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  • Vinceranno i Bagatta 26 Febbraio 2018

    Sta per finire la più anomala ed assurda campagna elettorale della Repubblica italiana con i metodi della comunicazione non più verticali (i Capi che parlano ai cittadini, in piazza o in tv) ma orizzontali (i cittadini sulla rete dialogano con tutti). Proprio per questo nessun sondaggista potrà  fare previsioni affidabili dei risultati. Quelli come me credevano di aver già toccato il fondo, il male assoluto in ordine sono stati  Scelba (1960), poi  Fanfani (1974), poi Andreotti e Craxi, infine Berlusconi. Ma la storia da tragica si trasforma in farsa e certo non immaginavamo che saremmo scesi giù sino a “Vaffa il Comico che non fa ridere” e ai suoi megafoni come l’Inquisitore  Travaglio. E a tutti gli imbecilli che credono di poter negoziare (in streaming?) con “Giggino il congiuntivo”. Si andrà a votare con la pancia, dove dentro ci stanno tutte le paure instillate dai mostri. Come al referendum del 4 dicembre si voterà contro Qualcuno per non cambiare nulla. Noi italiani, ricordatelo sempre, stiamo bene così. Noi ci lamentiamo, ma il nostro vero incubo è cambiare lo status quo, diventare un paese normale, dove si vota e conosci il vincitore, un governo governa per 5 anni, la magistratura non ha mai l’ultima parola su tutto, si pagano le tasse e gli evasori vanno in galera, le opere pubbliche si fanno nei tempi stabiliti, la scuola serve per trovare lavoro, il Bel paese attira turisti che accogliamo senza spellarli. Io temo che per esempio avremo ministro dello Sport un Guido Bagatta, l’esperto di basket più spernacchiato sul web, esperto di nulla, da sempre. Ha scritto Sergio Fabbrini: Come si fa a non essere preoccupati per l’esito delle prossime elezioni parlamentari? L’Italia è a un bivio. Il 4 marzo deciderà quale direzione prendere. Verso l’occidente rappresentato da un’eurozona in grado di governare la propria integrazione monetaria ed economica (l’Europa di Ventotene) oppure verso l’oriente rappresentato da un’associazione di stati prigionieri dei propri umori nazionalisti e sovranisti (l’Europa di Visegrad). Si tratta di due Europe non compatibili. 

    PS: se volete avere un’idea di quel che siamo (davvero) guardatevi su “youtube” la puntata HBO di LAST WEEK TONIGHT del comico inglese John Oliver dedicata alle elezioni italiane. Adesso è in inglese, ma verrà tradotta. Ah, dimenticavo, l’Italia sarà un paese normale quando, oltre all’italiano e ai dialetti, sapremo parlare correntemente l’inglese. Ma i giudici non vogliono.

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  • Meglio una candela oggi 17 Febbraio 2018

    “Meglio una candela oggi che maledire il buio domani”. Walter Veltroni rispolvera una vecchia citazione che non ha ormai più alcun significato. Il fatto è che ognuno si considera oggi la candela. E tutti gli altri sono il buio. Il giochetto del “ma anche” di veltroniana memoria è miseramente fallito nell’epoca in tutto si tiene ma le scelte devono essere nette. Per es., volere allo stesso tempo un governo che decida e un parlamento che in modo rigoroso controlli, non significa nulla di nulla. Un’idea deve prevalere, rafforziamo il governo o il parlamento? Dividiamoci

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  • Sacal cosa siamo per i catanzaresi (2) 14 Febbraio 2018

    (intercettazione telefonica tra il presidente Massimo Colosimo e la responsabile degli affari legali, Ester Michienzi)
    Michienzi : “…tu gli devi dire che abbiamo fatto una convention con dei relatori……tanto loro non hanno nessun contatto perchè sono dei lametini di merda e non hanno nessun contatto con gli altri aeroporti”.

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  • Sacal cosa pensano di noi i catanzaresi 13 Febbraio 2018

    PIÙ STUPIDI SONO… In una intercettazione effettuata dai militari della Guardia di finanza di Lamezia Terme a giugno 2015 Colosimo e Noto parlano proprio della nomina di Emanuele Ionà.
    Colosimo: …e gli altri nominano a coso di nuovo, a Ionà, che per certi versi… per noi è meglio
    Noto: Eh sì lui è compare di coso, di Mascaro
    Colosimo: Eh sì per noi va bene, che più stupidi sono…
    Noto: Sì ma poi alla fine è una persona che si mette a disposizione con noi… l’altro invece è pericoloso (si riferiscono ad Arena, all’epoca componente del cda per conto del Comune).

    (da Corriere della Calabria, 13/2/2018, Alessia Truzzolillo)

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  • A. De Nicola La verità sulle pensioni 12 Febbraio 2018

    Anche dopo la riforma del 2011, il Belpaese è tra gli Stati Ocse ( l’organizzazione dei paesi ricchi) quello che spende di più in pensioni in proporzione al Pil, il 15,5%, il doppio della media. Poiché ogni tanto qualcuno obietta che i pensionati italiani pagano le tasse su quanto ricevono mentre in qualche altro posto ciò non accade, l’Ocse si è preso la briga di calcolare l’incidenza sul Pil al netto del prelievo fiscale: siamo sempre i primi.

