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  • RAFFAELE SIMONE SPIEGA L’ACCOGLIENZA (ALLA SINISTRA) 26 Maggio 2019

    Un conto è il diritto all’ospitalità, cioè ad essere accolto temporaneamente in un luogo e con il beneplacito dell’accogliente — secondo il modello così diffuso in moltissime culture — un conto ben diverso è il presunto diritto a stabilirsi dove uno vuole, indipendentemente dalla volontà (e dal numero!) di chi in quel luogo abita da tanto tempo, avendovi magari profuso da generazioni lavoro e cura per renderlo ciò che esso è oggi. Senza dire che quando parliamo di ospitalità intendiamo da sempre quella riservata ad una sola persona o ad un piccolo gruppo, non di certo a una massa. In questo caso sembra davvero più appropriato parlare al limite di invasione anziché di ospitalità.

    Presumere che esista un diritto all’accoglienza illimitata comporta logicamente né più né meno che teorizzare la cancellazione virtuale dei confini: cioè di qualcosa che l’autore stesso definisce «una necessità etologica dei gruppi umani».

    Naturalmente nessun «accogliente» ha il coraggio politico e intellettuale di trarre una simile conseguenza dalla propria posizione. La retorica serve per l’appunto a rimediare a questa falla dispiegando le sue armi, quelle che Simone chiama per l’appunto le «retoriche dell’accoglienza» (da «siamo stati tutti migranti e siamo tutti meticci» a «dall’arrivo dei migranti abbiamo da trarre solo vantaggi» e così via seguitando). Retoriche che egli smonta una per una, con precisione, con i fatti, ragionando. Un libro assolutamente da leggere, insomma, non foss’altro che per discuterlo: proprio come al Club Radicale non piace mai fare con chi non la pensa come lui. (Raffaele Simone, L’ospite e il nemico, Garzanti, recensione di E. Galli della Loggia, Corsera))

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  • IL PORTOGALLO CHE PIACE TANTO (A CERTA SINISTRA) 25 Maggio 2019

    L’istituto nazionale di statistica del Portogallo ha comunicato questa settimana che il deficit pubblico nel 2018 è sceso allo 0,5 per cento del PIL, il livello più basso nei 45 anni trascorsi dalla fine della dittatura. Sette anni fa, durante il picco della crisi economica, il Portogallo aveva un deficit pari all’11 per cento del PIL, e dovette negoziare un pacchetto di aiuti da 78 miliardi di euro per evitare la bancarotta. Oggi invece il Portogallo cresce dell’1,7 per cento, più dell’1,1 per cento stimato per la Germania.

    «Oggi il Portogallo ha vinto la sua battaglia per la credibilità», ha detto commentando i nuovi dati Mário Centeno, ministro delle Finanze portoghese e presidente del prestigioso Eurogruppo, l’organo che riunisce i ministri delle Finanze e dell’Economia di tutta l’area euro. La credibilità è importante per il Portogallo, che con un debito pubblico pari al 120 per cento del PIL è considerato da molti un “osservato speciale” sul mercato internazionale dei titoli di stato.

    Il governo di cui fa parte Centeno è guidato dal primo ministro Antonio Costa, leader del Partito Socialista, ed è sostenuto da due partiti di estrema sinistra, il Bloco de Esquerda e il Partito Comunista Portoghese, che nel suo programma ha l’uscita dalla NATO e dall’euro. Il governo è stato formato nel 2015 e l’alleanza che lo sosteneva fu soprannominata geringonça, che significa grossomodo “accozzaglia”. All’epoca nessuno credeva che sarebbe durato a lungo; oggi invece il governo portoghese è considerato da molti un modello o e il paese viene regolarmente visitato da delegazioni di tutti i principali partiti della sinistra europea.

    Dal 2015 a oggi Costa e il suo governo hanno dedicato tutti i loro sforzi a recuperare la credibilità del paese, mettendo in atto una politica di tagli e risparmi e migliorando la raccolta fiscale. La pressione fiscale, cioè il totale delle tasse raccolte in proporzione al PIL, è arrivata nel 2018 al massimo storico: 35,4 per cento, contro il 34,4 dell’anno precedente. In questo modo il governo è riuscito a ridurre il deficit, rassicurando gli investitori e i partner europei.

