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  • PARATICI 2: L’UNICO CHE SPIFFERA E’ RAMADANI 5 Giugno 2019

    Chi sarà il prossimo allenatore della Juve? Senza essere un giornalista e seguendo la vicenda da casa mia, in un primo articolo dicevo che andato via Marotta, il nuovo dt Paratici non fornisce più notizie ai giornalisti per cui i vari Di Marzio & C sono oggi completamente (al buio) spiazzati. L’unico che sta fornendo notizie ai giornalisti è Ramadani, agente di alcuni calciatori e di Sarri, il quale ha deciso comunque di tornare in Italia e alla Juve andrebbe di corsa. I giornali, imbeccati da Ramadani, hanno quindi dato per scontato che entro ieri (4 giugno) ci sarebbe stato l’annuncio da parte della Juve. Invece ieri a Napoli Paratici ha parlato e spiazzato tutti: stiamo valutando una serie di nomi. La mia impressione è pertanto la seguente, ecco la mia scommessa, la Juve innanzitutto aspetta Guardiola, che lascerà il club se il City non potesse fare la Champions. Il Manchester City è in attesa della sentenza Uefa che potrebbe determinare, nella peggiore delle ipotesi, anche la esclusione dalla Champions League. A metà maggio è arrivato per la società il deferimento. Paratici e la Juve hanno già pronto tutto, altrimenti non si spiegherebbe come mai Paratici ha fatto tre giorni di vacanza a Capri e va in giro a prendere premi. Quindi , la Juve aspetta Guardiola. E Milan e Roma aspettano la Juve. Se infatti Guardiola andrà alla Juve, Sarri potrà andare all’una o all’altra. Se invece alla fine Sarri andrà alla Juve, Giampaolo finirà al Milan. Non voglio fare il presuntuoso, abbozzo ipotesi ma la mia premessa si è rivelata accertata: con Paratici gli esperti di calciomercato non sanno più cosa aspettarsi. E la Juve mira ormai molto in alto, perchè solo Guardiola è in grado di zittire tutti, da Adani ai soloni di Sky, da Sacchi all’ultimo tifoso che parla dal bar sotto casa.

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  • AZZURRO DI PAOLO CONTE 5 Giugno 2019

    51 ANNI FA PAOLO CONTE AFFIDAVA A CELENTANO UN PEZZO MEMORABILE. MA LA SUA VERSIONE E’ QUELLA VERA.

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  • LUCIO BATTISTI: DON GIOVANNI 31 Maggio 2019

    DON GIOVANNI (1986) – PER RISCOPRIRE LA GENIALITA’ DI BATTISTI SENZA MOGOL E CON PASQUALE PANELLA Dall’inizio alla fine, ininterrotti, 3 battiti di tamburo poi 2 insieme fino alla fine! Geniale! Una melodia malinconica e struggente. E qui c’è il motivo dell’ addio alle scene: “che ozio nella.tournée,di mai piu tornare, nell’intronata routine, del cantar leggero, l’amore sul serio”. FAVOLOSO. (ANDRE 22)
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  • LE ELEZIONI DIVENTATE CON I SOCIAL UNA LOTTERIA 27 Maggio 2019

    Le elezioni europee una volta erano in Italia l’occasione del voto in libera uscita. Era un voto dato a capocchia e lo capii un anno in cui la Bonino prese l’8% per il motivo che in tv si presentò solo lei. Ma adesso, come dice Galli della Loggia, c’è da prendere atto di un dato nuovo: ogni elezione è una lotteria. Può uscire qualsiasi numero. Comunali, regionali, politiche, un leader può andare sopra o sotto come alle montagne russe. Le chiacchiere televisive stanno a zero, oggi contano solo i social. Prendiamo un dato che dimostra la stupidaggine dei Travaglio & C. (gli antirenziani doc): i sindaci exrenziani, Decaro a Bari, Nardella a Firenze, Gori a Bergamo, Ricci a Pesaro. Hanno conquistato tutti il secondo mandato al primo turno. Come si spiega questo dato così dissonante rispetto al trionfo leghista? Con la comunicazione, quella significativa di Decaro è stata curata da Proforma. Essi, insieme con Sala di Milano sono gli amministratori del pd che possono cominciare un corso nuovo. Che fare per il futuro? Lo ha spiegato benissimo il politologo Yasha Mounk: occorre  creare un’alternativa che prenda sul serio le paure dei cittadini senza copiare gli elementi illiberali e anti-democratici del populismo.

