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  • RICOLFI: DESIREE E PERCHE’ LO STATO E’ IMPOTENTE 29 Ottobre 2018

    Nell’ora della pietà, dello sconcerto, della rabbia per la morte di una ragazza sedicenne, stuprata e uccisa da un gruppo di immigrati irregolari in un quartiere degradato di Roma, ho provato a fare un passo di lato, lontano dalla cronaca. Una sorta di esercizio, o esperimento mentale. Mi sono chiesto: se fossi il ministro dell’Interno, se fossi al posto di un Salvini o di un Minniti, e avessi la ferma volontà di impedire il ripetersi di fatti del genere (il caso di Desirée è solo l’ultimo di una serie), che cosa potrei fare?  Ci ho pensato a lungo, e la conclusione cui sono approdato è: poco, molto poco, almeno nel breve periodo. Le ragioni del mio pessimismo sono molte. Penso per esempio che, poiché sono decenni che chiudiamo un occhio su ogni genere di trasgressione – in famiglia, a scuola, all’università, sugli autobus, per strada, sui treni, nei rapporti con il fisco – la violazione delle norme è entrata nel nostro DNA culturale. Per alcuni, succede addirittura che la violazione delle regole diventi un fattore identitario, se non di orgoglio personale: poiché ritengo che una data regola sia ingiusta, mi sento in diritto di violarla. Non c’è solo la hybris, lo smisurato orgoglio del singolo: c’è anche l’opportunismo e la codardia dello Stato. Non è da oggi, e non è certo solo a Roma o nelle grandi città, che le forze dell’ordine hanno deliberatamente scelto di considerare extraterritoriali, o zone franche, intere porzioni del territorio nazionale, o interi quartieri di una città. Vale per le volanti che si guardano bene dall’entrare in certi territori, per i vigili che non osano entrare in certi edifici, ma anche per i magistrati, per i quali, a dispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, ci sono notizie di reato che non meritano indagini e approfondimenti.  Poi c’è la cultura finto-progressista, per cui la delinquenza comune, dal furto allo spaccio, è una conseguenza della povertà e della diseguaglianza, e dunque va trattata con riguardo. Come con riguardo vanno trattate le occupazioni di case, le occupazioni di scuole, le invasioni dei cantieri, tutte azioni illegali ma di cui si suppone che siano compiute per una giusta causa, o con sufficienti attenuanti per essere tollerate. Una visione del mondo per cui, da almeno vent’anni ci viene spiegato: “La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l’infondatezza” (copyright Livia Turco, firmataria della legge Turco-Napolitano sull’immigrazione).  Infine, naturalmente, c’è il problema degli immigrati irregolari, una massa di 500 mila persone (o forse più) che vagano per l’Italia, talora lavorando in nero, talora chiedendo l’elemosina, talora delinquendo, e che nessun ministro dell’Interno è in grado di espellere, perché per molti di essi mancano accordi di rimpatrio con i paesi d’origine. Insomma sono molte, purtroppo, le ragioni per cui è difficile, molto difficile, far sì che quel che è successo a Desirée (e prima di lei a Pamela, e a tante altre e altri) non abbia a ripetersi in futuro. Siamo tutti troppo assuefatti al disprezzo delle regole per poter sperare che qualcosa di sostanziale cambi, non dico domani, ma nemmeno da qui a qualche anno. Però c’è una ragione che, a mio parere, sovrasta tutte le altre, almeno quando parliamo di reati, ossia di condotte illegali. Questa ragione è l’evoluzione della legge penale e della prassi giudiziaria. Un’evoluzione che, da molti anni, è stata guidata da un unico principio di fondo: rendere quasi impossibile scontare la pena in carcere. Un’idea astrattamente assai nobile, perché punta alla rieducazione e al reinserimento, ma che ha come effetto pratico di togliere allo Stato la sua arma più importante nella lotta al crimine: la cosiddetta “incapacitazione”.

