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  • Anagrafe digitale unica in ritardissimo 7 Febbraio 2018

    Nessuno ve ne parlerà mai in campagna elettorale, ma la partita più complessa che si sta giocando è quella che riguarda l’anagrafe digitale unica (Anpr), progetto datato 2011 e che oggi dovrebbe essere già stato abbondantemente completato. Alla data del 29 gennaio (ma il contatore è in continuo aggiornamento) erano appena 50 gli enti che avevano aderito (1.271.146 abitanti totali), con appena 4 capoluoghi di provincia (Modena, Cesena, Ravenna e Lucca). A questi vanno poi aggiunti altri 1.015 comuni in presubentro compresi Torino, Milano, Bologna, Firenze e Cagliari per un totale di altri 7,13 milioni di abitanti. Secondo l’ultimo cronoprogramma stilato da Piacentini (responsabile dell’Anagrafe digitale) entro l’anno tutti gli 8mila comuni italiani dovrebbero essere in rete. «Obiettivo difficilmente realizzabile, è indubbio che anche in questo campo sono stati fatti passi avanti giganteschi, visto che sino all’anno scorso c’era un solo comune che sperimentava l’anagrafe unica, ma questa è una partita troppo complessa. Per cui credo che entro fine anno avremo in rete 2000 comuni o poco di più». L’anagrafe digitale unica, per chi non lo sapesse, superando l’anagrafe di ciascun comune, mette con le spalle al muro i comuni, i quali oggi, avendo ciascuno l’anagrafe non aggiornata, chiedono i soldi sempre e solo agli stessi cittadini censiti. Milioni di persone in tutta Italia sono perfetti sconosciuti e non pagano nessun tributo locale.

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  • La balla dei migranti rimpatriati subito 6 Febbraio 2018
     Il cortocircuito nasce quando i richiedenti asilo si vedono respingere la domanda, impugnano la procedura di espulsione ed escono fuori dal sistema di protezione. «Allora li vedi in giro a cazzeggiare, a non fare nulla, a infastidire le persone a volte, infine a spacciare perché di qualcosa devono vivere. È un vortice nel quale, alla fine, entrano anche le famiglie» .
    Il sindaco pd di Macerata spiega: «.. gli immigrati, in attesa della decisione definitiva sulla loro sorte, non devono diventare delle schegge impazzite. La legalità è un valore che sta dentro la nostra sensibilità, quella del centrosinistra voglio dire. E un sindaco, anche un sindaco del Pd, deve interpretare i bisogni e gli stati d’animo della sua gente». I migranti li rimpatriamo noi, dice Gigino 5stelle.  Guardiamo alla realtà. Nel 2016, gli espulsi sono stati  2.984, ma di questi solo la metà è stata poi effettivamente riportata nel Paese d’origine. Per motivi burocratici  o per mancanza di fondi. Perché, per portar fuori dall’Italia un espulso, ci vogliono circa 4.000 euro, spesa che tiene conto del costo del “biglietto” aereo o della nave per il migrante e per tutte le figure che la legge prevede lo accompagnino nel viaggio: due agenti di scorta a testa, medici, poliziotti. Oltre al noleggio dell’aereo e al carburante.
    Insomma, con un aereo pieno, il viaggio non costerebbe meno di 800.000 euro. Ma la maggior parte delle volte, su un charter  non salgono più di 50 migranti alla volta. E i costi lievitano ancora.
    Anche ammesso che fossero veramente 600.000 i clandestini, per riportarli a «casa loro» ci vorrebbero 8 anni e due mesi. Questo, se il governo riuscisse ogni giorno a metterne 200 su un aereo. Ma per portarli dove?
    Negli ultimi tre anni il numero degli stranieri realmente allontanati dall’Italia è di poco inferiore ai 55mila (quasi 20mila nel 2017 considerando anche i respinti alla frontiera, cioè chi è stato bloccato all’ingresso). Ma di questi solo 18.500, circa uno su tre, sono migranti già presenti in Italia e poi rispediti in patria.
    Il vero vulnus che rallenta la macchina dei rimpatri è la mancanza di accordi con i Paesi d’origine. L’Italia, si sa, ha accordi che funzionano solo con 4 Paesi: Nigeria, Tunisia, Egitto e Marocco. In questi Stati negli ultimi quattro anni l’Italia ha riportato almeno 25mila persone. Ma che ne è degli altri, provenienti dall’Africa subsahariana o da altri Paesi, cui non viene riconosciuto il diritto alla protezione internazionale?
    Guinea, Bangladesh, Costa d’Avorio, Mali, Gambia, Senegal, Sudan sono le nazionalità più ricorrenti tra gli sbarcati. Chi proviene da qui e non ottiene la protezione non può certo essere messo su un aereo e paracadutato in territori che non accettano di veder rientrare chi è espatriato illegalmente. (Polchi e Ziniti, la Repubblica)
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  • Ti obbligo ad ascoltarmi e tu impari? 18 Gennaio 2018