    Le uniche voci di bilancio sulle quali Costa non ha accettato compromessi sono stati i tagli di tasse per le categorie più deboli e l’aumento delle pensioni. Il governo ha anche deciso un aumento dei salari minimi e l’abbassamento dell’età pensionabile per i dipendenti pubblici. Costa infine è riuscito anche ad ottenere risultati in quelli che in Portogallo chiamano i “temi divisivi”: i diritti civili più controversi, come quelli che riguardano l’adozione per le coppie gay e tutto ciò che riguarda il fine vita.

    Ma tutti questi risultati non sono arrivati senza un prezzo per il paese, come hanno mostrato i grandi scioperi di insegnanti, guardie carcerarie e infermieri avvenuti nelle ultime settimane. Gli scioperi degli infermieri in particolare sono stati così estesi che il governo ha dovuto modificare la legge per obbligarli a continuare a lavorare. Le proteste riguardano soprattutto il pessimo stato in cui versano le infrastrutture portoghesi: strade, scuole, ospedali, ferrovie e prigioni.

    Nel tentativo di rassicurare i partner europei e contemporaneamente mantenere il consenso intervenendo sulle pensioni, il governo Costa ha infatti dovuto tagliare in modo massiccio l’unica voce di bilancio che rimaneva disponibile: gli investimenti pubblici. Nel 1960 il Portogallo spendeva per gli investimenti il 5,4 per cento del PIL, sceso fino all’1,6 per cento nel 2016 e tornato poco sopra il 2 per cento soltanto nel 2018, con l’avvicinarsi delle elezioni (si tratta in tutto di appena 4,1 miliardi di euro, in calo rispetto ai 4,5 che si era stimato di spendere inizialmente). Secondo una classifica del Fondo Monetario Internazionale, il Portogallo ha un investimento pubblico netto pari a -1,2 per cento del PIL, il livello più basso dei 26 paesi più ricchi, sotto persino alla Grecia, alla Spagna e all’Italia. Il livello negativo significa che il Portogallo spende in investimenti meno di quanto sarebbe necessario per ripagare il deprezzamento dei beni pubblici, come il naturale degrado che colpisce strade ed edifici. (ARTICOLO PUBBLICATO SU IL POST)

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  • G. CRAPIS/RENZI E L’UBI CONSISTAM 24 Maggio 2019

    Il saggio di Giandomenico Crapis si racchiude in questa affermazione forte di pag. 88: ” All’ambizione del progetto renziano è mancato non solo il partito (che si è scelto di non rafforzare) ma un ubi consistam intellettuale e culturale, una visione e un pensiero lunghi che andassero oltre la formula della rottamazione e le battute ad effetto (che pure servono) “. Per dimostrare questo suo pensiero il mio amico tratteggia vita opere e miracoli di Renzi, “un caso unico per lo studio delle relazioni tra media, tv, politica e consenso. Ernesto Galli della Loggia, dopo le Europee di Salvini, ha spiegato così la situazione:
    “Non è vero come si è letto sul Fatto quotidiano che la gente ormai vota come twitta. È che ormai in questo Paese da tempo non esistono più culture politiche, idee, programmi. Che da tempo anche le vecchie identità e le vecchie paure, i vincoli di schieramento, le preclusioni ideologiche, i «non possumus» più o meno storici, sono tutti variamente saltati: sono cose che non hanno più corso o quasi. Di conseguenza le elezioni non sono più una competizione fra orientamenti radicati, fra opzioni politiche in qualche modo collaudate. Tendono piuttosto ad assomigliare per un verso a una decimazione e per un altro a una lotteria. Sono la ricerca sempre più nervosa, sempre più incalzante, di una soluzione che però continua a mancare: trasformandosi alla fine nella pura ricerca di un demiurgo. Esito paradossale di un sistema politico che, partito da una Costituzione fondata per intero sulle entità collettive, sui partiti, nel più assoluto rifiuto di qualunque ruolo personale (perfino come si sa di quello del Presidente del Consiglio, che da noi è un semplice «primus inter pares») si ritrova già da tempo a invocare un salvatore della patria. “. Sul rottamatore Galli della Loggia è molto convincente:
    “Il Renzi del 40 per cento della primavera del 2014, incapsulato nella sua autoreferenzialità, accecato dalla sua vanesia spigliatezza – ma ancor di più dalla sua scarsa preparazione culturale, destinata inevitabilmente a trasformarsi in miopia politica – con il referendum costituzionale andò a sbattere contro il muro d’acciaio dell’eterno potere italiano. Contro l’immobilismo dell’establishment travestito da difesa dei sacri principi“. 

