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  • Galli della Loggia: Perchè mai un Paese così… 11 Febbraio 2018

     <È lungo l’elenco delle nostre colpe sulle quali preferiamo sorvolare. Giusto per dare un’idea e senza nessun ordine: siamo una società che non va abbastanza a scuola perché ha tassi altissimi di abbandono scolastico, e che a scuola consegue in genere pessimi risultati; che ha pochi studenti universitari; che non ha dimestichezza con le biblioteche, con i concerti, con le sale cinematografiche; che non legge né libri né giornali. In compenso guardiamo smisuratamente la tv, stiamo sempre con in mano uno smartphone, ci abboffiamo di selfie, di Facebook e chattiamo freneticamente, immersi ad ogni istante in un oceano di chiacchiere e di immagini che alimentano un incontenibile narcisismo di massa. Non meraviglia che nel campo tecnico-scientifico, pur vantando alcune eccellenze, però non riusciamo più a produrre idee come un tempo se è vero che il numero delle domande di brevetti è in Italia la metà della media europea. La nostra vita pubblico-amministrativa è poi segnata da una corruzione vastissima e capillare. Ogni opera pubblica in Italia costa molto più che altrove, un appalto su tre è truccato, le pensioni d’invalidità false non si contano. Egualmente generale e incontenibile è il disprezzo per la legalità fiscale e per ogni altra forma di legalità: appena l’1 per cento dei contribuenti denuncia un reddito superiore ai 100 mila euro; quasi il 30 per cento di tutta l’Iva evasa in Europa è evasa in Italia; per certi tipi di merci e servizi i pagamenti in nero, senza ricevuta fiscale e in denaro contante per non lasciare traccia sono la regola; in buona parte dell’Italia meridionale le polizze automobilistiche arrivano ad avere un costo più alto fino al doppio rispetto alle regioni del centro-nord in ragione delle truffe di massa organizzate contro le società d’assicurazione.

    Ma perché mai un Paese così — e le cose stanno proprio così o forse anche peggio, visto che l’elenco di cui sopra è certamente parziale — perché mai un Paese così, mi chiedo, dovrebbe avere una classe politica diversa da quella che ha, dei candidati al Parlamento diversi da quelli che gli sono stati appena somministrati dai partiti? > (Ernesto Galli della Loggia, dal Corriere della sera)

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  • Tra il dire e il fare c’è il locale 10 Febbraio 2018

    Il dramma di tanti cittadini che tentano, per antico vizio, di informarsi sulle vicende politiche italiane, a me pare che stia nel mettere insieme il piano globale (idee) con quello locale. C’è un piano generale italiano dove una frattura è netta e percepibile. Da un lato partiti che parlano come se l’Italia fosse un paese del tutto indipendente, dall’altro  partiti  che sanno come l’Italia stia in Europa e sia perciò interdipendente. Il fatto è che, in tutte le nazioni, la fondamentale divisione politica è sempre meno rappresentata dalla frattura tra partiti di sinistra e partiti di destra e sempre di più tra partiti che vogliono fermare il processo di integrazione europea e partiti che vogliono rafforzarlo. Poi c’è il piano locale, il territorio, le città, i paesi, in cui uno vive, e quindi c’è la politica “vicina”, quella praticata. Per fare un esempio a noi vicino, in Calabria c’è la giunta regionale Oliverio, cioè quello sfacelo che vedono tutti, con una burocrazia che fa il bello e il cattivo tempo sino ad aver reso prigioniero l’unico esponente serio che è il prof. Viscomi.  Come potrebbero appassionarsi alla vita pubblica i cittadini che condividono quell’orizzonte largo, europeista, i quali magari il 4 dicembre hanno votato SI al referendum, se nelle regioni o a livello locale le idee riformiste sono appaltate a vecchi arnesi o persone impresentabili? Non è un fenomeno nuovo, anzi è molto antico e tutti i partiti hanno sempre declinato male sul territorio, con le proprie rappresentanze e delegazioni, politiche nazionali incarnate in un leader magari convincente e positivo. E’ stato il modello dc, al centro Moro in periferia i ras alla Gava. Ma oggi tutte queste contraddizioni tra la politica nazionale, quella espressa in tv, e le facce che appaiono sui territori appaiono insanabili. Come quelle squadre di calcio che cambiano gli allenatori mentre i giocatori restano sempre gli stessi, la politica italiana si contorce su sè stessa e gli resta impossibile rinnovarsi se prima non ha provato lo sfascio. Poi, quando comincierà la guerra si dovrà trovare come sempre un Winston Churchill per affidarvisi (e in quel caso si  comprenderà come ogni statista sia stato e sarà sempre uomo o donna solo al comando)

