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  • PERCHE’ BEAUTIFUL E’ LA POLITICA ITALIANA 29 agosto 2018

    Se vi siete mai imbattuti nella soap americana Beautiful, 7000 puntate dal 1987 (su Canale 5), è agevole capire le caratteristiche principali della prevedibile politica italiana. In Beautiful non c’è soltanto l’applicazione pratica del principio generale presente in tutte le storie, “il nemico del mio nemico è mio amico”. No. C’è uno schema ripetitivo, come nella politica italiana. Eppure i personaggi  della storia cambiano o si evolvono, non rimangono sempre fissi nelle loro caratteristiche, e quindi un cattivo diventa buono e viceversa. Il girogirotondo di Beautiful dove i 10 personaggi (5 uomini e 5 donne) parlano tra di loro (per il 99% del tempo), si sposano e si lasciano, ricorda la ronda della nostra politica dove nessuno fa niente. Beautiful è una storia  costruita intorno ad uno schema semplice semplice, un perno che non cambia mai dal 1987: ogni uomo è conteso da due donne e ogni donna da due uomini. Così l’effetto noia è terribile ed inevitabile perché quando un uomo comincia a parlare con una donna, si capisce che tra i due scoppierà l’amore, e la donna che viene subito dopo sarà la rivale della precedente. La storia procede dunque con triangoli amorosi che si costruiscono e si disfano, e individuare tali triangoli è così semplice ed elementare da togliere ogni curiosità. Anche la politica italiana, dalla I Repubblica all’attuale IV peronista-putiniana, analogamente segue lo stesso schema  (Salvini conteso da Berlusconi e Di Maio, o Craxi tra Andreotti e Berlinguer, per es.).  A sinistra, per capirci, c’è sempre stata la contesa tra i “riformisti” e gli “estremisti” i quali definiscono i primi “traditori della causa”; a destra sono mosche bianche i pochi moderati (negli altri paesi vengono detti conservatori ) e prevalgono soltanto nazifascisti più o meno camuffati; al centro si situano formazioni (come la dc ieri e oggi i casaleggi) dove si mischiano destra e sinistra sino a confondersi perché su ogni questione dicono una cosa, subito dopo il suo esatto contrario, e poi la buttano in caciara. Gli stessi cattolici sono divisi da sempre tra i padre Cristoforo e i don Abbondio. Per capirci, Andreotti usava dire: il tempo aggiusta tutto; Di Maio invece dice: ne vedremo (vedrete) delle belle. A Beautiful  e alla politica italiana pertanto do un’occhiata distratta, perché -sarò presuntuoso- ma so come va a finire: dopo 60 anni quando pensi che sei arrivato al peggio, capisci che al peggio non c’è mai fine. Chiarisco: a me oggi Andreotti, dopo Craxi Berlusconi e i peronisti-putiniani, mi sembra il meno peggio; Renzi mi fa tenerezza, sembra il tipico giocatore da casinò. Vince vince e quando comincia a perdere non si alza più dal tavolo perchè si ripete da solo: adesso me lo sento, la ruota gira, mi rifarò. A me fa tenerezza, mentre tutti gli altri, che hanno perduto tutto e però in tv continuano a spiegarci come si fa a vincere alla roulette, mi fanno pena. Sono looser e se avete presente un personaggio di Beautiful, Eric Forrester, (da me detto: quello delle ultime parole famose) capirete perchè.

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  • 20 ANNI SENZA GIORGIO 26 agosto 2018