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  • RAFFAELE SIMONE SPIEGA L’ACCOGLIENZA (ALLA SINISTRA) 26 Maggio 2019

    Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

    Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

    Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui. (Raffaele Simone, L’ospite e il nemico, Garzanti, recensione di E. Galli della Loggia, Corsera))

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  • IL PORTOGALLO CHE PIACE TANTO (A CERTA SINISTRA) 25 Maggio 2019

    L’istituto nazionale di statistica del Portogallo ha comunicato questa settimana che il deficit pubblico nel 2018 è sceso allo 0,5 per cento del PIL, il livello più basso nei 45 anni trascorsi dalla fine della dittatura. Sette anni fa, durante il picco della crisi economica, il Portogallo aveva un deficit pari all’11 per cento del PIL, e dovette negoziare un pacchetto di aiuti da 78 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Oggi invece il Portogallo cresce dell’1,7 per cento, più dell’1,1 per cento stimato per la Germania.

    «Oggi il Portogallo ha vinto la sua battaglia per la credibilità», ha detto commentando i nuovi dati Mário Centeno, ministro delle Finanze portoghese e presidente del prestigioso Eurogruppo, l’organo che riunisce i ministri delle Finanze e dell’Economia di tutta l’area euro. La credibilità è importante per il Portogallo, che con un debito pubblico pari al 120 per cento del PIL è considerato da molti un “osservato speciale” sul mercato internazionale dei titoli di stato.

    Il governo di cui fa parte Centeno è guidato dal primo ministro Antonio Costa, leader del Partito Socialista, ed è sostenuto da due partiti di estrema sinistra, il Bloco de Esquerda e il Partito Comunista Portoghese, che nel suo programma ha l’uscita dalla NATO e dall’euro. Il governo è stato formato nel 2015 e l’alleanza che lo sosteneva fu soprannominata geringonça, che significa grossomodo “accozzaglia”. All’epoca nessuno credeva che sarebbe durato a lungo; oggi invece il governo portoghese è considerato da molti un modello o e il paese viene regolarmente visitato da delegazioni di tutti i principali partiti della sinistra europea.

    Dal 2015 a oggi Costa e il suo governo hanno dedicato tutti i loro sforzi a recuperare la credibilità del paese, mettendo in atto una politica di tagli e risparmi e migliorando la raccolta fiscale. La pressione fiscale, cioè il totale delle tasse raccolte in proporzione al PIL, è arrivata nel 2018 al massimo storico: 35,4 per cento, contro il 34,4 dell’anno precedente. In questo modo il governo è riuscito a ridurre il deficit, rassicurando gli investitori e i partner europei.

    Le uniche voci di bilancio sulle quali Costa non ha accettato compromessi sono stati i tagli di tasse per le categorie più deboli e l’aumento delle pensioni. Il governo ha anche deciso un aumento dei salari minimi e l’abbassamento dell’età pensionabile per i dipendenti pubblici. Costa infine è riuscito anche ad ottenere risultati in quelli che in Portogallo chiamano i “temi divisivi”: i diritti civili più controversi, come quelli che riguardano l’adozione per le coppie gay e tutto ciò che riguarda il fine vita.

    Ma tutti questi risultati non sono arrivati senza un prezzo per il paese, come hanno mostrato i grandi scioperi di insegnanti, guardie carcerarie e infermieri avvenuti nelle ultime settimane. Gli scioperi degli infermieri in particolare sono stati così estesi che il governo ha dovuto modificare la legge per obbligarli a continuare a lavorare. Le proteste riguardano soprattutto il pessimo stato in cui versano le infrastrutture portoghesi: strade, scuole, ospedali, ferrovie e prigioni.

    Nel tentativo di rassicurare i partner europei e contemporaneamente mantenere il consenso intervenendo sulle pensioni, il governo Costa ha infatti dovuto tagliare in modo massiccio l’unica voce di bilancio che rimaneva disponibile: gli investimenti pubblici. Nel 1960 il Portogallo spendeva per gli investimenti il 5,4 per cento del PIL, sceso fino all’1,6 per cento nel 2016 e tornato poco sopra il 2 per cento soltanto nel 2018, con l’avvicinarsi delle elezioni (si tratta in tutto di appena 4,1 miliardi di euro, in calo rispetto ai 4,5 che si era stimato di spendere inizialmente). Secondo una classifica del Fondo Monetario Internazionale, il Portogallo ha un investimento pubblico netto pari a -1,2 per cento del PIL, il livello più basso dei 26 paesi più ricchi, sotto persino alla Grecia, alla Spagna e all’Italia. Il livello negativo significa che il Portogallo spende in investimenti meno di quanto sarebbe necessario per ripagare il deprezzamento dei beni pubblici, come il naturale degrado che colpisce strade ed edifici. (ARTICOLO PUBBLICATO SU IL POST)

