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  • FRASI 14 Ottobre 2018

    (GUIDO DAVICO BONINO) A te cosa infastidisce? « Il rumore. Ma tutto oggi è rumore. Un brusio privo di senso. Ho compiuto poche settimane fa 80 anni e se penso ai compleanni tondi di dieci o venti anni fa, mai, dico mai, mi sarei aspettato di precipitare in questo tempo buio. Sono desolato e non so più a quale chiodo appendere le mie giustificazioni. A volte dò la colpa alla vecchiaia: Dico: sono io che non vedo e non capisco. Sono io che non mi aspetto più nulla dal futuro. Ma so che non è vero. Perché il malessere serpeggia in tutti. E allora cresce il rumore. Pare un circolo vizioso».

    DA TWITTER Bambino di IV elementare inciampa con penna e foglio e per sbaglio scrive un libro di Fabio Volo (anonimo, Corrieredelcorsaro.it)

    Il 97% dei miei calzini ha perso la propria metà ma non va a scrivere frasi sdolcinate sui social (alcolicesimo, Tumblr)

    Quando la presenza si fa assenza, allora il cuore deve capire che…No niente mi sono incartato.W la figa (anonimo, Facciabuco.com)

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  • RICOLFI- COME IL GOVERNO GOVERNA CON LE PAROLE 10 Ottobre 2018

    Sul piano dei contenuti, questo governo non somiglia granché a nessun governo del passato. I governi del passato, infatti, o guardavano a sinistra, o guardavano a destra, o si barcamenavano fra destra e sinistra, alla ricerca di un compromesso, di un punto di equilibrio. Ora no: a giudicare dai programmi e dai primi atti questo governo cerca di essere, al tempo stesso, molto di destra e molto di sinistra, a settimane alterne. Ora un colpo inferto ai migranti (blocco dei porti alle Ong), ora un colpo inferto alle imprese (decreto dignità). In attesa del colpo definitivo, quello ai conti dello Stato (flat tax e reddito di cittadinanza).

    Quel che più mi colpisce, però, non è la somiglianza con il passato nell’abuso dei decreti legge; quel che mi colpisce è l’abuso manipolatorio delle parole, accuratamente scelte per indorare la pillola che viene somministrata ai cittadini, nascondendo la sostanza di cui è fatta. Faccio tre esempi.

    Pensioni d’oro. Nell’immaginario collettivo una pensione d’oro è una pensione di importo altissimo, non giustificata dal lavoro e dai meriti del beneficiario, tipicamente percepita da un membro della “casta”. Nelle dichiarazioni dei Cinque Stelle, e nel discorso di insediamento del presidente Conte, il concetto è stato esteso a chiunque percepisca una pensione alta con una componente retributiva. Ma alta quanto? Ancora a giugno Di Maio e Conte assicuravano che il taglio dei compensi avrebbe riguardato solo le pensioni sopra i 5000 euro netti. Poi, qualche settimana fa si è cominciato a parlare di 4-5000 euro, senza specificare se netti o lordi. Negli ultimi giorni la soglia è scesa a 4000 euro. Così un provvedimento, più o meno condivisibile, che colpisce (retroattivamente) i ceti medio-alti, viene presentato come sacrosanto intervento contro gli ingiustificati e intollerabili privilegi della “casta”.

    Decreto dignità. Se si vara un decreto “a tutela della dignità dei lavoratori e delle imprese” ci si aspetta che esso intervenga con urgenza per impedire violazioni della dignità di questi due soggetti. Ma se mi si parla di “dignità”, e per di più si aggiunge che l’intervento ha carattere di “straordinaria necessità e urgenza”, a me vengono in mente fenomeni come la richiesta del pizzo (che offende la dignità delle imprese), e il caporalato nelle campagne (che offende la dignità dei lavoratori). In questo secondo caso, data la stagione estiva, sussisterebbe anche il requisito di urgenza. Pensate che bello: dopo anni in cui tutti i governi hanno preferito chiudere un occhio, il governo giallo-verde decide di stroncare il caporalato, ispezionare i campi e le baraccopoli, garantire ai lavoratori (spesso immigrati dall’Africa, quasi sempre privi di contratto) condizioni di lavoro e di salario umane. E invece no: se andate a leggere il decreto dignità, in mezzo a un guazzabuglio di norme che con il lavoro nulla hanno a che fare, quel che trovate sono soprattutto norme che rendono un po’ più difficile e costoso per le imprese attivare alcuni tipi di contratto perfettamente regolari, e che certo non offendono la dignità del lavoratore.