    Che cos’è l’incapacitazione? E’ far sì che il soggetto che ha commesso un delitto sia materialmente impedito di ripeterlo (o di commetterne un altro) per un tempo congruo, ossia per la durata della detenzione in carcere. Non è questo il luogo per ricostruire i numerosi cambiamenti normativi, della legge penale e della legge carceraria, che nel giro di pochi decenni hanno condotto alla situazione attuale. E non è neppure il caso di infierire sulle responsabilità della sinistra, che quei cambiamenti ha voluto e promosso, un po’ per mentalità, un po’ per compiacere l’Europa, che giustamente denunciava il sovraffollamento e le condizioni disumane delle nostre prigioni. Ma almeno una cosa va detta: il fatto che si possa iterare un reato innumerevoli volte senza finire in carcere, il fatto che molti giudici tendano a infliggere il minimo della pena, il fatto che reati di forte allarme sociale prevedano pene modeste o la possibilità di accedere a pene alternative al carcere, non può che produrre due conseguenze cruciali: chi delinque matura un sentimento di impunità e onnipotenza, chi dovrebbe impedirgli di delinquere  matura un sentimento di impotenza e di frustrazione.  Quante volte capita, a poliziotti e carabinieri, di dover esclamare: “sì, lo conosciamo, l’abbiamo già beccato più volte ma non c’è niente da fare, noi lo arrestiamo e domani è di nuovo fuori”. E questo non solo di fronte al singolo ladro, spacciatore, estorsore, ma anche di fronte ai gruppi che occupano e controllano determinati territori. Credo che quasi tutti gli abitanti di grandi città abbiano avuto modo di constatarlo più volte nella loro vita: ci sono pezzi di città, quartieri, isolati, marciapiedi in cui brulicano attività illegali, è pericoloso abitare e passare, i criminali assumono atteggiamenti arroganti e intimidatori. In questi luoghi può succedere che i cittadini protestino, facciano esposti, chiedano disperatamente alle autorità di intervenire, e che le Istituzioni (polizia, magistratura, talora anche la Chiesa) si mostrino sorde. Ma può anche succedere, come a quanto pare è accaduto nel caso di San Lorenzo e della povera Desirée, che intervengano ripetutamente ma del tutto inutilmente: la criminalità che occupava un determinato luogo vi torna la settimana dopo, o semplicemente si sposta di un isolato, o cambia zona della città.  Ecco perché, quando si dice che una certa tragedia era “annunciata”, e si accusano le autorità, siano esse politici, amministratori, Forze dell’ordine, di non aver ascoltato, di non aver risposto, di non aver provveduto, io sento un certo fastidio, o forse imbarazzo. Insomma, qualcosa non mi torna. Non tanto perché il mantra di questi giorni, riqualificare le periferie, è “un vasto programma” che ben pochi politici anteporrebbero a più redditizie promesse elettorali, ma perché la precondizione di tutto è che lo Stato sia messo in condizione di tornare a fare lo Stato.  Questo, spiace dirlo, dipende in misura minima dal ministro dell’Interno, e in sommo grado dal Parlamento. Che può continuare con la vecchia linea: depenalizziamo tutto il possibile; riserviamo il carcere ai crimini più gravi (e, barbarie, ai presunti innocenti in attesa di giudizio!); per migliorare le condizioni di detenzione svuotiamo le carceri con indulti e amnistie. Oppure può trovare il coraggio di fare macchina indietro, e di riappropriarsi dello strumento dell’incapacitazione: cambiando le norme penali, limitando il ricorso alle pene alternative, destinando qualche miliardo all’edilizia carceraria. Se così agisse il Parlamento, le Forze dell’ordine non penserebbero più che il loro lavoro è vano, o che i loro sgomberi sono fatiche di Sisifo. Perché, arrestando qualcuno, confiderebbero di non ritrovarselo la settimana dopo nello stesso posto, a fare le stesse cose, con le stesse compagnie. E forse i cittadini ricomincerebbero ad avere fiducia nello Stato, a non sentirsi stupidi se rispettano le leggi. Perché, checché continuino a pensarne certi politici, non è vero che “le paure dei cittadini sono infondate”: le paure dei cittadini sono fondatissime, verso la criminalità degli immigrati come verso quella degli italiani. E quelle paure, solo uno Stato che torni a fare lo Stato ha qualche possibilità di spegnerle.

     
     
     
     
     
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  • MARCO FORTIS SPIEGA LA NOSTRA CRISI DI CREDIBILITA’ 27 Ottobre 2018

    “Non può essere lo spread a orientare le politiche di un paese. Noi agiamo su mandato dei cittadini” (ministro Riccardo Fraccaro, M5S) Gli intellettuali e gli storici italiani (ma dove sono finiti? L’Italia era in pericolo solo prima del referendum costituzionale?) dovrebbero annotare a futura memoria questa frase che è il simbolo, la tavola dei comandamenti di Mosè, dei governanti attuali.  Dal momento che non siamo, come popolo, più in grado di discernere tra uno scienziato e un idiota, tra un saggio e un deficiente, tra uno statista e un politicante, tra un servitore dello Stato e un faccendiere, tra la scienza e i cartomanti, l’Italia finirà molto male. Prendiamo l’economia. Voi, in privato, a chi credereste, a Draghi o a Di Maio? DRAGHI cosa si può fare per lo spread? Abbassare i toni, non mettere in discussione la cornice istituzionale dell’euro e mettere in atto politiche per ridurlo.  DI MAIO stiamo in un momento in cui bisogna tifare Italia e mi meraviglio che un italiano  si metta in questo modo ad avvelenare il clima ulteriormente

    MARCO FORTIS IN DEBITO DI CREDIBILITA’ Quale è veramente il grado odierno di pericolosità del debito pubblico italiano? È ancora un debito sostenibile oppure si sta avvicinando a un punto di rottura? Fa bene l’Unione europea a criticarci sul debito e il deficit con la sua “fissazione” dei decimali oppure no? Lo spread attuale del debito italiano rappresenta fedelmente una sua reale condizione di insostenibilità  o deriva piuttosto da una nuova crisi di fiducia causata da nostri fattori “politici”? E, da ultimo, potremmo fare davvero la fine della Grecia? Sono, questi, solo alcuni degli interrogativi ripiombati nel dibattito politico-economico e nei discorsi degli italiani negli ultimi mesi. E che necessiterebbero di risposte argomentate, basate su fatti e analisi precise piuttosto che su opinioni e valutazioni spesso improvvisate. Proveremo perciò a dare un piccolo contributo nel primo senso. Cominciamo ricordando alcune cifre, prese dalle ultime stime della Commissione europea. A fine 2018 il debito pubblico italiano sarà di 2.316 miliardi, quello francese per la prima volta supererà il nostro (il che è già una notizia) e sarà uguale a 2.321 miliardi, quello tedesco scenderà da 2.093 a 2.039 miliardi e quello britannico ammonterà a circa 2.060 miliardi di euro. Dunque, non è certo il livello assoluto del debito che ci rende “i peggiori”, visto che i debiti delle altre tre grandi nazioni europee sono ormai anch’essi tutti sopra i 2.000 miliardi di euro e sono non molto diversi dal nostro o all’incirca uguali. Che cosa fa la differenza allora? 

