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  • NON CONTA COSA FATE MA LA STORIA CHE RACCONTATE 19 Marzo 2019

    Alessandro Baricco ha scritto recentemente che le narrazioni hanno preso il posto dei fatti e dei numeri senza che noi ce ne accorgessimo. Adesso diamo la colpa alla rete ma, dice Baricco, anche quando – anni cinquanta – molti credevano che i comunisti mangiassero i bambini, lo storytelling svolgeva il suo ruolo. Avendo passato io una vita a tentare di spiegare questo concetto ai miei amici e docenti, riuscendoli a persuadere solo in parte, sono felice che oggi, anche per merito di Baricco, il concetto si stia chiarendo. Facciamo un solo esempio. Il successo di Al Bano, il cantante oggi messo al bando dall’Ucraina, come si spiega? Con le sue canzoni? Si, anche, ma diciamo per l’1%. E’ un fatto che negli ultimi 20 anni nessuno ricorda più una hit nuova (dopo Nel sole, Felicità, Nostalgia canaglia). No, Al Bano ha successo per la sua narrazione che è nata come la storia del contadino che conquista la bellissima figlia dell’attore hollywoodiano. Prosegue con la famiglia, l’amore, i figli nati e cresciuti in Puglia. E poi con la tragedia di Ylenia. Infine, ai giorni nostri, la separazione, la seconda famiglia con la Lecciso e la speranza che lui e Romina tornino insieme. Ecco tutto, la storia di un cantante che ripropone se stesso insieme con Romina (i due alla fine lo hanno capito che funzionano solo in coppia) e che non ha bisogno di produrre nuove canzoni. Prima di concludere, apro una parentesi politica. Anche Renzi lo storytelling non lo ha capito. Non ha capito che la storia del rottamatore innovativo i suoi avversari l’hanno trasformata in quella di un “looser”, e che tale storytelling “Dalle Alpi alle Piramidi…” non lo cancella più facendo qualche nuova canzone. Chiusa la parentesi, concludo con la scuola. Nella scuola che dirigevo, io dicevo sempre: guardate che non manterremo il successo per quello che facciamo di nuovo ma per la storia che raccontiamo. Continueremo ad aver successo (iscrizioni) se la storia che raccontiamo oggi come scuola, interessa, commuove, evoca. Studiate Al Bano. Anche Peppino Di Capri, con la sua ex moglie Roberta e “cameriere, champagne” continua a raccontare, senza dover inventare canzoni nuove per il repertorio. Anche alle aziende succede lo stesso. La Coca Cola o l’amaro Averna sfornano sempre da decenni lo stesso prodotto ma vendono per la storia che raccontano, il prodotto lo hanno pure modificato leggermente ma nessuno se ne accorge.

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  • QUELLE MAGLIETTE CON I NUMERI DALL’1 ALL’11 9 Marzo 2019

    Il calcio, lo ha ricordato spesso Alessandro Baricco, è una metafora della vita. E’ uno sport che si gioca in 11, e quindi le magliette dei calciatori riportavano i numeri corrispondenti. Il portiere tutti sapevamo che aveva il n. 1, lo stopper il 5, l’estroso il 10, l’ala il 7, e così via. Semplice, no? Ma gli uomini, per far girare soldi e solo per questo scopo, hanno voluto complicare questa semplice convenzione, e hanno inventato le magliette con i nomi dei calciatori, ciascuno dei quali poteva sceglierne uno, da 1 a 99. Come se non bastasse, i calciatori hanno voluto la libertà di stampare non il cognome ma il nome oppure un soprannome. Una grande confusione, una inutile complicazione, una baraonda idiota. Insomma, vedere oggi un portiere che porta il n. 99, fa un certo effetto doloroso. Ma il punto è: si può ritornare indietro? E chi, come me, preferirebbe le magliette dall’1 all’11, è un nostalgico idiota o un saggio sportivo? Domande inutili, perchè la complicazione più grande di tutte è la globalizzazione, il fatto cioè che in Italia si deve fare come si fa in Francia, Germania e in tutto il mondo. Ho spiegato, con questa metafora, l’illusione dei cd sovranisti. Anche l’aspirazione più bella, e avere le magliette di calcio con i numeri sino all’11 lo è, è una pia illusione. Non puoi dire: il mondo non mi piace, fatemi scendere. Da saggio sportivo diventi, se insisti, un cretino semplice e magari per questo ti portano al governo.