    Reddito di cittadinanza. Non sappiamo ancora che forma prenderà il reddito di cittadinanza, se e quando verrà varato. Ma già sappiamo, perché esistono progetti e disegni di legge, che non sarà un reddito di cittadinanza, ma una normalissima misura di reddito minimo per le famiglie povere. Per reddito di cittadinanza si intende un reddito dato a ogni individuo (anche ai ricchi) senza alcuna condizione. Per reddito minimo si intende un reddito dato esclusivamente alle famiglie povere, sotto condizioni stringenti: ricerca attiva di un lavoro, corsi di formazione, prestazioni di lavoro gratuite, disponibilità ad accettare offerte di lavoro. Le proposte dei Cinque stelle sono proposte di reddito minimo, camuffate da reddito di cittadinanza. La loro filosofia è molto simile a quella del reddito di inclusione varato dal Pd, con due sole differenze: tante nuove assunzioni nei centri per l’impiego, molti più soldi (se troveranno le coperture) ai beneficiari. Ed è curioso che il Pd continui a dire che reddito di cittadinanza significa “dare i soldi alla gente perché non lavori”, anziché andare a vedere che cosa effettivamente c’è scritto nei progetti del Movimento Cinque Stelle.

    A che serve chiamare reddito di cittadinanza quello che ovunque, in Europa e nella letteratura scientifica, si chiama reddito minimo?

    Dal punto di vista del Pd serve a differenziare il Pd stesso dai Cinque Stelle (noi vogliamo creare posti di lavoro, voi volete tenere la gente a casa). Dal punto di vista dei Cinque stelle serve a nascondere la sostanza economica della loro proposta, che peraltro è la medesima del reddito di inclusione del Pd: sussidiare il Mezzogiorno. Chiamandolo “reddito di cittadinanza” se ne sottolinea il carattere universalistico, di provvedimento equo in quanto rivolto a tutti i cittadini. Eppure i dati dicono chiaramente che, a parità di condizione economica, la possibilità di beneficiare di misure come il reddito di inclusione o il cosiddetto reddito di cittadinanza, sarà sensibilmente maggiore per un cittadino del Sud che per uno del Nord e, a parità di zona geografica, per un abitante di un piccolo comune che per uno di una grande città.

    La ragione è assai semplice: nonostante il livello dei prezzi sia diversissimo da Nord a Sud, nonché fra grandi e piccoli centri, la soglia di accesso è definita in termini nominali anziché in termini reali. Così può accadere che, a parità di potere di acquisto, due famiglie siano l’una inclusa e l’altra esclusa solo a causa del luogo in cui risiedono (zona del paese, ma anche comune grande o piccolo). E infatti, secondo gli ultimi dati disponibili, il Nord ha il 37% dei poveri assoluti ma solo il 18% dei beneficiari (in gran parte immigrati). Il Centro ha il 15% dei poveri, ma solo il 12% dei beneficiari. Il Sud ha il 48% dei poveri ma il 70% dei beneficiari. Questo tipo di iniquità territoriale è il difetto comune di tutte le misure di sostegno delle famiglie povere, dalla social card di Tremonti al Sia di Letta, dal Rei di Renzi al cosiddetto reddito di cittadinanza di Di Maio (l’unica proposta che non ha questo difetto è il minimo vitale dell’Istituto Bruno Leoni, ovviamente ignorato dalla politica). Ed è anche uno dei più grandi errori delle politiche di sostegno alle zone svantaggiate del passato, che troppo spesso hanno preferito elargire sussidi impropri e dunque iniqui (qualcuno ricorda le false pensioni di invalidità?) piuttosto che fare investimenti e creare posti di lavoro.

