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  • LE FRASI CHE NON DIMENTICHERO’ MAI 13 Novembre 2018

    (articolo pubblicato su Il Mio Libro) Vorrei ricordare una frase del pensatore politico francese Charles-Louis de Secondat, barone di La Brède e di Montesquieu, meglio noto solamente come Montesquieu (1689-1755). Per considerare il suo valore e la sua intelligenza, oggi basti pensare che è stato il fondatore della teoria politica della separazione dei poteri. La democrazia, ancora ai nostri tempi, è fondata sulla separazione e sull’equilibrio dei poteri. Ma c’è un concetto di Montesquieu che forse dovremmo meditare a lungo, ed è il concetto di «libertà». La citazione è tratta dalla sua opera più importante e monumentale, “Lo spirito delle leggi (L’esprit des lois)”, frutto di quattordici anni di lavoro. Eccola:

    « Quando l’innocenza dei cittadini non è garantita, non lo è neppure la libertà. Per avere una tale libertà, occorre che il governo sia tale, che un cittadino non abbia ragione di dover temere un altro cittadino…La libertà non consiste nel fare ciò che piace. Chi è che stabilisce quello che si deve fare? Le leggi. La libertà allora è il potere delle leggi, non già quello del popolo. La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi permettono! Infatti, se un cittadino potesse fare ciò che esse proibiscono, non avrebbe più libertà, poiché anche gli altri acquisterebbero un tale potere».

    Ai giovani che anelano alla libertà, a tutti coloro che hanno fatto della Libertà una bandiera, un’ideologia, un sogno, a tutti coloro che hanno aggiunto alla Libertà altre parole, come Giustizia, Eguaglianza, Fratellanza, forse per limitarla o forse per completarla, Montesquieu spiega, a me pare, per quale ragione la stiamo perdendo o forse l’abbiamo perduta.

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  • RIASSUNTI PER FINGERE DI AVER LETTO I LIBRI 6 Novembre 2018

    Il libro “Classici in pillole. Brevi riassunti di libri che avresti dovuto leggere ma probabilmente non l’hai mai fatto” di John Atkinson, fumettista, (Harper & Collins) è una raccolta spiritosa di alcuni dei principali classici della letteratura occidentale. Luciano Bianciardi era stato precoce in un breve scritto intitolato “Non leggete i libri, fateveli raccontare”. Vediamo le proposte. Odissea: «Veterano di guerra ci mette secoli a tornare a casa, poi ammazza tutti»; Iliade: «Non è l’Odissea»; I Fratelli Karamazov: «Fratelli molto polemici, come il padre. E la Russia.»” Il giovane Holden: «Ragazzino lunatico si lamenta un sacco. Ha un cappello rosso.»; Guerra e pace : «Tutti sono tristi. Nevica»; L’Inferno di Dante: «Succede un finimondo»; Delitto e castigo: «Un assassino si sente in colpa. Confessa. Va in galera. Si sente meglio»; Moby Dick: “«Uomo contro balena. La balena vince»; Don Chisciotte: «Ragazzo attacca i mulini. Dunque, è pazzo»; Ulisse: «Dublino, episodi, frasi »; Il sole sorgera’ ancora: «La generazione perduta si ubriaca. Sono ancora persi». Infine i miei riassunti: L’educazione sentimentale (Flaubert): “Sentimento, disillusione, com’e erano belli i bordelli”; La strada (McCarthy) : “2 persone, l’uno il mondo dell’altro”; The dead (Joyce) ” L’infelicità ci fa morire dentro. Meno male che nevica”; Pastorale americana (Roth): “Lei è così, lui è così, io sono così. E’ andata così per questi motivi…” Tutto sbagliato”; Il vecchio e il mare (Hemingway): ” Per pescare in mare aperto ci vuol coraggio ma il destino distragga gli squali”;  I Promessi sposi: «Non tutti i mali vengono per nuocere agli umili, e chi non l’ha capito, peste lo colga»; «Un matrimonio che non s’ha da fare, ma che, abbiate fede, prima o poi si fa»; Il nome della rosa: «7 giorni in un monastero benedettino. Omicidi e intrighi, con un finale incendiario. Si ride poco»; Il re pallido (Foster Wallace): “Perchè la noia è utile”; L’amica geniale (Ferrante):  “Lila e Lenù, la vita di due bambine motrice e rimorchio. Lenù è geniale perchè  racconta e diventa un rimorchio famoso”;  Il piccolo principe (de Saint-Exupery): “Un oculista bambino spiega che l’essenziale è invisibile agli occhi, senza essere ciechi”.  Cime tempestose (Bronte): “Fantasmi nella brughiera inglese. Odio, gelosia e vendetta, quanto è complicato l’amore!”; Siddharta (Hesse): ” Per chi cerca la sua strada e si ritrova in un fiume e col figlio ribelle”; Gli indifferenti (Moravia): 48 ore di due giovani insoddisfatti dall’ambiente borghese e da una pistola scarica”.  Adesso i riassunti di M. Burgo, amico mio: Il nome della rosa: «7 giorni in un monastero benedettino. Omicidi e intrighi, una trama da leccarsi le dita con un finale incendiario. Non si ride ». La coscienza di Zeno :” Basta cambiargli il titolo e tutto fila liscio- la coscienza di Zeno Colò”.

