PRIMA PAGINA (tutti gli articoli)

  • FINALMENTE IL FOGLIO SPIEGA L’ITALEXIT 17 Giugno 2019

    Su “Il Foglio” di oggi un articolo di Luciano Capone (giornalista economico) e Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni) intitolato “Stiamo già uscendo dall’euro” , spiega per la prima volta, in maniera comprensibile a tutti, il piano della Lega per distruggere il nostro paese. Dalle dichiarazioni incendiarie contro le regole europee alla proposta di una Bce come bancomat del governo. Dall’oro della Banca d’Italia ai minibot. La prospettiva di un’Italexit sulla carta è fallimentare, ma la Lega sta facendo di tutto per renderla possibile. Speriamo che adesso qualcuno degli intellettuali si svegli, i media capiscano e possano orientare l’opinione pubblica. I pifferai magici stanno guidando il popolo perchè affoghi senza neppure rendersene conto. Sulla tesi il 20/6/2019 ha concordato Roberto Perotti su Repubblica.

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  • IL SEGRETO CHE SARRI CAPIRA’ 16 Giugno 2019

    Anche Sarri, dopo Allegri, proverà la sensazione di passare dall’inferno al paradiso, dal ghiaccio al calore. Stare a Napoli con Aurelio De Laurentiis, di Marina Granovskaya non conviene parlare, equivale all’esperienza di Allegri con Berlusconi. ADL e Berlusconi sono padroni, quello che dicono oggi domani non vale, chi ha lavorato con loro ha conosciuto l’umiliazione del servo, la sottomissione, il dover sopportare bocconi amari. Sarri così come è già successo ad Allegri si troverà in un ambiente dove ognuno sta al suo posto, l’allenatore fa l’allenatore senza interferenze e sottintesi. Un ambiente dove c’è lavoro di un team, Agnelli sceglie chi fa parte di questo team e rispetta le deleghe. Insomma, in poco tempo Sarri capirà ciò che da fuori e da Napoli non poteva capire: perchè la Juve vince, qual è il suo segreto. A me della Champions non è mai importato nulla, io voglio che vinciamo lo scudetto e le partite col Milan. Non metto le mani avanti, dal 1957 vado avanti così.

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  • RECALCATI E LA SCUOLA DEI NUMERI 16 Giugno 2019

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  • FUBINI SPIEGA BENE IL NOSTRO PIL FERMO DA 25 ANNI 15 Giugno 2019

    Hiroo Onoda fu luogotenente nipponico nella seconda guerra mondiale, poi però nel 1945 rifiutò l’idea che il conflitto fosse finito. Restò a combattere i suoi fantasmi su un’isola delle Filippine fino al 1974. Il mondo era andato avanti e lui se l’era perso. Si direbbe che l’Italia in questi anni sia catturata da una specie di sindrome di Onoda: anche noi siamo rimasti a combattere un nemico che non c’è più, l’austerità europea. Guardiamo nella banca dati della Commissione Ue alla situazione del bilancio al netto delle oscillazioni passeggere, delle misure temporanee e degli interessi sul debito (che tra l’altro fino al 2018 erano in calo). Questo zoccolo dei conti rivela che l’Italia in effetti ha vissuto nell’austerità, intesa come stretta di bilancio mentre l’economia è debole: fra il 2009 e il 2013 i governi di Silvio Berlusconi e poi soprattutto di Mario Monti costruirono un surplus nei conti dallo 0,6% al 4,1% del Prodotto lordo; fu doloroso, anche se chi oggi critica quella scelta dovrebbe anche spiegare come altrimenti avrebbe scongiurato un default del Paese dagli effetti ancora peggiori (all’epoca la Banca centrale europea non accettava il ruolo di prestatore di ultima istanza, arrivato solo con Mario Draghi nel 2012).

