupi Avati, Carlo Verdone, Penelope Cruz, Walter Veltroni, Ferzan Ozpetek e tutti gli attori che hanno partecipato ai suoi film

FILM IN ORDINE ALFABETICO

A CASA TUTTI BENE 2018 di Gabriele Muccino. Mi scuso ma un film con Stefano Accorsi, Sabrina Impacciatore, Massimo Ghini, Stefania Sandrelli, Sanremo Favino , Occhiaie Crescentini, e soprattutto Giulia Michelini, Tea Falco e Claudia Gerini, non posso vederlo. Non ce la faccio

A CIAMBRA Jonas  Carpignano, 33 anni, grazie a Martin Scorsese, segue con la macchina a spalla Pio, 14 anni, rom della comunità stanziale denominata “A Ciambra” a Gioia Tauro. Beve, fuma e si fa ben volere da un giovane ghanese. Quando il fratello Cosimo e il padre vengono arrestati, tocca a Pio rubare per portare a casa qualche soldo per far vivere la numerosa famiglia. La realtà rom che a Lamezia e in molte città conosciamo bene, viene raccontata con tanti primi piani, e così emerge la realtà di una comunità che deve sottostare agli italiani (mafiosi) che li sfruttano, e nello stesso tempo deve rubare ai cittadini incolpevoli. Il film si segue bene, De Sica, Rossellini e Zavattini lo amerebbero, ma i capolavori sono altri. 

AMMORE E MALAVITA Questo musical-sceneggiata dei Manetti Bros è piaciuto molto a Venezia, a critici e pubblico (3,5/5). Come un mio carissimo amico che in anni lontani quando gli chiedevi se gli era piaciuto un film rispondeva “carino”, e mai diede un giudizio superiore, mi attesto sul carino. C’è troppa televisione in questo ambizioso film, dal commissario Coliandro di Morelli alla attrice-ballerina “Non è la Rai” Claudia Gerini, alle coreografie stile X Factor dell’onnipresente Luca Tommassini. I critici si sa non vedono tv e quindi non sanno di cosa sto parlando, così un grandioso Carlo Buccirosso tiene il film che dovrebbe essere una parodia della serie “Gomorra” annegata nella sceneggiata napoletana. Se è un musical e lo è, almeno una canzone dei musicisti Pivio & Aldo De Scalzi dovrebbe rimanerti in testa.”Da Scampia a Posillipo, passando per il rione Sanità e il porto di Pozzuoli, Napoli nel film dei Manetti agisce come un’amante: stordisce e innamora”, si scrive in una recensione. Sarà, ma trattasi pur sempre di canzonette, cantava un altro napoletano doc.

ANIMALI NOTTURNI  è il secondo film dello stilista Tom Ford, voto 8,5. Ho molto amato questo film intelligente e con una fotografia spettacolosa, nella notte del Texas. Amy Adams è Susan Morrow, una gallerista affermata, la quale riceve dall’ex-marito Edward, che non vede né sente da circa 20 anni, un manoscritto di un romanzo appena finito, che le ha dedicato. Approfittando di un week-end in cui resta sola (l’attuale marito Walker infatti si è allontanato apparentemente per lavoro, ma in realtà per tradirla) la donna si dedica alla lettura del libro, che si intitola Animali notturni, proprio come lei veniva definita dall’ex-marito, che la chiamava così per il fatto che non riusciva quasi mai a dormire di notte. Il racconto nel racconto è un thriller violento che la coinvolge sin da subito e in cui non fatica a ritrovarsi, vedendo nei protagonisti le proiezioni di sé stessa, di Edward e della famiglia che ella gli negò, separandosi. Susan con la sua vita piatta che scivola sulla superficie delle opere che espone, si ritrova a rivivere un matrimonio  con la consapevolezza del dolore inflitto al coniuge. Un thriller coniugale nella cornice dell’arte contemporanea, è stato definito, una parabola crudele sul matrimonio. Ma la bravura di Ford sta nell’affrontare insieme il linguaggio letterario (il romanzo di Edward) e quello cinematografico.

ARRIVAL Dodici navi aliene sono arrivate sulla terra in attesa di contatto. Una linguista straordinaria, Louise, è reclutata dall’esercito degli Stati Uniti insieme al fisico teorico Ian Donnelly. La missione è quella di penetrare il monumentale monolite  e  comunicare con gli extraterrestri sulle loro intenzioni. Ma per dialogare occorre inventare un alfabeto comune. Louise Banks sa fare il suo lavoro, ma è anche una madre inconsolabile di una figlia morta prematuramente. Però quello che crede la fine è invece un inizio. Fuori intanto  le potenze mondiali dichiarano guerra all’indecifrabile alieno. Il regista canadese Denis Villeneuve (1967, 3 ottobre, bilancia) confeziona un dramma fantascientifico dove ho sentito Spielberg, perché noi umani abbiamo la necessità di trovare un modo di comunicare, tra di noi e con l’ignoto. Tutto curatissimo. Voto 9.

ASSASSINIO SULL’ORIENT EXPRESS Chi ha già visto l’adattamento di Sidney Lumet o avesse letto il libro della Christie questo film può aspettare di vederlo in tv. Un film giallo di cui si conosce il finale è adatto ai critici non al pubblico. Kenneth Branagh, attore e regista britannico di solide tradizioni teatrali, produce (con Ridley Scott), dirige ed interpreta Hercule Poirot, il grande investigatore belga. Sul treno diretto da Istanbul a Calais tredici passeggeri si ritrovano intrappolati a causa di una valanga e di un omicidio. Branagh, per evitare di far sentire noi spettatori prigionieri dentro gli scompartimenti ed i corridoi, si sbizzarrisce in panoramiche dall’alto e appena può fa correre la camera fuori del treno a prendere boccate di aria e neve. Tutto il ricco cast, da Judy Dench alla Pfeiffer a Jonny Depp alla Penelope Cruz, sarà stato pagato poco per le tre battute che dicono a testa. Tra giusto e sbagliato questo film è solo inutile, tranne che per l’incredibile eclettismo di Branagh, capace di trattare qualsiasi genere.

ATOMICA BIONDA “Atomic blonde” in italiano non diventa “Bionda atomica” per conservare il gioco di parole ma “Atomica bionda”: ecco lo stato del nostro doppiaggio. In una Berlino 1989 dove il muro sta per cadere, la migliore spia inglese Lorraine viene mandata per recuperare una lista e scoprire un doppiogiochista. Due ore di 007 al femminile con una Charlize Theron impegnata dopo un lungo addestramento in fantastiche scene d’azione senza perdere un grammo del suo fascino. Ma anche una spy story raccontata con un lungo flashback in un interrogatorio reso dalla bionda al suo capo e ad un rappresentante della Cia. Diretto dall’americano ex stuntman David Leitch, con una bellissima fotografia e scenografia, lo consiglio a chi ama la Theron o le spie inglesi. Quando in un film si fuma dall’inizio alla fine trattasi di spie e russi, pertanto la recitazione di James McAvoy con sigaretta in bocca succhiata è ormai l’approccio Stanislavskij al tabacco.

BABY DRIVER- IL GENIO DELLA FUGA Edgar Wright (1974) è un regista britannico che ha costruito questo film sulla musica. L’idea è stata quella di immaginare un giovanotto quasi muto che dopo un incidente ha l’acufene, un ronzio nell’orecchio, e quindi ascolta canzoni di continuo. Obbligato a ripagare un debito facendo l’autista ad una banda di rapinatori, sogna di fuggire dalla sua vita guidando con una ragazza per raggiungere la felicità. Wright, come Guy Richie, sbalordisce per suoni montaggio e azione, racconta la storia come un musical, ma si perde nel finale. Per noi poveri italiani ascoltare sempre Jamie Foxx doppiato da Pino Insegno è una punizione, rivedere Jon Hamm (Mad Men) tirato a lucido è un piacere. 6,5

BLADE RUNNER 2049 Il cult movie di Ridley Scott (flop del 1982) aveva una storia semplice, alla Rambo, la caccia del Blade Runner Rick Deckard (Harrison Ford) ai replicanti (soggetti non umani, programmati per una vita breve, 4 anni, lavoratori e schiavi ideali.  Non hanno sogni o ricordi propri e autentici, la memoria è creata artificialmente). Ma Deckard s’innamora di Rachael, replicante inconsapevole, e la protegge. Deckard è scomparso e, nel dubbio che anche lui fosse in realtà non umano, gli si dà la caccia. In questo sequel, 30 anni dopo, la caccia ai nuovi replicanti la esegue  l’agente K (che è Ryan Gosling). “Blade Runner” (con tutte le sue diverse versioni distribuite)  aveva una storia semplice ma era una sorta di film psichedelico con luci che vanno e vengono. C’era buio, disordine, sporcizia. La stessa atmosfera la ritroviamo nel sequel di Denis Villeneuve (1967), e quasi le stesse domande: io chi sono davvero? E potrò mai esserne certo?  La fantascienza può piacere o no, ma in questa versione c’è la tecnologia dei giorni nostri e quindi scenografia e design, fotografia e musica, restituiscono al cinema ciò che solo in una sala cinematografica si può celebrare in un rito collettivo. La stupenda assistente personale domestica (Ama de Armas) per esempio è  lo sviluppo digitale del personaggio visto in Her di Spike Jonse.

Villeneuve è un meraviglioso artista canadese, così eclettico che ha fatto film di generi diversi (da Sicario a Enemy, da La donna che canta a Arrival), ma in tutti si occupa di una cosa sola, i sentimenti. L’uomo senza memoria, sogni, ricordi, non è più umano. La perdita della memoria (privata e collettiva) è la tragedia che stiamo vivendo. Per capirci, se nel 2017 uno si scaglia contro gli ebrei, i migranti e si proclama nazista, non stiamo parlando di perdita della memoria e quindi dei sentimenti? Ci sono in giro tanti replicanti, senza saperlo, e non è fantascienza.