    Dunque: si parla di pensioni d’oro per non riconoscere che si tagliano le pensioni alte, si parla di dignità per non dire che si irrigidisce (un pochino) il mercato del lavoro, si parla di cittadinanza per nascondere i clamorosi squilibri nell’accesso al sussidio. Non è una novità: già nel 1981, parlando della comunicazione pubblica, Natalia Ginzburg denunciava con sgomento: “il fine è dare della nebbia, e ottenere, con la nebbia, rispetto e venerazione”. Sono passati quasi 40 anni, ma siamo sempre lì: le parole della politica sono solo nebbia che circonda le cose, le indora, o semplicemente le traveste, le maschera, le camuffa. Parole che, in ogni caso, non dicono la verità.

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  • RICOLFI: LA CORAGGIOSA MANOVRA DEL POPOLO? 6 Ottobre 2018

    Il presidente del Consiglio ha definito “coraggiosa” la manovra del suo governo, che rifiuta di ridurre il deficit pubblico e anzi pianifica di mantenerlo per tre anni al 2.4% del Pil. I critici del governo giallo-verde, per parte loro, vedono nella manovra una sorta di svolta epocale, una specie di contro-riforma che capovolge la linea di prudenza adottata dai governi che lo hanno preceduto (Renzi e Gentiloni).

    Mi permetto di dissentire radicalmente con entrambi. No, si possono scegliere mille aggettivi per definire questa manovra, ma “coraggiosa” no, quello non è l’aggettivo giusto. Nella lingua italiana un comportamento è coraggioso se comporta l’assunzione di un rischio per chi lo mette in atto, e solo per chi lo mette in atto. Se ti butti in un fiume in piena per salvare un bambino che sta annegando, stai compiendo un atto coraggioso. Ma se induci un tuo amico a fare un investimento che potrebbe anche fargli perdere metà del suo patrimonio, e magari pretendi anche una provvigione per i consigli che gli dai, non ti stai comportando in modo coraggioso, ma semmai in modo opportunista e irresponsabile.(…) Ecco perché parlare di coraggio è del tutto fuori luogo. Coraggioso è un governo che, per il bene del Paese, mette in atto misure impopolari, e perciò corre, consapevolmente, il rischio di perdere il consenso. Una misura popolare, giusta o sbagliata che sia, non richiede alcun coraggio, perché il consenso lo alimenta. Ecco perché della “manovra del popolo” tutto si può dire, tranne che sia coraggiosa.  Detto questo, possiamo almeno ammettere che la manovra, giusta o sbagliata che sia, audace o incosciente, sia comunque una svolta radicale rispetto a quelle attuate dai passati governi? (…) Io vedo tanta, tanta continuità con il passato, sia con quello recente sia con quello remoto. E mi conforta di non essere il solo a notarlo. Come non essere d’accordo, ad esempio, con Giorgia Meloni quando nota che, più che traghettarci nella terza Repubblica, Di Maio sta riesumando le peggiori pratiche della prima, quella dei Fanfani e dei Cirino Pomicino? E’ allora che la politica imparò a comprare il consenso con misure assistenziali (ricordate le baby pensioni? le false pensioni di invalidità?) che fecero esplodere il debito pubblico che ora soffoca l’economia e limita i margini di manovra della politica stessa. Ma non è solo il passato più remoto che ritorna. L’economista Roberto Perotti, per qualche tempo collaboratore del governo Renzi, ha ricordato che nei gloriosi anni del Pd (2013-2017) il disavanzo è sempre stato maggiore di quello programmato, e comunque superiore al 2.4% che ora tanto ci preoccupa. Altri hanno giustamente fatto notare che fu Renzi, appena un anno fa, a proporre di mantenere il disavanzo al 2.9% per ben 5 anni, contro il 2.4% (per 3 anni) dell’attuale governo.