    Ci sono due propositi che hanno accomunato i vincitori del referendum del 2016 (da Forza Italia a Leu e M5S passando per Zagrebelsky): 1) ritornare al sistema proporzionale e abbandonare il maggioritario, da sempre mal digerito dalla sinistra novecentesca italiana, abituata a coltivare il suo orticello stando comodamente all’opposizione, salvo intese sottobanco; 2) non voler rendere più efficiente un Parlamento che in versione bicamerale non funziona. Ma di questo essenziale nodo scorsoio politico che ha soffocato Renzi non c’è traccia in questo saggio scorrevole che vorrebbe occuparsi di comunicazione senza trasformarsi in un pamphlet politico. Infatti analizza i MEZZI (televisivi) utilizzati da Renzi (un domani magari toccherà ai tweet di Salvini ) apparentemente lasciando sullo sfondo i FINI, il suo progetto politico, al quale Crapis volge uno sguardo distratto, e che però, da qualche accenno si capisce come non sia considerato solo sbagliato, ma molto molto di più, un vero tradimento della Causa del Socialismo.
    La prova di quanto dico si trova a pag. 82, dove un florilegio di citazioni serve per giungere ad accostare Renzi a Fanfani, cioè due grandi sconfitti ai referendum. Dunque, il divorzio e la bocciatura della riforma costituzionale Renzi-Boschi vengono messi sullo stesso piano, sarebbero, entrambe, grandi conquiste democratiche, di progresso, di civiltà. Appuntate queste due date gloriose, 1974 e 2016, nel libro delle magnifiche sorti della sinistra in versione Bersani/Travaglio. Nessun accenno merita poi la “litigiosità” della sinistra, una categoria “storica” mai presa seriamente in considerazione dagli intellettuali di ieri e oggi per capire cosa il popolo odia da sempre con tutto il cuore. Nella sinistra, da Lenin in poi, le minoranze per arrivare al potere si autoproclamano “puri” accusando la maggioranza di connivenza con la destra. Dunque il nemico ce l’hanno sempre in casa, Renzi è l’ultimo esemplare. E’ un gioco senza fine perchè a sinistra ci sarà sempre uno più puro di te che sancirà che tu sei di destra e quindi un traditore.

    Al traditore Renzi la sovraesposizione mediatica alla Cossiga (v. pagg. 42- 44) giova sino all’8 dicembre 2013, quando vince le primarie con il 70%. Dal febbraio 2014, quando va al governo, non gli giova più. Perchè non gli giova più? Giando pensa che “avrebbe dovuto rivoltare il partito come un calzino,  invece ha pensato che per aumentare i voti bastasse un pò di comunicazione smart in tv!”. Giandomenico non riferisce di una nemesi storica, gli eredi del monolite pci oggi sono divisi in correnti, numerose come le tribù libiche e simili alla dc di Andreotti (solo la sinistra francese ci supera quanto a litigiosità). Renzi era capo del governo, controllava il pd, ma ogni giorno sui media e sui social le sue minoranze interne raccontavano la storia che a causa di un revisionista traditore la sinistra “faceva” ormai la destra in combutta col massone Verdini (per fare il partito della nazione).
    Renzi alla fine perse il referendum, forse il senno e cominciò la sua odissea che arriva ai giorni nostri, quando la democrazia l’abbiamo affidata alla piattaforma Rousseau. Questi sono i fatti che, per completezza, andrebbero affiancati all’analisi del Renzi politico incapace.
    Berlinguer e Occhetto pur alle prese con sfide ancor più temerarie di quelle di Renzi, distacco dall’Urss e svolta della Bolognina, furono affiancati e sostenuti dalla stampa d’area (“Repubblica” di Scalfari). Scalfari voleva che Berlinguer diventasse liberale, il suo successore Ezio Mauro voleva invece che il pd tornasse al proporzionale e ha schierato “Repubblica” accanto al bollito Bersani contro Renzi diventando house organ della Ditta, sino a quando le urne politiche del 2018 non gli hanno spiegato che a sinistra dei ds non ci sono elettori (nè lettori).