BOB E MARYS (2018) di Francesco Prisco, con Rocco Papaleo e Laura Morante. Film (per) napoletano dove non la risata non è contemplata affinchè non appaia una commedia ma una seria inchiesta sociologica. Papaleo recita come se fosse in teatro sbiascicando le parole, la Morante è in forma, anche fisica. Massimiliano Gallo fa Massimilano Gallo. Inutile come i fiori finti

CHIAMAMI COL TUO NOME (2018) Di Luca Guadagnino (1971) avevo visto “Io sono l’amore” (2009) e così ritrovo in questo suo ultimo film ancora una ricca famiglia lombarda, stavolta di intellettuali che parlano molteplici lingue. Il loro “piccino” 17enne in un’estate di vacanza, Elio, grazie all’arrivo di un ospite americano, Oliver, scopre un amore che lo squarcia. Guadagnino confeziona la sceneggiatura di James Ivory in luoghi come al solito incantevoli, vicino il lago di Garda, e la natura, di cui siamo parte, accende tutti i sensi. Si va in bicicletta, siamo nell’83, fanno capolino Grillo (ancora e solo in tv) e Craxi, ma la politica e la società sono lontani,  nella villa incantata Elio (un grande Thimothée Chalamet ) ascolta discorsi alti, suona il pianoforte, legge tanti libri ascoltando musica e si abbandona all’imprevisto. Guadagnino adora Bertolucci, si sa, talvolta diventa decadente quanto Visconti, ma sa come raccontare storie, anzi le valorizza con il suo coraggio e il suo tocco. Il desiderio, i sensi, sono potenti, magari il tollerante discorso finale del padre poteva essere meno invadente, meno suggello del tutto. Guadagnino, per chi non lo sapesse, in Italia era passato inosservato, i suoi riconoscimenti arrivano dall’America. Per qualcuno è un motivo per snobbarlo ancor di più.

COCO (2017) La Pixar, nata dalla Lucas film poi passata a Steve Jobs e ora Disney, dopo il terzo capitolo di Toy story nel 2010, con il regista Lee Unkrich e il co-autore Adrian Molina ha lavorato sulla storia del dodicenne Miguel, figlio di calzolai, cui è proibito far musica a causa delle malefatte di un antenato musicista. Quando però, nel Giorno dei Morti, Miguel si ritrova a suonare la chitarra del defunto Ernesto de la Cruz, viene magicamente trasportato nell’aldilà e costretto a risolvere gli antichi e mai sopiti problemi di famiglia. Qui ritroverà anche un grande affetto, la nonna, Mama Coco. Come si vede qui siamo nel rapporto tra vita e al di là, ma come viene vissuto in Messico nel giorno dei Morti, un incrocio tra festa di Carnevale e rimembranza, scheletri e colori accesi. Ora trovatemi uno al quale questo capolavoro non sia piaciuto, e lo facciamo rinchiudere. Come facciano questi della Pixar (con John Lassiter produttore esecutivo) a costruire storie che piacciano a bimbi e papà, uomini e donne, di tutti i paesi, resta per me il grande mistero della creazione/creatività. Dice: ma la storia non è originale. Infatti, tutte le storie sono state già raccontate, non si tratta di essere originali ma di saper raccontare.

CONTRATTEMPO Un giallo spagnolo 2016 di Oriol Paulo, su Netflix, voto 7. Adrián Doria è un imprenditore di successo che, accusato di omicidio, continua a dichiararsi non colpevole. Per difendersi, contatta l’avvocato Virginia Goodman, con cui lavora una notte intera per trovare un cavillo che permetta di farlo uscire dal carcere. Una trama ben congegnata che sino all’ultimo minuto ti tiene sveglio. Altro che De Giovanni e Lucarelli.

DOGMAN (2018) di Matteo Garrone. In un luogo immaginario, tra Lazio e Campania, c’è una piccola comunità che sopravvive nel degrado di una periferia vicino il mare d’inverno. Un ComproOro, una sala di slot machine, palazzi cadenti, strade piene di buche, un clima uggioso, e il salone per cani Dogman dove Marcello si prende cura di bestie di tutti i tipi chiamandoli “ammore”. La gentilezza e la mitezza di  Marcello e un malvivente che cavalca una grossa moto, Simoncino, l’ex pugile grosso, violento e cocainomane. Una storia di sopraffazione, tutto qui.  “Qui a me mi vogliono tutti bene” dice sempre Marcello, vittima predestinata del prepotente perché indifeso. Uno splendido film dove Garrone costruisce una storia di violenza psicologica attorno ad attori indimenticabili, Marcello Fonte, una sorta di Buster Keaton, ed Edoardo Pesce, il cattivo, ma anche Adamo Dionisi (il comprooro) e Francesco Acquaroli (della sala giochi). Marcello ama senza limiti i suoi cani e la figlia Alida, ed è questa bambina (una stupenda Alida Baldari Calabria) che ama le immersioni in mare, a darci l’unica sensazione di umanità in un mondo dove i sentimenti non esistono più, ma solo istinti primitivi. Garrone torna, come nel suo primo film “L’imbalsamatore”, a descrivere la sofferenza degli esseri umani che sopravvivono in una natura ostile dove la violenza scaturisce da relazioni senza più affetti. Un grande film che ti resta dentro, di uno dei pochi autori che sono rimasti al cinema italiano.

DUNKIRK Il nuovo film di Cristopher Nolan è un altro capolavoro. Stavolta senza effetti speciali, dialoghi ristretti in 40 parole, 104 minuti, sceneggiatura minimale, tutto questo per fare un film sulla guerra senza una goccia di sangue. Non siamo a Games of Thrones, non ci sono atrocità, splatter, duelli, non c’è il nazista cattivo, solo la paura di quello che può accadere. 1940, ci sono inglesi e francesi che combattono contro il “nemico” (lo si chiama così) e cercano di salvare la pelle. Ci sono aerei in combattimento perchè il nemico attacca dall’alto e la morte sceglie a caso i suoi prediletti. Dopo Kubrick e Spielberg, adesso vediamo la guerra alla Nolan. Un film dove c’è la solidarietà, dove non conta di quale nazione sei, ma se puoi aiutare lo devi fare, senti che lo devi fare. Attori perfetti, musica di Zimmer, montaggio da Oscar di Lee Smith. Grazie, Maestro, questo è cinema e della Storia (cosa successe veramente allora) ci importa poco.

ELLA & JOHN è un film che Paolo Virzì temeva di girare perché il romanzo da cui è tratto gli sembrava il solito copione on the road dei registi italiani che sbarcano in America. Si è convinto quando ha potuto avere Helen Mirren e Donald Sutherland nei ruoli di Ella e John Spencer. Una mattina d’estate, per sfuggire alle cure mediche e ai figli ormai adulti, con “The Leisure Seeker”, il vecchio camper che usavano per andare tutti in vacanza negli anni Settanta, si avventurano per la Old Route 1, destinazione Key West, la casa di Hemingway. John è il cultore di Hemingway (uno sceneggiatore è Francesco Piccolo) ormai con grossi vuoti di memoria, Ella è acciaccata e fragile ma lucidissima (l’altro sceneggiatore è l’Archibugi). Il film narra il viaggio di questi due vecchietti con l’intento di mescolare a piacimento per ogni spettatore riso & lacrime. Tutto bene, compresi i doppiatori Giannini & Modugno, con due Attori del genere il risultato lo porti a casa, ci mancherebbe. L’unica obiezione che faccio agli sceneggiatori è la seguente, possibile che 2 ottantenni in questa loro avventura sulla East Coast degli States, tra acciacchi e demenza senile, corrano il rischio di essere derubati da tre cretini una sola volta? Sarà la tolleranza zero ma in un qualsiasi paese italiano se non ti ammazzano, ti mandano all’ospedale e il vecchio camper la mattina dopo lo ritrovi a pezzettini. I registi italiani in America riscoprono le favole.

ELLE  Comincia come un thriller alla De Palma, con un gatto in primo piano che osserva impassibile l’aggressione della sua padrona, Michèle. Proprio come un felino, l’eroina non reagisce mai in maniera prevedibile a quello che accade. Anzi, più apprendiamo qualcosa su elle e meno si riesce ad inquadrarla. E’ folle o solo lucida? Vive da sola in una grande casa della provincia parigina, dirige con piglio una casa editrice di video giochi, ha un ex marito, un’amante che è poi il marito della migliore amica nonché sua socia, un figlio scemo, una madre immatura che si concede un toy-boy. Ma soprattutto alle spalle incombe un padre mostruoso che in un passato lontano ha assassinato ventisette persone. Già detta così la storia fa capire che Verhoeven fa ridere quando uno dovrebbe aver paura e viceversa. Attraverso una meravigliosa sottilissima Isabelle Huppert (1953, ma di età indefinita) si assiste ad un gioco di dominazione tra due estremi, mischiando follia e normalità, innocenza e colpevolezza. Un film perciò moderno, di un director olandese (Basic Instinct, Robocop, Atto di forza) che oggi con la Huppert sconvolge il nostro cinema borghese d’autore così come negli anni ottanta sconvolse Hollywood con l’erotismo di Sharon Stone. Voto 8

ENEMY Il regista canadese Gilles Villeneuve, quello di Sicario e Arrival, è da tenere d’occhio. In questo film del 2013 non distribuito in Italia, l’ho visto su Sky, narra la storia di un prof, che è Jake Gyllenhaal, il quale scova un suo sosia che fa l’attore. Incuriosito lo segue e ne spia la vita. La trama è troppo intrecciata e non posso dire nulla di più perchè il fascino del film sta nello sciogliere con santa pazienza i fili intrecciati. C’è una ragnatela e anche un ragno finale che vanno interpretati in una Toronto molto fredda, c’è una Melanie Laurent molto bella, e compare anche Isabella Rossellini. Da decifrare, voto 7.

GET OUT Un film 2017 scritto e diretto dal comico Jordan Peele, al suo debutto. Un “Indovina chi viene a cena”, una commedia, in stile horror. Siccome il genere horror non lo vedo, e invece a me questa opera prima è piaciuta molto, voto 8, lo consiglio vivamente. C’è satira, intelligenza nella storia, e una simpatica critica al moderno liberalismo Usa (“ad Obama lo avrei votato per la terza volta”).