    Ma c’è molto di più e molto ancora. Si pensa giustamente che la fretta di Di Maio sul cosiddetto reddito di cittadinanza sia dettata dall’approssimarsi delle elezioni europee (maggio 2019). (…) Ma che cosa c’è di diverso rispetto agli 80 euro di Renzi, anche allora presentati come sostegno alla domanda, ma in realtà concepiti essenzialmente per vincere alle elezioni europee? E la cosiddetta pace fiscale? Che cos’altro nasconde dietro l’eufemismo “pace” se non l’ennesimo condono, la solita sanatoria, di nuovo in perfetta continuità con la prima e la seconda Repubblica? Per non parlare dell’orientamento generale della politica economica. Ci viene presentato come un cambio di rotta rispetto all’austerità che avremmo infruttuosamente praticato in questi anni. Ma la realtà è che in questa legislatura, lo ha ricordato più volte l’economista Veronica De Romanis, l’orientamento della politica economica è sempre stata espansivo, non restrittivo. Ancora una volta, la differenza con il passato è solo che, di una medicina che non ha funzionato (siamo tuttora ultimi in Europa per crescita del Pil), ora si prova ad aumentare la dose, anziché cambiare la medicina stessa. So che ricordarlo suscita incredulità (e qualche malumore), ma la realtà è che di austerità l’Italia ha fatto esperienza solo sotto il governo Monti, e l’austerità “buona” – quella che aggiusta i bilanci pubblici riducendo la spesa e tagliando le tasse – semplicemente non l’ha mai sperimentata, né con Berlusconi, né con Monti, né con Letta-Renzi-Gentiloni.

    (…)La ragione è semplicemente che non c’è una differenza qualitativa vera con i governi precedenti, ma solo una differenza di grado, un “salto di imprudenza” mi verrebbe da chiamarlo, perché la medesima politica di prima ci viene somministrata in dosi più massicce, e quindi più rischiose. Con questo non intendo dire che la politica economico-sociale di questo governo ci porterà necessariamente al disastro, o addirittura a uscire dall’euro. Questo non può saperlo nessuno, e l’opposizione che se ne proclama certa dà solo prova di isteria e di disfattismo. Quel che voglio dire è semplicemente che il cocktail che ci stanno somministrando è pericoloso, molto pericoloso. Non tanto perché il deficit programmato è al 2.4%, ovvero al medesimo livello degli ultimi anni. Ma perché quel deficit si accompagna a due ingredienti altamente infiammabili, se mi si consente l’immagine: una manovra sbilanciata dal lato della spesa, un drammatico deficit di credibilità, aggravato dall’umiliazione inflitta al ministro dell’Economia, uno dei pochi che un po’ di credibilità ce l’aveva.