    Renzi, che aveva fatto della televisione il cuore della sua strategia (Calise) mentre Grillo aveva già capito che doveva essere la rete, doveva abbandonare la scena dopo la sconfitta? Certo che sì. Bastava che non si facesse vedere per due anni e poi avrebbe affiancato Prodi & Veltroni nel ruolo di Madonnine Piangenti della sinistra in ambasce. Il personaggio Renzi che spiega Crapis non è falso, è la coperta di Linus della sinistra che considera intoccabile la Costituzione. Vorrei essere chiaro. Sento spesso gente che vorrebbe che Renzi non facesse più politica per manifesta incapacità, per danno procurato ad una sinistra che ha perso il popolo. Ci sta, ma per quale ragione “politica” invece non dovrebbero ritirarsi anche i Bersani, Speranza, Grasso, Boldrini che “pontificano” ancora in tv? Loro sarebbero davvero i casi unici da studiare per capire le relazioni tra media, tv, politica e consenso. Consenso elettorale pari a zero e vagonate di ospitate tv (soprattutto su la 7) non si capisce per quali motivazioni editoriali. In nome di chi parlano? Chi rappresentano?

    Il mio amico Giando dovrebbe ricordare la storiella zen: un bambino, per il suo 14esimo compleanno riceve un cavallo. La gente vede il cavallo e dice “che meraviglia! ha ricevuto un cavallo!” e il maestro zen dice “vedremo…” Due anni dopo il bambino cade da cavallo e si rompe una gamba e tutti al villaggio dicono che è una disgrazia e il maestro zen dice “vedremo…”. Poi arriva la guerra e tutti sono costretti ad andare in guerra tranne il bambino che si era rotto la gamba e tutti al villaggio dicono “Ma che meraviglia!” Il maestro zen dice “vedremo…”

    Giandomenico Crapis, Matteo Renzi dal pop al flop, Mimesis, 2019,pag 100, 10 euro

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  • COMUNE VS MULTISERVIZI 16 Maggio 2019