GIFTED- IL DONO DEL TALENTO (2017) è un film delizioso diretto da Marc Webb e scritto da Tom Flynn. Ha come protagonisti Chris Evans e la piccola Mckenna Grace, zio e nipote nella storia di una talentuosa bambina matematica. Il film funziona perchè ci si immedesima, se fossi lo zio che scuola sceglierei per questo genio? Naturalmente gli americani testa e croce della moneta prima le illustrano e poi la riassumono dinnanzi un giudice. Ma tra diritto e rovescio non sempre c’è il lieto fine. Per tutti

HELL OR HIGH WATHER  Scritto da Taylor Sheridan (già dietro a Sicario), la cui sceneggiatura finisce nella Black List e viene giudicata la migliore del 2012, e diretto dallo scozzese D. McKenzie, questo film su Netflix del 2016 (il  titolo è un modo di dire, tipo “ad ogni costo”) è un bel western postmoderno. Voto 6,5. C’è la miseria (causata dalle banche) e la prepotenza (determinata dalle armi)  della fine di un’epoca  in un ‘America dove conta solo il denaro. Tutto un pò amaro come in tanti film, ma io quando vedo un personaggio come il Texas ranger di Jeff Bridges, mi ritengo soddisfatto. Ben accolto da critica e pubblico nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, in Italia non è stato distribuito.

I DON’T FEEL AT HOME IN THIS WORLD ANYMORE di Macon Blair, esordiente, vincitore del Gran Premio della Giuria al Sundance film del 2017, è delizioso. Voto 8. Ruth è una depressa assistente infermiera che lavora in una clinica, ed è molto sola. Dopo essere stata derubata in casa, vista l’indifferenza dalla polizia, Ruth inizia ad indagare per conto suo, scopre un’impronta di scarpa nel suo giardino e chiede informazioni porta a porta ai vicini da casa, facendo la conoscenza di Tony, un metallaro strambo e solitario. Un film sulle nostre vite poco socievoli e anonime. Su Netflix.

IL CALAMARO E LA BALENA (2005)  E’ divorzio tra Bernard, scrittore senza più editori e con problemi economici, e l’esasperata Joan, aspirante scrittrice in ascesa decisa a uscire dal cono d’ombra del marito. I figli Walt e Frank si troveranno a far la spola tra gli appartamenti dei due genitori e mentre tentano di costruire il proprio “sé” aumenta la loro confusione adolescenziale e la voglia di fuggire. Babbo e mamma intraprendono relazioni improbabili, con un giovane istruttore di tennis e un’acerba lolita, e i loro esempi fanno del male ai ragazzi (16 e 12 anni) che vorrebbero stabilità e equilibrio.
Noah Baumbach scrive e dirige forse l’autobiografia tragicomica della propria adolescenza, è prodotto da Wes Anderson, del quale è stato sceneggiatore, e talvolta i Tenembaun (il richiamo al tennis) fanno capolino. Ma è un film pieno di citazioni, letterarie e cinematografiche, mai come stavolta funzionali al racconto, dal momento che il padre è un presuntuoso che considera “farisei” quelli che non leggono libri e però in tutti i suoi libri non trova più le risposte ai suoi problemi.  La moglie intende affrancarsi ma le sue avventure destabilizzano lei e i figli. Jeff Daniels e Laura Linney sono perfetti, Jesse Eisemberg e Owen Kline fanno tenerezza. Su Netflix. 6,5

IL DIRITTO DI UCCIDERE (non era meglio tradurre il titolo originale? Occhio nel cielo) è un film inglese del 2015 diretto da Gavin Hood. E’ l’ultimo film del grande Alan Rickman. A Nairobi, Kenya, gli inglesi in collaborazione con gli americani devono scegliere di eliminare con un drone un gruppo di terroristi islamici  che stanno per compiere un attentato in un mercato. Ma ci sono i danni collaterali, una bambina che vende il pane vicino la casa dei fondamentalisti. Sganciare o no? E chi prende la decisione? Il film, con Hellen Mirren e Aaron Paul, lo farei vedere a quelli che vogliono sempre la botte piena e la moglie ubriaca. Didascalico, voto 6.

IL PADRE D’ITALIA Un film è come quando t’innamori, prima ci caschi e poi capisci perché. Al contrario di tanti, nel film di Fabio Mollo (1980, Reggio Calabria) non sono caduto. Mia (Isabella Ragonese) è una sbandata incinta, la maternità è inaspettata e poco sentita; Paolo (Luca Marinelli) fa il commesso in un simil Ikea, è stato appena lasciato dal compagno, cerca un rapporto da ricostruire insieme a un altro uomo. Paolo e Mia si incontrano, Mia lo coinvolge, poi sarà lui che cercherà di riportarla a casa, in senso anche metaforico. Per farlo, gli toccherà attraversare tutta l’Italia, sino a Gioia Tauro.”Un inno al coraggio di chi insegue il proprio futuro”, ha spiegato Mollo. Perché mi è piaciuto poco, voto 5? Perché non sopporto quelli che si prefiggono di fare gli Autori o i cantaAutori. Monicelli o Fellini, se li chiamavi Autori, ti scansavano. Loro si consideravano “director”, all’americana. Come lo sono David Fincher (1962) e Sam Mendes (1965). Autori erano Zavattini, Flaiano, Sonego, Age & Scarpelli, Scola, Pinelli. Anche Sorrentino una volta dirigeva film, poi ha scoperto che nel suo corpo si è incarnato lo spirito di Fellini. Autore, per capirci, è un Michelangelo Frammartino (Le quattro volte), un Matteo Garrone, un Moretti. Mollo è bravo ma pretenzioso.

IL CITTADINO ILLUSTRE Tra il discorso iniziale di accettazione del Nobel per la Letteratura e la conferenza stampa finale, Daniel  Mantovani (Oscar Martínez) diventa completamente un altro uomo, forse migliore o forse no. Il film è una geniale commedia acida molto applaudita a Venezia 2016 dove Martínez  ha avuto il riconoscimento come Miglior Attore.
Mariano Cohn e Gaston Duprat sono due registi argentini intelligenti, cattivi e davvero maestri di una nuova grande tragi-commedia sudamericana. Il nostro Premio Nobel Mantovani torna da trionfatore a Salas, il poverissimo paesino argentino natale che ha lasciato  da molti anni. Daniel è diventato un cittadino illustre e a lui verrà addirittura dedicato un busto (somigliante?) nella piazza principale. Un altro trionfo da mettere in agenda.
O forse no? Ecco Ulisse che ritorna ad Itaca. Solo che Salas, quel luogo povero, ignorante e degradato che lui ha nobilitato attraverso i romanzi, si ribella improvvisamente contro il suo autore. Uno troppo pieno di sé e convinto, anche grazie alla sua dialettica manipolatoria, di essere sempre superiore perché innocente o sempre innocente perché superiore.
Attenzione al finale con il portiere dell’albergo, e fatevelo piacere.

IO SONO TEMPESTA (2018) L’ho visto perchè il regista Daniele Luchetti mi evoca sempre “Il portaborse”, la sua opera più riuscita; perchè ha scritto questo film con Sandro Petraglia, e ha dichiarato di aver voluto riprendere la commedia all’italiana (!). Come se non bastasse, la critica gli ha dato tre stelle (su 5). Però è un film inutile, dove non si ride neppure per sbaglio, e non si pensa a nulla, con una musica di Critelli onnipresente (Luchetti sorrentineggia). Marco Giallini come al solito borbotta con la voce cavernosa e senza che si riesca a capire bene cosa farfuglia; Elio Germano fa Elio Germano. Inutili e montati. Alla larga.

I SEGRETI DI WIND RIVER (2017) Taylor Sheridan è lo sceneggiatore che ha scritto per Denis Villeneuve “Sicario”, primo atto di una trilogia che affronta il tema della moderna frontiera americana, seguita da “Hell or High Water” (David Mackenzie)  e si conclude con questo film da lui anche diretto. Cody Lambert (un grande Jeremy Renner) aiuta una inesperta agente FBI a  fare l’indagine sull’omicidio di una giovane amerinda (scomparsa come tante altre). Siamo all’interno del Wind River, una riserva indiana nel Wyoming, luogo inospitale dove freddo neve e silenzio innescano una dura lotta per sopravvivere. Questo ennesimo crimine fa riemergere il dolore di Cory che ha perso tre anni prima una figlia in circostanze altrettanto brutali. Un grande film un pò western un pò thriller, scritto benissimo. All’uscita ci si porta a casa il freddo. Siamo anche noi sofferenti e cerchiamo un mondo e un posto migliore dove vivere. 

JACKIE Questo film americano 2015 del cileno Pablo Larrain (1976) è interessante, voto 7, perché dimostra agli italiani come si può inventare una storia su un personaggio pubblico del quale il pubblico sa già tutto. Natalie Portman è Jackie Kennedy ed è sempre presente nelle inquadrature. Larrain racconta il suo lutto, un dolore immenso, il suo privato, senza farle versare una lacrima. Una regina che ha perso tutto, che si aggira nelle stanze della Casa Bianca e sente la necessità di un’ultima grande cerimonia, che testimoni la grandezza del Presidente della Speranza. C’è l’omicidio, il viaggio in aereo con la salma, il funerale, ci sono le lotte negli uffici per ottenere una celebrazione a livello di un Lincoln, di un vero sovrano.