    Articolo pubblicato su Il Messaggero del 1 ottobre 2018

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  • ASPETTANDO FINE OTTOBRE (ROBERTO PEROTTI SPIEGA I RISCHI) 29 Settembre 2018
    Il governo ha annunciato un disavanzo per i prossimi tre anni del 2,4 per cento del Pil: superiore a quello che avremo alla fine di quest’anno, ma anche leggermente inferiore a quelli del 2016 e del 2017. Come si spiegano allora tante reazioni rabbiose? Secondo il programma del precedente governo il disavanzo sarebbe sceso quasi a zero nel 2019; rispetto a quell’obiettivo, il disavanzo del nuovo governo rappresenta un aumento di circa due punti e mezzo di Pil ( quasi 50 miliardi) ogni anno per tre anni. Una cifra enorme. Quindi è vero, la manovra di questo governo rappresenta una rottura drammatica: ma non rispetto alle politiche attuate dai governi precedenti, bensì solo rispetto ai loro annunci. Purtroppo, l’esperienza recentissima insegna che quegli annunci raramente valevano la carta su cui erano stampati.(…) Non che gli annunci di questo governo siano più credibili. Varie voci di spesa sono quasi certamente già sottostimate, e nel passaggio in Parlamento altre spese si aggiungeranno. Ma ancor più che numeri e contenuti (a cominciare dal condono) è il modo con cui si è arrivati a questa manovra che dovrebbe preoccupare mercati e italiani.
    Il dibattito se le politiche redistributive stimolino o no la crescita nel lungo periodo è aperto ed è legittimo. Ma siamo ad un altro livello, finora inesplorato, se un capo della coalizione crede seriamente di avere «abolito la povertà» dall’oggi al domani con un decreto, e senza porsi il minimo dubbio su possibili ripercussioni relativi a crescita e occupazione. Siamo ad un altro livello se l’altro capo della coalizione crede seriamente, mandando in pensione 400.000 sessantenni, di avere creato per decreto altrettanti posti di lavoro per i giovani: e pazienza se nessuno vorrà assumerli, perché ognuno di loro deve pagare contributi per sostenere due pensionati. È questo spensierato quanto pericoloso dilettantismo che non lascia presagire niente di buono per il futuro. Soprattutto preoccupa la convinzione diffusa che il disavanzo sia sempre e comunque un modo di creare dal nulla soldi e ricchezza, che una volta immessi in circolo creeranno altra ricchezza, e così via. Questa idea ingenua e primitiva ( sempre presente in tutti i governi, ma almeno recentemente mai in forma così marcata) è alla base di una parabola già scritta da tanti esperimenti dell’America Latina. Un leader (in alcuni casi in buona fede, in altri un avventuriero) convince tante persone in difficoltà che c’è una scorciatoia per risolvere i loro problemi; «tutto il mondo la sconsiglia, ma solo perché vogliono mantenerci in una condizione di sudditanza neocoloniale; dicono che va contro ogni meccanismo noto dell’economia, ma con il nostro coraggio noi mostreremo al mondo un nuovo paradigma ».
    E poiché, come dice Di Maio, «10 miliardi si trovano sempre», se l’anno prossimo la ricetta non avrà funzionato, si tratterà solo di raddoppiare la dose e i risultati arriveranno; se invece avrà funzionato, sarà la dimostrazione della giustezza del trattamento e quindi un altro motivo per raddoppiare la dose. Il risultato è nei libri di storia del Perù, del Venezuela, dell’Argentina, della Bolivia, e di tanti altri Paesi. Storie tragiche, perché alla fine ci rimettono proprio i più deboli.
    La vera domanda è perché la Lega assecondi tutto questo: dopotutto, misure come il reddito di cittadinanza non hanno niente a che vedere con la sua base storica. La realtà è che la Lega ha tutto da guadagnare da un aumento del debito pubblico. Nel breve periodo porta consensi; nel lungo periodo, se le cose vanno male, è un’occasione d’oro.
    La crisi del debito pubblico del 2011 fu risolta dalle controverse politiche del governo Monti, ma soprattutto dal duplice intervento della Banca centrale europea, che comprò titoli di Stato italiani. Alla prossima crisi non ci sarà un intervento della Bce. L’unica possibilità di replicare quell’intervento sarà di crearci la nostra banca centrale, cioè di uscire dall’euro. «Noi ci abbiamo provato, ma i mercati stranieri, le banche straniere, le agenzie di rating straniere, i commissari europei, il governo tedesco, tutti ci hanno perfidamente boicottato; non possiamo dargliela vinta, usciamo dall’euro e usiamo la nostra banca centrale per comprare il nostro debito pubblico, tutto si risolverà». Consensi alle stelle, perché c’è tanta voglia di incolpare gli “altri”; e finalmente si esce dall’euro. Cosa può volere di più la Lega?
    Se c’è una lezione dalla storia del Ventesimo secolo è che i movimenti che si battono visceralmente per un’idea possono rinunciarvi strumentalmente per arrivare al potere; ma anche se scompare per un po’ dalle loro esternazioni pubbliche, quell’idea prima o poi ritorna. Non illudiamoci, una grossa parte della Lega vuole ancora uscire dall’euro, e l’aumento del debito pubblico è il modo migliore per raggiungere lo scopo.(articolo tratto da Repubblica)
     
     

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  • ANTONIETTA VOCATURO IL RAMO SPEZZATO 16 Settembre 2018

    Antonietta Vocaturo, la docente di 58 anni che ha perso la vita falciata da un’auto a Gizzeria, è stata- con me preside- professoressa di lettere al De Fazio. Tra noi c’era molto affetto e quindi vivo questa tragedia in maniera terribile. Mi fidavo di lei e lei di me. Sua figlia Serenella ha una voce bellissima e l’ho coinvolta nel coro della scuola. In questo blog ho inserito alcune canzoni che abbiamo registrato proprio con la sua presenza di voce solista. Se è vero che Antonietta ha fatto da scudo alla figlia per salvarla, non ne sarei sorpreso. Ho conosciuto la sua generosità, ho visto il suo amore per Serenella. Stamane, poco prima di essere informato, avevo letto su Repubblica questa frase in una recensione di Paolo di Paolo sul libro “Il ramo spezzato” (Karen Green) : Come si può leggere il dolore di chi non c’è più nel nostro?