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  • LA SPIEGAZIONE DEL TUTTO. LAMEZIA INVASA DALLA SPAZZATURA 3 Novembre 2018

    Lamezia invasa dalla spazzatura ci riporta ad anni lontani, al 1991 quando furono ammazzati due poveri netturbini innocenti. Ma nel 2018 non brancoliamo nel buio, sappiamo chi è il responsabile della situazione. C’è una spiegazione nazionale a tutto, che si chiama Renzi. E’ come quei coltellini svizzeri che servono a tutto. Renzi è anche la globalizzazione, il neo liberismo selvaggio e la finanziarizzazione dell’economia. Se volete approfondire il problema, leggete il “Fatto quotidiano” che vi spiega tutto. Anche il terzo scioglimento del nostro consiglio comunale è colpa di Renzi, così come l’arrivo dei commissari. Non abbiamo allargato la nostra discarica per l’opposizione di Renzi, il deficit del comune è colpa di Renzi. L’unica cosa che non capisco è perchè i giudici non abbiano mandato a lui l’ avviso di garanzia. Che c’entrano la Multiservizi e la Daneco? 

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  • RICOLFI: DESIREE E PERCHE’ LO STATO E’ IMPOTENTE 29 Ottobre 2018

    Nell’ora della pietà, dello sconcerto, della rabbia per la morte di una ragazza sedicenne, stuprata e uccisa da un gruppo di immigrati irregolari in un quartiere degradato di Roma, ho provato a fare un passo di lato, lontano dalla cronaca. Una sorta di esercizio, o esperimento mentale. Mi sono chiesto: se fossi il ministro dell’Interno, se fossi al posto di un Salvini o di un Minniti, e avessi la ferma volontà di impedire il ripetersi di fatti del genere (il caso di Desirée è solo l’ultimo di una serie), che cosa potrei fare?  Ci ho pensato a lungo, e la conclusione cui sono approdato è: poco, molto poco, almeno nel breve periodo. Le ragioni del mio pessimismo sono molte. Penso per esempio che, poiché sono decenni che chiudiamo un occhio su ogni genere di trasgressione – in famiglia, a scuola, all’università, sugli autobus, per strada, sui treni, nei rapporti con il fisco – la violazione delle norme è entrata nel nostro DNA culturale. Per alcuni, succede addirittura che la violazione delle regole diventi un fattore identitario, se non di orgoglio personale: poiché ritengo che una data regola sia ingiusta, mi sento in diritto di violarla. Non c’è solo la hybris, lo smisurato orgoglio del singolo: c’è anche l’opportunismo e la codardia dello Stato. Non è da oggi, e non è certo solo a Roma o nelle grandi città, che le forze dell’ordine hanno deliberatamente scelto di considerare extraterritoriali, o zone franche, intere porzioni del territorio nazionale, o interi quartieri di una città. Vale per le volanti che si guardano bene dall’entrare in certi territori, per i vigili che non osano entrare in certi edifici, ma anche per i magistrati, per i quali, a dispetto dell’obbligatorietà dell’azione penale, ci sono notizie di reato che non meritano indagini e approfondimenti.  Poi c’è la cultura finto-progressista, per cui la delinquenza comune, dal furto allo spaccio, è una conseguenza della povertà e della diseguaglianza, e dunque va trattata con riguardo. Come con riguardo vanno trattate le occupazioni di case, le occupazioni di scuole, le invasioni dei cantieri, tutte azioni illegali ma di cui si suppone che siano compiute per una giusta causa, o con sufficienti attenuanti per essere tollerate. Una visione del mondo per cui, da almeno vent’anni ci viene spiegato: “La politica, una buona politica, dovrebbe prendere in carico le paure degli italiani e dimostrarne l’infondatezza” (copyright Livia Turco, firmataria della legge Turco-Napolitano sull’immigrazione).  Infine, naturalmente, c’è il problema degli immigrati irregolari, una massa di 500 mila persone (o forse più) che vagano per l’Italia, talora lavorando in nero, talora chiedendo l’elemosina, talora delinquendo, e che nessun ministro dell’Interno è in grado di espellere, perché per molti di essi mancano accordi di rimpatrio con i paesi d’origine. Insomma sono molte, purtroppo, le ragioni per cui è difficile, molto difficile, far sì che quel che è successo a Desirée (e prima di lei a Pamela, e a tante altre e altri) non abbia a ripetersi in futuro. Siamo tutti troppo assuefatti al disprezzo delle regole per poter sperare che qualcosa di sostanziale cambi, non dico domani, ma nemmeno da qui a qualche anno. Però c’è una ragione che, a mio parere, sovrasta tutte le altre, almeno quando parliamo di reati, ossia di condotte illegali. Questa ragione è l’evoluzione della legge penale e della prassi giudiziaria. Un’evoluzione che, da molti anni, è stata guidata da un unico principio di fondo: rendere quasi impossibile scontare la pena in carcere. Un’idea astrattamente assai nobile, perché punta alla rieducazione e al reinserimento, ma che ha come effetto pratico di togliere allo Stato la sua arma più importante nella lotta al crimine: la cosiddetta “incapacitazione”.