L’AMICA GENIALE L’anteprima al cinema (1,2,3 ottobre 2018) delle prime due puntate della serie tv tratta dalla quadrilogia di Elena Ferrante mi è piaciuta. Saverio Costanzo ci ha ridato l’atmosfera che noi lettori avevamo respirato, con stile neorealista dichiarato compresa la citazione di Anna Magnani che rincorre la camionetta (Roma Città Aperta). Elena Greco, ormai settantenne, scopre che la sua amica di una vita, (Raffaella) Lila, è scomparsa nel nulla senza lasciare alcuna traccia di sé, così decide di scrivere la loro storia, iniziata negli anni ’50 sui banchi di scuola in un rione popolare di Napoli. Elena scrive un racconto che copre circa sessant’anni di vita e, mentre prova a svelare il mistero nascosto dietro a quell’amica così speciale, riassume la storia del nostro paese. Una storia (epica) d’amicizia al femminile, quella di Lenù Greco e Lila Cerullo, due bambine  molto intelligenti che si conoscono alle elementari, con la maestra che lotta contro le famiglie perché entrambe possano continuare gli studi (idea non contemplata per le donne) mentre tutto intorno a loro gli adulti si fanno la guerra in un ambiente degradato per la miseria economica e morale. Saverio Costanzo e i suoi sceneggiatori (Paolucci e Piccolo) hanno colto quello che anche a me era parso il senso più moderno della storia: non c’è più una maestra come la Oliviero (la interpreta Dora Romano), capace di affermare il valore della conoscenza e cambiare la vita di queste due bambine. Detto che il tutto è accompagnato dalla bella musica di Max Richter, in una scenografia ricostruita a Caserta, una sola cosa mi ha disturbato, la voce fuori campo di Elena, affidata ad Alba Rohrwatcher (compagna del regista). Siccome Elena nel romanzo è bionda e soda, sentirla parlare con la voce dolente di questa attrice, bionda e smunta, mi ha creato un corto circuito.

LA BATTAGLIA DEI SESSI Ecco l’ennesimo film dove il cosa (la lotta contro il sessismo e la discriminazione di genere) prevale sul come. Racconta ciò che succedeva in Usa nel 1973, quando gli uomini bianchi potevano sostenere che nel tennis il pubblico vuol vedere gli uomini, sono più forti e divertenti e perciò vanno pagati più delle donne. La tennista Billie Jean King (Emma Stone) chiede uguale dignità e pertanto deve battersi, per scommessa, in un epico incontro a Huston con l’ex campione Bobby Riggs (Steve Carell). Ma la King, sposata, ha anche un’altra battaglia da combattere con sé stessa e il suo privato.  Consiglio questo film? Sì, per il contenuto, ma la forma non mi è piaciuta, tutti primi piani e canzoni dell’epoca. Un solo mio appunto scorretto. La King me la ricordavo più brutta della Stone, ma come si cantava, “oltre le gambe c’è di più”.

LA BATTAGLIA DI HACKSAW RIDGE Un altro guerriero per Mel Gibson, un altro film di guerra, mi siedo scettico ma esco soddisfatto (voto 6). La storia vera di Desmond Doss obiettore di coscienza, “avventista del settimo giorno”. I suoi comandamenti erano non uccidere e non toccare mai un’arma. Doss partecipò come assistente medico alla terribile battaglia di Okinawa, che lasciò sul campo 4.000 morti. Riuscì a salvare 75 uomini, riuscendo a calarli, con delle corde e con sforzi sovraumani, lungo una parete altissima. Con un fucile fece anche una barella. Fu insignito della Medaglia d’onore del Congresso, la più alta onorificenza militare. Desmond, prima oppresso da un padre alcolizzato, poi maltrattato, insultato e deriso da commilitoni e da superiori,  riuscì ad essere un soldato ma senza armi. Quando la tenacia e la fede rendono possibile l’impossibile.

LA CASA SUL MARE (2017) di Robert Guediguian. Un delizioso film francese di un autore di 64 anni di Marsiglia che ha visto gli immigrati prendere il posto dei proletari di una volta. “Scompaiono dei vasetti di marmellata, una coperta, e nascosti tra gli arbusti della collina Armand e Joseph scoprono tre bambini dai grandi occhi neri, spaventati, silenziosi: due maschietti, una materna bambina, come sono stati loro, Ariane, Armand e Joseph: sono quelli che i militari stanno cercando, ma i tre fratelli non sono diventati lepenisti e neppure leghisti”, ha scritto Natalia Aspesi. C’è una scena favolosa  che vale tutto il film. Ad un certo punto irrompe un brano dei Rolling Stones e si vedono i protagonisti  giovani su una Dyane nel 1968. Nessun trucco. Il regista aveva girato con gli stessi attori un altro film in quei tempi e ne ripropone un frammento. Il passato, il “come eravamo” ti spacca l’anima con la forza del  grande cinema. La Francia che amiamo: Jean-Pierre Darroussin, quello della serie tv “Le Bureau”, è meraviglioso, incarna “la gauche”. 

LA FORMA DELL’ACQUA (2017) Il film che ha vinto “Venezia 74”. 1963, durante la Guerra fredda, una strana creatura anfibia, una specie di uomo-pesce, viene portata in un segretissimo laboratorio governativo guidato dal cattivo di turno, interpretato da Strickland (Michael Shannon). Elisa (Sally Hawkins), giovane donna muta, che lavora come donna delle pulizie si innamora dell’uomo-pesce. Lei, la sua amica afroamericana Zelda (Octavia Spencer), il suo vicino di casa Giles (Richard Jenkins), pittore omosessuale discriminato sul lavoro, lo scienziato-spia Hoffstetler (Michael Stuhlbarg ), sono i diversi. La famiglia del cattivo è immersa nel  sogno americano.  Guillermo del Toro (1964) continua ad incantarmi, dopo averlo scoperto con “Il labirinto del fauno” (2006), con le storie che sa raccontare, dove c’è sempre un mondo incantato che si sovrappone alla realtà. Egli mischia tutti i generi del cinema, l’horror, il noir, il fantasy, il musical, il sentimentale, la favola, in una sola parola è un poeta visionario. E’ un messicano che con i suoi amici Alfonso Cuaron e Alejandro Inarritu ci ha regalato un nuovo immaginario. Non mi piacciono i film con i mostri  ma da “La bella e la bestia”e Frankstein a ET e Lo squalo gli artisti ci mostrano come l’umanità si ritrova nel confronto con i non umani e con la vita del sottosuolo. Oltre che per tutte le scelte tecniche (stedicam e altri effetti) che lo rendono quello che è, La forma dell’acqua è un film per amanti e conoscitori dei film per le sue tante citazioni. La più evidente e insistita è con Il mostro della laguna nera, un horror di fantascienza del 1954.  Il cattivo Strickland è doppiato da Pino Insegno, peccato, perché tutti gli altri doppiatori italiani sono perfetti per un cast eccezionale che merita tutte le nominations agli Oscar. 

LA GRANDE PARTITA Biopic del celeberrimo campione di scacchi americano Bobby Fischer, interpretato per l’occasione da Tobey Maguire. Il film racconta l’ascesa di Fischer nel mondo degli scacchi negli anni ‘60 fino alla “sfida del secolo” in Islanda contro Boris Spassky (interpretato da Liec Shreiber) nel 1972, il match che segnò la prima vittoria di un americano su uno scacchista sovietico, tutto questo in piena Guerra Fredda. La vittoria del mondo libero contro i russi bugiardi bari ed ipocriti, la definì il folle Fisher. Scritto da Steven Knight (regista di Locke) e diretto da Edward Zwick nel 2014, è un film non su un trionfo ma sul “prima della caduta” di un genio vittima dei suoi demoni personali.Voto 6,5.

LA LA LAND voto 10. Avendo amato Wiplash, il film del 2014 sul giovane batterista alle prese con un insegnante inflessibile, mi ero segnato il nome di Damien Chazelle (1985) per le sue indubbie competenze musicali. Così ho appreso che il suo progetto iniziale del 2010 era un musical, avendo già nel cassetto le musiche del suo amico Justin Hurwitz. Chiunque al suo posto, con almeno 3 temi musicali favolosi a disposizione, avrebbe pensato ad un musical ma costava troppo, perciò in fretta e furia dovette rinunciare e realizzare Wiplash, film a basso costo. Il successo del batterista ha reso possibile la storia di Mia e Sebastian e l’ingaggio di Emma Stone e Ryan Gosling. Una storia autobiografica per un regista che è (anche) un musicista e omaggia la città dei sogni Los Angeles, chiedendoci: pur di ottenere il successo che prezzo siete disposti a pagare? Una storia d’amore (con l’iniziale piano sequenza di 5 minuti in autostrada con 100 ballerini) che riconcilia con il cinema, la musica e l’amore, se non l’avete già perso rincorrendo l’ambizione.

LA PAZZA GIOIA  È la storia, scritta con Francesca Archibugi,  di due donne, Beatrice e Donatella, ricoverate in una casa di cura. La prima, Valeria Bruni Tedeschi, è una ricca decaduta, mitomane che vuole comandare tutto e tutti, l’altra è Micaela Ramazzotti, una tossicodipendente, alla quale hanno tolto il bambino per darlo in affidamento. Fuggono dalla comunità e ne combinano di tutti i colori. Ma alla fine, confrontando i reciproci drammi e patologie, staranno meglio. La Bruni Tedeschi è perfetta, forse si limita ad esser sè stessa, ma Virzì dopo “Il capitale umano” sembra in stato di grazia. Voto 7,5. La sua forza sono sempre stati la scrittura ed i dialoghi, per questo mi è sembrato un allievo diligente della grande commedia all’italiana, quella degli Age-Scarpelli-Maccari-Scola. Ma adesso, allontanatosi da Livorno, sembra diventato un regista che nobilita il prodotto medio (dove infilo pure Zalone), e che sa descrivere l’Italia di oggi come nessuno. La commedia all’italiana altro non era se non il superamento del realismo e così per esempio Dino Risi con “Il sorpasso” descrisse il nostro boom economico meglio di un sociologo. Purtroppo non ci sono più Gassman, Tognazzi, Manfredi, Mastroianni, ma Germano, Giallini, Gassman Ale., Favino.

LA RAGAZZA NELLA NEBBIA Il film (2017) scritto e diretto da Donato Carrisi è un thriller ambientato in Alto Adige con una storia ben costruita che non ti fa sentire i 127 minuti. La presenza di Toni Servillo e Jean Reno dimostra le ambizioni internazionali dell’autore, mentre la presenza di Alessio Boni le scorie televisive. L’autore ha visto le grandi serie tv alla Fargo, guardate i cappelli delle poliziotte, ma avrebbe dovuto lasciare il copione ad un regista vero. Il film è claustrofobico, hanno risparmiato sulle luci e in mano a David Fincher sarebbe stato un bel film. Ci saremmo accontentati anche del nostro Andrea Molaioli (ricordate La ragazza del lago?). Peccato.