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  • G. CRAPIS/RENZI E L’UBI CONSISTAM 24 Maggio 2019

    Il saggio di Giandomenico Crapis si racchiude in questa affermazione forte di pag. 88: ” All’ambizione del progetto renziano è mancato non solo il partito (che si è scelto di non rafforzare) ma un ubi consistam intellettuale e culturale, una visione e un pensiero lunghi che andassero oltre la formula della rottamazione e le battute ad effetto (che pure servono) “. Per dimostrare questo suo pensiero il mio amico tratteggia vita opere e miracoli di Renzi, “un caso unico per lo studio delle relazioni tra media, tv, politica e consenso. Ernesto Galli della Loggia, dopo le Europee di Salvini, ha spiegato così la situazione:
    “Non è vero come si è letto sul Fatto quotidiano che la gente ormai vota come twitta. È che ormai in questo Paese da tempo non esistono più culture politiche, idee, programmi. Che da tempo anche le vecchie identità e le vecchie paure, i vincoli di schieramento, le preclusioni ideologiche, i «non possumus» più o meno storici, sono tutti variamente saltati: sono cose che non hanno più corso o quasi. Di conseguenza le elezioni non sono più una competizione fra orientamenti radicati, fra opzioni politiche in qualche modo collaudate. Tendono piuttosto ad assomigliare per un verso a una decimazione e per un altro a una lotteria. Sono la ricerca sempre più nervosa, sempre più incalzante, di una soluzione che però continua a mancare: trasformandosi alla fine nella pura ricerca di un demiurgo. Esito paradossale di un sistema politico che, partito da una Costituzione fondata per intero sulle entità collettive, sui partiti, nel più assoluto rifiuto di qualunque ruolo personale (perfino come si sa di quello del Presidente del Consiglio, che da noi è un semplice «primus inter pares») si ritrova già da tempo a invocare un salvatore della patria. “. Sul rottamatore Galli della Loggia è molto convincente:
    “Il Renzi del 40 per cento della primavera del 2014, incapsulato nella sua autoreferenzialità, accecato dalla sua vanesia spigliatezza – ma ancor di più dalla sua scarsa preparazione culturale, destinata inevitabilmente a trasformarsi in miopia politica – con il referendum costituzionale andò a sbattere contro il muro d’acciaio dell’eterno potere italiano. Contro l’immobilismo dell’establishment travestito da difesa dei sacri principi“. 

    Ci sono due propositi che hanno accomunato i vincitori del referendum del 2016 (da Forza Italia a Leu e M5S passando per Zagrebelsky): 1) ritornare al sistema proporzionale e abbandonare il maggioritario, da sempre mal digerito dalla sinistra novecentesca italiana, abituata a coltivare il suo orticello stando comodamente all’opposizione, salvo intese sottobanco; 2) non voler rendere più efficiente un Parlamento che in versione bicamerale non funziona. Ma di questo essenziale nodo scorsoio politico che ha soffocato Renzi non c’è traccia in questo saggio scorrevole che vorrebbe occuparsi di comunicazione senza trasformarsi in un pamphlet politico. Infatti analizza i MEZZI (televisivi) utilizzati da Renzi (un domani magari toccherà ai tweet di Salvini ) apparentemente lasciando sullo sfondo i FINI, il suo progetto politico, al quale Crapis volge uno sguardo distratto, e che però, da qualche accenno si capisce come non sia considerato solo sbagliato, ma molto molto di più, un vero tradimento della Causa del Socialismo.
    La prova di quanto dico si trova a pag. 82, dove un florilegio di citazioni serve per giungere ad accostare Renzi a Fanfani, cioè due grandi sconfitti ai referendum. Dunque, il divorzio e la bocciatura della riforma costituzionale Renzi-Boschi vengono messi sullo stesso piano, sarebbero, entrambe, grandi conquiste democratiche, di progresso, di civiltà. Appuntate queste due date gloriose, 1974 e 2016, nel libro delle magnifiche sorti della sinistra in versione Bersani/Travaglio. Nessun accenno merita poi la “litigiosità” della sinistra, una categoria “storica” mai presa seriamente in considerazione dagli intellettuali di ieri e oggi per capire cosa il popolo odia da sempre con tutto il cuore. Nella sinistra, da Lenin in poi, le minoranze per arrivare al potere si autoproclamano “puri” accusando la maggioranza di connivenza con la destra. Dunque il nemico ce l’hanno sempre in casa, Renzi è l’ultimo esemplare. E’ un gioco senza fine perchè a sinistra ci sarà sempre uno più puro di te che sancirà che tu sei di destra e quindi un traditore.