    Analisti, mercati e istituzioni guardano al debito soprattutto misurandolo in percentuale rispetto al pil, rapporto che nel caso dell’Italia nel 2018 sarà pari a 131,1 cioè sensibilmente più alto del 98,7 francese, dell’86 britannico e del 60,1 tedesco. Ma il debito/pil è sufficiente a spiegare lo spread attuale (o quello del 2011-’12)? La risposta è no. Infatti, sarebbe logico considerare anche altri indici di sostenibilità nel valutare adeguatamente una economia. Ne citeremo qui tre come esempi: 1) la percentuale di debito pubblico finanziata da stranieri (che in Italia è relativamente bassa, pari al 32 per cento circa del totale, mentre la Francia e la Germania sono più esposte di noi verso l’estero, entrambe con una quota del 50 per cento circa); 2) la ricchezza finanziaria netta privata (che in Italia è alta, essendo il doppio del pil; e la cui stessa esistenza dimostra che la famigerata “patrimoniale” per ridurre il debito pubblico/pil, che alcuni periodicamente rispolverano, non serve affatto. Primo, perché buona parte dei risparmi privati è investita direttamente o indirettamente in titoli di stato italiani. Secondo, perché l’Italia è, per l’appunto, ben patrimonializzata. Sicché, se venisse valutata come un’azienda sarebbe giudicata più meritevole di credito non solo della Grecia ma anche di Portogallo, Irlanda, Spagna e quasi al pari della Francia e della Germania); 3) la posizione finanziaria complessiva sull’estero (cioè il saldo dei debiti e dei crediti privati e pubblici dell’Italia verso il mondo, che è assai contenuto, pari a meno 3 per cento del pil quest’anno: un dato veramente eccellente, migliore di quelli di Regno Unito con meno 12 per cento, Francia con meno 19 per cento e Spagna con meno 82 per cento).

    Purtroppo, però, tutti questi indicatori per noi molto positivi vengono ampiamente trascurati dagli investitori, dalle agenzie di rating e dalla stessa Ue, che fondamentalmente non li conoscono. Né l’Italia ha mai saputo promuoverli adeguatamente. Con il paradosso che facciamo spesso la voce grossa sulle regole europee senza però saper presentare argomenti convincenti come quelli sopracitati almeno per chiedere che la sostenibilità del nostro debito pubblico e le condizioni finanziarie complessive del nostro paese vengano giudicate in una prospettiva più ampia. Il rating dell’Italia resta perciò inchiodato principalmente alla misura “ufficiale” del debito/pil. Ma, lo ripetiamo, questo rapporto da solo non spiega la crescita dello spread in alcune fasi della nostra storia recente né il progressivo declassamento dei nostri titoli di stato quasi al rango di “spazzatura”.  Infatti, nel primo decennio di questo nuovo secolo, nonostante che l’Italia presentasse un debito/pil considerato unanimemente molto alto, superiore a 100 e maggiore di quello tedesco di ben 35 punti percentuali, il nostro Paese era arrivato praticamente ad azzerare lo spread con la Germania. Ciò grazie al nostro ingresso nell’euro e agli sforzi fiscali precedentemente fatti proprio per entrarvi. A quell’epoca, pertanto, con due debiti pubblici praticamente simili, pur avendo rapporti debito/pil assai diversi, Italia e Germania pagavano un ammontare di interessi annui pressoché uguale. Nel 2006, ad esempio, l’Italia pagò 68,9 miliardi di interessi e la Germania solo pochi di meno, cioè 64,7 miliardi. Nel 2018, al contrario, benché nel frattempo il divario tra il valore del debito pubblico italiano e tedesco si sia ampliato soltanto del 13 per cento rispetto al 2006, il nostro paese dovrà sopportare un monte interessi più che doppio di quello della Germania: 64,6 miliardi contro appena 31,4 miliardi di euro. Perché? La risposta è semplice: dopo la crisi del contagio greco e di credibilità del 2011 il nostro spread purtroppo si è impennato costringendoci a pagare interessi notevolmente più alti spalmati sulle varie scadenze del debito negli anni successivi. Ma non è finita. Infatti, adesso, con un nuovo balzo verso l’alto dello spread rischiamo di ereditare nuovi interessi più alti del dovuto che graveranno sul totale del debito futuro, ipotecando ulteriormente il nostro destino e quello delle nuove generazioni. La realtà è che, molto più che il debito/pil, sono state le crisi di credibilità a penalizzare costantemente l’Italia. Ne abbiamo avute tre negli ultimi trenta anni: quella della crescita galoppante del disavanzo primario e del debito degli Anni Ottanta e dei primi Anni Novanta; quella “importata” del contagio greco del 2011; e ora quella causata dalla spericolata sfida giallo-verde all’Europa, che Mario Draghi ha definito come una crisi “auto-prodotta”. Quanto sia costato all’Italia perdere ripetutamente la credibilità agli occhi del mondo, dei mercati e delle istituzioni è presto riassunto in tre cifre secche. Dal 1995 al 2018 il nostro paese ha generato in valore assoluto il più grande surplus primario statale cumulato al mondo prima del pagamento degli interessi: 724 miliardi di euro. Nessuna nazione ha fatto meglio. Ma nello stesso periodo abbiamo pagato interessi cumulati sul debito pubblico per ben 1862 miliardi, solo parzialmente finanziati da quel (pur enorme e lodevole) surplus primario. In pratica, lo Stato italiano ha sempre chiuso in attivo il proprio bilancio prima degli interessi ad esclusione di un modesto disavanzo nel 2009. Ma questo immenso sforzo non ci è bastato per migliorare la nostra immagine, anche perché questi dati non li abbiamo mai raccontati. Né ha impedito il peggioramento del nostro rating, anche perché chi ci giudica teme i molti dualismi del nostro paese e la sua lentezza nelle riforme strutturali, che quando vengono fatte vengono poi regolarmente cancellate da un nuovo governo. È quello che sta nuovamente succedendo adesso rispetto alla precedente legislatura, quando lo spread era ridisceso a livelli contenuti dopo la crisi del 2011-’12. Conclusione: il 98 per cento dell’aumento del nostro debito pubblico nel periodo 1995-2018 (1138 miliardi) è dipeso non da deficit primari di bilancio ma dagli interessi pagati, sopportando per lunghi anni un’ampia forbice di spread rispetto agli altri grandi paesi, soprattutto a causa di due tremende crisi di credibilità del passato.  Ora stiamo piombando in una terza crisi di fiducia, per molti aspetti la più assurda, perché “auto-prodotta” e assolutamente evitabile. Evidentemente non abbiamo ancora capito bene la lezione. Anzi, questa volta sembra quasi che vogliamo farci bocciare intenzionalmente. I costi di questa nuova perdita di credibilità, salvo un improbabile ripensamento in tempo utile del governo Conte-Salvini-Di Maio, potrebbero essere considerevoli e saremmo costretti a pagarli fino all’ultimo centesimo nei prossimi anni. (da IL FOGLIO.IT)