LA RUOTA DELLE MERAVIGLIE (2017) di Woody Allen. Un film in un unico ambiente che può piacere solo a chi ama il teatro. Per me il Polansky di “Carnage” (2011) con Kate Winslet e Christoph Waltz  resta insuperabile. Allen avrà girato questo film in due settimane, ha risparmiato su tutto, pure sulla colonna sonora, una canzone che si ripete. Affidata ai colori di Vittorio Storaro, la storia è ambientata a Coney Island-New York negli anni ’50 e ruota (appunto) intorno a Kate Winslet (Ginny), una donna di 40 anni, sposata con Jim Belushi (Humpty). Kate (Ginny) ha già un dodicenne con la manìa di appiccicare fuochi, Belushi una figlia sposata (Juno Temple) in fuga da un gangster. Justin Timberlake è il bagnino con velleità drammaturgiche. Tutto scontato e rimasticato. Allen mi infastidisce perchè è come se fosse costretto a realizzare certi film per contratto. Se fosse uno studente direi che non si applica abbastanza. Prova di attori, ma Polansky è su un altro pianeta.

LASCIATI ANDARE di Francesco Amato. Ero scettico di vedere Toni Servillo in una commedia con Carla Signoris, la moglie di Crozza, mentre fa esercizi fisici per tornare in forma. Invece la storia è piacevole e Servillo psicanalista si confronta con una incisiva allenatrice Veronica Echegui, dimostrando ai Verdone che nella commedia non c’è bisogno di far smorfie per far ridere e che il personaggio può rimanere tale senza trasformarsi in macchietta. Voto 7,5 di stima.

LA TENEREZZA Il film del nostro Gianni Amelio vede uno strepitoso Renato Carpentieri nei panni di un anziano avvocato appena sopravvissuto ad un infarto. Vive da solo a Napoli in una bella casa del centro, da quando la moglie è morta e con i due figli adulti non si vede più. Al suo rientro dall’ospedale, entra in contatto con la famiglia dei nuovi vicini, Michela, una giovane donna solare, il marito Fabio, ingegnere settentrionale, e i figli Bianca e Davide. Quando senza accorgersene i vicini entreranno nella sua vita, un evento imprevedibile lo sconvolgerà al punto di rivedere tutto. Carpentieri vale il film, voto 6, Elio Germano non è ancora uscito dal personaggio di Leopardi e Micaela Ramazzotti da quello di Donatella de La pazza gioia (anoressia compresa)

LA TERRA DELL’ABBASTANZA (2018) dei Fratelli D’Innocenzo. Damiano e Fabio D’innocenzo sono due gemelli di 30 anni che si firmano volutamente come una ditta di un negozio. Piccoli Garrone crescono. Con una serie di primi piani e macchinae sempre ferma si racconta la storia di due studenti amici romani, Manolo e Mirko, alla ricerca “dà svorta”, di cambiare la vita di periferia. “Abbiamo svortato”, pensano ad un tratto. Alle loro spalle due genitori deboli, il padre di Manolo (finalmente un ruolo per il mio amatissimo Max Tortora) e la madre di Mirko (Milena Mancini, bravissima). Un quartetto che tiene il film, asciutto, “reticente”, come amano definirlo gli autori, poche parole e molti primi piani. Un pò troppo autoriale per i miei gusti, considerato da alcuni critici “esordio folgorante”, mantengo alcune riserve. Quando vidi “L’imbalsamatore” di Garrone non ebbi riserva alcuna. Le musiche inoltre mi hanno dato fastidio.

LA TRUFFA DEI LOGAN (2018) di Steven Soderbergh. Il regista, nonchè grande direttore della fotografia, di Ocean’s eleven-Fate il vostro gioco (2001)  e seguenti, continua ad inventarsi grandi colpi a caveau impossibili. Il problema di questo film è che si ride poco, è tutto scontato e convenzionale in una commedia che ricorderò per una bimba di dieci anni. Vince un concorso di bellezza truccata come un mostro. Non ho capito se la mostruosità sia stata voluta o no dal regista.

LA VITA E’ FACILE AD OCCHI CHIUSI Un film piccolo ma affascinante, voto 7, è di David Trueba, con Javier Càmara nella parte di un professore che insegna inglese attraverso le canzoni dei Beatles. Il suo viaggio è alla ricerca di un incontro con John Lennon che sta girando un film in Almeria con Richard Lester (tutto vero). Ci si immedesima troppo in questo film e adesso mi accorgo che è già il secondo film che ha per protagonista un docente, ma non è colpa mia.

L’EQUILIBRIO Ecco un film a tesi dove l’autore Vincenzo Marra sta dalla parte di don Giuseppe, un prete missionario che, per sfuggire una tentazione, si fa mandare a Ponticelli, quartiere di Napoli, al posto di don Antonio. Questi ha mantenuto gli equilibri occupandosi solo dei tumori provocati dai rifiuti tossici interrati. Don Giuseppe invece ci prova: fa sloggiare una capra che un boss ha chiuso in un campetto impedendo ai bambini di giocarvi; si occupa del figlio di  un’ ammalata che prima di morire glielo affida; infine di una bambina di 10 anni violentata. La trama è esile esile, la macchina da presa sta addosso al prete con movimenti disturbanti. Ecco il tipico film dove il “contenuto” apre il talk show e la confezione non conta più nulla. Per uno spettatore come me conta solo la prova del protagonista, il regista e drammaturgo Mimmo Borrelli.

L’INCREDIBILE VITA DI NORMAN Chi è Norman Oppenheimer, il protagonista del primo film in inglese dell’israeliano Joseph Cedar, un Richard Gere che supera una prova impegnativa? E’ un faccendiere ma è anche un agnello fra i lupi. Solo, ma nobile, untuoso e bugiardo ma in cerca di sincerità nelle relazioni , cerca un riscatto o forse solo il rispetto. Non sembra avere una famiglia, benché finga di averne una, né affetti oltre un nipote, né casa: si rifugia saltuariamente in una sinagoga dove si ristora e si ripara dal freddo. È il suo luogo di lavoro, la sede della sedicente “Oppenheimer Strategies” che Norman ostenta sui biglietti da visita. Grazie ad un paio di scarpe, si fa ben volere da un deputato israeliano (Lior Ashkenazi) che a distanza di pochi anni viene eletto Primo Ministro. Ha puntato sul cavallo giusto e il film racconta cosa questa amicizia riuscirà a procurargli. Un bel riuscito racconto, con qualche collage stravagante e inutili lentezze, che si segue con interesse. L’ho visto perché qualcuno ha usato l’aggettivo “coeniano” e dei Coen c’è il personaggio centrale, che vuol farsi un nome ed è condannato all’anonimato più sublime che vi sia.

L’INGANNO 1864. In piena guerra di Secessione nel profondo Sud degli Stati Uniti, c’è un collegio femminile tenuto da Miss Martha (Nicole Kidman) che è completamente isolato dal mondo esterno. Un giorno viene trovato nei paraggi un soldato ferito, il caporale John (Colin Farrell). Viene soccorso e condotto al riparo. La sua presenza altera però ben presto tutti i rapporti tra le protagoniste, di età e aspirazioni diverse, e scatena rivalità. Remake di uno dei Siegel più feroci, La notte brava del soldato Jonathan (1971) (con Clint Eastwood), Sofia Coppola, Palma d’Oro 2017 per la regìa a Cannes, continua ad indagare il microcosmo femminile. Con le stesse attrici, poi, Kirsten Dunst e l’inquietante Elle Fanning. In una casa fuori del mondo che forse sarebbe l’illusione di un mondo incontaminato, arriva il desiderio e  provoca fratture. Un film di guerra senza vedere mai la guerra, con il bosco ed i rumori che provengono dall’esterno. Con l’erotismo fatto di sguardi o di mani che si sfiorano. Nonostante la fotografia magistrale di Philippe Le Sourd, un film che si può perdere per la semplice ragione che il soldato sciupafemmine e la frigida direttrice del collegio ci annoiano.

L’ORA PIU’ BUIA (2018) Il film di Joe Wright (regista di “Orgoglio e pregiudizio”) racconta nel 1940 Winston Churchill , da pochi giorni Primo ministro, il quale deve decidere se negoziare un trattato di pace con la Hitler, o continuare la guerra per difendere gli ideali e la libertà dell’isola. Il film mi ha ricordato “Il discorso del re”, per l’importanza che la comunicazione ha nella storia, oltre che “Dunkirk” di Nolan perchè  la guerra e le vittime non si vedono.”Ha mobilitato la lingua inglese e l’ha mandata in guerra”, è la frase riassuntiva di un film costruito su Gary Goldman trasformato in Churchill, per la gioia del nostro doppiatore calabrese pizzitano Stefano De Sando. Due cose. Avendo visto la prima stagione di “The Crown”, la serie scritta da Peter Morgan, il Churchill di John Lithgow per me resta insuperabile. E infine. Lezione per il cinema italiano: recitare significa sapersi trasformare, come sa fare Goldman. Invece da noi gli Accorsi, Savino, Verdone, Giallini, Zingaretti Zalone & C. qualsiasi ruolo gli venga assegnato interpretano sempre e solo sè stessi.