    I convegni sono la pezza d’appoggio per dimostrare il tuo impegno civile. Mi sono occupato di bullismo, di droga, di femminicidio. Come? Con un convegno. Gli ultimi in ordine di tempo sono i giudici della Consulta che andranno nelle scuole per spiegare la Costituzione. Il rituale della “scuola dell’ascolto obbligato” è convinto che la didattica delle prediche coercitive funzioni: io parlo (dal pulpito) tu impari: la Costituzione è bella, la mafia è cattiva, la droga fa male. Ma sia le prediche che i comizi servono a quelli già convinti, ai fedeli. Se ti obbligo a sentire un poeta è difficile che amerai la poesia, o l’arte con un artista, il cinema con un regista, la giustizia con un magistrato. La chiamiamo classe (di studenti), ma sarebbe meglio “claque”, quelli che ascoltano in silenzio. Il bravo insegnante nel 2018 non si chiede: cosa gli dico oggi? ma piuttosto: cosa gli faccio fare oggi? L’ascolto non serve a  far guarire i sordi, che sono la maggioranza. Se le parole causassero buone azioni, non troveremmo in giro più nazisti e dittatori. Se ascolto dimentico, se faccio, capisco e ricordo. 

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  • Meglio soli 16 Gennaio 2018

    Il premier inglese May ha proposto il ministero della Solitudine. Gli storici ricordano che i sindaci di Lamezia quasi sempre hanno avuto un assessorato dei “Mali accompagnati”.

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  • La scuola ricominci dagli orari 7 Gennaio 2018

    L’istituto superiore “Ettore Majorana” di Brindisi ha annunciato l’intenzione di sperimentare l’inizio delle lezioni alle 10, per consentire agli studenti di poter entrare a scuola più riposati. Non sono il solo a pensare che sia la scuola a doversi adeguare ai ritmi degli alunni e non viceversa, per cui ritengo ormai matura la necessità di progettare una scuola che apra alle 9,30 e chiuda alle 17,30 (pausa pranzo di un’ora), dove si studia e si fanno i compiti. Lasciato l’edificio, studenti liberi di non pensare più allo studio. Una scuola come luogo delle lezioni e dello studio, dove si fanno insieme (peer education) quelli che oggi sono i terribili compiti per casa, con insegnanti che pertanto spiegano ma anche osservano i propri alunni mentre apprendono: svolgono esercizi, temi e problemi. Tutti impegni extrascolastici ora delegati ai poveri genitori, spesso al centro del mirino: suo figlio a casa non studia (abbastanza)! I risultati negativi degli alunni vengono infatti sempre addebitati ai genitori (colpevoli di non sorvegliare lo studio a casa dei figli) assolvendo la scuola e i suoi eterni rituali.  Cosa direste di un maestro di tennis che spiega in un’aula i movimenti del gioco e poi invita gli alunni ad esercitarsi a casa? Eppure è quello che fa la tradizionale scuola italiana, nella quale il prof  spiega ed assegna per casa. Si chiama didattica trasmissiva. Per renderla più attraente oggi la scuola viene arricchita da tanti progettini-ini-ini superflui ed inutili (fumo negli occhi). Perchè inutili? Perchè se  un alunno trova difficoltà a fare un tema o un’equazione, ha bisogno di un prof che lo segua da vicino, come farebbe un precettore o… un maestro di tennis. Non migliorerà mai se invece di questa personalizzazione dell’insegnamento gli facciamo fare tante altre cose (teatro, musical, viaggi, convegni…) utili e belle, ma secondarie. Per gustare la marmellata prima devi avere il pane dove stenderla. La scuola è inutile che si trucchi per rendersi più attraente se non ripensa radicalmente la sua didattica e i suoi orari, cosa e come si insegna. Basta saper guardare al di là del proprio naso.