    Il 23 agosto di vent’anni fa ci lasciò Giorgio Feroleto, medico psichiatra, una persona che molti hanno conosciuto perché era affabile con tutti e quando il corso a Lamezia era il punto d’incontro obbligato, lui lo percorreva per ore e ore. Io lo ricordo ogni volta che vedo quel grande attore di Toni Servillo, che me lo avvicina molto per le fattezze e anche per certe espressioni facciali. Eravamo un gruppo molto affiatato ed unito, composto da classi di età che andavano dal ’47 al ’57, e ci aveva messo assieme all’inizio la passione per il pallone. Per anni abbiamo giocato in campetti, dallo spiazzo ex Banco di Napoli (il terreno più bello che ricordi) a piazza della Repubblica sino al mitico campo di S. Eufemia davanti la Chiesa. L’estate, dopo essere andati al mare (cominciammo al Miramare di Gizzeria e ci spostammo negli anni sino a Falerna), dalle 16 in poi ci sfidavamo per ore a S. Eufemia. Negli anni settanta la sera c’era chi andava a via Veneto, noi andavamo a Falerna a mangiare una carbonara e poi tornavamo a Nicastro a chiacchierare sino al mattino, incrociandoci con Silvio Stella ed altri habituè. Quando faceva più caldo stazionavamo alla fontana del Castello a prenderci l’aria del Reventino. Poi scoprimmo i ristoranti di Pizzo (uno della piazzetta e poi il Piedigrotta) che erano l’occasione per chiacchierare insieme, più che per mangiare. Giorgio era il re di queste serate, nel senso che se c’era lui assistevamo gratis ad uno spettacolo di un grande monologhista, il più arguto, il più acuto. L’unico paragone possibile è Benigni, e se c’era anche Gianni Gargano, si creava un duetto incredibile. Giorgio era tenero, il suo sarcasmo nasceva dalla malinconia che si abbinava ad uno spirito vitale, all’osservazione profonda dei tic umani, ad una cultura mai sfoggiata ma che era profonda. Tutto ciò che aveva letto lo aveva maturato, elaborato, sviluppato. Giorgio è stato semplicemente l’amico più arguto che io abbia avuto, le risate che ci ha fatto fare fanno parte dei ricordi più belli di una gioventù trascorsa con gli amici. Chi riesce a farti ridere ti fa un dono incommensurabile, perchè rende le nostre vite degne di essere vissute.

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  • E TU NON VUOI ESSERE RICONOSCIUTO? 24 agosto 2018

    Ciascuno di noi è un Leopold Bloom di Joyce, un inetto con il suo io frammentato, confuso , debole ed irrisolto, e pertanto ha un solo bisogno nella vita: essere riconosciuto dal prossimo. Significa non sentirsi escluso, straniero, alienato, da anonimo diventare (ri)conosciuto.  Non rimanere perfetti sconosciuti . Certo, oggi con i social media, Salvini ha bisogno di essere riconosciuto come uomo forte, Cacciari come uomo intelligente e tante donne magari di essere riconosciute come bone, ma la necessità è la stessa. Quello che nessuno riesce ad accettare è di passare inosservato, di restare nessuno. Anche la semplice storpiatura del nome è un’ offesa: mi chiamo Fantozzi, non Fantocci. Dai Fantozzi ai superdirigenti megagalattici dei Ministeri e delle partecipate sino a divi e dive, giornalisti di fama e di fame, operai, impiegati, casalinghe, tutti vogliamo essere riconosciuti. Pure i mafiosi, attraverso la violenza e l’intimidazione, quello vogliono, un riconoscimento (lo chiamano rispetto), altrimenti non esistono. Questo semplicissimo concetto gli insegnanti non lo capiscono, e infatti sono disperati perché nessuno riconosce (rispetta?) il loro duro lavoro. Ma essi riconoscono il preside, gli alunni, il personale Ata? No, e allora? Per quale motivo l’ alunno peggiore dovrebbe impegnarsi un poco se nessuno lo riconosce? In pedagogia si chiama “predizione che si avvera”. “Tu si que vales”, ecco la parolina magica che vogliamo sentirci dire dall’altro per entrare in rapporto. Se io non sorrido all’altro, se sono sgarbato, indifferente, ostile, perché mai l’altro dovrebbe rispondere con gentilezza? Semplifico troppo, forse, ma in fondo le religioni con il concetto generico di amore & obbedienza, su questo si basano, su questa idea semplicissima: il riconoscimento lo avrai dopo la morte. Le religioni posticipano il riconoscimento e si fanno obbedire per questa speranza posticipata, che ti fa accettare qualsiasi cosa brutta ti succeda nella vita. Solo che il più convinto fedele del mondo, in attesa del riconoscimento divino, ogni giorno, nel suo lavoro, a casa, allo stadio, al bar, per strada, vuol essere riconosciuto: non si può vivere da anonimi nella folla. “Ma hai visto quello? Avevo la precedenza io e non me l’ha data! Ma và a morì ammazzato…” Anche la mia auto, come il mio lavoro, vuol essere riconosciuta.