LORO 1 (2018) “Ce n’è una che si fa chiamare la francese ma è di Pizzo Calabro”. Paolo Sorrentino costruisce tutti i suoi film su un personaggio, intorno al quale circumnaviga scandagliando anima e corpo. In questo film (ambientato nel 2006, prima del bunga-bunga) si introducono i 2 personaggi, destinati ad incontrarsi come sesso e  danaro: l’imprenditore tarantino Morra ( Scamarcio) e il Caimano. Scamarcio si allea con una delle favorite del Cavaliere (Kasia Smutniak, il personaggio meno riuscito e seducente), arruola una schiera di escort e le piazza davanti a Villa Certosa in Sardegna. Silvio Berlusconi ( Toni Servillo)  ha perso le elezioni (da Prodi) e tenta invano di far ridere e riconquistare una Veronica Lario (Elena Sofia Ricci) persa nei libri di Saramago. La seconda parte del film (esce il 10 maggio) chiuderà il cerchio, ma per adesso Sorrentino non delude. Ormai reincarnatosi in Fellini (per piacere agli americani), stavolta riscopre lo Scorsese del Wolf of Wall Street (2013). La dolce vita e lo squallore. Ci sono i soliti animali, le pecore, un bisonte, un cammello, un topo; molta cocaina, Loro (quelli che contano), Lui (il Caimano), Dio (perdona), Formigoni e Bondi, Bertolaso, Noemi Letizia e l’Ape regina Sabina Began. Ci sono cose imbarazzanti come il camion della spazzatura che esplode o Veronica che accusa Silvio di non aver mai fatto in tv programmi culturali! Non c’è la cronaca pop del Potere come nel Divo (e purtroppo non c’è più  D’Avanzo come consulente), qui si rappresentano  soldi e sesso come mezzi e fini del mondo in cui viviamo (“abbiamo tutto, ma mai abbastanza”). Noi che guardiamo Loro in tv, come la pecorella che guardando il condizionatore, rimane congelata.

LORO 2 (2018) Ammiro Sorrentino dal primo film “L’uomo in più” (2001), e continuo anche  quando un film come questo mi persuade poco. In un film di 3 ore (diviso in due parti) il nostro Fellini redivivo non può concentrare in due dialoghi memorabili tutto il senso del film. Il resto, olgettine, Sardegna, amici, balletti, è tutto contorno visivo, talvolta pure televisivo. Mi sono fatto quindi l’idea che Sorrentino sia ormai dispersivo, accumula materiale perdendo di vista l’obiettivo. Al contrario de “Il Divo” qui non siamo nei palazzi del potere, siamo (2006-2010) in una grande villa in Sardegna, dove l’istrione progetta di riprendersi il potere e deve fronteggiare la moglie Veronica che alla fine lo lascia. E’ stato scritto che è un film sulla vitalità di un uomo che non accetta il declino e il tramonto. O sul Berlusconi che è in noi, anche se non abbiamo la dentiera. E’ anche questo, senz’altro, ma innanzitutto è il film che tenta (è il mestiere di Sorrentino) di smontare la sua mitologia. Toni Servillo è meraviglioso, non intende farci dimenticare che sta rappresentando Berlusconi (è cioè un attore, una finzione), mentre l’autore mette in bocca a Veronica e al banchiere-socio (Mediolanum) Ennio Doris tutto il male e tutto il bene che si può dire di lui. Il dialogo di Silvio con Veronica e la vendita di un appartamento ad una signora scelta a caso sull’elenco telefonico sono due momenti di grande cinema. Il resto è tutto già visto, lo ha già fatto Scorsese, e la tragedia di questo uomo ridicolo che la sinistra ha mantenuto al potere per 20 anni non si descrive facendo vedere le macerie dei nostri terremoti (chiedere dal 1994 che fine ha fatto la legge sul conflitto di interessi).

L’UOMO SUL TRENO (2018) di Jaum Collet-Serra. Non mi piacciono i film d’azione, tranne la saga di Jason Bourne, perchè sono film che diventano videogiochi o fumetti. Se il protagonista viene massacrato da un energumeno e invece di essere ricoverato si alza e claudicante continua la sua azione, perdo la pazienza. Succede anche in questo film ma Liam Neeson fa B movie senza scendere al livello di Nicolas Cage. Insomma, un film che tranne una parte inverosimile, si fa seguire per la dose di suspence che riesce ad introdurre.

MANCHESTER BY THE SEA (2016) di Kenneth Lonergan. Due premi Oscar a questo film, al protagonista Casey Affleck e al regista-autore. Lee Chandler è un arrabbiato, conduce una vita solitaria in un seminterrato di Boston, tormentato dal suo tragico passato. Quando suo fratello Joe muore, è costretto a tornare nella cittadina d’origine, sulla costa del Massachusetts , e scopre di essere stato nominato tutore del sedicenne nipote Patrick. La gioventù e le pulsioni del nipote, che ha bisogno di crescere, e ha bisogno di calore umano in una natura dove predominano il freddo e il ghiaccio, provocano crepe nel cuore ormai indurito di Lee. Un film difficile ma che si ricorda. 

MOLLY’S GAME (2018) Il primo film diretto da Aaron Sorkin, grande sceneggiatore di The social network e della serie tv The newsroom, merita di essere visto solo per questo. Ma poi c’è la sua solita scrittura fatta di lunghi intensi dialoghi (più che di azioni) e di voce fuori campo, per raccontare una storia vera. Quella di Jessica Chastain nei panni di una ragazza  che da ex sciatrice olimpionica si ritrova a gestire il gioco clandestino di poker a Hollywood. Il padre, Kevin Costner, è fedifrago e psicologo, due fratelli hanno più successo di lei che pure ha un QI superiore, insomma alla fine Molly forse intende misurarsi con uomini potenti, tutto qui. Grazie ad un avvocato che crede nella sua integrità riuscirà a non essere imprigionata, punita dalla mafia russa o dai numerosi clienti celebri che preservano i loro segreti? Il film merita, ma a me la Chastain non mi affascina mai (Interstellar,The tree of life, The martian…)

MISSION IMPOSSIBLE-FALLOUT (2018) 147 minuti velocissimi per il sesto film della serie, con protagonista Tom Cruise nei panni dell’agente della IMF Ethan Hunt. Il nome da memorizzare è il regista e sceneggiatore Christopher McQuarrie (1968), autore degli ultimi due episodi (oltre che la garanzia di JJ Abrams tra i produttori). Per me, il migliore film di una saga cominciata da De Palma. Cerco di dirlo in breve. Questo genere di film è una sommatoria di scene d’azione dove tutto si gioca con la location e la potenza delle sequenze. Se però il tutto non viene governato da un autore-sceneggiatore, abbiamo videogiochi meccanici. In Fallout  invece  c’è una trama che finanche io riesco a padroneggiare. Fate così, godetevi il film e poi andate su youtube a vedere “mission impossible fallout behind the scenes”. Capirete come realizzano film come questo, con Tom Cruise che non usa stunt man, si frattura una caviglia, guida auto e moto,e si lancia davvero da un aereo. Comunque la scena del combattimento nel bagno a me sembra di una perfezione assoluta. Tra gli altri interpreti del film Simon Pegg e Alec Baldwin mi fanno impazzire sempre. Sulla trama vi dico che se voi vi perdete le chiavi di casa Ethan stavolta perde tre nuclei di plutonio. E’ un Hunt stanco, stressato, che dorme poco, ma fedele ai suoi amici e alla sua etica. Questo film è vivamente sconsigliato a chi ama il cinema di Ozpetek e Pupi Avati.

MEKTOUB, MY LOVE: CANTO UNO Una spiaggia del sud nella Francia del 1994. Un giovane aspirante sceneggiatore (che è poi l’alter ego del regista) torna a casa in vacanza e osserva per tre ore (preparatevi) i suoi amici e familiari. Abdel Kechicke (1960) è il regista tunisino-francese che nel 2013 si impose a Cannes con “La vita di Adele”, e nei primi cinque minuti sembra voglia ricordarcelo. Ma poi pian piano, attraverso dialoghi realistici e un chiacchiericcio continuo, si scopre che lo sguardo innocente, direi puro, del protagonista Amin (che Kechicke seguirà nei prossimi film) osserva i corpi, e il film diventa per davvero quello che voleva essere nelle intenzioni, un inno alla vita, all’erotismo e al nutrimento. Il destino (significato della parola mektoub) c’entra poco, ma piuttosto sono le pretese dei corpi ad imporsi sia nei ragazzi che negli adulti, quelli che non vogliono rinunciare alla esuberanza giovanile (lo zio Kamel), e quelli che valutano a partire dalle apparenze fisiche. Un film realista, una specie di documentario sui giovani degli anni novanta, sulle loro pulsioni ed esigenze, sui loro desideri, sul sesso che discrimina e accoglie. Qualcuno alla fine si chiederà se tre ore non potevano essere contenute in due, ma vi faccio l’esempio dell’ultima mezzora, tutta girata in discoteca. Se vi estenua e affatica vedere per così lungo tempo cosa succede in quel tempio del divertimento, Kechicke ci potrebbe chiedere: Ma ci siete mai stati, oppure dopo 5 minuti siete usciti, per non vedere e sentire quello che succede? Io, dice Kechicke, non giudico, guardo. 9 di cuore

MY WAY  Su Netflix, imperdibile  il documentario sulla vita di Silvio Berlusconi tratto dal libro di Alan Friedman, diretto da Antongiulio Panizzi e prodotto dalla Leone film Group (dei figli di Sergio Leone), oltre 28 ore di registrazione in cui il Cavaliere racconta la sua incredibile vita. Voto 8. Descrivo solo 2 scene che serviranno ai nostri posteri per capire quello che tanti italiani adorano. Nella prima si vede il Cavaliere che dice all’intervistatore, Alan Friedman: «E adesso le faccio vedere – ( a stento trattenendo gli angoli delle labbra) questa sala cult del famoso bunga bunga». Cult è pronunciato cult (e non calt). La seconda è la visita negli spogliatoi con Berlusconi che catechizza l’allenatore del Milan Inzaghi, dicendogli che deve urlare «AAttaccare», davanti ai suoi giocatori. I calciatori di tutto il mondo che ha di fronte lo guardano sgomenti, a metà tra il perplesso e il divertito, mentre Inzaghi è imbarazzatissimo. Il Trump italiano nostro Maestro di Vita, perchè lui sa tutto e ha fatto tutto, visto al cinema ci fa capire che solo un Alberto Sordi diretto da un Rossellini avrebbero potuto raffigurarlo.