     
     
     
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  • RICOLFI : QUALE PD PREFERISCI ? 23 Ottobre 2018

    Questa volta, per la prima volta da 40 anni, ossia da quando esiste il Parlamento europeo (1979), le elezioni europee saranno quel che sempre avrebbero dovuto essere e mai sono state: un confronto sull’Europa, le sue politiche, il suo futuro. Quanto all’Italia, il 26 maggio prossimo sarà un banco di prova decisivo per almeno due soggetti politici: il governo giallo-verde (ammesso che sia ancora in sella) e il Partito Democratico, l’unica forza di opposizione che riscuote ancora un consenso a due cifre (16%, secondo gli ultimi sondaggi).  Ma come si presenterà il Pd al cruciale appuntamento di maggio? Chi lo guiderà?  Qui la nebbia è totale. Per alcuni il Pd dovrebbe addirittura essere sciolto, per far spazio a una formazione politica nuova di zecca. Per altri il Pd dovrebbe aprirsi alla società civile e diventare il perno di una larga alleanza. Per altri ancora l’unico modo per scongiurare la dissoluzione dell’Europa è la nascita di un “fronte repubblicano”, da Tsipras a Macron. Riguardo alla leadership, tramontata a quanto pare l’ipotesi di una candidata donna, le possibilità vere al momento paiono solo tre: Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Marco Minniti (se scioglierà la riserva); sempre che Carlo Calenda non ci ripensi, e scenda in campo pure lui.  Personalmente sono molto scettico sull’idea di un fronte europeista e anti-sovranista. L’ultima volta che la sinistra ha provato a coalizzarsi in un fronte è stato nel 1948, e sappiamo come è andata: trionfo della Dc (48%) e débâcle del fronte popolare, fermo al 31%. Per non parlare del paradosso che si produrrebbe oggi: visto che il popolo sta con Salvini e Di Maio, quello che vedremmo nascere sarebbe una sorta di “fronte anti-popolare”, concetto curioso e difficile da digerire.

    In realtà, più che di formule vincenti, o capaci di limitare il disastro, quello di cui si sente la mancanza sono le idee. Dicendo “idee” non mi riferisco a minuziosi programmi di riforma, o ai soliti proclami di politica economica. No, quello che mi pare manchi completamente sono un bilancio onesto sugli errori commessi dalla sinistra (non solo Pd), e risposte chiare alle due domande su cui Lega e Cinque Stelle hanno sfondato: la richiesta di protezione da criminalità e immigrazione, e la richiesta di protezione economica. Su questo l’attuale campo progressista mi pare balbetti, o si mostri già ampiamente diviso. Penso al caso delle occupazioni di case, o quello del sindaco di Riace. Una parte della sinistra (maggioritaria, suppongo) ritiene che, anche ove emergessero irregolarità e violazioni di legge, la buona causa in nome della quale sono state commesse assolva i loro autori. Quando una legge è sbagliata, e viola principi che la nostra coscienza (o la nostra interpretazione della Costituzione) ritiene fondamentali, è giusto ribellarsi, come sotto i regimi autoritari; una posizione, peraltro, abbastanza simile a quella della destra, quando per difendere gli evasori parla di “evasione di necessità”, giustificata da tasse troppo alte. Un’altra parte della sinistra pensa invece che, in un regime democratico, le leggi si rispettano, e se non funzionano si cerca di cambiarle. Analogo discorso si potrebbe fare sugli sbarchi: una parte del popolo di sinistra è per l’accoglienza senza se e senza ma, un’altra parte condivide la linea dura di Minniti, che Salvini ha un po’ spettacolarizzato ma che resta sempre la stessa: gli ingressi irregolari in Europa (e in Italia) debbono essere combattuti con determinazione.  Ma penso anche a un altro tema, quello della lotta alla povertà e alla disoccupazione. Una parte del popolo di sinistra trova meravigliosa l’idea del reddito di cittadinanza, e si duole soltanto che a pensarci siano stati i Cinque Stelle anziché il Pd. Un’altra parte non ritiene ancora persa la battaglia per creare nuova occupazione, e considera il reddito di cittadinanza come una misura assistenziale, da usare con cautela perché mina dalle fondamenta la civiltà del lavoro.  E ancora. Una parte del popolo di sinistra ritiene che la riduzione della pressione fiscale e contributiva sia un obiettivo sacrosanto, per stimolare la crescita, un’altra parte pensa che i nostri problemi li risolveremo solo con maggiori imposte sul reddito e sul patrimonio (secondo il celebre slogan del 2006: “far piangere i ricchi”). Una parte dell’elettorato progressista crede che il debito non sia un problema, e anzi sia necessario per far ripartire l’economia, un’altra parte pensa che sia un ingiusto fardello sulle future generazioni. Si potrebbe continuare con gli esempi. Ma quello che voglio dire è solo questo: su queste divisioni i candidati alla guida del campo progressista tendono a non prendere posizioni nette, perché sanno che scontenterebbero una parte, una parte troppo grande, dei loro potenziali sostenitori. Il rischio è che, non essendo nella condizione di spiegare in modo chiaro se e come intendano dare risposte nuove alla domanda di protezione che ha portato al successo dei movimenti populisti, non trovino di meglio che unirsi in una santa alleanza a difesa dell’Europa e della moneta unica. Sarebbe un disastro. Non perché Europa ed euro non siano risorse cruciali per il nostro futuro, ma perché quella è solo la cornice. E la cornice non basta, ci vuole un pittore che trovi il coraggio di riempire la tela.  (Pubblicato su Il Messaggero del 20 ottobre 2018)