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  • PADELLARO SI LAMENTA CON CAIRO DI ALDO GRASSO 24 agosto 2018

    UNA CAREZZA IN UN PUGNO Caro “stimato professore universitario”, anch’io in questo forum una volta scrissi che Padellaro in tv ha la faccia di uno al quale hanno distrutto la fiancata dell’auto 10 minuti prima. Ma, fuori dello scherzo, ciò che la Ditta Travaglio Scanzi Padellaro non riesce a capire è molto semplice. Uno in tv (invitato certo, ci mancherebbe) ci può andare pure tutti i giorni. Cacciari, oppure Mieli o Massimo Franco ci vanno spesso, ma uno ha la curiosità di ascoltarli: vediamo come commentano quello che è successo oggi. La Ditta invece dovunque canta sempre e solo la stessa canzone. E’ l’effetto “Rose rosse” (Massimo Ranieri da 50 anni quando va in tv la canta). La canzone della Ditta, per qualsiasi argomento, è questa: “Il M5S vince per colpa di Renzi”. La canzone sarà bellissima, ma non può spiegare tutto, dall’effetto serra al conflitto sunnita-sciita. Ormai dunque ha assunto un connotato ossessivo. Che forse spiega perché mai nel 2018 un giornalista di lungo corso ricorre all’editore per richiamare un critico. Essendo “de sinistra”, non canta Rose rosse ma ” …e la mia mano dove prima tu brillavi, è diventata un pugno chiuso, sai..”

    di frascop
    LA RISPOSTA A CURA ALDO GRASSO
    Non immaginavo tanta suscettibilità e tanto cattivo gusto in un giornalista di lungo corso.
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  • LA REALTA’ DI NADIA URBINATI 21 agosto 2018

    Se Leggi Repubblica, capisci perchè in Italia tutti sono bravi a dar lezioni dopo che conoscono il risultato finale (di una partita o di una elezione). Cito un solo articolo (ma lo stesso concetto è rimasticato in tutti) della sociologa Nadia Urbinati che dalla Columbia University ci fa conoscere il suo pensiero: « (La sinistra senza popolo) La sinistra al governo non ha mantenuto molte delle sue promesse: non ha sempre operato per la giustizia sociale; non ha ridato forza al pubblico; non è stata sempre dalla parte dei lavoratori e del lavoro; non ha sempre avuto leader capaci, amati e lungimiranti; ha tentennato sui principi e spesso li ha traditi. Questi sono alcuni degli “errori” dai quali partire. Con umiltà e accettando il principio di realtà». Il principio di realtà sarebbe il seguente: Il popolo è quel marito che lasciò la moglie perché lo tradiva. E subito dopo si sposò con una prostituta. Chi vince ha sempre ragione, come il popolo. La storia la raccontano sempre i vincitori. Le idee buone non diventano sbagliate dopo una sconfitta elettorale o referendaria, significherebbe buttare il bambino con l’acqua sporca. Perciò i vecchi critici cinematografici erano soliti scrivere il pezzo senza vedere il finale del film, che avrebbe potuto condizionarli. 

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  • COME I CILENI CON LA GIOIA SI LIBERARONO DI PINOCHET 21 agosto 2018