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  • COTTARELLI A CATANZARO 4 Marzo 2019

    L’economista Carlo Cottarelli, uno di quelli che prima o poi saremo costretti a chiamare quando staremo con le braghe di tela, è stato a Catanzaro. Ha spiegato, argomentato, e tutti hanno gradito, sino a quando non ha detto che bisogna migliorare la pubblica istruzione al Sud. Mormorii in sala, rumori di sciabole. Ci possono dire di tutto a noi meridionali, che siamo mafiosi, delinquenti, sporchi, cattivi. Ma non diteci che l’istruzione non funziona in Calabria. Non li vedete tutti i 100 che escono alla maturità? Ma siete ciechi? Il Tiresia cieco di Camilleri spiegò lunedì: Se una cosa non la vedi non significa che non esiste.

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  • LA BUFALA DELL’UOMO SOLO AL COMANDO 12 Febbraio 2019

    A dicembre 2013, quando Renzi fu eletto segretario del partito, la Ditta Bersani, nella foto in compagnia del suo ispiratore Baffetto, cominciò a raccontare che la debacle della sinistra fosse conseguenza dell’uomo solo al comando. Il Pd si stava spostando a destra lasciando un vuoto a sinistra.

    La storia del movimento operaio in realtà è la storia di tanti uomini soli al comando. E’ una tradizione nata con la rivoluzione d’Ottobre del 1917. Negarlo sarebbe come per un cattolico negare la santissima Trinità…

    Togliatti era un semplice portavoce di un collettivo o un capo- leader? E Gramsci, Longo, Berlinguer, Mao, sono stati tutti portavoce o primus inter pares?

    Anche nella tradizione socialdemocratica, quando nel 1986 scomparve un leader della statura di Olof Palme, svedese, 1927-1986, il mondo perse un faro, una luce, una guida. Si oppose alla guerra del Vienam, all’apartheid, alla proliferazione delle armi nucleari, a Pinochet, al totalitarismo. Ecco cosa sono i leader, gli statisti. Anche in Italia ne abbiamo avuti, da Dossetti a Pertini a Ciampi.

    Nel 1968 tutta la sinistra extraparlamentare si riuniva intorno a grandi leader, a cominciare da Adriano Sofri di Lotta continua. Nessuno si sognò mai di denunciarlo in assemblea come un leader solo al comando. Alcuni si sarebbero messi a ridere e molti si sarebbero arrabbiati di brutto.

    Le elezioni politiche italiane del 2018 hanno comunque certificato che a sinistra del Pd non c’è nulla. Allora la Ditta, invece di vergognarsi, ha cominciato a dire che tutti i voti della sinistra se li era presi il M5S. Quindi con i grillini bisogna fare bisboccia. Nei ds oggi impegnati a trovare un leader che non hanno, tutta la discussione verte su: i grillini sono compagnucci ? Cgil e Leu approvano tutte le misure varate dal governo del burattino Conte.

    I Ds cercano un leader essendo infatti l’ultimo partito fondato sui “caminetti”, una oligarchia di capi-corrente dove il maggior azionista, Franceschini, si allea con altri capibastone per controllare partito e governo. Fin quando l’uomo solo al comando fu Bersani tutto andava bene. Poi Bersani riuscì a perdere elezioni già vinte e nacque il suo PdR, partito del Rancore.

    Nella democrazia senza partiti in cui viviamo, i partiti si chiamano movimenti e non hanno più leader soli al comando ma un network di controllo. La piattaforma Rousseau di Casaleggio e il padrone del simbolo, Grillo, scelgono i parlamentari, i ministri e a cascata, fanno le nomine pubbliche, dalla Rai all’Inps, alla banca d’Italia, alla Consob. La chiamano democrazia digitale.

    Nella democrazia senza partiti domina il chiunquismo (altro che il populismo!). Chiunque può far tutto. Ma il leader c’è, s’impone in tv e sui social, viene adorato invece di essere attaccato dai suoi militanti, e pertanto “rappresenta” aspettative, speranze, rivendicazioni di coloro i quali gli forniscono il consenso elettorale.

    Nei “Ragazzi della via Pal” romanzo per ragazzi di Molnàr si racconta di una Banda, composta da alcuni ragazzi, ognuno dei quali si considerava un capitano. Tutti capitani e nessun soldato semplice. La situazione del pd di oggi descritta nel 1906.