     
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  • I FEDELI LAMETINI PRIMA DEL DISASTRO 19 Ottobre 2018

    Non è più questione di destra e sinistra. Capisco a Lamezia, parlando con persone con redditi sicuri, che essi si fidano ciecamente, ben oltre il 59% degli italiani favorevoli secondo Pagnoncelli, dei pifferai magici Ric & Gian al governo. Gli estremisti di destra e sinistra sono entusiasti. Non sono ottimisti, molto di più: fiduciosi, come i fedeli a Madjugorie. Ballano e si divertono sul Titanic, tanto loro la scialuppa ce l’hanno. Sarebbero capaci, per esempio, di lasciare al Brennero un tunnel, tra le montagne, di novanta chilometri solo perchè qualche idiota al governo lo ha chiamato inutile. Torno ad esporre allora (PRIMA del DISASTRO) ciò che spiegano quelli che capiscono di economia. Il nodo della faccenda non è aver deciso un’operazione in deficit, ma aver dato quel valore al Pil: è la previsione di crescita dell’1,5% ad essere «drogata» (testuale) e l’anno prossimo potrebbe portare a un raddoppio del buco nel bilancio. È il «doping» nella Finanziaria che sta producendo la sfiducia dei mercati e l’aumento dello spread, non certo — come sostiene Conte — le liti in diretta tv del governo.  Voglio essere più brutale per farmi capire: pensare che puoi continuare a fare debiti per far crescere l’economia sino all’1,5, e così aumentare occupazione e redditi (tanto nessuno ti farà fallire) è un pensiero che se lo avesse un padre di famiglia indebitato qualsiasi, lo si dovrebbe far interdire dai familiari. Invece medici e professori che incontro, sono tutti fedeli e convinti che stiamo vivendo il nostro Eldorado. Prego perchè abbiano ragione, io come l’economista Salvati ho gli incubi. Sappiate che, secondo la Cgia di Mestre, le imposte che pesano di più sul portafogli degli italiani sono 2 e garantiscono più della metà (55,4%) del gettito totale: si tratta dell’Irpef e dell’Iva. Invece l’Italia, con un prelievo fiscale tra i più alti d’Europa, è quella delle oltre cento tasse. Una novantina di esse fanno incassare solo il 15% del gettito totale annuo, quindi con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di dieci imposte. La riscossione sarebbe più contenuta, si lavorerebbe con più serenità e si ridurrebbe anche l’evasione. Ma i pifferai suonano e andremo tutti contenti con le nostre bandiere rosse e nere a chiuderci nella caverna.

    (FEDERICO FUBINI, CORSERA)…Nelle scorse settimane i vertici del Tesoro hanno lavorato per convincere gli analisti di Moody’s a non declassare di due livelli, ricordando forte surplus con l’estero che il settore privato assicura per l’Italia. Probabilmente il doppio declassamento verrà evitato, ma Moody’s potrebbe comunque rimettere «prospettive negative» al debito anche dopo il taglio di un grado nel giudizio. Lo stesso, in vista di un declassamento, potrebbe fare anche S&P fra una settimana. Per le agenzie di rating conta molto la percezione che l’intero processo di governo dell’economia in Italia sia privo di rotta. Eppure proprio queste agenzie stanno diventando terribilmente importanti. Per Moody’s, S&P e Fitch l’Italia è a soli due scalini dal voto «non investimento» (o «spazzatura») e indici enormi come il Ftse Russell World Government Index (800 miliardi di dollari) o il Bloomberg/Barclays euro aggregate (2.500 miliardi) di fatto non possono più tenere l’Italia in portafoglio se due agenzie di rating la declassassero a «non investimento». Secondo Goldman Sachs, ciò innescherebbe vendite forzate di debito italiano per oltre cento miliardi di euro. E le soglie alle quali ciò può avvenire non sono davvero lontane.