    Le elezioni rappresentano il mercato politico dove i cittadini scelgono quali prodotti comprare come se fossero al supermercato. Non sempre scelgono bene ma succede anche con le auto, la pasta, ogni bene disponibile sul mercato. Quello che è importante capire è che devi saper vendere il tuo prodotto, non basta avere un prodotto di qualità. Un film è indispensabile per capire il concetto. Narra una storia vera. NO- I GIORNI DELL’ARCOBALENO è un film del 2012 di Pablo Larrain. Racconta la lotta non violenta dei pubblicitari che portò il popolo cileno a votare contro il referendum che avrebbe di fatto lasciato Pinochet al suo posto per altri otto anni. Correva l’anno 1988 in Cile e durante l’estate il presidente Augusto Pinochet annunciò il referendum per votare la sua riconferma. L’apertura del dittatore al popolo gli sarà fatale: dopo 15 anni di dittatura feroce che portò alla morte di 3 mila dissidenti politici, 3 mila scomparsi e oltre 30 mila torturati, il popolo fu chiamato ad esprimere la sua opinione sull’operato di Pinochet. Confermare o meno il Generale, voleva dire solo dire “Sì o No”. Il risultato storico del 55,99 % contro il 44,01% scalzò Pinochet in uno dei referendum più importanti di sempre. RIBALTARE LA VITA – Pinochet non temeva l’opposizione, e addirittura concesse uno spazio televisivo ai “No” del referendum. 15 minuti ogni sera per la propaganda. Questo film è la storia di come Eugenio Garcia e un gruppo di pubblicitari siano riusciti a rovesciare uno dei regimi più repressivi al mondo. La pubblicità può anche essere utilizzata con un fine positivo e non solo per consigliare o manipolare l’opinione pubblica. Il primo lavoro fu quello di creare un ‘prodotto’ che avrebbe dovuto conquistare la massa. Quale messaggio sarebbe stato in grado di unire tutti i cileni giovani e non giovani?”. Il primo pensiero fu quello di utilizzare i filmati con gli orrori del regime fatti di esecuzioni, arresti e torture per ricordare agli elettori i crimini di Pinochet, ma poi è arrivata la svolta: l’odio non avrebbe battuto l’odio. I creativi si spinsero oltre e decisero di promuovere un messaggio positivo, qualcosa in grado di galvanizzare la nazione per contrastare la paura e l’oppressione. Garcia capì che avrebbe dovuto trasmettere il sole ai cittadini e arrivò lo slogan: “La alegría! Chile, la alegría ya viene”. Garcia ha spiegato che in spagnolo ‘Alegria’ significa un sentimento collettivo e non solo la felicità e questo “trasmette molto di più rispetto al carnevale o a una festa”. “Dopo anni di repressione, il paese aveva bisogno di vivere in pace”.L’ARCOBALENO – L’obiettivo è stato quello di trovare il modo giusto per riempire quei 15 minuti al giorno disponibili per 27 notti: è stato ideato un logo, un semplice arcobaleno e poi bandiere, striscioni, manifesti e magliette. Di fronte alle torture mosse da Pinochet, inizialmente la campagna piena di colore e leggerezza mossa dal fronte dei “No” sembrò quasi una mancanza di rispetto verso le vittime del regime. Garcia ha spiegato: “Non avevamo bisogno di uccidere Pinochet ma di rinsaldare lo spirito del paese”. La prima trasmissione è iniziata con un arcobaleno dipinto, la parola “No” e in sottofondo le note di una canzone orecchiabile, poi la camera si è spostata su Patricio Banados, uno dei lettori di notizie più amati del paese fino a quando non è stato cacciato dal governo: “Cile, la gioia è sulla strada giusta”. Oggi, questa forma di espressione può apparire banale ma allora segnò una grande rivoluzione e colpì di sorpresa il regime di Pinochet. Nel 1990 il Cile ha assunto un governo democratico. Una lezione che la sinistra italiana ancora non ha compreso, non basta contrastare la Lega a 5 Stelle. Occorre elaborare un messaggio positivo che parli all’Italia piena di paura e livore

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  • CARBONI: LA POLITICA ITALIANA SPIEGATA IN 1 CARTELLA 19 agosto 2018