    A tutti quelli che se la prendono con “l’uomo solo al comando” consigliamo la visione della I stagione della serie tv “Lost”. Potranno imparare così che qualsiasi comunità umana ha bisogno di dotarsi di un punto di riferimento, di scegliere un leader che li rassicuri. E che non si può decidere tutto in assemblea.

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  • E’ POSSIBILE PREVEDERE IL SUCCESSO? 10 Febbraio 2019


    E’ possibile prenotare e prevedere il successo commerciale? Vediamo. Lo smartphone flessibile è pronto. Sarà un successo e tutti cambieremo il nostro phone? Chissà. Per capire com’è fatto il Galaxy Fold pensate a un’agendina. Sulla «copertina» c’è uno schermo, come un telefono tradizionale (con bordi abbondanti per ospitare antenne e batteria). Cominciamo a usarlo. Cerchiamo una destinazione su Google Maps. Trovato il posto sulle mappe apriamo il Fold, con un movimento naturale. A questo punto ci ritroviamo con un maxi schermo da 7,3 pollici, con la nostra cartina ben visibile in tutti i dettagli, senza necessità di zoom. Io prevedo che lo vorremo tutti, ma non ci giurerei. Ecco perchè non sono un imprenditore.

    «Non bastano le buone intenzioni. Ho conosciuto un bambino che credeva di fare il bene d’un pesce rosso tirandolo fuori dalla vasca per asciugarlo col fazzoletto. E molte persone grandi fanno per buon cuore quel che voleva fare il bambino. Credono d’aiutare, e invece fanno del male, perché non sanno quali sono le conseguenze delle loro azioni. Per saperlo, almeno fin dove è possibile, bisogna studiare…». (Ernesto Rossi, cit. Signorini, Corsera 10/2/2019)
    La democrazia, che pure è il migliore dei sistemi di governo sinora sperimentati, è un «organismo» politico affetto da una severa «malattia autoimmune»: affida le sue funzioni vitali a chi ottiene più consensi; ma coloro che sanno procacciarsi il consenso spesso non sono i migliori e i migliori spesso non sanno procacciarsi il consenso. Le doti congeniali per convincere non sono le stesse necessarie per governare la cosa pubblica: raramente coabitano nella stessa persona. Un tour operator specializzato in crociere di norma non ha anche la perizia di un comandante di nave: un conto è saper intuire le esigenze dei potenziali viaggiatori per indurli a imbarcarsi, un conto è avere le capacità necessarie per condurre il bastimento conoscendone le caratteristiche tecniche, le potenzialità e i limiti. (Glauco Giostra). E’ molto più facile ingannare la gente, piuttosto che convincerla che è stata ingannata (Mark Twain)

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  • SI PUO’ FARE UNA SCUOLA DUALE ANCHE IN ITALIA? 2 Febbraio 2019