    Spiega lo studente Francesco Gengaroli, in visita ad una scuola finlandese (su edscuola.it): Una lezione scolastica finlandese è composta, generalmente, da 45 minuti di lezione e 15 minuti di intervallo. In questi 15 minuti gli alunni sono fortemente invitati a uscire in giardino e giocare. Pioggia, non pioggia, vento o neve non influenzano questa regolarità. Il tempo dedicato al gioco è un aspetto estremamente importante nella vita scolastica finlandese. I docenti finlandesi godono di un grande prestigio sociale e hanno una notevole autonomia nella progettazione dei loro programmi scolastici e nella scelta dei materiali didattici. Tutto questo è incentivato dal fatto che il loro stipendio medio è molto più elevato rispetto a quello italiano. Inoltre, i docenti finlandesi cercano di differenziare il più possibile i propri metodi d’insegnamento in modo tale da coinvolgere il maggior numero di studenti e facilitare così lo studio. Si studia per imparare e non per passare. Un aspetto importante di tutte le scuole finlandesi sono le Special classes, cioè classi che accolgono studenti con difficoltà di apprendimento o studenti che hanno delle carenze in specifiche materie. Generalmente queste classi sono di piccole dimensioni, molto confortevoli e accolgono gruppi ristretti di alunni. I docenti delle classi speciali hanno una formazione diversa rispetto agli altri insegnanti e, molto spesso, utilizzano strumenti innovativi per favorire una maggiore concentrazione da parte dei propri studenti. La scuola finlandese cerca di spiegare ai propri alunni che qualsiasi persona nella vita può aver bisogno di aiuto, non solo a scuola, ma anche nello sport, nel lavoro, nella musica o in qualsiasi altro ambito. Per questa ragione le classi speciali non vengono considerate dai finlandesi come un modello di esclusione, ma solo uno strumento per valorizzare le potenzialità di ogni singolo studente. Noi ci trastulliamo con le sigle, Bes, Dsa, Pai…

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  • Tonino Iacopetta 1 Gennaio 2018