NERUDA è un film molto difficile e sorprendente del cileno Pablo Larrain (1976), già autore di “Jackie” (vedi sopra). E’ un noir dove trovate un poliziotto e un fuggitivo, non è un biopic sul poeta Neruda. Ma i due protagonisti si raccontano come se ciascuno fosse protagonista di un romanzo o un film, come fece Sorrentino con Andreotti.  “Quindi tutto è finzione, trasparenti in macchina, sogni, visioni ed espedienti teatrali”. Insomma Larrain non vuol fare un film su Neruda, che già era uno pseudonimo, ma sul desiderio umano di essere altro. L’inizio è meraviglioso, quando nei bagni del parlamento avviene una battaglia dialettica degna di un film di mafia. Come Jackie Kennedy imbastiva uno spettacolo per la morte del marito, affinchè lo raccontasse e lo tramandasse con la grandezza che lei pretendeva, allo stesso modo i due personaggi tentano di prendere il controllo del film e della loro mitologia. Un film ripeto difficile sulla forza del falso, del simulato, del non verosimile, dove i fatti sono piegati dall’immaginazione e però ti avvicinano al vero.

SHIMMER LAKE Un film Netflix 2017 scritto e diretto da Oren Uziel  a Toronto. Un giallo raccontato a ritroso, voto 6 (per qualche influenza dei f.lli Coen). Dopo aver compiuto una rapina, Andy Sikes è in fuga con una borsa piena di soldi ricercato da suo fratello Zeke, sceriffo della cittadina di Shimmer Lake. Con l’aiuto del suo vice e di due bizzarri agenti dell’FBI, lo sceriffo indaga su questa intricata vicenda, in cui sono coinvolti anche un’ex promessa del football locale, Ed Burton, sua moglie Steph e il giudice Brad Dawkins, il quale è anche proprietario della banca rapinata.

SICILIAN GHOST STORY La vicenda del rapimento durato 25 mesi e dell’uccisione del ragazzino Giuseppe Di Matteo vista con gli occhi di Luna, una sua compagna di classe. Fabio Grassadonia e Antonio Piazza, al secondo film, mostrano talento e doti si è detto alla Guillermo Del Toro. Io ho pensato al Carlei della Corsa dell’innocente (1993), guarda caso proprio l’anno in cui il tredicenne venne rapito da sequestratori travestiti da poliziotti, su ordine di Giovanni Brusca. “Agli occhi del bambino siamo apparsi degli angeli, ma in realtà eravamo dei lupi” , confesserà Gaspare Spatuzza che vi prese parte. Questa confessione deve essere apparsa ai registi una buona chiave di lettura dei mafiosi, che qui diventano gli orchi di una fiaba. Un bel film (voto 7) che però -appunto- ripropone il vecchio dilemma di come raccontare la mafia, qui protagonista di uno degli episodi più raccapriccianti. Non si uccidono donne e bambini, diceva la vecchia mafia, ma i corleonesi arrivarono a far morire di stenti un bimbo e poi a strangolarlo e distruggerlo nell’acido. E meno male che non fecero crollare la torre di Pisa e non riuscì loro la strage all’Olimpico!  Altro che Isis. Ecco, questo raccapriccio non l’ho visto nel film dove prevale l’aspetto onirico e fantasmatico.

S IS FOR STANLEY Se vi interessa il lato privato di Stanley Kubrick, questo documentario è imperdibile. Qualche anno fa  Alex Infascelli (premiato con il David di Donatello), incontrò la moglie di Kubrick per un’intervista e sentì parlare per la prima volta di Emilio D’Alessandro, l’autista italiano tornato a vivere a Cassino dopo la morte del Maestro. In poco meno di un’ora, Emilio racconta la sua incredibile storia, iniziata ai primi anni ’60. Emigrato in Inghilterra per evitare la leva, sposa Janette un paio d’anni dopo e trova lavoro come autista di taxi per una piccola società. Tempo dopo, era il 1970, Londra era sommersa dalla neve, ma bisognava trasportare un enorme pacco da una parte all’altra della città: era finito sul set di “Arancia meccanica” e la consegna era quella del grande fallo bianco che poi viene utilizzato nel film. Senza saperlo, fu quella la prima volta che Emilio lavorò per Kubrick. Che di lì a poco lo assunse come autista personale. Ma per i successivi 30 anni Emilio fu molto di più, diventando il suo assistente più fidato e vicino, al punto che Kubrick fece installare in casa sua una linea telefonica privata dove poteva contattarlo solo lui.

SLAM- TUTTO PER UNA RAGAZZA Andrea Molaioli (1967) mi era molto piaciuto con La ragazza del lago (2007), poi Il gioiellino (2011) è stato un flop e quindi ero curioso di questo nuovo film tratto dal romanzo “Slam” di Nick Hornby, riadattato a Roma. Sam (un bravissimo Ludovico Tersigni) è un ragazzo di sedici anni con la passione per lo skateboard e devoto a Tony Hawk, uno dei più grandi skaters al mondo. Vorrebbe almeno essere il primo della famiglia a non inciampare nello stesso errore di sua mamma (Jasmine Trinca), suo nonno e suo bisnonno: diventare genitori a soli sedici anni. Ma non ha fatto i conti con Alice (Barbara Ramella), una ragazza bellissima con cui instaura un rapporto che lo allontana momentaneamente da tutto. Nel momento in cui Sam decide di lasciarla, Alice gli confessa di aspettare un bambino. Davanti all’errore che ha segnato tutta la sua famiglia, Sam decide di scappare e di far perdere le sue tracce…Un film onesto (voto 6) ma piatto, che si concede troppi flashforward (una nuova manìa del cinema italiano alla ricerca del fantastico). La presenza dell’onnipresente Luca Marinelli che fa il solito personaggio borderline è un’altra cosa troppo scontata.

SMETTO QUANDO VOGLIO- AD HONOREM Ecco quei film italiani che alla fine gli spettatori chiamano “carini”. Il salernitano Sydney Sibilia (1981) ha girato di seguito 3 film sui ricercatori universitari che si ritrovano a fare una banda, garantendo la stessa qualità. Prodotto da Procacci e Matteo Rovere, è il tentativo nostrano di fare cinema dopo aver goduto e assimilato il nuovo cinema di autore che è quello delle “serie tv” americane. Gli ingredienti ci sono tutti, una storia, musica, fotografia, carrellate, sceneggiatura adatta agli attori. Il valore aggiunto sono gli attori (Leo, Fresi, Sermonti,Calabresi, Marcorè)  che non sono i triti & ritriti: nell’ordine di antipatia mia, Favino, Accorsi, Ghini, Amendola, Rubini, cioè tutti gli attori che ha chiamato Muccino nel suo prossimo film.

SNOWDEN Oliver Stone in gran forma riesce a trovare il bandolo della matassa nella complessa e complicata storia di Edward Snowden. Nel 2013, barricato in una stanza d’hotel ad Hong Kong, il ventinovenne Edward Snowden, ex tecnico della CIA e consulente informatico della NSA (National Security Agency), ha rivelato, dati sensibili alla mano, al quotidiano inglese The Guardian e alla documentarista Laura Poitras, l’esistenza di diversi programmi di sorveglianza di massa, programmi di intelligence secretati, che garantiscono al governo statunitense un livello di sorveglianza estremamente invasiva e contraria ad ogni diritto alla privacy sul proprio territorio e sul resto del mondo.  Come spiegare al grande pubblico concetti così difficili? Grazie ad un credibile Joseph Gordon-Levitt, Stone ha scelto di  presentarci le motivazioni di un ragazzo che decide di  perdere tutto svelando i massimi segreti del suo paese, che pure lo aveva addestrato ad essere un soldato fedele nei lunghi anni alla NSA. Così questo soldato con idee conservatrici pian piano si forma una coscienza civile che lo conduce ad una decisione finale sofferta e senza ritorno. Un film chiaro, e stavolta Stone non è confusionario né ridondante.

SOLO- A STAR WARS STORY (2018) di Ron Howard.  Il film è vedibile, ma siamo nei pressi di Indiana Jones (la produttrice Kennedy, lo sceneggiatore Lawrence Kasdan). Han è un giovanotto molto buono, con la lingua pronta, un cowboy che guida navicelle e ama Qi’ra (una Emilia Clarke con le guanciotte). Gli inseguimenti sono sempre, come paiono a me, videogiochi, Woody Harrelson mastica sempre come in tutti i film, questo spin-off sulle origini del contrabbandiere corelliano non piacerà ai devoti della saga. Sorrido perché il cantante italiano Bobby Solo, all’anagrafe Roberto Satti, si narra che nel 1964 ebbe il cognome per un errore di un impiegato che non aveva capito che si doveva chiamare Bobby e basta (solo). E l’impiegato non sapeva proprio nulla di George Lucas.

STAR WARS – GLI ULTIMI JEDI (2017) Non sono un credente della saga creata da Lucas e quindi quel che dico di sicuro è poco fideistico. Ma se leggete alcuni devoti finisce che neppure andate a vedere un film che merita. Ho visto mi pare nel 1977 il primo capitolo e poi gli altri due, ma poi mi scocciai e due anni fa sono tornato al cinema per la nuova trilogia a causa del nome di J.J. Abrams (mitico showrunner di Lost). Abrams dirigerà il prossimo capitolo e questo lo ha affidato al bravissimo Rian Johnson. In realtà tutta la saga e la Lucasfilm è nelle mani dal 2012 di un personaggio per me straordinario, cioè Kathleen Kennedy (1953), che ricordo per aver prodotto grandi film di Spielberg come E.T. e Indiana Jones, oltre che Ritorno al Futuro. Detto questo, i 150 minuti del film, dopo un inizio lento, non li senti soprattutto perché c’è molta leggerezza in questa puntata, molta attenzione ai ragazzini del pubblico, scenette comiche che stemperano il pathos e l’epica. Le vicende di Rey e Luke Skywalker, di Kylo Ren e Poe Dameron, di Finn e Leia Organa (Carrie Fisher scomparsa dopo le riprese) sono sempre inquadrate nella lotta della Resistenza e dei ribelli contro il Primo Ordine (in sostanza, i nazisti). C’è un bel duello finale come in qualsiasi western e ci sono due o tre insegnamenti: che dai fallimenti s’impara, per cui si deve cambiare sempre; che i vecchi vanno (metaforicamente speriamo) uccisi per diventare quel che si deve; che la Forza oscilla tra Bene e Male, tra lato oscuro e lato chiaro di una energia indomabile. Puro intrattenimento che non capisco perché i distributori italiani abbiano intitolato, nella loro eterna dabbenaggine, GLI ULTIMI JEDI, quando bastava riferirsi al singolare.