    Ci vorrà molto tempo, noi non lo vedremo, ma prima o poi si realizzerà anche in Italia l’utopia di una scuola diversa, duale, di cui una parte sarà pertanto legata alle imprese, le uniche agenzie che possono dare occupazione. La mia previsione, oltre che basata sulle esperienze delle nazioni nord europee, si fonda su un assunto che è ormai evidente a tutti. Non si può continuare a predicare, nel migliore dei casi, l’utilità del sapere inutile, quello umanistico, ed assistere alla perdita di senso dell’istituzione scolastica, la quale sforna diplomati e laureati che soltanto dopo il conseguimento del titolo di carta, cercano sul mercato opportunità di lavoro. All’estero, a cominciare dalla Finlandia, il rapporto è rovesciato. Si parte dal mercato e dalle imprese le quali cercano dei profili professionali. Mi serve un lavoratore che sappia fare a, b, c, d: formamelo. Allora la scuola lo forma con quelle competenze e alla fine lo studente viene assunto.Non vi pare che in questo modo tutto abbia appunto una logica, e la scuola, lo studiare, ritorni ad essere il mezzo per ottenere un fine? L’obiezione dei Nuccio Ordine & C. la conosciamo ed è questa. E allora nessuno studierebbe più Catullo o Leopardi, la poesia e la mistica, Socrate e i greci. Devo dire la verità, io questa obiezione non la capisco, perché non sarebbe mia intenzione la reductio ad unum, la quale invece è l’ossessione degli umanisti. Mentre io penso che nella scuola italiana potrebbero coesistere, in un sistema DUALE come quello tedesco, due percorsi, uno dei quali l’ho definito e dovrebbe partire dalle imprese che indirizzano la formazione e istruzione, mentre l’altro corrisponderebbe al nostro liceo classico. Gli umanisti, al contrario, hanno licealizzato tutto il sistema scolastico italiano (infatti il 55,6% degli studenti italiani nel 2019 si iscrive ai licei). Lo slogan è: la scuola non è un ufficio di collocamento. Quello che non ci possiamo più permettere è che questo secondo modello sia l’unico che il nostro sistema scolastico adotta. La disoccupazione giovanile, risalita al 31,9% in Italia, in Germania invece è al 6%. Poiché nel sistema scolastico tedesco solo un terzo degli studenti frequenta il Gymnasium, il liceo. A raccomandare l’iscrizione è la scuola e dipende dai voti alla fine della Grundschule (le elementari), che dura 4 anni. Per ottenere una raccomandazione per il Gymnasium, il bambino deve avere una media dei voti in matematica e in tedesco tra 2 e 2,5, a seconda del Land, sapendo che la scala di voti è invertita rispetto a quella italiana. In alcuni Länder la raccomandazione è vincolante, come in Sassonia e a Brema; in altri il bambino può sostenere un esame o una lezione di prova, se i genitori non accettano la raccomandazione. Alla fine gli iscritti al Gymnasium sono tra il 32 e il 33% della popolazione scolastica, gli altri entrano nella Realschule, simile ai nostri istituti tecnici, o nella Haupschule, la scuola professionale. Si obietterà che stabilire l’idoneità e le capacità di un bambino a 10 anni è troppo presto e ingiusto; perciò si potrebbe spostare la valutazione alla fine della scuola media, e renderla più vincolante. Ma un sistema duale occorre farlo anche in Italia.

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  • PD CASALEGGI SPESA PUBBLICA E FOLLIE 8 Gennaio 2019

    Una sinistra “riformista” oggi non può non essere quello che propongono Calenda o Alesina e Giavazzi (v. sotto).  Sul piano dei contenuti, la divisione è chiara e netta. Da una parte tutti quelli, dall’estrema destra alla estrema sinistra (a noi c’ha rovinata l’austerità!) che vogliono (Keynes all’amatriciana) più spesa pubblica per fantasmagorici Investimenti di là da venire, e fregano i giovani con la scusa di tutelare i pensionati; dall’altra quelli che sono per la spending review, e per un governo efficiente che investa senza aumentare il debito. Sul piano politico, per quel che riguarda il pd, le proposte in campo sono folli. E’ folle pensare ad una forza, fuori del pd, riformista-renziana; è folle pensare di voler bonificare il pd da Renzi ed affidarlo a gente che non considera pericolosi, non per la democrazia ma per l’economia, i casaleggi. Come se, secondo la nota tesi travagliana, il pericolo fosse solo Salvini, mentre questi 4 dilettanti che lo coadiuvano al governo, in attesa del sandinista Di Battista, fossero gli eredi della sinistra che non c’è più. Il succo, a mio parere, della questione italiana sta in questo paradosso: la sinistra-sinistra, quella novecentesca che si descrive anti-fascista, popolare, comunista non pentita, per odio a Renzi (come il marito che per far dispetto alla moglie si taglia gli attributi), si è consegnata nelle grinfie dei travaglio & scanzi. Renzi prima era il dittatore da fermare per la sua riforma costituzionale. Oggi sarebbe la causa del successo grillino, ecco la Tesi. Tesi sbagliata perchè non ti fa capire nulla di cosa sta succedendo nel mondo. Per dirla con le parole dello storico inglese Ian Kershaw, ” l’impatto della crisi economica dopo il 2008, seguita immediatamente da alti e incontrollati livelli di immigrazione in Europa nel periodo 2015-16, ha prodotto un rafforzamento molto acuto del senso dell’identità culturale e un’accresciuta animosità nei confronti delle èlite europee ritenute responsabili della doppia crisi. Bruxelles, la leadership tedesca nella politica europea e gli stessi migranti potrebbero servire da capro espiatorio per i partiti pupulisti e xenofobi”. Non ti fa capire, infine, verso quale esito stiamo andando. Come scrive oggi sul Corriere, Michele Salvati: ” Il problema è che, con loro (i penta-leghisti), affogherà anche l’Italia”. La tragedia  storica dei Comunisti è stato sempre l’intempestivo “Al lupo, al lupo”. Dopo innumerevoli avvertimenti per pericoli inesistenti, quando il lupo arriva davvero, i comunisti non se ne accorgono mai.