    Tonino Iacopetta è stato un amico professore che ho avuto modo di conoscere quando facevo ancora il supplente. La notizia della sua scomparsa, nel modo più banale che ci possa essere, mi rende questo capodanno tristissimo perchè con lui se ne va appunto  un uomo acuto e molto intelligente e vanno via anche tutti gli anni che abbiamo trascorso assieme. Io non m’intendo di poesia ma in questi anni l’unico che mi  trasmetteva qualcosa leggendolo era Tonino. Questo ho fatto in tempo a dirglielo. Ci siamo conosciuti perchè lui faceva il presidente alla maturità e allora per esaminare i cd “privatisti” si dovevano chiamare i prof “aggregati”. Per esaminare in “diritto” lui chiamava me e così ben presto, tra me alle prime armi, e lui già esperto, si è creata un’intesa e fiducia tale che i lavori della commissione me li faceva seguire in prima persona sentendosi sollevato da tanti adempimenti burocratici. Fu così che per alcuni anni ci ritrovammo in giro a fare gli esami ed ebbi modo di conoscerlo ed apprezzarlo. Le apparenze ingannano, non lo sapevo ancora, aveva un’aria arcigna ed era invece troppo divertente. La sua preparazione letteraria era straordinaria così, nel momento in cui si trattava di esaminare ragazzi che non sapevano fare una o col bicchiere, Tonino tendeva a non perdere tempo. Insomma, era sbrigativo come se mi dicesse: ma che ci stiamo a fare qui io e te con queste cose? Cosa c’entriamo noi e la cultura con queste bagattelle?  Da lui ho imparato molto, e la prima cosa è stata come trattare con alunni e colleghi: mai prenderli sul serio. E poi tante accortezze come per es. preparare il pacco finale da soli senza essere sopraffatti dalla fretta finale dei commissari. Tutte queste esperienze insieme hanno cementato la nostra stima che gli anni hanno reso ancor più solida. Di Tonino mi resteranno soltanto ricordi belli e divertenti, e l’unico che voglio divulgare a tutti è il seguente. Eravamo a Vibo, ormai affiatati, lui mi delegava i lavori della commissione e ogni mattina contento usciva per recarsi in una libreria vicina. A fine mattinata tornava a scuola e lo vedevamo completamente ricoperto di polvere, perchè era andato alla ricerca di vecchi testi in un deposito inaccessibile della libreria. Questo archeologo della poesia e della cultura che conosceva così bene i testi letterari come le persone, pieno di ragnatele e ingrigito dalla polvere, lo ricordo ancora vivamente come se lo avessi visto l’ultima volta ieri. Ecco, la scuola mi ha fatto conoscere alcune persone straordinarie, e Tonino è stato uno di quelli ai quali ho voluto più bene. Il fatto che, come gli dicevo, capisse poco di politica e di adempimenti formali, era del tutto secondario per un intellettuale che riusciva a parlare con Attilio Bertolucci come se discutesse con me. Addio, pirata della poesia, vissuto a Lamezia accanto a noi in tempi indecifrabili.

    PER FINIRE

    E, per finire, un libro:

    di sole pagine

    bianche.

    Per dare pace

    ai miei pensieri

    stanchi  (da L’Ultima Riva,1998)

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  • Ugo Tognazzi e Antonio Pietrangeli il grande cinema italiano 29 Dicembre 2017

    Una delle scene più memorabili del cinema italiano. Ugo Tognazzi in “Io la conoscevo bene” di Antonio Pietrangeli (1965). Per accontentare l’amico Pietrangeli che ha bisogno del suo nome da far comparire sui cartelloni in un film con una Sandrelli che ancora nessuno conosce, Tognazzi, invece di cantare la canzoncina prevista sul copione, rispolvera un vecchio numero che faceva sui palcoscenici dell’avanspettacolo, lungo la provincia italiana. Impersona Baggini, vecchio comico di rivista imbucato ad una festa in cerca di scritture, e che si lascia umiliare dalla ferocia della star Enrico Maria Salerno. Il quale lo costringe alla gogna di un ballo su un tavolino, per allietare un salotto affollato di cortigiani e attricette. Tra Gassman, Manfredi e Sordi, è Tognazzi infatti con la sua umanità più profonda a far toccare al cinema italiano le vette più alte. Questa scena di pochi minuti lo dimostra in maniera convincente. Pietrangeli a sua volta è stato un grande maestro e questo film resta un capolavoro assoluto

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  • Controcorrente 24 Dicembre 2017

    Augurando a tutti i lettori Buon Natale, propongo un piccolo estratto dell’articolo di Lucrezia Reichlin, economista di riconosciuto valore, sul Corsera di oggi. Tanto per orientarsi e non seguire la corrente del rancore.

    Ma se vogliamo andare al di là della congiuntura dovremmo tenere il faro acceso su questo problema. L’Italia ha una fragilità che altri Paesi europei non hanno proprio per la evidente corrosione della tenuta istituzionale. La discussione sulla crisi bancaria ne è solo l’esempio più recente …

    Si potrebbe cominciare con una raccomandazione all’onorevole Casini affinché in conclusione di questo assurdo spettacolo della Commissione parlamentare sulla crisi bancaria che sembra soprattutto interessata a distruggere la sottosegretaria Boschi invece che a capire cosa non ha funzionato nel nostro sistema di protezione del risparmio, produca raccomandazioni per un rafforzamento di tale sistema e un suo adeguamento alle migliori pratiche internazionali.

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