    In quei pochi giorni in cui Mascaro è tornato al comune stava risolvendo il problema della Multiservizi (da ora M) alle prese con il Tribunale fallimentare. La posta in gioco sono 10 milioni che si potrebbero risparmiare se qualcuno si interessasse della questione. I commissari, ora reinsediati, se ne fregano oppure non sanno di cosa si tratta, fate voi, a vostro piacere. Cosa volete che siano 10 milioni di debito in più o in meno? In compenso Mascaro si fece infinocchiare da chi volle che la Tari dalla M ritornasse sotto la gestione del Comune: il risultato è che nel 2018 la Tari ha avuto un gettito di 3,5 milioni, mentre con la M si incassò il doppio. E poi sono tornate indietro 4500 lettere di contribuenti con indirizzo sconosciuto a fronte di 1500 che tornavano alla M. Non si erano neppure accorti che dovevano protestare non con le Poste Italiane ma con una posta privata alla quale il servizio era stato affidato. Il problema è il database dei tributi, come ho spiegato tante volte su questo blog. Se è “sporco”, vale a dire non è corretto con i dati veri dell’anagrafe, le cartelle di pagamento non pervengono ai destinatari. Quelli che hanno cambiato residenza, quelli che sono defunti, quelli ai quali è stato cambiato il nome della strada in cui abitano o il numero civico. Ora, la M aveva interesse nel 2014 ad incassare e quindi incrociò i dati dell’anagrafe con quella dei tributi, roba di dieci minuti, ed ebbe subito i nominativi di quelli che non risultavano nei tributi. 3000 nuclei familiari. Avete capito bene, tremila famiglie. Di più, in qualche contrada sopra Sambiase dove le strade avevano cambiato nome, inviò un messo a portare casa per casa le cartelle. Al Comune questo interesse non ce l’hanno, perchè gli impiegati e i dirigenti se incassano di più o di meno non sopportano conseguenza alcuna. Il lavoro effettivo poi è un optional lasciato alla coscienza individuale del singolo. Anzi, per dirla tutta, se non eliminano i contribuenti  “deceduti” e perciò ritornano indietro le cartelle, possono pure dire che la colpa è delle poste non del comune. L’altra vicenda paradossale del Comune (gestione Speranza) fu quella di togliere l’assicurazione per pagare gli incidenti provocati dalle buche stradali. Un grosso affare che avvocati & automobilisti lametini hanno scoperto per far male di brutto ai cittadini onesti. Dunque, il Comune in difficoltà economiche disdisse l’ assicurazione per risparmiare 1,5 milioni e la patata bollente la lasciò alla M alla quale era affidata la manutenzione delle strade (accettarono il servizio ma senza l’assicurazione che lasciarono al nemico). I giudici, non so se applicando la legge con giustizia, hanno sentenziato che chi ha la manutenzione (cioè la M) deve pagare, come se le strade all’infinito potessero essere riparate delle buche e non ci fosse bisogno, di tanto in tanto, di interventi complessivi per ripristinarne l’asfalto (le strade “arripezzate” del lametino sono frutto di questa logica). Quindi il Comune anche in questo caso scarica i debiti e i doveri alla M per risparmiare su conti e responsabilità proprie.
    Sostituire l’asfalto con strade di plastica riciclata è l’idea che stanno sviluppando in Olanda, quando i moduli li avremo anche in Italia il problema strade sarà risolto. Comune e M sono dentro un vecchio gioco di rivalità che nacque subito con la nascita della M e arriva sino ai giorni nostri. Chi lavora nell’azienda è considerato dagli impiegati comunali (e dai politici loro sponsor) un nemico, un privilegiato che guadagna ingiustamente più di loro, sulla base di contratti semiprivatisti, dunque è un piacere a questi privilegiati mettere i bastoni tra le ruote. Col tempo ho l’impressione, ma posso sbagliarmi, che ai comunali le difficoltà della M piacciano sempre più. A noi cittadini, molto meno. L’ultimo esempio (ormai piove sul bagnato) è di pochi giorni fa, il comune blocca alla M i Durc e si trattiene un milione. La M è messa ormai alle strette, deve fallire e i suoi responsabili devono essere messi alla gogna. Non interessa a nessuno che la M sia stata in tutti questi anni il bancomat del Comune, una linea di fido a interesse zero ( fatevi prestare 10 milioni da una banca e calcolate gli interessi negli anni), che la riscossione dei tributi, Tari e acqua, il Comune non possa farla perchè inefficiente, diretto da interessi politici che intendono barattare il consenso con l’evasione fiscale (tanto basta premere di più i contribuenti conosciuti e onesti). La M si avvia al fallimento come tante municipalizzate italiane e non trovate un politico che intenda fare una riflessione seria per fotografare una situazione che rappresenta il fallimento non di una azienda ma di un modo di amministrare. Lamezia non fa eccezione, quello che succede qui è una storia di tutti i comuni italiani, in dissesto per la maggior parte. Perchè sono in dissesto? Perchè non si intende, per motivi politici, far pagare le tasse comunali a tutti. Perchè le aziende comunali, vedi Roma, gestite con criteri politici prima o poi falliscono. Tanto, si dice, paga Pantalone, che poi siamo noi cittadini.

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  • ANTIFASCISMO/ LE PAROLE E LE IDEE SONO SEMPRE PERMESSE 15 Maggio 2019

    In questi giorni, per il salone di Torino, torna improvvisamente in auge il dibattito sul fascismo-antifascismo. Un antifascista come deve comportarsi con i fascisti? Negli anni settanta (chi vi dice che erano bellissimi, è un pazzo) l’antifascismo doveva essere militante, nel senso che o facevi a palate con i fascisti oppure eri un traditore della Causa. L’uso della violenza da parte degli uomini non è graduabile come nei duelli dove i contendenti usano la stessa arma. Dalla lotta libera si passa ai coltelli, poi alle pistole e poi alle bombe. Poi c’è il contesto. Se tu pensi che devi fare la Resistenza partigiana negli anni settanta come se fossimo nel 1944, questo tragico errore storico lascia sul terreno soltanto cadaveri innocenti e inutili per cambiare le cose. Finito in Italia l’antifascismo militante, che tra l’altro sul piano elettorale portava voti solo ai fascisti (vecchia regola aurea), la storia ha marginalizzati gli estremisti di destra e sinistra, vale a dire i violenti sotto l’influsso dell’ideologia, droga terribile che crea dipendenza. Ma chi sta al margine prima o poi è destinato a riprendersi la scena perchè usare la violenza cieca per far prevalere le proprie ragioni è un virus con il quale nasce l’uomo. Poi ci sono quelli che si curano o si vaccinano ma il virus non è mai debellato, come il morbillo. Anch’io quando facevo il preside venivo talvolta strattonato: “E tu permetti che quel prof vada in classe ad esaltare il fascismo?”. La mia risposta di ieri, come oggi, la do con le parole del prof. Galli della Loggia.