    Da allora però di austerità non ce n’è più. Né in Italia né, in media, in Europa. L’avanzo primario strutturale, quello zoccolo dei conti, per il governo di Roma è sceso dal 4,1% all’1,2% del reddito nel 2019: abbiamo allentato il bilancio di tre punti, quasi 50 miliardi, riportandolo dove lo aveva lasciato Berlusconi. Anche l’area euro in media ha ammorbidito il suo quadro di bilancio e continua a farlo. Certo, non tutto è a posto. Questi metri non sono impeccabili, anzi. Manca poi un bilancio dell’euro per stabilizzare chi è colpito da una recessione. E Olivier Blanchard, ex capoeconomista del Fondo monetario internazionale, è convincente quando spiega che l’Europa dovrebbe anche rivedere il Patto di stabilità per incoraggiare gli investimenti in ricerca o istruzione pubblica (ma precisa: l’Italia, con il suo debito pubblico, «è un’altra storia»). Eppure la sostanza non cambia. Per l’Italia ormai è tempo di lasciare l’isoletta, perché è semplicemente falso che qualcuno pretenda ancora «austerità». Ciò che si chiede all’Italia è che pian piano si prenda cura dei conti pubblici, invece di metterli su una traiettoria esplosiva: dal 2020 il deficit e il debito stanno salendo davvero troppo in fretta. Piuttosto, se qualcosa colpisce parlando in privato con alcuni dei massimi responsabili europei, è il realismo. I cliché e i pregiudizi sul Paese sono scomparsi. Tutti capiscono che l’Italia nel complesso non ha grossi squilibri finanziari, ha un avanzo negli scambi con l’estero, finanzia il resto del mondo tanto quanto ne è finanziata e da un quarto di secolo il bilancio è in surplus prima di pagare gli interessi. Il problema che preoccupa nel resto d’Europa è che da un quarto di secolo l’Italia non cresce, anzi decresce se si conta la senescenza naturale degli edifici, delle infrastrutture, delle conoscenze. È un caso unico al mondo, ed è su questo che a Bruxelles, a Parigi, a Berlino o a Madrid si vorrebbe vedere un approccio più concreto in Italia. Perché la soluzione non sarà mai nel dare un po’ di ricostituente con un sussidio o uno sgravio fiscale pagato a debito. Il problema non è nei consumi, è nella produzione. Luigi Consiglio di Gea, un consulente, mostra che la Francia ha quasi la stessa produzione manifatturiera dell’Italia con 800 mila addetti in meno. Un addetto in Italia crea 60 mila euro di valore l’anno, in Francia di 73 mila, in Germania di 77 mila. Non perché gli italiani siano pigri, ma perché troppe imprese sono troppo piccole e restano tali perché combattono con i soliti nemici: corruzione, leggi incomprensibili e mutanti, burocrazia, giustizia lenta, energia cara, poco capitale proprio, tecnologia vecchia, rari manager professionali. Nel club europeo tutti sarebbero felici di vedere che questi problemi tornano nell’agenda del Paese. Lo direbbero anche ai leader politici di Roma, ma qui è l’altra grande anomalia: non è mai successo prima che chi comanda in un Paese europeo non abbia alcun contatto con gli altri leader del club e anzi si muova in una propria bolla, mai esposto alle idee e alla conoscenza umana degli altri; anche il greco Alexis Tsipras, pur litigando, aveva scambi costanti con i leader di Berlino o Parigi e ciò alla fine lo ha aiutato. In fondo l’idea della procedura sui conti dell’Italia nasce così: quando un Paese è su una traiettoria pericolosa, ma resta illeggibile, sembra più sicuro metterlo in gabbia. (Federico Fubini, articolo apparso sul Corsera, 15/6/2019)

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  • 2 CANZONETTE RECENTI 12 Giugno 2019