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  • COME FARE IL MAGO E VIVERE FELICI 18 Ottobre 2018

    A chi è in cerca di lavoro consiglio di fare il mago. E’ lavoro semplice, bisogna imparare a memoria un repertorio di frasi fatte. Faccio un esempio. Qualsiasi persona si presenti da voi, gli farete questo discorso estraendo da un mazzo una carta alla volta (sicuri che ognuno di noi ci si può riconoscere appieno) : <Stamane vedo nelle carte che…hai un problema a casa con gli elettrodomestici, la lavastoviglie, un lavandino che non chiude bene… Il tuo problema principale però sono i figli, è vero?  Vedo che sei insoddisfatto, spesso arrabbiato, la gente senti che non ti capisce, è vero? I furbi ti passano davanti, pure in macchina senti che ti mortificano. Poi vedo che vorresti guadagnare di più, molto di più. Guadagni una miseria, una persona del tuo valore, dai! Poi vedo che ti sei alzato/a con una strana sensazione, non sai se stai bene oppure se sei angosciato/a.  Di tanto in tanto hai qualche mal di testa. E’ possibile che devi prendere una decisione, relativa ai problemi che hai, problemi che però io vedo sono risolvibili con un aiuto. Se non prendi tu la decisione, qualcun altro la prenderà per te. La tua salute, mi dice l’ascendente, va controllata regolarmente, mentre tu la trascuri e cerchi di non pensarci. Da quanto tempo non fai un eco-doppler o una tac computerizzata? Veniamo adesso all’amore, il partner talvolta va compreso, occorre non essere permalosi, saper ascoltare, non essere impulsivi, o troppo curiosi, non fare insomma le pulci al prossimo. In generale devi migliorare a… parlare…saper trovare le parole giuste, talvolta ti scappano certe frasi…E poi, la gelosia, suvvia, va controllata. Vedo che fra breve si può aprire una possibilità di guadagno, e che ci saranno novità. I miei consigli. Eccoli. Ascolta sempre cosa suggerisce il tuo cuore, il cervello spesso tradisce. Se vuoi qualcosa, non badare a spese, non sono i soldi che possono impedirti  di soddisfare i tuoi desideri. Fai qualcosa che ti faccia star bene, non so, una cura dimagrante, una cremina per il tuo viso, regalati un piccolo oggetto, oppure una vacanza in un posto bello. Tutte le angosce le devi mettere in un comodino, così la mattina quando esci non le porti con te. E soprattutto sorridi sempre. Chi sorride viene accolto/a. Se intendi darti alla politica, due consigli te li dò gratis. 1) prometti la luna e poi uno volta eletto dirai: mi avete eletto per darvi la luna, chi mi deve trovare  i soldi, me li trovi; 2) Quando uno ti critica digli: ma che vuoi? Presentati alle elezioni come ho fatto io>.    Sono 100 euro senza fattura.> 

    (PS: per i segni zodiacali è semplice come le tabelline. Ogni segno si racchiude in un aggettivo: Bilancia, incerto; Leone, deciso; Capricorno, testardo; Acquario, fumoso; Cancro, malinconico; Ariete, coraggioso; Gemelli, polemico; Scorpione, indefinibile e prevaricatore; Sagittario, simpatico…). 

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  • FRASI 14 Ottobre 2018

    (GUIDO DAVICO BONINO) A te cosa infastidisce? « Il rumore. Ma tutto oggi è rumore. Un brusio privo di senso. Ho compiuto poche settimane fa 80 anni e se penso ai compleanni tondi di dieci o venti anni fa, mai, dico mai, mi sarei aspettato di precipitare in questo tempo buio. Sono desolato e non so più a quale chiodo appendere le mie giustificazioni. A volte dò la colpa alla vecchiaia: Dico: sono io che non vedo e non capisco. Sono io che non mi aspetto più nulla dal futuro. Ma so che non è vero. Perché il malessere serpeggia in tutti. E allora cresce il rumore. Pare un circolo vizioso».

    DA TWITTER Bambino di IV elementare inciampa con penna e foglio e per sbaglio scrive un libro di Fabio Volo (anonimo, Corrieredelcorsaro.it)

    Il 97% dei miei calzini ha perso la propria metà ma non va a scrivere frasi sdolcinate sui social (alcolicesimo, Tumblr)

    Quando la presenza si fa assenza, allora il cuore deve capire che…No niente mi sono incartato.W la figa (anonimo, Facciabuco.com)

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  • RICOLFI- COME IL GOVERNO GOVERNA CON LE PAROLE 10 Ottobre 2018

    Sul piano dei contenuti, questo governo non somiglia granché a nessun governo del passato. I governi del passato, infatti, o guardavano a sinistra, o guardavano a destra, o si barcamenavano fra destra e sinistra, alla ricerca di un compromesso, di un punto di equilibrio. Ora no: a giudicare dai programmi e dai primi atti questo governo cerca di essere, al tempo stesso, molto di destra e molto di sinistra, a settimane alterne. Ora un colpo inferto ai migranti (blocco dei porti alle Ong), ora un colpo inferto alle imprese (decreto dignità). In attesa del colpo definitivo, quello ai conti dello Stato (flat tax e reddito di cittadinanza).

    Quel che più mi colpisce, però, non è la somiglianza con il passato nell’abuso dei decreti legge; quel che mi colpisce è l’abuso manipolatorio delle parole, accuratamente scelte per indorare la pillola che viene somministrata ai cittadini, nascondendo la sostanza di cui è fatta. Faccio tre esempi.

    Pensioni d’oro. Nell’immaginario collettivo una pensione d’oro è una pensione di importo altissimo, non giustificata dal lavoro e dai meriti del beneficiario, tipicamente percepita da un membro della “casta”. Nelle dichiarazioni dei Cinque Stelle, e nel discorso di insediamento del presidente Conte, il concetto è stato esteso a chiunque percepisca una pensione alta con una componente retributiva. Ma alta quanto? Ancora a giugno Di Maio e Conte assicuravano che il taglio dei compensi avrebbe riguardato solo le pensioni sopra i 5000 euro netti. Poi, qualche settimana fa si è cominciato a parlare di 4-5000 euro, senza specificare se netti o lordi. Negli ultimi giorni la soglia è scesa a 4000 euro. Così un provvedimento, più o meno condivisibile, che colpisce (retroattivamente) i ceti medio-alti, viene presentato come sacrosanto intervento contro gli ingiustificati e intollerabili privilegi della “casta”.