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  • Come si manda un Comune in dissesto? 9 Febbraio 2018

    Su 84 comuni in crisi finanziaria ben oltre la metà (il 60,7%)  si concentra in due Regioni, Calabria (25 enti) e Campania (24 enti di cui 16 nella provincia di Caserta). Al 28 giugno 2016 ben 146 comuni erano in pre-dissesto di cui 10 province. I picchi in Calabria (29) Sicilia (25) Campania (18). In Emilia Romagna, Trentino Alto Adige, Friuli e Veneto non risulta neppure un caso di dissesto. Quindi come si vede non può applicarsi il “così fan tutti”. Per tanti anni i comuni italiani hanno potuto redigere bilanci fasulli dove sotto la voce entrate si mettevano cifre inventate che giustificavano le uscite. La voce più usata è stata “multe”, ma il discorso è lo stesso per tutti i tributi locali. Cento euro di crediti per “multe”, secondo la norma in vigore prima del 2015, erano considerati dai comuni, nei bilanci preventivi,  come se fossero tutti incassabili nell’esercizio in corso. Era quella voce di 100 nell’attivo che offriva la copertura necessaria per poter  sostenere spese di pari importo. Cioè pur sapendo che a fronte di ogni 100 euro per le multe solo 20 sarebbero entrati davvero, gli amministratori hanno continuato a spenderne 100. Generando ogni anno un buco di bilancio legalizzato. Il contrario di quanto farebbe un buon padre di famiglia. Dal 2015 i nodi sono venuti al pettine perché il Ministero dell’Economia su impulso dell’Ue non ha potuto più tollerare i falsi in bilancio ed ha imposto ai comuni un’operazione di ripulitura dei conti ed inoltre un principio molto vicino al bilancio di cassa, cioè spendi ciò che realmente hai in cassa e non quanto prevedi di incassare. Ci sono state gravissime eccezioni fatte per evitare che la Corte dei Conti se la prendesse con i politici-amministratori. Per i 13 miliardi di debito accumulati dal comune di Roma (Too big to fail)  con Rutelli e Veltroni, invece di commissariare il Comune si è commissariato il debito. Per il buco di bilancio di Reggio Calabria si è ricorso allo scioglimento per infiltrazioni mafiose evitando il dissesto che avrebbe avuto conseguenze più nefaste per il ceto politico locale.

    (Italia allo specchio, il dna degli italiani anno 2017 seconda parte, di Antonio Giangrande)

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  • Anagrafe digitale unica in ritardissimo 7 Febbraio 2018

    Nessuno ve ne parlerà mai in campagna elettorale, ma la partita più complessa che si sta giocando è quella che riguarda l’anagrafe digitale unica (Anpr), progetto datato 2011 e che oggi dovrebbe essere già stato abbondantemente completato. Alla data del 29 gennaio (ma il contatore è in continuo aggiornamento) erano appena 50 gli enti che avevano aderito (1.271.146 abitanti totali), con appena 4 capoluoghi di provincia (Modena, Cesena, Ravenna e Lucca). A questi vanno poi aggiunti altri 1.015 comuni in presubentro compresi Torino, Milano, Bologna, Firenze e Cagliari per un totale di altri 7,13 milioni di abitanti. Secondo l’ultimo cronoprogramma stilato da Piacentini (responsabile dell’Anagrafe digitale) entro l’anno tutti gli 8mila comuni italiani dovrebbero essere in rete. «Obiettivo difficilmente realizzabile, è indubbio che anche in questo campo sono stati fatti passi avanti giganteschi, visto che sino all’anno scorso c’era un solo comune che sperimentava l’anagrafe unica, ma questa è una partita troppo complessa. Per cui credo che entro fine anno avremo in rete 2000 comuni o poco di più». L’anagrafe digitale unica, per chi non lo sapesse, superando l’anagrafe di ciascun comune, mette con le spalle al muro i comuni, i quali oggi, avendo ciascuno l’anagrafe non aggiornata, chiedono i soldi sempre e solo agli stessi cittadini censiti. Milioni di persone in tutta Italia sono perfetti sconosciuti e non pagano nessun tributo locale.