    (ALESINA e GIAVAZZI) Un tempo «sinistra» e «popolo» erano sinonimi. Oggi non più. La parola «popolo» è stata fatta propria dai populisti, di destra e di sinistra, in realtà indistinguibili. Secondo noi il liberismo è certamente «di sinistra» se per sinistra si intende crescita per ridurre la povertà senza eccessive diseguaglianze, mobilità sociale, attenzione ai più deboli e abolizione di privilegi immeritati. Sono di sinistra:

    1. a) mercati liberi in cui le lobby non la fanno da padroni.
    2. b) favorire lo spostamento di risorse da settori e imprese meno produttive a quelle più produttive per aumentare «la torta», cioè il Pil poi da dividere più equamente, mentre non è di «sinistra» proteggere ad infinitum imprese decotte.
    3. c) Liberalizzare il mercato del lavoro per favorire la mobilità verso la parte più produttiva del Paese, e quindi verso salari più elevati.
    4. d) Premiare il merito (e punire il demerito) per favorire la mobilità sociale.
    5. e) Cercare di offrire pari opportunità il più possibile senza penalizzare chi lavora con una tassazione asfissiante.
    6. f) Bloccare i trasferimenti a pioggia a questa o quella categoria che riesce ad alzare la voce più di altre.

    Non è di “sinistra” :

    1. a) la fiducia sconfinata nella capacità dello Stato di risolvere tutti i problemi, dalla costruzione delle infrastrutture all’offerta di servizi pubblici locali.
    2. b) adoperarsi per vanificare le norme esistenti volte a ridurre il numero delle circa 10.000 aziende pubbliche locali;
    3. c) mantenere in vita aziende pubbliche prive di dipendenti, con un numero di amministratori superiore a quello dei dipendenti e persino quelle che hanno avuto un risultato negativo per quattro dei cinque anni precedenti.
    4. d) riportare in vita la cassa integrazione, un meccanismo che illude i lavoratori che un’impresa che non ha futuro possa ancora garantire loro un impiego, e nel frattempo fa perdere opportunità.
    5. e) un continuo trasferimento di risorse dai giovani agli anziani, attraverso pensioni e debito, senza parlare delle pulsioni sovraniste e del rifiuto della globalizzazione.
    6. f) moltiplicare leggi, leggine e regolamenti che hanno il solo scopo di proteggere questa o quella categoria avvantaggiando gli imprenditori più abili nell’aggirarsi nei ministeri.
    7. g) tassare sempre di più i giovani per finanziare pensioni sempre più generose per gli anziani.
    8. h) lasciare un debito enorme ai nostri figli e nipoti.
    9. i) tassare chi produce, lavoratori e imprenditori, per sostenere uno stato sociale che scoraggia a trovare un lavoro (tranne nell’economia sommersa) chi il lavoro non l’ha.
    10. l) spendere denaro pubblico per sussidi a pioggia a chi non lavora invece che per mettere in sicurezza scuole fatiscenti.
    11. m) pagare tutti gli impiegati pubblici allo stesso modo indipendentemente dal costo della vita nella regione in cui vivono, della loro professionalità e del loro impegno.
    12. n) pagare uno scienziato trentenne in traiettoria per il premio Nobel meno di un professore sessantenne che non pubblica da decenni, solo perché quest’ultimo ha accumulato più anni di anzianità.

    Una strada è quella di rincorrere i populisti facendo loro concorrenza sul medesimo terreno. L’altra è quella di costruire un programma liberista. La prima strada potrebbe dare qualche vantaggio nel breve periodo. Ma si trasformerà in un fallimento quando il populismo si infrangerà, da noi e altrove, contro il muro dei suoi errori. Speriamo che accada prima che il populismo consumi in pieno i suoi fallimenti, come è accaduto tante volte in Sud America. La seconda strada non sarà facile nel breve periodo, ma sarà vincente con un po’ di pazienza. Purtroppo questa non è una virtù dei politici. (CORSERA, 17/11/2018)

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  • F. GRAZIANI L. MANCONI – CONTRO IL METODO TRAVAGLIO 8 Gennaio 2019

    Ho aspettato 5 lunghi anni, da quel gennaio 2013 in cui, ad “Annozero” di Santoro, Travaglio fece fare così bella figura a Berlusconi da fargli recuperare molti voti, in attesa di qualcuno che analizzasse il “metodo Travaglio”. Sino ad oggi, quando su Il Foglio, Federica Graziani e Luigi Manconi hanno pubblicato un memorabile e straordinario studio di decine di pagine. Non potendolo riassumere per la sua vastità, ne anticipo un estratto. L’assunto dal quale io parto è il seguente: se non capisci il metodo Travaglio, non puoi capire Grillo & Casaleggio. 