    Decreto dignità. Se si vara un decreto “a tutela della dignità dei lavoratori e delle imprese” ci si aspetta che esso intervenga con urgenza per impedire violazioni della dignità di questi due soggetti. Ma se mi si parla di “dignità”, e per di più si aggiunge che l’intervento ha carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, a me vengono in mente fenomeni come la richiesta del pizzo (che offende la dignità delle imprese), e il caporalato nelle campagne (che offende la dignità dei lavoratori). In questo secondo caso, data la stagione estiva, sussisterebbe anche il requisito di urgenza. Pensate che bello: dopo anni in cui tutti i governi hanno preferito chiudere un occhio, il governo giallo-verde decide di stroncare il caporalato, ispezionare i campi e le baraccopoli, garantire ai lavoratori (spesso immigrati dall’Africa, quasi sempre privi di contratto) condizioni di lavoro e di salario umane. E invece no: se andate a leggere il decreto dignità, in mezzo a un guazzabuglio di norme che con il lavoro nulla hanno a che fare, quel che trovate sono soprattutto norme che rendono un po’ più difficile e costoso per le imprese attivare alcuni tipi di contratto perfettamente regolari, e che certo non offendono la dignità del lavoratore.

    Reddito di cittadinanza. Non sappiamo ancora che forma prenderà il reddito di cittadinanza, se e quando verrà varato. Ma già sappiamo, perché esistono progetti e disegni di legge, che non sarà un reddito di cittadinanza, ma una normalissima misura di reddito minimo per le famiglie povere. Per reddito di cittadinanza si intende un reddito dato a ogni individuo (anche ai ricchi) senza alcuna condizione. Per reddito minimo si intende un reddito dato esclusivamente alle famiglie povere, sotto condizioni stringenti: ricerca attiva di un lavoro, corsi di formazione, prestazioni di lavoro gratuite, disponibilità ad accettare offerte di lavoro. Le proposte dei Cinque stelle sono proposte di reddito minimo, camuffate da reddito di cittadinanza. La loro filosofia è molto simile a quella del reddito di inclusione varato dal Pd, con due sole differenze: tante nuove assunzioni nei centri per l’impiego, molti più soldi (se troveranno le coperture) ai beneficiari. Ed è curioso che il Pd continui a dire che reddito di cittadinanza significa “dare i soldi alla gente perché non lavori”, anziché andare a vedere che cosa effettivamente c’è scritto nei progetti del Movimento Cinque Stelle.

    A che serve chiamare reddito di cittadinanza quello che ovunque, in Europa e nella letteratura scientifica, si chiama reddito minimo?

    Dal punto di vista del Pd serve a differenziare il Pd stesso dai Cinque Stelle (noi vogliamo creare posti di lavoro, voi volete tenere la gente a casa). Dal punto di vista dei Cinque stelle serve a nascondere la sostanza economica della loro proposta, che peraltro è la medesima del reddito di inclusione del Pd: sussidiare il Mezzogiorno. Chiamandolo “reddito di cittadinanza” se ne sottolinea il carattere universalistico, di provvedimento equo in quanto rivolto a tutti i cittadini. Eppure i dati dicono chiaramente che, a parità di condizione economica, la possibilità di beneficiare di misure come il reddito di inclusione o il cosiddetto reddito di cittadinanza, sarà sensibilmente maggiore per un cittadino del Sud che per uno del Nord e, a parità di zona geografica, per un abitante di un piccolo comune che per uno di una grande città.

    La ragione è assai semplice: nonostante il livello dei prezzi sia diversissimo da Nord a Sud, nonché fra grandi e piccoli centri, la soglia di accesso è definita in termini nominali anziché in termini reali. Così può accadere che, a parità di potere di acquisto, due famiglie siano l’una inclusa e l’altra esclusa solo a causa del luogo in cui risiedono (zona del paese, ma anche comune grande o piccolo). E infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, il Nord ha il 37% dei poveri assoluti ma solo il 18% dei beneficiari (in gran parte immigrati). Il Centro ha il 15% dei poveri, ma solo il 12% dei beneficiari. Il Sud ha il 48% dei poveri ma il 70% dei beneficiari. Questo tipo di iniquità territoriale è il difetto comune di tutte le misure di sostegno delle famiglie povere, dalla social card di Tremonti al Sia di Letta, dal Rei di Renzi al cosiddetto reddito di cittadinanza di Di Maio (l’unica proposta che non ha questo difetto è il minimo vitale dell’Istituto Bruno Leoni, ovviamente ignorato dalla politica). Ed è anche uno dei più grandi errori delle politiche di sostegno alle zone svantaggiate del passato, che troppo spesso hanno preferito elargire sussidi impropri e dunque iniqui (qualcuno ricorda le false pensioni di invalidità?) piuttosto che fare investimenti e creare posti di lavoro.

    Dunque: si parla di pensioni d’oro per non riconoscere che si tagliano le pensioni alte, si parla di dignità per non dire che si irrigidisce (un pochino) il mercato del lavoro, si parla di cittadinanza per nascondere i clamorosi squilibri nell’accesso al sussidio. Non è una novità: già nel 1981, parlando della comunicazione pubblica, Natalia Ginzburg denunciava con sgomento: “il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione”. Sono passati quasi 40 anni, ma siamo sempre lì: le parole della politica sono solo nebbia che circonda le cose, le indora, o semplicemente le traveste, le maschera, le camuffa. Parole che, in ogni caso, non dicono la verità.