    Il successo di una canzonetta è una cosa davvero misteriosa. I gusti personali sono quanto di più soggettivo esista al mondo. Ci sono fan devoti di Bob Dylan e altri devoti di Povia, tutto è permesso e lecito. Al cuor non si comanda. Basti pensare che gli autori Maurizio Fabrizio e Guido Morra proposero “I migliori anni” a Giorgia e lei, rifiutandola come una cretina, fece la fortuna (grazie all’arrangiamento di Renato Serio) di Renato Zero! Adesso spiego i miei (dis)gusti. A me le parole interessano zero, interessa solo la musica. Di conseguenza non mi piacciono tutti i poeti e scrittori che in Italia si sono dati alla musica senza possedere doti musicali. Da De Andrè a Jovanotti, da Vecchioni a Guccini, la nostra tradizione poggia sui famosi cantautori che prima scrivono lunghissimi testi con “messaggio” incorporato e poi devono trovare qualcuno che aggiunga il vestito di qualche nota. A parte Modugno Bindi Paoli e De Gregori (che nascono musicisti) l’unica eccezione è stato Vasco Rossi che inventa uno slogan (C’è chi dice no, per es.) e vi costruisce intorno la canzone, facendosi aiutare dal grande Guido Elmi o da Gaetano Curreri . Ligabue è il massimo, anzi il minimo, tutte le sue canzoni sono contenute in 4 accordi. Andate su YouTube (Tutto Ligabue in 4 accordi) per convincervi. Fuori da questi accordi, egli copia. “Certe notti” (1995) è “Bed of Roses” (1993) dei Bon Jovi (v. plagimusicali.net). I “copioni”, a causa di impossibilità di scrivere musica, non si contano, Zucchero è un repertorio di plagi continui e reiterati (youtube: Zucchero: i plagi!). Ma anche Antonello Venditti  non scherza. “Altamarea” (1991) copia palesemente “Don’t Dream It’s Over” (1986) dei Crowded House.
    Quando la musica nasce prima, i risultati sono sempre positivi. Per farmi capire, vorrei citare la fortuna di due personaggi. Uno è Maurizio Costanzo. A lui il maestro Morricone affida (?) una sua musica per aggiungervi le parole. Costanzo e Ghigo de Chiara fanno “Se telefonando”. L’altro è il furbo mercante Mogol, al quale Battisti ha affidato le sue melodie indimenticabili. Se le avesse affidate a Giorgio Calabrese non sarebbe stato meglio? Bruno Zambrini (In ginocchio da te), Gene Colonnello (Non ho l’età), Carlo Alberto Rossi (E se domani) sono tre musicisti che hanno fatto la fortuna degli interpreti. 50 anni fa usciva “Senza orario nè bandiera”, un lp dove De Andrè si affidava ai New Trolls per le musiche. Poi si sarebbe affidato alla Pfm. A dimostrazione che un poeta vero sa riconoscere i suoi limiti, discernere una canzone da una poesia. Veniamo ad oggi. Prendiamo Jovanotti e il suo nuovo ep “Jova Beach Party”. Se ascoltate il singolo “Nuova era” , che vanta la collaborazione del producer Dardust (Dario Faini), al profluvio di parole, concetti da liceale…

    E quando io ti guardo mentre passi
    fai vibrare pure i sassi
    col tuo semplice procedere così sicura di te
    mi fai sentire un poeta
    anzi di più un profeta
    che annuncia al mondo l’inizio di una nuova era
    l’inizio di una nuova era
    l’inizio di una nuova era
    l’inizio di una nuova era

    viene giustapposta, dopo più di un minuto, una musica con fiati, una ventina di secondi per far alzare le mani in discoteca. Dopo un minuto e mezzo ricomincia il parlato per un altro minuto. Poi di nuovo la musica, e così via. Adesso, per finire, ascoltatevi “Formidabili quegli anni” di Vecchioni. Però prima immaginate di cantare voi il ritornello con la voce bassa del cantante (Formidabili quegli anni/formidabili quei sogni). Quando dopo la sentirete, direte: ma così la scrivevo pure io.

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  • LA SAGGIA PROPOSTA DI ALBERTO BRAMBILLA, ALTRO CHE FLAT TAX 12 Giugno 2019

    Prendiamo un lavoratore medio che guadagna 1400 euro al mese e che deve imbiancare casa (la stessa cosa vale per lavori idraulici,elettricisti,tappezzieri, meccanici, carrozzieri). Costo dell’intervento 1000 euro. Il copione nazionale è ormai standard: se vuole la fattura sono 1220 euro, ma se non serve o se te la fanno dedurre in 10 anni (un’idiozia della nostra burocrazia) ” il lavoro posso farlo a 900 euro”. Ora, poichè gli italiani non sono nè eroi fiscali e nè tantomeno idioti: “Faccia 900 euro”. Il fornitore non ci paga le tasse, l’Iva, i contributi sociali e vive “a carico” di coloro che le tasse le pagano, mentre il capo famiglia, con i 320 euro risparmiati riesce in quel mese a comprare qualcosa in  più per i bambini e per la casa.