    Che cos’è l’incapacitazione? E’ far sì che il soggetto che ha commesso un delitto sia materialmente impedito di ripeterlo (o di commetterne un altro) per un tempo congruo, ossia per la durata della detenzione in carcere. Non è questo il luogo per ricostruire i numerosi cambiamenti normativi, della legge penale e della legge carceraria, che nel giro di pochi decenni hanno condotto alla situazione attuale. E non è neppure il caso di infierire sulle responsabilità della sinistra, che quei cambiamenti ha voluto e promosso, un po’ per mentalità, un po’ per compiacere l’Europa, che giustamente denunciava il sovraffollamento e le condizioni disumane delle nostre prigioni. Ma almeno una cosa va detta: il fatto che si possa iterare un reato innumerevoli volte senza finire in carcere, il fatto che molti giudici tendano a infliggere il minimo della pena, il fatto che reati di forte allarme sociale prevedano pene modeste o la possibilità di accedere a pene alternative al carcere, non può che produrre due conseguenze cruciali: chi delinque matura un sentimento di impunità e onnipotenza, chi dovrebbe impedirgli di delinquere  matura un sentimento di impotenza e di frustrazione.  Quante volte capita, a poliziotti e carabinieri, di dover esclamare: “sì, lo conosciamo, l’abbiamo già beccato più volte ma non c’è niente da fare, noi lo arrestiamo e domani è di nuovo fuori”. E questo non solo di fronte al singolo ladro, spacciatore, estorsore, ma anche di fronte ai gruppi che occupano e controllano determinati territori. Credo che quasi tutti gli abitanti di grandi città abbiano avuto modo di constatarlo più volte nella loro vita: ci sono pezzi di città, quartieri, isolati, marciapiedi in cui brulicano attività illegali, è pericoloso abitare e passare, i criminali assumono atteggiamenti arroganti e intimidatori. In questi luoghi può succedere che i cittadini protestino, facciano esposti, chiedano disperatamente alle autorità di intervenire, e che le Istituzioni (polizia, magistratura, talora anche la Chiesa) si mostrino sorde. Ma può anche succedere, come a quanto pare è accaduto nel caso di San Lorenzo e della povera Desirée, che intervengano ripetutamente ma del tutto inutilmente: la criminalità che occupava un determinato luogo vi torna la settimana dopo, o semplicemente si sposta di un isolato, o cambia zona della città.  Ecco perché, quando si dice che una certa tragedia era “annunciata”, e si accusano le autorità, siano esse politici, amministratori, Forze dell’ordine, di non aver ascoltato, di non aver risposto, di non aver provveduto, io sento un certo fastidio, o forse imbarazzo. Insomma, qualcosa non mi torna. Non tanto perché il mantra di questi giorni, riqualificare le periferie, è “un vasto programma” che ben pochi politici anteporrebbero a più redditizie promesse elettorali, ma perché la precondizione di tutto è che lo Stato sia messo in condizione di tornare a fare lo Stato.  Questo, spiace dirlo, dipende in misura minima dal ministro dell’Interno, e in sommo grado dal Parlamento. Che può continuare con la vecchia linea: depenalizziamo tutto il possibile; riserviamo il carcere ai crimini più gravi (e, barbarie, ai presunti innocenti in attesa di giudizio!); per migliorare le condizioni di detenzione svuotiamo le carceri con indulti e amnistie. Oppure può trovare il coraggio di fare macchina indietro, e di riappropriarsi dello strumento dell’incapacitazione: cambiando le norme penali, limitando il ricorso alle pene alternative, destinando qualche miliardo all’edilizia carceraria. Se così agisse il Parlamento, le Forze dell’ordine non penserebbero più che il loro lavoro è vano, o che i loro sgomberi sono fatiche di Sisifo. Perché, arrestando qualcuno, confiderebbero di non ritrovarselo la settimana dopo nello stesso posto, a fare le stesse cose, con le stesse compagnie. E forse i cittadini ricomincerebbero ad avere fiducia nello Stato, a non sentirsi stupidi se rispettano le leggi. Perché, checché continuino a pensarne certi politici, non è vero che “le paure dei cittadini sono infondate”: le paure dei cittadini sono fondatissime, verso la criminalità degli immigrati come verso quella degli italiani. E quelle paure, solo uno Stato che torni a fare lo Stato ha qualche possibilità di spegnerle.