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  • RICOLFI: LA CORAGGIOSA MANOVRA DEL POPOLO? 6 Ottobre 2018

    Il presidente del Consiglio ha definito “coraggiosa” la manovra del suo governo, che rifiuta di ridurre il deficit pubblico e anzi pianifica di mantenerlo per tre anni al 2.4% del Pil. I critici del governo giallo-verde, per parte loro, vedono nella manovra una sorta di svolta epocale, una specie di contro-riforma che capovolge la linea di prudenza adottata dai governi che lo hanno preceduto (Renzi e Gentiloni).

    Mi permetto di dissentire radicalmente con entrambi. No, si possono scegliere mille aggettivi per definire questa manovra, ma “coraggiosa” no, quello non è l’aggettivo giusto. Nella lingua italiana un comportamento è coraggioso se comporta l’assunzione di un rischio per chi lo mette in atto, e solo per chi lo mette in atto. Se ti butti in un fiume in piena per salvare un bambino che sta annegando, stai compiendo un atto coraggioso. Ma se induci un tuo amico a fare un investimento che potrebbe anche fargli perdere metà del suo patrimonio, e magari pretendi anche una provvigione per i consigli che gli dai, non ti stai comportando in modo coraggioso, ma semmai in modo opportunista e irresponsabile.(…) Ecco perché parlare di coraggio è del tutto fuori luogo. Coraggioso è un governo che, per il bene del Paese, mette in atto misure impopolari, e perciò corre, consapevolmente, il rischio di perdere il consenso. Una misura popolare, giusta o sbagliata che sia, non richiede alcun coraggio, perché il consenso lo alimenta. Ecco perché della “manovra del popolo” tutto si può dire, tranne che sia coraggiosa.  Detto questo, possiamo almeno ammettere che la manovra, giusta o sbagliata che sia, audace o incosciente, sia comunque una svolta radicale rispetto a quelle attuate dai passati governi? (…) Io vedo tanta, tanta continuità con il passato, sia con quello recente sia con quello remoto. E mi conforta di non essere il solo a notarlo. Come non essere d’accordo, ad esempio, con Giorgia Meloni quando nota che, più che traghettarci nella terza Repubblica, Di Maio sta riesumando le peggiori pratiche della prima, quella dei Fanfani e dei Cirino Pomicino? E’ allora che la politica imparò a comprare il consenso con misure assistenziali (ricordate le baby pensioni? le false pensioni di invalidità?) che fecero esplodere il debito pubblico che ora soffoca l’economia e limita i margini di manovra della politica stessa. Ma non è solo il passato più remoto che ritorna. L’economista Roberto Perotti, per qualche tempo collaboratore del governo Renzi, ha ricordato che nei gloriosi anni del Pd (2013-2017) il disavanzo è sempre stato maggiore di quello programmato, e comunque superiore al 2.4% che ora tanto ci preoccupa. Altri hanno giustamente fatto notare che fu Renzi, appena un anno fa, a proporre di mantenere il disavanzo al 2.9% per ben 5 anni, contro il 2.4% (per 3 anni) dell’attuale governo.

    Ma c’è molto di più e molto ancora. Si pensa giustamente che la fretta di Di Maio sul cosiddetto reddito di cittadinanza sia dettata dall’approssimarsi delle elezioni europee (maggio 2019). (…) Ma che cosa c’è di diverso rispetto agli 80 euro di Renzi, anche allora presentati come sostegno alla domanda, ma in realtà concepiti essenzialmente per vincere alle elezioni europee? E la cosiddetta pace fiscale? Che cos’altro nasconde dietro l’eufemismo “pace” se non l’ennesimo condono, la solita sanatoria, di nuovo in perfetta continuità con la prima e la seconda Repubblica? Per non parlare dell’orientamento generale della politica economica. Ci viene presentato come un cambio di rotta rispetto all’austerità che avremmo infruttuosamente praticato in questi anni. Ma la realtà è che in questa legislatura, lo ha ricordato più volte l’economista Veronica De Romanis, l’orientamento della politica economica è sempre stata espansivo, non restrittivo. Ancora una volta, la differenza con il passato è solo che, di una medicina che non ha funzionato (siamo tuttora ultimi in Europa per crescita del Pil), ora si prova ad aumentare la dose, anziché cambiare la medicina stessa. So che ricordarlo suscita incredulità (e qualche malumore), ma la realtà è che di austerità l’Italia ha fatto esperienza solo sotto il governo Monti, e l’austerità “buona” – quella che aggiusta i bilanci pubblici riducendo la spesa e tagliando le tasse – semplicemente non l’ha mai sperimentata, né con Berlusconi, né con Monti, né con Letta-Renzi-Gentiloni.

    (…)La ragione è semplicemente che non c’è una differenza qualitativa vera con i governi precedenti, ma solo una differenza di grado, un “salto di imprudenza” mi verrebbe da chiamarlo, perché la medesima politica di prima ci viene somministrata in dosi più massicce, e quindi più rischiose. Con questo non intendo dire che la politica economico-sociale di questo governo ci porterà necessariamente al disastro, o addirittura a uscire dall’euro. Questo non può saperlo nessuno, e l’opposizione che se ne proclama certa dà solo prova di isteria e di disfattismo. Quel che voglio dire è semplicemente che il cocktail che ci stanno somministrando è pericoloso, molto pericoloso. Non tanto perché il deficit programmato è al 2.4%, ovvero al medesimo livello degli ultimi anni. Ma perché quel deficit si accompagna a due ingredienti altamente infiammabili, se mi si consente l’immagine: una manovra sbilanciata dal lato della spesa, un drammatico deficit di credibilità, aggravato dall’umiliazione inflitta al ministro dell’Economia, uno dei pochi che un po’ di credibilità ce l’aveva.

    Articolo pubblicato su Il Messaggero del 1 ottobre 2018

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