     

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  • LA SINISTRA (ANNO) ZERO E LA SINISTRA DOPPIO ZORO 13 Settembre 2018

    Ieri sera dalla Gruber ho ascoltato Diego Bianchi in arte Zoro, e ho avuto la conferma di quanto penso e scrivo da anni. Ci sono due sinistre in Italia, che per comodità chiamerò (anno) zero e doppio zoro.  Forse fu  il socialista di fine ottocento Giacinto Menotti Serrati il precursore dei massimalisti che sotto varie forme sono arrivati sino a noi, contrapponendosi sempre ai riformisti (l’ultimo campione è il laburista Jeremy Corbin). Nel 2018 comunque per darti la tessera della sinistra doppio zoro (estremista-massimalista), ti fanno un test, che consiste in un sola domanda: Minniti (ex ministro dell’interno) è stato peggio di Salvini, anzi il suo anticipatore? Chi risponde SI (per es., Saviano, Cacciari, Strada, Montanari) riceve la tessera. La politica dei doppio-zoro è facile da ricordare: SI all’accoglienza, e poi  tutti i NO della decrescita felice dei grillini: : no al libero mercato, no-Fornero, no-tav, no-vax, no-jobs act, no scuola-azienda, no-vitalizi, no- lavoro domenica. Veniamo adesso alla sinistra zero. Al di là di una generale consapevolezza che in Europa occorre rimanervi, è ben rappresentata da Calenda, un manager concreto che sa di cosa parla. Essendo figlio della Comencini e avendo lavorato alla Ferrari è etichettato come nemico del popolo e liberista. Tra questi 2 poli (Calenda e i Zoro) si spostano per convenienza, nelle varie stagioni, tutti gli altri, compresi i reduci (Bersani & D’Alema, oggi vicini ai doppio zoro) e Renzi. Ma la inconciliabilità tra moderati ed estremisti in Italia è antica e si accompagna sempre alla spettralità del disprezzo: i moderati altro non sarebbero che Traditori del Fantasma (uno spettro si aggira per l’Europa, 1847). Dialogare con uno che ti considera un semplice traditore non è facile. A destra invece, come insegnano fascismo e nazismo,  il padronato ha sempre saputo unificare, manovrando i terroristi e allungando o accorciando la corda agli estremisti.

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  • PERCHE’ BEAUTIFUL E’ LA POLITICA ITALIANA 29 Agosto 2018