     
     
     
     
     

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  • MARCO FORTIS SPIEGA LA NOSTRA CRISI DI CREDIBILITA’ 27 Ottobre 2018

    “Non può essere lo spread a orientare le politiche di un paese. Noi agiamo su mandato dei cittadini” (ministro Riccardo Fraccaro, M5S) Gli intellettuali e gli storici italiani (ma dove sono finiti? L’Italia era in pericolo solo prima del referendum costituzionale?) dovrebbero annotare a futura memoria questa frase che è il simbolo, la tavola dei comandamenti di Mosè, dei governanti attuali.  Dal momento che non siamo, come popolo, più in grado di discernere tra uno scienziato e un idiota, tra un saggio e un deficiente, tra uno statista e un politicante, tra un servitore dello Stato e un faccendiere, tra la scienza e i cartomanti, l’Italia finirà molto male. Prendiamo l’economia. Voi, in privato, a chi credereste, a Draghi o a Di Maio? DRAGHI cosa si può fare per lo spread? Abbassare i toni, non mettere in discussione la cornice istituzionale dell’euro e mettere in atto politiche per ridurlo.  DI MAIO stiamo in un momento in cui bisogna tifare Italia e mi meraviglio che un italiano  si metta in questo modo ad avvelenare il clima ulteriormente

    MARCO FORTIS IN DEBITO DI CREDIBILITA’ Quale è veramente il grado odierno di pericolosità del debito pubblico italiano? È ancora un debito sostenibile oppure si sta avvicinando a un punto di rottura? Fa bene l’Unione europea a criticarci sul debito e il deficit con la sua “fissazione” dei decimali oppure no? Lo spread attuale del debito italiano rappresenta fedelmente una sua reale condizione di insostenibilità  o deriva piuttosto da una nuova crisi di fiducia causata da nostri fattori “politici”? E, da ultimo, potremmo fare davvero la fine della Grecia? Sono, questi, solo alcuni degli interrogativi ripiombati nel dibattito politico-economico e nei discorsi degli italiani negli ultimi mesi. E che necessiterebbero di risposte argomentate, basate su fatti e analisi precise piuttosto che su opinioni e valutazioni spesso improvvisate. Proveremo perciò a dare un piccolo contributo nel primo senso. Cominciamo ricordando alcune cifre, prese dalle ultime stime della Commissione europea. A fine 2018 il debito pubblico italiano sarà di 2.316 miliardi, quello francese per la prima volta supererà il nostro (il che è già una notizia) e sarà uguale a 2.321 miliardi, quello tedesco scenderà da 2.093 a 2.039 miliardi e quello britannico ammonterà a circa 2.060 miliardi di euro. Dunque, non è certo il livello assoluto del debito che ci rende “i peggiori”, visto che i debiti delle altre tre grandi nazioni europee sono ormai anch’essi tutti sopra i 2.000 miliardi di euro e sono non molto diversi dal nostro o all’incirca uguali. Che cosa fa la differenza allora? 

    Analisti, mercati e istituzioni guardano al debito soprattutto misurandolo in percentuale rispetto al pil, rapporto che nel caso dell’Italia nel 2018 sarà pari a 131,1 cioè sensibilmente più alto del 98,7 francese, dell’86 britannico e del 60,1 tedesco. Ma il debito/pil è sufficiente a spiegare lo spread attuale (o quello del 2011-’12)? La risposta è no. Infatti, sarebbe logico considerare anche altri indici di sostenibilità nel valutare adeguatamente una economia. Ne citeremo qui tre come esempi: 1) la percentuale di debito pubblico finanziata da stranieri (che in Italia è relativamente bassa, pari al 32 per cento circa del totale, mentre la Francia e la Germania sono più esposte di noi verso l’estero, entrambe con una quota del 50 per cento circa); 2) la ricchezza finanziaria netta privata (che in Italia è alta, essendo il doppio del pil; e la cui stessa esistenza dimostra che la famigerata “patrimoniale” per ridurre il debito pubblico/pil, che alcuni periodicamente rispolverano, non serve affatto. Primo, perché buona parte dei risparmi privati è investita direttamente o indirettamente in titoli di stato italiani. Secondo, perché l’Italia è, per l’appunto, ben patrimonializzata. Sicché, se venisse valutata come un’azienda sarebbe giudicata più meritevole di credito non solo della Grecia ma anche di Portogallo, Irlanda, Spagna e quasi al pari della Francia e della Germania); 3) la posizione finanziaria complessiva sull’estero (cioè il saldo dei debiti e dei crediti privati e pubblici dell’Italia verso il mondo, che è assai contenuto, pari a meno 3 per cento del pil quest’anno: un dato veramente eccellente, migliore di quelli di Regno Unito con meno 12 per cento, Francia con meno 19 per cento e Spagna con meno 82 per cento).