    “Un presupposto essenziale della democrazia è che gli esseri umani siano esseri mediamente assennati e ragionevoli e che di conseguenza basti il libero dibattito delle opinioni a far emergere tra di loro l’orientamento più conveniente e giusto facendolo risultare vincente. A patto per l’appunto che non intervenga la violenza ad alterare le cose. È per questo che un principio cardine della democrazia liberale è che tutte le opinioni devono essere libere di esprimersi, anche le più sciocche, crudeli o antidemocratiche. Ciò che è essenziale è che chi professa tali idee si limiti a divulgarle con la parola o con lo scritto senza far ricorso a mezzi violenti. In questo modo, infatti, quelle idee, per quanto funeste, urteranno infallibilmente sempre, alla fine, contro il buon senso della maggioranza e non avranno mai la meglio. In società complicate e frantumate come le nostre è assolutamente inevitabile che vi sia, diciamo, l’uno per cento della popolazione che crede che la terra sia piatta, che Auschwitz non sia mai esistita, che i vaccini siano dei veleni o che il fascismo sia stato una bellissima cosa. Pensare che non possa o non debba essere così è da illusi o da sciocchi. Pertanto, supporre che in Italia possa non esserci un certo numero di nostalgici di Mussolini e del suo regime significa supporre qualcosa di inverosimile. Ebbene, che cosa bisogna farne allora di questi nostri concittadini? Impedirgli di riunirsi, di parlare e di tenere un comizio? Vietargli di scrivere un manifestino o un giornale, di pubblicare un libro? Mandarli al confino? Arrestarli tutti per attuare tali divieti, con il bell’effetto magari che qualcuno di loro decida allora di entrare in clandestinità e di mettersi a sparare?

    La risposta dovrebbe essere evidente. Eppure ogni volta che come per il Salone del libro a Torino si rende visibile la sparuta presenza di qualche gruppuscolo fascista nel nostro Paese, ogni volta che qualche decina di energumeni di CasaPound mette fuori la testa, nessuno del fronte antifascista si attiene all’aurea regola liberale secondo la quale le parole e le idee sono sempre permesse e che solo le azioni se incarnano una fattispecie penale, quelle sì vanno invece impedite e duramente perseguite e sanzionate. No, in Italia questa regola sembra non valere…”

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  • LE SINISTRE DI LAMEZIA DIVISE E PERDENTI 8 Maggio 2019