    I SOMMERSI Più di 25 milioni di famiglie comprano una serie di servizi e lavori per la casa, aiuti domestici, mobilità e ccosì via, direttamente dai fornitori finali che sono, oltre ai lavoratori autonomi regolari, un plotone di irregolari, secondo lavoristi, assistiti da ammortizzatori sociali, disoccupati,clandestini e altri. Tolti artigiani e commercianti regolari, possiamo stimare in non meno di 3/4 milioni i “sommersi” che peraltro fanno una spietata concorrenza sleale nei confronti dei regolari. Moltiplicate il numero di famiglie per 3/4 interventi l’anno e per 3/4 milioni di soggetti e vengono fuori 220 milioni di prestazioni “Iva evasa”.; a questi numeri occorre poi sommare le prestazioni fatte dai regolari ma che diventano anche queste in nero per un ovvio motivo di concorrenza e competitività.

    Nel nostro Paese caratterizzato da un’ elevata spesa per il welfare (che incide per il 57% delle entrate totali dello Stato) da un elevato grado di elusione ed evasione fiscale (circa il 20% del Pil comprendendo, oltre alla cosiddetta economia non osservata, quella criminale) e da un enorme debito pubblico, sarà difficile adottare la flat tax. Ecco una proposta alternativa più efficace.

    PROPOSTA Per un periodo limitato di 3 anni tutte le famiglie possono portare in detrazione dalle imposte dell’anno il 50% delle spese effettuate con regolare fattura elettronica  (incrocio dei codici fiscali) nel limite di 5 mila euro annui per una famiglia di 3 componenti che aumenta di 500 euro per ulteriore componente; nel caso di incapienza sono previste misure compensative (asili nodo,mense…). I lavori /servizi detraibili sono: manutenzione della casa (lavori idraulici,elettrici, edili, tappezzerie, mobili), manutenzione di auto, moto e biciclette, piccoli aiuti domestici.

    Risultati: 1) La famiglia, indipendentemente dal reddito,risparmia 2.500 euro di Irpef (è come pagare i lavori, Iva compresa, al 50% che è una bella concorrenza agli irregolari) il che equivale ad una 14^ mensilità che per redditi fino a 35 mila euro (il grosso dei contribuenti come emerge dal report di Itinerari Previdenziali) rappresenta una riduzione del 50%  del cuneo fiscale. 2) Gli irregolari vengono drasticamente ridotti, si inizia un “circolo virtuoso”  e si spezza la catena che nero tira nera; questo è forse il maggiore risultato dell’intera operazione: si riafferma la legalità. 3) lo Stato non fa un guadagno stratosferico anche se le entrate migliorano almeno del 15% che su una evasione tra Iva (per 8 fatture su 10) contributi e imposte pari a circa 160 miliardi vale comunque 24 miliardi (giusto lo sminamento delle clausole di salvaguardia). Oltre ai contributi sociali evasi  (si stimano 20 miliardi l’anno) incassa anche più Irpef, Ires, Irap. (FLAT TAX PERCHE’ NON CONVIENE, di Alberto Brambilla, Corsera Economia,10/6/2019)

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  • TEST: SEI FASCISTA, COMUNISTA O LIBERALE? 10 Giugno 2019

    (Yuval Noah Harari) La narrazione fascista spiegava la storia come una lotta tra le diverse nazioni e prefigurava un mondo dominato da un solo gruppo umano che sottomette tutti gli altri attraverso la violenza. La narrazione comunista spiegava la storia come lotta tra le classi e prefigurava un mondo in cui i gruppi erano tutti uniti da un sistema centralizzato che assicurava l’uguaglianza, anche se a scapito della libertà. La narrazione liberale spiegava la storia come scontro ta libertà e tirannia e prefigurava un mondo in cui tutti gli uomini cooperavano tra loro, con un controllo centrale al minimo, anche se al prezzo di una certa disuguaglianza. La Seconda guerra mondiale e la guerra fredda hanno messo al tappeto la narrazione fascista e comunista, lasciando alla narrazione liberale il ruolo di guida predominante del passato dell’uomo e manuale indispensabile per il futuro del mondo. Almeno così è sembrato per un certo periodo. Negli ultimi anni, tuttavia, un numero crescente di rsponsabili e  movimenti politici hanno contestato elementi chiave del liberalismo. La narrazione liberale è destinata a raggiungere il fascismo e il comunismo nella pattumiera della storia? Anche se ci troviamo di fronte alla sua crisi, difficilmente l’approccio del liberalismo scomparirà. Che cosa sta succedendo, allora? Sta succedendo che il sistema liberale viene considerato come una sorta di un buffet, con diverse pietanze, e ciascun stato decide cosa prendere e cosa lasciare.