    Purtroppo, però, tutti questi indicatori per noi molto positivi vengono ampiamente trascurati dagli investitori, dalle agenzie di rating e dalla stessa Ue, che fondamentalmente non li conoscono. Né l’Italia ha mai saputo promuoverli adeguatamente. Con il paradosso che facciamo spesso la voce grossa sulle regole europee senza però saper presentare argomenti convincenti come quelli sopracitati almeno per chiedere che la sostenibilità del nostro debito pubblico e le condizioni finanziarie complessive del nostro paese vengano giudicate in una prospettiva più ampia. Il rating dell’Italia resta perciò inchiodato principalmente alla misura “ufficiale” del debito/pil. Ma, lo ripetiamo, questo rapporto da solo non spiega la crescita dello spread in alcune fasi della nostra storia recente né il progressivo declassamento dei nostri titoli di stato quasi al rango di “spazzatura”.  Infatti, nel primo decennio di questo nuovo secolo, nonostante che l’Italia presentasse un debito/pil considerato unanimemente molto alto, superiore a 100 e maggiore di quello tedesco di ben 35 punti percentuali, il nostro Paese era arrivato praticamente ad azzerare lo spread con la Germania. Ciò grazie al nostro ingresso nell’euro e agli sforzi fiscali precedentemente fatti proprio per entrarvi. A quell’epoca, pertanto, con due debiti pubblici praticamente simili, pur avendo rapporti debito/pil assai diversi, Italia e Germania pagavano un ammontare di interessi annui pressoché uguale. Nel 2006, ad esempio, l’Italia pagò 68,9 miliardi di interessi e la Germania solo pochi di meno, cioè 64,7 miliardi. Nel 2018, al contrario, benché nel frattempo il divario tra il valore del debito pubblico italiano e tedesco si sia ampliato soltanto del 13 per cento rispetto al 2006, il nostro paese dovrà sopportare un monte interessi più che doppio di quello della Germania: 64,6 miliardi contro appena 31,4 miliardi di euro. Perché? La risposta è semplice: dopo la crisi del contagio greco e di credibilità del 2011 il nostro spread purtroppo si è impennato costringendoci a pagare interessi notevolmente più alti spalmati sulle varie scadenze del debito negli anni successivi. Ma non è finita. Infatti, adesso, con un nuovo balzo verso l’alto dello spread rischiamo di ereditare nuovi interessi più alti del dovuto che graveranno sul totale del debito futuro, ipotecando ulteriormente il nostro destino e quello delle nuove generazioni. La realtà è che, molto più che il debito/pil, sono state le crisi di credibilità a penalizzare costantemente l’Italia. Ne abbiamo avute tre negli ultimi trenta anni: quella della crescita galoppante del disavanzo primario e del debito degli Anni Ottanta e dei primi Anni Novanta; quella “importata” del contagio greco del 2011; e ora quella causata dalla spericolata sfida giallo-verde all’Europa, che Mario Draghi ha definito come una crisi “auto-prodotta”. Quanto sia costato all’Italia perdere ripetutamente la credibilità agli occhi del mondo, dei mercati e delle istituzioni è presto riassunto in tre cifre secche. Dal 1995 al 2018 il nostro paese ha generato in valore assoluto il più grande surplus primario statale cumulato al mondo prima del pagamento degli interessi: 724 miliardi di euro. Nessuna nazione ha fatto meglio. Ma nello stesso periodo abbiamo pagato interessi cumulati sul debito pubblico per ben 1862 miliardi, solo parzialmente finanziati da quel (pur enorme e lodevole) surplus primario. In pratica, lo Stato italiano ha sempre chiuso in attivo il proprio bilancio prima degli interessi ad esclusione di un modesto disavanzo nel 2009. Ma questo immenso sforzo non ci è bastato per migliorare la nostra immagine, anche perché questi dati non li abbiamo mai raccontati. Né ha impedito il peggioramento del nostro rating, anche perché chi ci giudica teme i molti dualismi del nostro paese e la sua lentezza nelle riforme strutturali, che quando vengono fatte vengono poi regolarmente cancellate da un nuovo governo. È quello che sta nuovamente succedendo adesso rispetto alla precedente legislatura, quando lo spread era ridisceso a livelli contenuti dopo la crisi del 2011-’12. Conclusione: il 98 per cento dell’aumento del nostro debito pubblico nel periodo 1995-2018 (1138 miliardi) è dipeso non da deficit primari di bilancio ma dagli interessi pagati, sopportando per lunghi anni un’ampia forbice di spread rispetto agli altri grandi paesi, soprattutto a causa di due tremende crisi di credibilità del passato.  Ora stiamo piombando in una terza crisi di fiducia, per molti aspetti la più assurda, perché “auto-prodotta” e assolutamente evitabile. Evidentemente non abbiamo ancora capito bene la lezione. Anzi, questa volta sembra quasi che vogliamo farci bocciare intenzionalmente. I costi di questa nuova perdita di credibilità, salvo un improbabile ripensamento in tempo utile del governo Conte-Salvini-Di Maio, potrebbero essere considerevoli e saremmo costretti a pagarli fino all’ultimo centesimo nei prossimi anni. (da IL FOGLIO.IT)