    Sul declino dell’egemonia dei partiti sappiamo: la sua decadenza accompagnata dall’eclissi delle grandi credenze e motivazioni d’appartenenza ideologica; la sua metamorfosi post-ideologica, mediatica, personalizzata, finanziarizzata, a cui non ha resistito. Ha smarrito il senso profondo del gioco destra-sinistra, è quasi evaporata nella politica senza profondità che si forgia su semplificazioni e slogan che si irradiano in superficie. (…) E’ salito in superficie il vuoto pneumatico tra “popolo” e un’élite democratica senza autorevolezza, un ossimoro in implosione. La cometa Renzi ne ha ritardato il collasso, perché finalmente era emerso un giovane a capo di un Paese invecchiato e di una classe dirigente quasi inamovibile. Finalmente un rottamatore delle inconcludenze del passato. Il primo Renzi era perciò in profonda sintonia con il mood sociale. Non l’ha saputa mantenere. Ha cercato di comandare la linea “tutti dietro il capo”, ma dietro c’era ormai un’élite politica inconsistente, in preda alla sua litigiosità interna. Nel prossimo futuro, assisteremo non più al pericoloso teatrino del conflitto tra élite e popolo, ma a un probabile braccio di ferro tra i leader populisti e poi, forse, con le nuove élite democratiche, se sapranno rigenerarsi a sinistra e a destra. La novità populista non è nella qualità delle nuove élite di governo, che, come le precedenti, non sono selezionate sulla base del merito, ma della fedeltà al capo. La novità di regime è che il populismo si fa portatore del senso comune popolare per cui «lo scopo della democrazia è registrare i desideri del popolo quali sono e non quello di contribuire a ciò che potrebbero essere o potrebbero desiderare di essere». Questa frase illuminante di Crawford B. Macpherson tratta da La vita e i tempi della democrazia liberale (Il Saggiatore, 1980) contiene tutte le ragioni della crisi della democrazia dei partiti e i rebus di un mercato politico a maggioranza populista, che funziona senza vere élite traenti, senza cinghie di trasmissione, senza corpi intermedi, ma con leader che sanno intercettare istanze e percezioni popolari quali sono. Purtroppo, non abbiamo classi dirigenti “all’altezza” sia perché la politica non si preoccupa di formarle e selezionarle sia perché sono carenti nel Paese le condizioni culturali e morali per generarle. Se dunque è calata la notte sulle élite politiche dei partiti, il regime populista esce dalla notte insonne della protesta con un’alba ancora carica di luce buia. CARLO CARBONI, 20 LUG 2018, IL SOLE24 ORE (Carboni insegna sociologia economica ad Ancona)

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  • FIGALLI E I PROFESSIONISTI DELL’INCOMPETENZA 12 agosto 2018

    Se il nostro Paese sapesse guardarsi allo specchio riconoscerebbe l’analfabetismo del popolo (si veda il Rapporto di conoscenza 2018 dell’Istat) e la presenza della borghesia più ignorante d’Europa. Tali elementi caratterizzanti hanno convinto oggi che l’incompetenza diffusa sia l’antidoto alla competenza della casta. Se quest’ultima ha provocato danni con i suoi esperti e tecnici, affidiamoci a chiunque purchè incompetente. Alessio Figalli, 1984, laureato alla Normale di Pisa, ha vinto la medaglia Fields “il Nobel della matematica”. In America ad Austin gli diedero la cattedra a 27 anni, mentre in Italia, racconta GA Stella su Sette riferendo quello che ha saputo da un cattedratico romano, gli avevano proposto di partecipare ad un concorso su misura dove avrebbe vinto facile facile. Figalli non accettò, temendo ritorsioni e ricorsi, e preferì il Texas. Questo è quanto. In questi casi si parla di cervelli in fuga. In realtà c’è un altro cervello ormai svanito, quello del sistema Italia, incapace di riconoscere il merito a qualsiasi età. Nel 2011, l’anno in cui Figalli se ne andò in America, l’età media in ingresso dei cattedratici ordinari italiani era di 58 anni. Solo il doppio, rispetto all’età di Alessio. Ecco, secondo me, quale sia il problema dei problemi italiani. Irrisolvibile certamente, ma solo perché tutta la politica compresi i nuovi che avanzano  e la casta, neppure lo avvertono come problema.  Sei un prodigio? E adesso che vuoi? mettiti in fila e trovati un protettore. Dalla mancata risoluzione di questo problema, a cascata derivano tutti gli altri: i competenti vengono messi da parte a favore degli incompetenti protetti, i quali rispondono al padrone e fanno danni. E’ un sistema che comincia presto, dai banchi della primaria. I bravi devono aspettare i tempi dei meno dotati, i bravi danno fastidio perché sono un’anomalia, e il compito degli insegnanti è allora quello di abbassarli al livello degli altri: contenerli. Il concetto cruciale da capire è di Vittorio Spinazzola: non c’è democrazia politica se prima non c’è democrazia culturale, che è democrazia delle competenze e della conoscenza. Ogni studente bravo che a scuola viene mortificato o massificato è la spia di un sistema corrotto. Ecco perchè “merito” in Italia, il regno del demerito, è una parolaccia, così come concorrenza e selezione. Tutto cominciò con l’egualitarismo cattolico, declinato nel senso che per accedere in Paradiso occorre saper aspettare un condono tombale (invece di dire la verità, che accedervi presuppone una dura selezione).

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