    E come se la cavano i pensionati? L’età media effettiva di pensionamento è in Italia ancora tra le più basse dell’Ocse, 62,1 anni per gli uomini e 61,3 per le donne (nelle altre nazioni è tra i 65 e i 66 anni). Invero, benché un certo allarmismo dilaghi, chi in Italia si ritirerà dopo una vita lavorativa completa beneficerà in media di una percentuale molto alta dello stipendio, l’81,3% contro il 53% dei paesi Ocse ( dove la previdenza privata complementare ha più peso). Inoltre, il pensionato italiano gode di una situazione ottima (solo in Spagna e Francia è migliore) quanto al confronto con il reddito medio del resto della popolazione attiva: guadagna quasi il 100%. In questo sistema già molto tutelante e un po’ in bilico, abolire in toto la Fornero secondo la Ragioneria generale dello Stato porterebbe a spese superiori a 350 miliardi fino al 2060, quasi 9 miliardi all’anno. 

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  • Galli della Loggia: Perchè mai un Paese così… 11 Febbraio 2018

     <È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di Facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

    Ma perché mai un Paese così — e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale — perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? > (Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della sera)

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  • Tra il dire e il fare c’è il locale 10 Febbraio 2018

    Il dramma di tanti cittadini che tentano, per antico vizio, di informarsi sulle vicende politiche italiane, a me pare che stia nel mettere insieme il piano globale (idee) con quello locale. C’è un piano generale italiano dove una frattura è netta e percepibile. Da un lato partiti che parlano come se l’Italia fosse un paese del tutto indipendente, dall’altro  partiti  che sanno come l’Italia stia in Europa e sia perciò interdipendente. Il fatto è che, in tutte le nazioni, la fondamentale divisione politica è sempre meno rappresentata dalla frattura tra partiti di sinistra e partiti di destra e sempre di più tra partiti che vogliono fermare il processo di integrazione europea e partiti che vogliono rafforzarlo. Poi c’è il piano locale, il territorio, le città, i paesi, in cui uno vive, e quindi c’è la politica “vicina”, quella praticata. Per fare un esempio a noi vicino, in Calabria c’è la giunta regionale Oliverio, cioè quello sfacelo che vedono tutti, con una burocrazia che fa il bello e il cattivo tempo sino ad aver reso prigioniero l’unico esponente serio che è il prof. Viscomi.  Come potrebbero appassionarsi alla vita pubblica i cittadini che condividono quell’orizzonte largo, europeista, i quali magari il 4 dicembre hanno votato SI al referendum, se nelle regioni o a livello locale le idee riformiste sono appaltate a vecchi arnesi o persone impresentabili? Non è un fenomeno nuovo, anzi è molto antico e tutti i partiti hanno sempre declinato male sul territorio, con le proprie rappresentanze e delegazioni, politiche nazionali incarnate in un leader magari convincente e positivo. E’ stato il modello dc, al centro Moro in periferia i ras alla Gava. Ma oggi tutte queste contraddizioni tra la politica nazionale, quella espressa in tv, e le facce che appaiono sui territori appaiono insanabili. Come quelle squadre di calcio che cambiano gli allenatori mentre i giocatori restano sempre gli stessi, la politica italiana si contorce su sè stessa e gli resta impossibile rinnovarsi se prima non ha provato lo sfascio. Poi, quando comincierà la guerra si dovrà trovare come sempre un Winston Churchill per affidarvisi (e in quel caso si  comprenderà come ogni statista sia stato e sarà sempre uomo o donna solo al comando)

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  • Come si manda un Comune in dissesto? 9 Febbraio 2018

    Su 84 comuni in crisi finanziaria ben oltre la metà (il 60,7%)  si concentra in due Regioni, Calabria (25 enti) e Campania (24 enti di cui 16 nella provincia di Caserta). Al 28 giugno 2016 ben 146 comuni erano in pre-dissesto di cui 10 province. I picchi in Calabria (29) Sicilia (25) Campania (18). In Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli e Veneto non risulta neppure un caso di dissesto. Quindi come si vede non può applicarsi il “così fan tutti”. Per tanti anni i comuni italiani hanno potuto redigere bilanci fasulli dove sotto la voce entrate si mettevano cifre inventate che giustificavano le uscite. La voce più usata è stata “multe”, ma il discorso è lo stesso per tutti i tributi locali. Cento euro di crediti per “multe”, secondo la norma in vigore prima del 2015, erano considerati dai comuni, nei bilanci preventivi,  come se fossero tutti incassabili nell’esercizio in corso. Era quella voce di 100 nell’attivo che offriva la copertura necessaria per poter  sostenere spese di pari importo. Cioè pur sapendo che a fronte di ogni 100 euro per le multe solo 20 sarebbero entrati davvero, gli amministratori hanno continuato a spenderne 100. Generando ogni anno un buco di bilancio legalizzato. Il contrario di quanto farebbe un buon padre di famiglia. Dal 2015 i nodi sono venuti al pettine perché il Ministero dell’Economia su impulso dell’Ue non ha potuto più tollerare i falsi in bilancio ed ha imposto ai comuni un’operazione di ripulitura dei conti ed inoltre un principio molto vicino al bilancio di cassa, cioè spendi ciò che realmente hai in cassa e non quanto prevedi di incassare. Ci sono state gravissime eccezioni fatte per evitare che la Corte dei Conti se la prendesse con i politici-amministratori. Per i 13 miliardi di debito accumulati dal comune di Roma (Too big to fail)  con Rutelli e Veltroni, invece di commissariare il Comune si è commissariato il debito. Per il buco di bilancio di Reggio Calabria si è ricorso allo scioglimento per infiltrazioni mafiose evitando il dissesto che avrebbe avuto conseguenze più nefaste per il ceto politico locale.

    (Italia allo specchio, il dna degli italiani anno 2017 seconda parte, di Antonio Giangrande)

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