    Le pietanze sono le seguenti:

    1) Economia di mercato, privatizzazioni, poche tasse

    2) Elezioni libere, Stato di diritto, diritti delle minoranze

    3) Libertà di scelta, individualismo, diversità, uguaglianza dei sessi.

    4) Libero scambio, integrazione mondiale, diritti di dogana bassi.

    5) Relazioni pacifiche, cooperazione multilaterale, diritto internazionale, organizzazioni internazionali.

    6) Facilità di spostamento per le persone e facilità di immigrazione.

    Per capirci, tutto il mondo in teoria desidera delle relazioni internazionali pacifiche. All’inverso, la sola cosa che quasi nessuno vuole è l’immigrazione. E’ chiaro che il sistema liberale presuppone invece un menu fisso dove le sei pietanze siano presenti tutte e sei, ma stiamo assistendo ad un suo lento sgretolamento perchè ciascun stato intende rinunciare a qualche pietanza (l’ungherese Orban vuole la democrazia ma senza diritti individuali; Trump vuole l’economia di mercato ma sabota il libero scambio a livello mondiale; la Cina vuole la liberalizzazione economica ma non la liberalizzazione politica, e così via…) (“Benvenuti al buffet liberale” da Repubblica, pag. 26, 10/6/2019)

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  • AQUARO E ZUCCONI 9 Giugno 2019

    Il quotidiano “Repubblica” ha perso da poco due fuoriclasse che adesso vorrei ricordare anch’io che sono un semplice lettore. Come mi succede con il calcio io non sono fedele alle squadre ma ai giocatori, per cui Angelo Aquaro, di Martina Franca, lo scoprii sul magazine Sette del Corsera. Lo scoprii perchè mi sembrava strano che uno nella direzione del giornale tenesse una rubrica di musica. “Non aveva ancora 54 anni, ma in fondo era senza età, come può esserlo un folletto impaziente.  Nel suo ufficio mostrava una caricatura disegnata da un collega e amico: occhiali da sole da rocker, una chitarra in mano e la scritta “Aquarius, il vicedirettore elettrico”. La considerava un ritratto fedele”.
    Aquaro, approdato poi a Repubblica, era un numero 1 perchè: aveva cominciato con un settimanale e poi era passato ad un quotidiano, per cui sapeva mettere assieme le due tecniche di lavoro. Aveva viaggiato molto, corrispondente in America e Cina, ed era un uomo- macchina. Cioè uno di quelli che confezionano tutto il giornale stando dietro le quinte. Quando aveva finito il suo lavoro, erano ormai le ore piccole, per rilassarsi sceglieva un brano musicale che inondava la redazione e così faceva scoprire ai colleghi dei pezzi memorabili. Un genio, come Vittorio Zucconi, che era di Modena, del 1944 ed era juventino. Con Zucconi io fui curioso, conoscendo il padre Guglielmo, altro grande giornalista che per primo capì l’importanza della tv commerciale e si mise a lavorare con Berlusca. Poi, ad un certo punto, per non diventare un servo sciocco, lo lasciò. La mia curiosità fu: può un figlio essere all’altezza del padre se fa lo stesso mestiere? La risposta fu, talvolta sì. Ma in casi rari, Sandro Mazzola e Vittorio Zucconi. Non intendo spiegare, sarei ripetitivo, il giornalista giramondo corrispondente da Washington, diventato cittadino italo-americano. No, dico solo che per 22 anni è stato direttore di Radio Capital ed è ascoltandolo verso le 19 al suo TigiZero che l’ho capito sino in fondo. Una trasmissione la sua che rendeva inutile leggere i giornali, o vedere la tv. Bastava ascoltarlo, io lo facevo in macchina, e ti informava su quello che di importante era avvenuto o stava accadendo. I suoi commenti, le sue interviste, esclamazioni, tirate, risate, riempivano la sera e il nostro cervello. Poi passò il testimone a Giannini e allora io capii che c’era qualcosa che non andava. Non ci avrebbe abbandonato mai, altrimenti. E non ci lascerà mai la sua voce rauca ed allegra che ci ha riempito la vita per tanti anni. Grazie Angelo, grazie Vittorio per tutto quello che mi avete dato, qualche raggio di sole nel buio.

    Angelo Aquaro
    Vittorio Zucconi

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