     
     
     

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  • RICOLFI : QUALE PD PREFERISCI ? 23 Ottobre 2018

    Questa volta, per la prima volta da 40 anni, ossia da quando esiste il Parlamento europeo (1979), le elezioni europee saranno quel che sempre avrebbero dovuto essere e mai sono state: un confronto sull’Europa, le sue politiche, il suo futuro. Quanto all’Italia, il 26 maggio prossimo sarà un banco di prova decisivo per almeno due soggetti politici: il governo giallo-verde (ammesso che sia ancora in sella) e il Partito Democratico, l’unica forza di opposizione che riscuote ancora un consenso a due cifre (16%, secondo gli ultimi sondaggi).  Ma come si presenterà il Pd al cruciale appuntamento di maggio? Chi lo guiderà?  Qui la nebbia è totale. Per alcuni il Pd dovrebbe addirittura essere sciolto, per far spazio a una formazione politica nuova di zecca. Per altri il Pd dovrebbe aprirsi alla società civile e diventare il perno di una larga alleanza. Per altri ancora l’unico modo per scongiurare la dissoluzione dell’Europa è la nascita di un “fronte repubblicano”, da Tsipras a Macron. Riguardo alla leadership, tramontata a quanto pare l’ipotesi di una candidata donna, le possibilità vere al momento paiono solo tre: Nicola Zingaretti, Matteo Richetti, Marco Minniti (se scioglierà la riserva); sempre che Carlo Calenda non ci ripensi, e scenda in campo pure lui.  Personalmente sono molto scettico sull’idea di un fronte europeista e anti-sovranista. L’ultima volta che la sinistra ha provato a coalizzarsi in un fronte è stato nel 1948, e sappiamo come è andata: trionfo della Dc (48%) e débâcle del fronte popolare, fermo al 31%. Per non parlare del paradosso che si produrrebbe oggi: visto che il popolo sta con Salvini e Di Maio, quello che vedremmo nascere sarebbe una sorta di “fronte anti-popolare”, concetto curioso e difficile da digerire.