    Al traditore Renzi la sovraesposizione mediatica alla Cossiga (v. pagg. 42- 44) giova sino all’8 dicembre 2013, quando vince le primarie con il 70%. Dal febbraio 2014, quando va al governo, non gli giova più. Perchè non gli giova più? Giando pensa che “avrebbe dovuto rivoltare il partito come un calzino,  invece ha pensato che per aumentare i voti bastasse un pò di comunicazione smart in tv!”. Giandomenico non riferisce di una nemesi storica, gli eredi del monolite pci oggi sono divisi in correnti, numerose come le tribù libiche e simili alla dc di Andreotti (solo la sinistra francese ci supera quanto a litigiosità). Renzi era capo del governo, controllava il pd, ma ogni giorno sui media e sui social le sue minoranze interne raccontavano la storia che a causa di un revisionista traditore la sinistra “faceva” ormai la destra in combutta col massone Verdini (per fare il partito della nazione).
    Renzi alla fine perse il referendum, forse il senno e cominciò la sua odissea che arriva ai giorni nostri, quando la democrazia l’abbiamo affidata alla piattaforma Rousseau. Questi sono i fatti che, per completezza, andrebbero affiancati all’analisi del Renzi politico incapace.
    Berlinguer e Occhetto pur alle prese con sfide ancor più temerarie di quelle di Renzi, distacco dall’Urss e svolta della Bolognina, furono affiancati e sostenuti dalla stampa d’area (“Repubblica” di Scalfari). Scalfari voleva che Berlinguer diventasse liberale, il suo successore Ezio Mauro voleva invece che il pd tornasse al proporzionale e ha schierato “Repubblica” accanto al bollito Bersani contro Renzi diventando house organ della Ditta, sino a quando le urne politiche del 2018 non gli hanno spiegato che a sinistra dei ds non ci sono elettori (nè lettori).

    Renzi, che aveva fatto della televisione il cuore della sua strategia (Calise) mentre Grillo aveva già capito che doveva essere la rete, doveva abbandonare la scena dopo la sconfitta? Certo che sì. Bastava che non si facesse vedere per due anni e poi avrebbe affiancato Prodi & Veltroni nel ruolo di Madonnine Piangenti della sinistra in ambasce. Il personaggio Renzi che spiega Crapis non è falso, è la coperta di Linus della sinistra che considera intoccabile la Costituzione. Vorrei essere chiaro. Sento spesso gente che vorrebbe che Renzi non facesse più politica per manifesta incapacità, per danno procurato ad una sinistra che ha perso il popolo. Ci sta, ma per quale ragione “politica” invece non dovrebbero ritirarsi anche i Bersani, Speranza, Grasso, Boldrini che “pontificano” ancora in tv? Loro sarebbero davvero i casi unici da studiare per capire le relazioni tra media, tv, politica e consenso. Consenso elettorale pari a zero e vagonate di ospitate tv (soprattutto su la 7) non si capisce per quali motivazioni editoriali. In nome di chi parlano? Chi rappresentano?

    Il mio amico Giando dovrebbe ricordare la storiella zen: un bambino, per il suo 14esimo compleanno riceve un cavallo. La gente vede il cavallo e dice “che meraviglia! ha ricevuto un cavallo!” e il maestro zen dice “vedremo…” Due anni dopo il bambino cade da cavallo e si rompe una gamba e tutti al villaggio dicono che è una disgrazia e il maestro zen dice “vedremo…”. Poi arriva la guerra e tutti sono costretti ad andare in guerra tranne il bambino che si era rotto la gamba e tutti al villaggio dicono “Ma che meraviglia!” Il maestro zen dice “vedremo…”

    Giandomenico Crapis, Matteo Renzi dal pop al flop, Mimesis, 2019,pag 100, 10 euro

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  • COMUNE VS MULTISERVIZI 16 Maggio 2019