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  • La balla dei migranti rimpatriati subito 6 Febbraio 2018
     Il cortocircuito nasce quando i richiedenti asilo si vedono respingere la domanda, impugnano la procedura di espulsione ed escono fuori dal sistema di protezione. «Allora li vedi in giro a cazzeggiare, a non fare nulla, a infastidire le persone a volte, infine a spacciare perché di qualcosa devono vivere. È un vortice nel quale, alla fine, entrano anche le famiglie» .
    Il sindaco pd di Macerata spiega: «.. gli immigrati, in attesa della decisione definitiva sulla loro sorte, non devono diventare delle schegge impazzite. La legalità è un valore che sta dentro la nostra sensibilità, quella del centrosinistra voglio dire. E un sindaco, anche un sindaco del Pd, deve interpretare i bisogni e gli stati d’animo della sua gente». I migranti li rimpatriamo noi, dice Gigino 5stelle.  Guardiamo alla realtà. Nel 2016, gli espulsi sono stati  2.984, ma di questi solo la metà è stata poi effettivamente riportata nel Paese d’origine. Per motivi burocratici  o per mancanza di fondi. Perché, per portar fuori dall’Italia un espulso, ci vogliono circa 4.000 euro, spesa che tiene conto del costo del “biglietto” aereo o della nave per il migrante e per tutte le figure che la legge prevede lo accompagnino nel viaggio: due agenti di scorta a testa, medici, poliziotti. Oltre al noleggio dell’aereo e al carburante.
    Insomma, con un aereo pieno, il viaggio non costerebbe meno di 800.000 euro. Ma la maggior parte delle volte, su un charter  non salgono più di 50 migranti alla volta. E i costi lievitano ancora.
    Anche ammesso che fossero veramente 600.000 i clandestini, per riportarli a «casa loro» ci vorrebbero 8 anni e due mesi. Questo, se il governo riuscisse ogni giorno a metterne 200 su un aereo. Ma per portarli dove?
    Negli ultimi tre anni il numero degli stranieri realmente allontanati dall’Italia è di poco inferiore ai 55mila (quasi 20mila nel 2017 considerando anche i respinti alla frontiera, cioè chi è stato bloccato all’ingresso). Ma di questi solo 18.500, circa uno su tre, sono migranti già presenti in Italia e poi rispediti in patria.
    Il vero vulnus che rallenta la macchina dei rimpatri è la mancanza di accordi con i Paesi d’origine. L’Italia, si sa, ha accordi che funzionano solo con 4 Paesi: Nigeria, Tunisia, Egitto e Marocco. In questi Stati negli ultimi quattro anni l’Italia ha riportato almeno 25mila persone. Ma che ne è degli altri, provenienti dall’Africa subsahariana o da altri Paesi, cui non viene riconosciuto il diritto alla protezione internazionale?
    Guinea, Bangladesh, Costa d’Avorio, Mali, Gambia, Senegal, Sudan sono le nazionalità più ricorrenti tra gli sbarcati. Chi proviene da qui e non ottiene la protezione non può certo essere messo su un aereo e paracadutato in territori che non accettano di veder rientrare chi è espatriato illegalmente. (Polchi e Ziniti, la Repubblica)
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  • Ti obbligo ad ascoltarmi e tu impari? 18 Gennaio 2018

    I convegni sono la pezza d’appoggio per dimostrare il tuo impegno civile. Mi sono occupato di bullismo, di droga, di femminicidio. Come? Con un convegno. Gli ultimi in ordine di tempo sono i giudici della Consulta che andranno nelle scuole per spiegare la Costituzione. Il rituale della “scuola dell’ascolto obbligato” è convinto che la didattica delle prediche coercitive funzioni: io parlo (dal pulpito) tu impari: la Costituzione è bella, la mafia è cattiva, la droga fa male. Ma sia le prediche che i comizi servono a quelli già convinti, ai fedeli. Se ti obbligo a sentire un poeta è difficile che amerai la poesia, o l’arte con un artista, il cinema con un regista, la giustizia con un magistrato. La chiamiamo classe (di studenti), ma sarebbe meglio “claque”, quelli che ascoltano in silenzio. Il bravo insegnante nel 2018 non si chiede: cosa gli dico oggi? ma piuttosto: cosa gli faccio fare oggi? L’ascolto non serve a  far guarire i sordi, che sono la maggioranza. Se le parole causassero buone azioni, non troveremmo in giro più nazisti e dittatori. Se ascolto dimentico, se faccio, capisco e ricordo. 