    In realtà, più che di formule vincenti, o capaci di limitare il disastro, quello di cui si sente la mancanza sono le idee. Dicendo “idee” non mi riferisco a minuziosi programmi di riforma, o ai soliti proclami di politica economica. No, quello che mi pare manchi completamente sono un bilancio onesto sugli errori commessi dalla sinistra (non solo Pd), e risposte chiare alle due domande su cui Lega e Cinque Stelle hanno sfondato: la richiesta di protezione da criminalità e immigrazione, e la richiesta di protezione economica. Su questo l’attuale campo progressista mi pare balbetti, o si mostri già ampiamente diviso. Penso al caso delle occupazioni di case, o quello del sindaco di Riace. Una parte della sinistra (maggioritaria, suppongo) ritiene che, anche ove emergessero irregolarità e violazioni di legge, la buona causa in nome della quale sono state commesse assolva i loro autori. Quando una legge è sbagliata, e viola principi che la nostra coscienza (o la nostra interpretazione della Costituzione) ritiene fondamentali, è giusto ribellarsi, come sotto i regimi autoritari; una posizione, peraltro, abbastanza simile a quella della destra, quando per difendere gli evasori parla di “evasione di necessità”, giustificata da tasse troppo alte. Un’altra parte della sinistra pensa invece che, in un regime democratico, le leggi si rispettano, e se non funzionano si cerca di cambiarle. Analogo discorso si potrebbe fare sugli sbarchi: una parte del popolo di sinistra è per l’accoglienza senza se e senza ma, un’altra parte condivide la linea dura di Minniti, che Salvini ha un po’ spettacolarizzato ma che resta sempre la stessa: gli ingressi irregolari in Europa (e in Italia) debbono essere combattuti con determinazione.  Ma penso anche a un altro tema, quello della lotta alla povertà e alla disoccupazione. Una parte del popolo di sinistra trova meravigliosa l’idea del reddito di cittadinanza, e si duole soltanto che a pensarci siano stati i Cinque Stelle anziché il Pd. Un’altra parte non ritiene ancora persa la battaglia per creare nuova occupazione, e considera il reddito di cittadinanza come una misura assistenziale, da usare con cautela perché mina dalle fondamenta la civiltà del lavoro.  E ancora. Una parte del popolo di sinistra ritiene che la riduzione della pressione fiscale e contributiva sia un obiettivo sacrosanto, per stimolare la crescita, un’altra parte pensa che i nostri problemi li risolveremo solo con maggiori imposte sul reddito e sul patrimonio (secondo il celebre slogan del 2006: “far piangere i ricchi”). Una parte dell’elettorato progressista crede che il debito non sia un problema, e anzi sia necessario per far ripartire l’economia, un’altra parte pensa che sia un ingiusto fardello sulle future generazioni. Si potrebbe continuare con gli esempi. Ma quello che voglio dire è solo questo: su queste divisioni i candidati alla guida del campo progressista tendono a non prendere posizioni nette, perché sanno che scontenterebbero una parte, una parte troppo grande, dei loro potenziali sostenitori. Il rischio è che, non essendo nella condizione di spiegare in modo chiaro se e come intendano dare risposte nuove alla domanda di protezione che ha portato al successo dei movimenti populisti, non trovino di meglio che unirsi in una santa alleanza a difesa dell’Europa e della moneta unica. Sarebbe un disastro. Non perché Europa ed euro non siano risorse cruciali per il nostro futuro, ma perché quella è solo la cornice. E la cornice non basta, ci vuole un pittore che trovi il coraggio di riempire la tela.  (Pubblicato su Il Messaggero del 20 ottobre 2018)

     

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  • I FEDELI LAMETINI PRIMA DEL DISASTRO 19 Ottobre 2018

    Non è più questione di destra e sinistra. Capisco a Lamezia, parlando con persone con redditi sicuri, che essi si fidano ciecamente, ben oltre il 59% degli italiani favorevoli secondo Pagnoncelli, dei pifferai magici Ric & Gian al governo. Gli estremisti di destra e sinistra sono entusiasti. Non sono ottimisti, molto di più: fiduciosi, come i fedeli a Madjugorie. Ballano e si divertono sul Titanic, tanto loro la scialuppa ce l’hanno. Sarebbero capaci, per esempio, di lasciare al Brennero un tunnel, tra le montagne, di novanta chilometri solo perchè qualche idiota al governo lo ha chiamato inutile. Torno ad esporre allora (PRIMA del DISASTRO) ciò che spiegano quelli che capiscono di economia. Il nodo della faccenda non è aver deciso un’operazione in deficit, ma aver dato quel valore al Pil: è la previsione di crescita dell’1,5% ad essere «drogata» (testuale) e l’anno prossimo potrebbe portare a un raddoppio del buco nel bilancio. È il «doping» nella Finanziaria che sta producendo la sfiducia dei mercati e l’aumento dello spread, non certo — come sostiene Conte — le liti in diretta tv del governo.  Voglio essere più brutale per farmi capire: pensare che puoi continuare a fare debiti per far crescere l’economia sino all’1,5, e così aumentare occupazione e redditi (tanto nessuno ti farà fallire) è un pensiero che se lo avesse un padre di famiglia indebitato qualsiasi, lo si dovrebbe far interdire dai familiari. Invece medici e professori che incontro, sono tutti fedeli e convinti che stiamo vivendo il nostro Eldorado. Prego perchè abbiano ragione, io come l’economista Salvati ho gli incubi. Sappiate che, secondo la Cgia di Mestre, le imposte che pesano di più sul portafogli degli italiani sono 2 e garantiscono più della metà (55,4%) del gettito totale: si tratta dell’Irpef e dell’Iva. Invece l’Italia, con un prelievo fiscale tra i più alti d’Europa, è quella delle oltre cento tasse. Una novantina di esse fanno incassare solo il 15% del gettito totale annuo, quindi con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di dieci imposte. La riscossione sarebbe più contenuta, si lavorerebbe con più serenità e si ridurrebbe anche l’evasione. Ma i pifferai suonano e andremo tutti contenti con le nostre bandiere rosse e nere a chiuderci nella caverna.