    Se vi siete mai imbattuti nella soap americana Beautiful, 7000 puntate dal 1987 (su Canale 5), è agevole capire le caratteristiche principali della prevedibile politica italiana. In Beautiful non c’è soltanto l’applicazione pratica del principio generale presente in tutte le storie, “il nemico del mio nemico è mio amico”. No. C’è uno schema ripetitivo, come nella politica italiana. Eppure i personaggi  della storia cambiano o si evolvono, non rimangono sempre fissi nelle loro caratteristiche, e quindi un cattivo diventa buono e viceversa. Il girogirotondo di Beautiful dove i 10 personaggi (5 uomini e 5 donne) parlano tra di loro (per il 99% del tempo), si sposano e si lasciano, ricorda la ronda della nostra politica dove nessuno fa niente. Beautiful è una storia  costruita intorno ad uno schema semplice semplice, un perno che non cambia mai dal 1987: ogni uomo è conteso da due donne e ogni donna da due uomini. Così l’effetto noia è terribile ed inevitabile perché quando un uomo comincia a parlare con una donna, si capisce che tra i due scoppierà l’amore, e la donna che viene subito dopo sarà la rivale della precedente. La storia procede dunque con triangoli amorosi che si costruiscono e si disfano, e individuare tali triangoli è così semplice ed elementare da togliere ogni curiosità. Anche la politica italiana, dalla I Repubblica all’attuale IV peronista-putiniana, analogamente segue lo stesso schema  (Salvini conteso da Berlusconi e Di Maio, o Craxi tra Andreotti e Berlinguer, per es.).  A sinistra, per capirci, c’è sempre stata la contesa tra i “riformisti” e gli “estremisti” i quali definiscono i primi “traditori della causa”; a destra sono mosche bianche i pochi moderati (negli altri paesi vengono detti conservatori ) e prevalgono soltanto nazifascisti più o meno camuffati; al centro si situano formazioni (come la dc ieri e oggi i casaleggi) dove si mischiano destra e sinistra sino a confondersi perché su ogni questione dicono una cosa, subito dopo il suo esatto contrario, e poi la buttano in caciara. Gli stessi cattolici sono divisi da sempre tra i padre Cristoforo e i don Abbondio. Per capirci, Andreotti usava dire: il tempo aggiusta tutto; Di Maio invece dice: ne vedremo (vedrete) delle belle. A Beautiful  e alla politica italiana pertanto do un’occhiata distratta, perché -sarò presuntuoso- ma so come va a finire: dopo 60 anni quando pensi che sei arrivato al peggio, capisci che al peggio non c’è mai fine. Chiarisco: a me oggi Andreotti, dopo Craxi Berlusconi e i peronisti-putiniani, mi sembra il meno peggio; Renzi mi fa tenerezza, sembra il tipico giocatore da casinò. Vince vince e quando comincia a perdere non si alza più dal tavolo perchè si ripete da solo: adesso me lo sento, la ruota gira, mi rifarò. A me fa tenerezza, mentre tutti gli altri, che hanno perduto tutto e però in tv continuano a spiegarci come si fa a vincere alla roulette, mi fanno pena. Sono looser e se avete presente un personaggio di Beautiful, Eric Forrester, (da me detto: quello delle ultime parole famose) capirete perchè.

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  • 20 ANNI SENZA GIORGIO 26 Agosto 2018

    Il 23 agosto di vent’anni fa ci lasciò Giorgio Feroleto, medico psichiatra, una persona che molti hanno conosciuto perché era affabile con tutti e quando il corso a Lamezia era il punto d’incontro obbligato, lui lo percorreva per ore e ore. Io lo ricordo ogni volta che vedo quel grande attore di Toni Servillo, che me lo avvicina molto per le fattezze e anche per certe espressioni facciali. Eravamo un gruppo molto affiatato ed unito, composto da classi di età che andavano dal ’47 al ’57, e ci aveva messo assieme all’inizio la passione per il pallone. Per anni abbiamo giocato in campetti, dallo spiazzo ex Banco di Napoli (il terreno più bello che ricordi) a piazza della Repubblica sino al mitico campo di S. Eufemia davanti la Chiesa. L’estate, dopo essere andati al mare (cominciammo al Miramare di Gizzeria e ci spostammo negli anni sino a Falerna), dalle 16 in poi ci sfidavamo per ore a S. Eufemia. Negli anni settanta la sera c’era chi andava a via Veneto, noi andavamo a Falerna a mangiare una carbonara e poi tornavamo a Nicastro a chiacchierare sino al mattino, incrociandoci con Silvio Stella ed altri habituè. Quando faceva più caldo stazionavamo alla fontana del Castello a prenderci l’aria del Reventino. Poi scoprimmo i ristoranti di Pizzo (uno della piazzetta e poi il Piedigrotta) che erano l’occasione per chiacchierare insieme, più che per mangiare. Giorgio era il re di queste serate, nel senso che se c’era lui assistevamo gratis ad uno spettacolo di un grande monologhista, il più arguto, il più acuto. L’unico paragone possibile è Benigni, e se c’era anche Gianni Gargano, si creava un duetto incredibile. Giorgio era tenero, il suo sarcasmo nasceva dalla malinconia che si abbinava ad uno spirito vitale, all’osservazione profonda dei tic umani, ad una cultura mai sfoggiata ma che era profonda. Tutto ciò che aveva letto lo aveva maturato, elaborato, sviluppato. Giorgio è stato semplicemente l’amico più arguto che io abbia avuto, le risate che ci ha fatto fare fanno parte dei ricordi più belli di una gioventù trascorsa con gli amici. Chi riesce a farti ridere ti fa un dono incommensurabile, perchè rende le nostre vite degne di essere vissute.

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