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  • Meglio soli 16 Gennaio 2018

    Il premier inglese May ha proposto il ministero della Solitudine. Gli storici ricordano che i sindaci di Lamezia quasi sempre hanno avuto un assessorato dei “Mali accompagnati”.

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  • La scuola ricominci dagli orari 7 Gennaio 2018

    L’istituto superiore “Ettore Majorana” di Brindisi ha annunciato l’intenzione di sperimentare l’inizio delle lezioni alle 10, per consentire agli studenti di poter entrare a scuola più riposati. Non sono il solo a pensare che sia la scuola a doversi adeguare ai ritmi degli alunni e non viceversa, per cui ritengo ormai matura la necessità di progettare una scuola che apra alle 9,30 e chiuda alle 17,30 (pausa pranzo di un’ora), dove si studia e si fanno i compiti. Lasciato l’edificio, studenti liberi di non pensare più allo studio. Una scuola come luogo delle lezioni e dello studio, dove si fanno insieme (peer education) quelli che oggi sono i terribili compiti per casa, con insegnanti che pertanto spiegano ma anche osservano i propri alunni mentre apprendono: svolgono esercizi, temi e problemi. Tutti impegni extrascolastici ora delegati ai poveri genitori, spesso al centro del mirino: suo figlio a casa non studia (abbastanza)! I risultati negativi degli alunni vengono infatti sempre addebitati ai genitori (colpevoli di non sorvegliare lo studio a casa dei figli) assolvendo la scuola e i suoi eterni rituali.  Cosa direste di un maestro di tennis che spiega in un’aula i movimenti del gioco e poi invita gli alunni ad esercitarsi a casa? Eppure è quello che fa la tradizionale scuola italiana, nella quale il prof  spiega ed assegna per casa. Si chiama didattica trasmissiva. Per renderla più attraente oggi la scuola viene arricchita da tanti progettini-ini-ini superflui ed inutili (fumo negli occhi). Perchè inutili? Perchè se  un alunno trova difficoltà a fare un tema o un’equazione, ha bisogno di un prof che lo segua da vicino, come farebbe un precettore o… un maestro di tennis. Non migliorerà mai se invece di questa personalizzazione dell’insegnamento gli facciamo fare tante altre cose (teatro, musical, viaggi, convegni…) utili e belle, ma secondarie. Per gustare la marmellata prima devi avere il pane dove stenderla. La scuola è inutile che si trucchi per rendersi più attraente se non ripensa radicalmente la sua didattica e i suoi orari, cosa e come si insegna. Basta saper guardare al di là del proprio naso.

    Spiega lo studente Francesco Gengaroli, in visita ad una scuola finlandese (su edscuola.it): Una lezione scolastica finlandese è composta, generalmente, da 45 minuti di lezione e 15 minuti di intervallo. In questi 15 minuti gli alunni sono fortemente invitati a uscire in giardino e giocare. Pioggia, non pioggia, vento o neve non influenzano questa regolarità. Il tempo dedicato al gioco è un aspetto estremamente importante nella vita scolastica finlandese. I docenti finlandesi godono di un grande prestigio sociale e hanno una notevole autonomia nella progettazione dei loro programmi scolastici e nella scelta dei materiali didattici. Tutto questo è incentivato dal fatto che il loro stipendio medio è molto più elevato rispetto a quello italiano. Inoltre, i docenti finlandesi cercano di differenziare il più possibile i propri metodi d’insegnamento in modo tale da coinvolgere il maggior numero di studenti e facilitare così lo studio. Si studia per imparare e non per passare. Un aspetto importante di tutte le scuole finlandesi sono le Special classes, cioè classi che accolgono studenti con difficoltà di apprendimento o studenti che hanno delle carenze in specifiche materie. Generalmente queste classi sono di piccole dimensioni, molto confortevoli e accolgono gruppi ristretti di alunni. I docenti delle classi speciali hanno una formazione diversa rispetto agli altri insegnanti e, molto spesso, utilizzano strumenti innovativi per favorire una maggiore concentrazione da parte dei propri studenti. La scuola finlandese cerca di spiegare ai propri alunni che qualsiasi persona nella vita può aver bisogno di aiuto, non solo a scuola, ma anche nello sport, nel lavoro, nella musica o in qualsiasi altro ambito. Per questa ragione le classi speciali non vengono considerate dai finlandesi come un modello di esclusione, ma solo uno strumento per valorizzare le potenzialità di ogni singolo studente. Noi ci trastulliamo con le sigle, Bes, Dsa, Pai…

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