    Riflettevo su una presa di posizione (sul Lametino,7/5/2019) di Milena Liotta “Che si vuol fare del Pd di Lamezia? Si vuole che si inglobi e scompaia in una imprecisata assemblea che più che di centro-sinistra sembra di sinistra-sinistra? A queste assemblee, che si stanno tenendo in una sede non di partito, stanno partecipando esponenti di primo piano del Pd di Lamezia. L’obiettivo evidente è di proporsi come soggetto politico in vista della consultazione elettorale per il rinnovo dell’amministrazione comunale, prima ancora che si conosca la data nella quale possiamo tornare al voto”. La sinistra variegata e di mille colori a Lamezia continua a dividersi come fa da decenni a cominciare dalla metodologia del “come e dove discutere”. Io capisco che se il Pd vuol presentare un suo tesserato come sindaco ha tutto il diritto di prepararsi, chiamare a raccolta, coinvolgere quanta più gente possibile. Così come possono fare i singoli, Tizio, Caio…Capisco meno il prenderla alla lontana, discutiamo del programma e poi alla fine scegliamo il volto del candidato. Insomma, i candidati veri rimangono coperti per non bruciarsi e così non si ricomincia mai da tre ma sempre da zero. Succede pertanto che quando trovi uno deciso come Mascaro che prepara la sua candidatura anni prima, finisci per arrivare in fretta e furia a dover fronteggiarlo dopo un’estenuante e inutile consultazione. Smemorati come siamo, dimentichiamo che Lo Moro e Speranza hanno vinto quando la sinistra ha costruito un “contenitore” di esperienze diverse e rappresentato con il leader una vera novità, agli occhi di un elettorato cittadino che per i due terzi ha sempre avuto il cuore che batte a destra. Le minestrine riscaldate, le seconde linee che fanno un passo avanti, i candidati veri che aspettano di farsi avanti, nella battaglia per il trono dei Sette Regni non servono a nulla. E’ del tutto inutile mettere in campo sigle nuove se dentro si muovono i soliti, quelli che fanno politica a Lamezia dal secolo scorso. Nessuno beninteso deve essere escluso, non penso che facciano bene preclusioni e ostracismi, ma alla città occorre proporre volti nuovi, un candidato sindaco e il suo staff. Io ricordo sempre a tutti che solo in una città come la nostra poteva succedere quel che avvenne anni fa, una scissione della “maggioranza” dal Pd. Di solito gli scissionisti sono minoranze (alla Bersani), ma da noi il gruppo Speranza abbandonò il Pd e lo lasciò alla minoranza Lo Moro pur avendo la maggioranza. La mossa fece bene a Gianni Speranza, ma ancora nel 2019 non smaltiamo le scorie di quella divaricazione, da una parte il Pd, dall’altra gli altri, tra l’altro oggi “orfani”, senza un riferimento evidente a livello nazionale. Che fare? Discutere di programmi? A mio parere sarebbero necessarie prima alcune regole condivise, tra le quali le più importanti sono: 1) la sinistra in tutte le sue espressioni alle comunali deve presentarsi dentro un contenitore, una lista civica unitaria; 2) il candidato o la candidata sindaco deve essere una grande vera novità, giovane e non deve aver mai fatto il consigliere comunale; 3) la scelta del candidato sindaco si fa con primarie aperte ma i partecipanti perdenti devono garantire che saranno presenti in ordine alfabetico  in lista; 4) Futuri assessori e dirigenti, cioè lo staff del sindaco, devono essere stabiliti prima delle elezioni e portati a conoscenza dell’elettorato (unica garanzia che si sa cosa si vuol fare, altro che programmi cartacei col taglia-incolla). A tal proposito, anche dopo l’esperienza fatta con Tommaso Sonni (che se avesse perseverato, sarebbe succeduto a Mascaro), ripropongo quanto scrissi giusto un anno fa sul blog.

    AUSPICI PER UN NUOVO SINDACO GIOVANE (24/4/2018) Meno male che non si parla più di politica in questa città, il 2019 è lontano ed è giusto così. Ne approfitto per dire in tempi non sospetti cosa mi augurerei per il bene di Lamezia. Innanzitutto che ci siano risparmiati Loro 1 e 2, un sindaco pentastellato (o leghista) che arrivi al potere perchè “E’ sempre colpa degli Altri”. Poi che ci siano risparmiati “Quelli che hanno già dato”, candidati vecchi di qualsiasi colore e ideologia, altrimenti Loro 1 e 2 avrebbero ragione. Ci vorrebbe un/una trentenne, un/una giovane pragmatico/a che sappia parlare alla città. Un vecchio aforisma oggi ripreso da Sebastiano Messina su Repubblica recitava: Un cammello è un cavallo disegnato da un comitato. Mi sembra l’idea più saggia sulla quale riflettere a lungo.

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  • ERNESTINO 7 Maggio 2019

    Non riesco a credere che Ernesto Persico ci abbia lasciati così, così presto come successe al padre Tonino. Lo avevo rivisto qualche giorno fa perchè si era fermato per chiedermi una cosa. Era sempre sorridente, vivace, simpatico. Lo conoscevo da bambino quando in famiglia sempre gli chiedevamo di cantare, perchè lo sapeva fare, come un cantante vero con i calzoncini corti. Poi, dopo la scomparsa del padre, al quale assomigliava molto, ha fatto il commerciante seguendo un dna familiare e il tempo è passato veloce per tutti noi. Era giovane, Ernestino, lo è sempre stato e per me rimarrà per sempre come un cuginetto che ha accompagnato la mia vita. Gli volevo bene come lui ne voleva a me e non capiremo mai perchè persone piene di vita come lui siano sottratte ai propri cari troppo presto.