10 CLOVERFIELD LANE di Dan Trachtemberg. Svegliandosi dopo un incidente, Michelle si ritrova prigioniera insieme col giovane Emmett nel seminterrato di un uomo che dice d’averla salvata da un attacco chimico. C’è da credergli? Mary Elizabeth Winstead (che è anche in Fargo, 3^ stagione) se la vede con John Goodman stavolta al bivio tra i suoi personaggi abituali, omone benevole o psicopatico?  Cosa è successo fuori della casa? La tensione viene conservata fino a pochi minuti da un finale che rischia però di indebolirne la portata. Vedibile, voto 6 pieno.

THE DRESSMAKER  “Il Diavolo veste Prada” c’entra poco in questo film australiano del 2015, anche se di moda si tratta. Una notte Tilly, una giovane donna, torna a Dungatar, lo sperduto paesino australiano da cui era stata cacciata all’età di 10 anni con l’accusa di aver causato la morte di un compagno di classe. E’ determinata a scoprire la verità che la sua memoria ha cancellato: cosa è davvero successo il giorno della morte del bambino? Il film parte così, con una scena bellissima da western classico, e con un’attrice come Kate Winslet che combatte nel villaggio, siamo nel 1951, la sua sfida con vestiti di sartoria. E’ una commedia  che scivola verso il grottesco ma anche nel prevedibile.

THE EQUALIZER 2 SENZA PERDONO (2018) Denzel Washington per me è una garanzia, come il regista Antoine Fuqua. Non danno mai patacche. L’esatto contrario di Nicolas Cage. Certo, deve piacere il genere action, che sta tra Il giustiziere della notte e Rambo. Ma  Denzel, col suo personaggio, è l’amico che tutti vorremmo avere. Ho pagato euro 8,70 al cinema, ma non li ho rimpianti.

THE NICE GUYS In questo vecchio film del 2016 di Shane Black (ha scritto “Arma letale” e diretto “Iron man 3”) il detective privato Ryan Gosling assieme al picchiatore Russel Crowe si ritrovano a collaborare per risolvere un caso. Nei fratelli Coen la stupidità porta alla morte, alla tristezza e all’ineluttabile sofferenza, sebbene in maniera grottesca, in Shane Black la stupidità invece è il mezzo attraverso il quale il destino ha deciso di far vincere i due protagonisti: “Sometimes you just win”, conclude il detective Gosling con il braccio rotto ricordo del primo incontro con Crowe. Tanto ritmo ma soprattutto tante parole in questo film commedia che se non vi annoia vi sembrerà spensierato.

THE POST  (2018) Ho visto questo film costretto ad ascoltare i commenti continui dei miei vicini di posto, una coppia di coniugi che non sapevano nulla della storia vera che narra Steven Spielberg, ignari di chi fosse Nixon o McNamara, o il Washington Post. Questo è un film “classico” sulla stampa, nel senso che i dilemmi della questione alla fine li decide la Corte Suprema. Ricostruisce lo scandalo Pentagon Papers, in cui una talpa rivelò tanti segreti di Stato opposti da vari presidenti, dimostrando come il governo avesse mentito ai cittadini e mandato a morire i soldati americani solo per non perdere la faccia. La novità è che il dilemma (pubblicare o no i documenti) resta all’interno dei giornali. Il New York Times fu fermato dal tribunale, il Washington Post (attraverso il suo direttore Tom Hanks e la sua editrice Meryl Streep) dovette scegliere se astenersi o fallire. Come hanno capito i miei vicini di posto, l’editrice Kay Graham con la sua decisione si è giocata il patrimonio. Forse hanno capito poco i due aspetti fondamentali del lavoro di Spielberg e degli sceneggiatori. Il primo è la lotta di una donna sola in un mondo tutto maschile (e forse solo per questo la Streep potrebbe vincere l’Oscar); il secondo è la lezione sul presente, quando nel mondo i giornali di carta perdono lettori, chiudono, licenziano o diventano digitali e sembrano superati. La sopravvivenza passa per la qualità, resteranno solo i giornali migliori, e tutti gli altri spariranno. Ognuno di noi continuerà a leggere i giornali diretti da un Ben Bradlee perché si fida di lui. I miei vicini, convinti che non avrebbe pubblicato nulla, non leggono i giornali. Nel film c’è anche il mio adorato Bob Odenkirk che meriterebbe il premio per il miglior non protagonista.

THE PRESTIGE Quelli come me, che sono lento, devono vedere questo trascurato capolavoro del 2006 di Christopher Nolan almeno 4 volte per carpirne i molteplici significati. Una storia semplice, due illusionisti che si sfidano (una specie di “Duellanti” di R. Scott) negli anni, raccontata con diverse linee temporali e mettendo in scena i diversi racconti, dell’uno e dell’altro, diventa complessa da comprendere. Nolan gioca con lo spettatore, lo richiama spesso, lo avvisa di stare attento, il film inizia e finisce con tanti cappelli neri sparsi sull’erba, ma è tutto inutile, noi spettatori, ci spiega Nolan, vogliamo essere ingannati. In un film-allegoria, i prestigiatori sono i registi, i numeri sono i film, la magia è una proiezione. Anche quando la verità ( nel nostro caso sul teletrasporto) è semplice, bastano due diari, che dovrebbero contenere in quanto diari i nostri segreti (e non bugie) per confonderci e complicare il tutto. Allora fantastichiamo e arriviamo a conclusioni bislacche, le teorie grilline o le fake news che infestano il web ne sono un esempio. Un cast di attori bravissimi, Hugh Jackman, Christian Bale, Scarlet Johansonn, Michael Caine, Rebecca Hall, e David Bowie (Nikola Tesla)…per un capolavoro sul rapporto verità-bugie, scienza e magia, “il prestigio” essendo il trucco finale del mago che fa riapparire l’oggetto scomparso. Vi do un indizio decisivo per capire tutto. Nel lungo duello vince alla fine Hugh Jackman (Robert Angier nel film). Favoloso, semplicemente.

THREE BILLBOARDS OUTSIDE BENNING, MISSOURI (3 manifesti a Benning, Missouri) Questo film doveva vincere la Mostra del Cinema di Venezia 2017, ma invece ha solo vinto il premio per la sceneggiatura. Tutti quelli che come me amano i fratelli Coen si animano se tra i protagonisti di un film ci sono Frances McDormand (moglie di un Coen) e Woody Harrelson ( True detective). Ma il film scritto e diretto dal commediografo irlandese Martin McDonagh (1970), con protagonisti anche Sam Rockwell, John Hawkes e Peter Dinklage, è bellissimo per la storia, i dialoghi, il montaggio, l’atmosfera che crea. Una mamma alla quale hanno stuprato e ucciso una giovane figlia, fa affiggere tre manifesti dove se la prende con lo sceriffo perché le indagini languono. Solo che lo sceriffo è un brav’uomo ed ha un brutto cancro. Questo è lo spunto, e così si capisce che è un film sulla rabbia, ma la rabbia genera rabbia. Imperdibile, quando lo faranno in Italia.

TUTTO PUO’ ACCADERE A BROADWAY Prodotto da Wes Anderson, ecco a voi la vecchia commedia tutta basata sulla sceneggiatura. Un tuffo in un cinema che non c’è più. Siamo a  New York dove Isabella Patterson, che si si chiama in realtà Izzy Flinksteins, fa la escort col nome di Glo Sticks. Una notte incontra un regista di Broadway, Arnold Albertson, cioè Owen Wilson, che si nasconde sotto il nome di Derek Patrick nella sua stanza al Barclay di New York. Lui le lascia 30 mila dollari in modo che lei abbandoni la professione di escort e realizzi il suo desiderio di  recitare. Così se la ritrova col suo vero nome, Isabella Patterson, al provino della commedia che ha sta mettendo in scena per sua moglie Sandy. Però Isabella ha una psicanalista, Jane, una Jennifer Aniston in gran forma, fidanzata con Joshua, sceneggiatore della commedia e già pazzo della escort, ora attrice. E Joshua è figlio del detective George Morfogen, che lavora per un vecchio giudice, Austin Pendleton, in cura dalla psicanalista Jane perché fissato con Izzy-Isabella-Glo. Basta così, siamo alla screwball comedy (commedia svitata) degli anni trenta, quando nasceva Bogdanovich (1939). O alla Billy Wilder. Dialoghi, ritmo, pochade, coppie che scoppiano e si ritrovano.

UNA FAMIGLIA Questo film presentato a Venezia 74 è insopportabile per le ambizioni di Sebastiano Riso, al suo secondo film, il quale si presenta come Autore e, come se non bastasse, anche narratore di fatti veri appurati dopo ricerca sul campo. Insomma, ecco a voi un nuovo Rossellini. La tematica è quella dell’utero in affitto, ed è portata avanti attraverso la famiglia di Vincent, 50 anni di Parigi, ma ha tagliato ogni legame con le sue radici. E Maria, più giovane di quindici anni, cresciuta a Ostia, ma non vede più la sua famiglia. Patrick Bruer (lo ricordate nel delizioso “Cena tra amici”) e Micaela Ramazzotti formano una coppia che sotto la normalità della vita quotidiana hanno come fonte di reddito l’utero di Micaela. Mi fermo qui perché vi lascio immaginare l’ennesima interpretazione della Ramazzotti “sballata” la quale forse aspira all’Oscar andando dietro a cotanto Autore. Sapete dove rinvenite l’Autore? Nei dettagli, piccoli particolari ripresi in piano piano (come in Breaking bad), oppure in un piano sequenza che vuol sempre suggerire: lo vedete o no quanto sono bravo?