    In quei pochi giorni in cui Mascaro è tornato al comune stava risolvendo il problema della Multiservizi (da ora M) alle prese con il Tribunale fallimentare. La posta in gioco sono 10 milioni che si potrebbero risparmiare se qualcuno si interessasse della questione. I commissari, ora reinsediati, se ne fregano oppure non sanno di cosa si tratta, fate voi, a vostro piacere. Cosa volete che siano 10 milioni di debito in più o in meno? In compenso Mascaro si fece infinocchiare da chi volle che la Tari dalla M ritornasse sotto la gestione del Comune: il risultato è che nel 2018 la Tari ha avuto un gettito di 3,5 milioni, mentre con la M si incassò il doppio. E poi sono tornate indietro 4500 lettere di contribuenti con indirizzo sconosciuto a fronte di 1500 che tornavano alla M. Non si erano neppure accorti che dovevano protestare non con le Poste Italiane ma con una posta privata alla quale il servizio era stato affidato. Il problema è il database dei tributi, come ho spiegato tante volte su questo blog. Se è “sporco”, vale a dire non è corretto con i dati veri dell’anagrafe, le cartelle di pagamento non pervengono ai destinatari. Quelli che hanno cambiato residenza, quelli che sono defunti, quelli ai quali è stato cambiato il nome della strada in cui abitano o il numero civico. Ora, la M aveva interesse nel 2014 ad incassare e quindi incrociò i dati dell’anagrafe con quella dei tributi, roba di dieci minuti, ed ebbe subito i nominativi di quelli che non risultavano nei tributi. 3000 nuclei familiari. Avete capito bene, tremila famiglie. Di più, in qualche contrada sopra Sambiase dove le strade avevano cambiato nome, inviò un messo a portare casa per casa le cartelle. Al Comune questo interesse non ce l’hanno, perchè gli impiegati e i dirigenti se incassano di più o di meno non sopportano conseguenza alcuna. Il lavoro effettivo poi è un optional lasciato alla coscienza individuale del singolo. Anzi, per dirla tutta, se non eliminano i contribuenti  “deceduti” e perciò ritornano indietro le cartelle, possono pure dire che la colpa è delle poste non del comune. L’altra vicenda paradossale del Comune (gestione Speranza) fu quella di togliere l’assicurazione per pagare gli incidenti provocati dalle buche stradali. Un grosso affare che avvocati & automobilisti lametini hanno scoperto per far male di brutto ai cittadini onesti. Dunque, il Comune in difficoltà economiche disdisse l’ assicurazione per risparmiare 1,5 milioni e la patata bollente la lasciò alla M alla quale era affidata la manutenzione delle strade (accettarono il servizio ma senza l’assicurazione che lasciarono al nemico). I giudici, non so se applicando la legge con giustizia, hanno sentenziato che chi ha la manutenzione (cioè la M) deve pagare, come se le strade all’infinito potessero essere riparate delle buche e non ci fosse bisogno, di tanto in tanto, di interventi complessivi per ripristinarne l’asfalto (le strade “arripezzate” del lametino sono frutto di questa logica). Quindi il Comune anche in questo caso scarica i debiti e i doveri alla M per risparmiare su conti e responsabilità proprie.
    Sostituire l’asfalto con strade di plastica riciclata è l’idea che stanno sviluppando in Olanda, quando i moduli li avremo anche in Italia il problema strade sarà risolto. Comune e M sono dentro un vecchio gioco di rivalità che nacque subito con la nascita della M e arriva sino ai giorni nostri. Chi lavora nell’azienda è considerato dagli impiegati comunali (e dai politici loro sponsor) un nemico, un privilegiato che guadagna ingiustamente più di loro, sulla base di contratti semiprivatisti, dunque è un piacere a questi privilegiati mettere i bastoni tra le ruote. Col tempo ho l’impressione, ma posso sbagliarmi, che ai comunali le difficoltà della M piacciano sempre più. A noi cittadini, molto meno. L’ultimo esempio (ormai piove sul bagnato) è di pochi giorni fa, il comune blocca alla M i Durc e si trattiene un milione. La M è messa ormai alle strette, deve fallire e i suoi responsabili devono essere messi alla gogna. Non interessa a nessuno che la M sia stata in tutti questi anni il bancomat del Comune, una linea di fido a interesse zero ( fatevi prestare 10 milioni da una banca e calcolate gli interessi negli anni), che la riscossione dei tributi, Tari e acqua, il Comune non possa farla perchè inefficiente, diretto da interessi politici che intendono barattare il consenso con l’evasione fiscale (tanto basta premere di più i contribuenti conosciuti e onesti). La M si avvia al fallimento come tante municipalizzate italiane e non trovate un politico che intenda fare una riflessione seria per fotografare una situazione che rappresenta il fallimento non di una azienda ma di un modo di amministrare. Lamezia non fa eccezione, quello che succede qui è una storia di tutti i comuni italiani, in dissesto per la maggior parte. Perchè sono in dissesto? Perchè non si intende, per motivi politici, far pagare le tasse comunali a tutti. Perchè le aziende comunali, vedi Roma, gestite con criteri politici prima o poi falliscono. Tanto, si dice, paga Pantalone, che poi siamo noi cittadini.

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