    Nella scrittura e nell’oratoria di Travaglio, di tanti articoli del Fatto, del M5s e della sottocultura loro collegata emergono due costanti, due veri e propri disturbi del linguaggio. Il primo: un vocabolario militarizzato. Il secondo: un’idea di democrazia e di giustizia molto violenta

    In una polemica all’arma bianca con Carlo Bonini, riferendosi a quanto detto da quest’ultimo a proposito di Giuseppe D’Avanzo, il direttore del Fatto parla di “sedute spiritiche” tra lo stesso Bonini e il suo collega, morto nel luglio del 2011 (“Nella prossima seduta spiritica, potrebbe domandare al collega scomparso perché negli ultimi mesi non firmava più i pezzi con lui e gli aveva levato il saluto”, 11 agosto 2018). Il rispetto della persona, per quel già poco che il concetto serve a limitare le sofferenze arrecate agli altri, non sta evidentemente al centro delle preoccupazioni di questo tipo di cultura. E’ questa sua inclinazione che rende Travaglio tanto vulnerabile. Quando, alla vigilia della campagna elettorale del 2018, il Partito democratico rimproverò al direttore del Fatto l’uso disinvolto e sventato della formula “sciogliere con l’acido”, ne era evidente la forzatura polemica. Ma la difesa fatta a proposito del ricorso a quelle parole non fu efficace: la cosa non poteva giustificarsi, quasi fossimo in presenza di un’ardita metafora, di un’immagine forte, di un paradosso linguistico. Leggiamo quella frase: “La legislatura che sta per essere sciolta (si spera nell’acido) è stata una delle peggiori della storia repubblicana”. E’ ovvio, almeno per noi, che Travaglio non auguri ad alcuno di venire sciolto nell’acido. Figuriamoci. Ma perché quella frase orribile è apparsa così immediatamente nuda, priva del filtro dell’iperbole che la astraesse da qualunque rapporto con la realtà dei cattivi pensieri e dei desideri indicibili? Perché, per un effetto paradossale del linguaggio immaginifico, appare più realistico ciò che più sfida la realtà. Ma se questo accade, nel caso specifico, si deve al fatto che nella scrittura e nell’oratoria di Travaglio, di tanti articoli del Fatto Quotidiano (qui, come ogni volta che citeremo il Fatto, stiamo volutamente generalizzando la considerazione su una redazione che vanta giornalisti di diversi orientamenti politici e culturali, spesso molto bravi e che conducono battaglie condivisibili), del Movimento 5 stelle e di tutta la sottocultura loro correlata emergono due costanti, due tic, due veri e propri disturbi del linguaggio. Il primo: un vocabolario agonistico e aggressivo, militarizzato e bellico, dove ogni confronto porta a una resa dei conti e dove la sconfitta e la vittoria sono, in tutti i campi, un gioco a somma zero. Il secondo: un’idea di democrazia e di giustizia, che è quella che illustreremo oltre in questo articolo, molto – come dire? – violenta, dove le sole virtù apprezzate si basano sulla forza (certo, democratica), sulla coercizione (certo, legale), sulla repressione (certo, regolata). L’intera rappresentazione sociale, i suoi attori, le reti di relazioni, le forme di comunicazione, i prodotti culturali: tutto è descritto a tinte forti e a tratti ben marcati, tutto è pronunciato con toni vibranti, tutto si affida a gesti robusti, a conflitti brutali e a una lunga sequenza di categorie e di procedure simil-giudiziarie: imputazioni, chiamate in causa, colpe, responsabilità, prove, indizi, condanne, sentenze, sanzioni, castighi. Nel ritmo parossistico di una messa in stato d’accusa generalizzata, si alza il volume e si inaspriscono le pene. Si pubblicano editti e si annunciano misure repressive. E si agitano i castighi come corpi contundenti. Se non come strumento di purificazione, di emancipazione dal male, di lavacro. Più la pena è pena, più è capace di dare sofferenza e afflizione, più sarà in grado di svolgere una funzione salvifica. 

     

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