    (FEDERICO FUBINI, CORSERA)…Nelle scorse settimane i vertici del Tesoro hanno lavorato per convincere gli analisti di Moody’s a non declassare di due livelli, ricordando forte surplus con l’estero che il settore privato assicura per l’Italia. Probabilmente il doppio declassamento verrà evitato, ma Moody’s potrebbe comunque rimettere «prospettive negative» al debito anche dopo il taglio di un grado nel giudizio. Lo stesso, in vista di un declassamento, potrebbe fare anche S&P fra una settimana. Per le agenzie di rating conta molto la percezione che l’intero processo di governo dell’economia in Italia sia privo di rotta. Eppure proprio queste agenzie stanno diventando terribilmente importanti. Per Moody’s, S&P e Fitch l’Italia è a soli due scalini dal voto «non investimento» (o «spazzatura») e indici enormi come il Ftse Russell World Government Index (800 miliardi di dollari) o il Bloomberg/Barclays euro aggregate (2.500 miliardi) di fatto non possono più tenere l’Italia in portafoglio se due agenzie di rating la declassassero a «non investimento». Secondo Goldman Sachs, ciò innescherebbe vendite forzate di debito italiano per oltre cento miliardi di euro. E le soglie alle quali ciò può avvenire non sono davvero lontane.

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  • COME FARE IL MAGO E VIVERE FELICI 18 Ottobre 2018

    A chi è in cerca di lavoro consiglio di fare il mago. E’ lavoro semplice, bisogna imparare a memoria un repertorio di frasi fatte. Faccio un esempio. Qualsiasi persona si presenti da voi, gli farete questo discorso estraendo da un mazzo una carta alla volta (sicuri che ognuno di noi ci si può riconoscere appieno) : <Stamane vedo nelle carte che…hai un problema a casa con gli elettrodomestici, la lavastoviglie, un lavandino che non chiude bene… Il tuo problema principale però sono i figli, è vero?  Vedo che sei insoddisfatto, spesso arrabbiato, la gente senti che non ti capisce, è vero? I furbi ti passano davanti, pure in macchina senti che ti mortificano. Poi vedo che vorresti guadagnare di più, molto di più. Guadagni una miseria, una persona del tuo valore, dai! Poi vedo che ti sei alzato/a con una strana sensazione, non sai se stai bene oppure se sei angosciato/a.  Di tanto in tanto hai qualche mal di testa. E’ possibile che devi prendere una decisione, relativa ai problemi che hai, problemi che però io vedo sono risolvibili con un aiuto. Se non prendi tu la decisione, qualcun altro la prenderà per te. La tua salute, mi dice l’ascendente, va controllata regolarmente, mentre tu la trascuri e cerchi di non pensarci. Da quanto tempo non fai un eco-doppler o una tac computerizzata? Veniamo adesso all’amore, il partner talvolta va compreso, occorre non essere permalosi, saper ascoltare, non essere impulsivi, o troppo curiosi, non fare insomma le pulci al prossimo. In generale devi migliorare a… parlare…saper trovare le parole giuste, talvolta ti scappano certe frasi…E poi, la gelosia, suvvia, va controllata. Vedo che fra breve si può aprire una possibilità di guadagno, e che ci saranno novità. I miei consigli. Eccoli. Ascolta sempre cosa suggerisce il tuo cuore, il cervello spesso tradisce. Se vuoi qualcosa, non badare a spese, non sono i soldi che possono impedirti  di soddisfare i tuoi desideri. Fai qualcosa che ti faccia star bene, non so, una cura dimagrante, una cremina per il tuo viso, regalati un piccolo oggetto, oppure una vacanza in un posto bello. Tutte le angosce le devi mettere in un comodino, così la mattina quando esci non le porti con te. E soprattutto sorridi sempre. Chi sorride viene accolto/a. Se intendi darti alla politica, due consigli te li dò gratis. 1) prometti la luna e poi uno volta eletto dirai: mi avete eletto per darvi la luna, chi mi deve trovare  i soldi, me li trovi; 2) Quando uno ti critica digli: ma che vuoi? Presentati alle elezioni come ho fatto io>.    Sono 100 euro senza fattura.> 

    (PS: per i segni zodiacali è semplice come le tabelline. Ogni segno si racchiude in un aggettivo: Bilancia, incerto; Leone, deciso; Capricorno, testardo; Acquario, fumoso; Cancro, malinconico; Ariete, coraggioso; Gemelli, polemico; Scorpione, indefinibile e prevaricatore; Sagittario, simpatico…). 

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