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  • LAMEZIA COM’ERA COM’E’ 2 Maggio 2019

    Uno degli interventi più discussi sull’arredo urbano furono le palme sul corso. Il tempo è passato e nessuno ricorda più quanto fossero osteggiate. Oggi che critici non ci sono più, il problema è sul corso Numistrano, doppia fila libera!

    Con la piscina di piazza Mercato l’utenza ha interagito nei modi che vediamo. Forse pensavano che sarebbe stata la nostra fontana di Trevi, con una Anita Ekberg che vi si sarebbe immersa se le faceva caldo, ma Lamezia resta Lamezia.

    L’abbiamo vista così solo il primo giorno. La meglio gioventù

    Pertanto forse sarebbe necessario un intervento radicale che elimini l’acqua e realizzi, chessò! un prato. O una bella pavimentazione come quelle che mostrerò. Ma a Lamezia c’è la mania di riempire gli spazi

    a piazza Mercato Vecchio c’era verde non acqua

    Per rendere pedonabili i nostri 2 meravigliosi corsi, occorrono in via preliminare parcheggi in grado di limitare l’uso delle automobili per spostarsi.

    Poi, come succede sul corso principale di Perugia, si potrebbe consentire al centro di aprire spazi per bar e ristoranti

    Dagli anni novanta (amm. Lo Moro), per esempio, un parcheggio doveva sorgere nell’ex stazione di Nicastro!

    Una città per i pedoni, non per le auto. Se si vuole: migliorare l’aria; incrementare i consumi e il commercio. I parcheggi sono la premessa. Nella foto, Breslavia

    Qui siamo a Innsbruck, dove un corso Numistrano ce l’hanno pure. Il vuoto, a loro, non spaventa.

    Però una villa in perfetto stile da paese dell’Est l’abbiamo anche noi. La villa di piazza Mazzini, grigia, poco verde e con strazianti parallelepipedi retti. Al bando le panchine, non sono moderne.

    piazza D’Armi quando non pensavano di doverla riempire e ci si poteva riunire o giocare

    Il Teatro, acquistato per più di 4 milioni, chiuso perchè inagibile. Uno si compra una casa, paga e non ci può abitare. A voi sembra normale?

    L’aeroporto che ospitiamo e che gestisce da sempre Catanzaro. A noi gli oneri, a loro gli onori. Con qualche assunzione ci hanno comprato. Siamo dei pezzenti.

    Lamezia com’è e come potrebbe essere

    Lamezia com’è. Enigmatica. Come questa piazza S. Maria (da me detta “Piazza Chimu ti viju santu”) inno all’inutile. Si osservi l’ossessione di voler riempire lo spazio con qualcosa.

    una piazza di Nizza (Francia), inconcepibile per noi, troppo vuota.

    Lamezia com’è. Devota un mese all’anno. Salvata da un Santo e affossata dai Diavoli.

    La nostra cultura arriva da lontano. Da scuole dove c’erano veri maestri. Maestri e proff prima della scuola-parcheggio

    da Licei dove c’erano veri Professori, e allievi come Tommaso Campanella, di Stilo, dal 1585 al 1587

    da Corsi dove si passeggiava e conversava, senza auto in doppia fila, ignorate dai vigili. Quale città possiede 2 corsi così belli come i nostri, ce lo siamo dimenticato!

    Lamezia come si sognava a 18 anni.

    Il nostro spazio pensato dagli “antichi”. Da dove oggi c’è l’edicola Paoli si guardava verso via Loriedo e corso Nicotera. Avevano visioni ampie, non i vicoli dei paesini

    Per finire, i nostri simboli: il Pontile della Sir, il sogno dell’industria: la fibra di vetro oggi non importa a nessuno

    La scultura misteriosa di via Razionale

    forse avevano visto qualcosa di simile a Montreal (Canada)

    In questa tranquilla stradina spesso qualche ausiliario del traffico si aggira a controllare le auto parcheggiate. Certo, in questo caos bisogna intervenire…

    mentre in via Cristoforo Colombo no. Fate quello che volete, come in corso Numistrano. Doppia fila libera e zig zag.

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