IL QUOTIDIANO DEL VIRUS/ AGGIORNATO OGNI 24 ORE

(5/4) ADDOSSARE LA COLPA A pag. 146 del mio romanzo “Azzurro” (2018) c’è scritto: “Di sicuro l’uso della violenza diminuirebbe se quando il mio gruppo o la mia famiglia o il mio popolo stanno male la smettessimo di trovarci dei nemici, siano il fato o il mondo crudele, i cristiani, gli ebrei, l’Occidente, una nazione, un partito, un politico, ai quali addossare la colpa. Sapete, questa manìa di voler incolpare gli altri quando le le cose ci vanno male e prendersi i meriti solo quando le cose vanno bene, è cominciata con Caino e continua. No, mi correggo, è cominciata con Adamo ed Eva che si annoiavano, e poi Adamo ha dato la colpa alla donna”. L’analista americano Fareed Zakaria, il massimo esperto di geopolitica della Cnn, ha scritto:
«… Trump …ha istinti nazionalisti e tende sempre a scaricare la colpa su qualcun altro: in questa crisi sono i cinesi, che pure meritano molti rimproveri per essere all’origine dell’epidemia. Ma anche lui ha sottovalutato il problema. Accusarci a vicenda non serve a molto. La sfortuna è che affrontiamo la prima vera crisi globale in un momento in cui molti grandi Paesi sono governati da nazionalisti: gli Usa, la Cina, l’India, la Russia, il Brasile».

(4/4) SUPERSTIZIONE O SCIENZA di P.L. Battista: “Ma non è colpa nostra, non dobbiamo scontare nessun peccato. E se dobbiamo sperare in qualcosa che ci faccia uscire da questo incubo, non è nella benevolenza di una divinità naturale, o di una natura divinizzata se si preferisce, che ci ha imposto questa quarantena dello spirito e dei sentimenti, ma nella sapienza razionale dei laboratori che in tutto il mondo stanno studiando per ottenere terapie e vaccini: con la ragione, non con la superstizione, per salvarci tutti insieme, non per scontare peccati e crimini mai commessi. Non tornando indietro, ma con le conquiste che abbiamo costruito faticosamente in questi ultimi secoli e che hanno reso, stavolta sì, la vita migliore, con un maggior benessere, occasioni di crescita, riduzione delle malattie, civiltà, libertà, estensione dei diritti e delle opportunità”.

(3/4)  LE MASCHERINE (Milena Gabanelli) La Fippi è stata guidata dal Politecnico nella scelta del materiale giusto, ha superato i test di laboratorio, avviato la produzione di 900.000 mascherine chirurgiche al giorno due settimane fa. Oggi ne ha in stock 4 milioni. Ebbene queste aziende non possono ancora commercializzarle perché l’Istituto superiore di sanità, che per decreto deve rispondere entro 3 giorni, non lo ha ancora fatto. La procedura semplificata alla fine si arena ancora una volta nella confusione romana.

CARLO ROVELLI, fisico. ” La realtà forse più difficile da accettare è che quello che sta succedendo non è colpa di nessuno. Non è come la guerra, scatenata dalla follia di noi umani. Certo, ci sono stati errori, negligenze. Ne stiamo commettendo probabilmente ancora, ce ne renderemo conto fra un po’. Ma prendere decisioni in situazioni inedite è difficile: facciamo quello che possiamo, a tentoni. La prossima volta ci prepareremo meglio, faremo meglio; ascolteremo di più la scienza quando lancia allarmi preventivi. La tentazione è di dare sempre colpe a qualcuno: ai politici che dovevano svegliarsi prima, alla Cina che doveva dare l’allarme prima, all’impreparazione nonostante gli avvertimenti, o quant’altro. Ma la realtà è che questo disastro non ha colpevoli. Abbiamo imparato a proteggerci da tante cose, ma siamo nelle mani della natura, che a volte ci riempie di regali, a volte ci maltratta brutalmente, con sovrana indifferenza. È rassicurante vedere come governi e pubblico, ora, nel momento del pericolo, ascoltino la scienza. La conoscenza è il miglior strumento che abbiamo. Ci permette di evitare errori gravi, come quelli che commettevamo nel medioevo quando per scongiurare la peste facevamo processioni, col risultato di infettare tutti. Ma mai come adesso vediamo che la scienza non sa, ovviamente, risolvere tutti i problemi. Il nostro splendido sapere si arrende davanti a una cosa che è poco più di un granello di polvere. La scienza è la nostra forza, l’utensile migliore che abbiamo trovato, teniamocela cara, ma restiamo fragili, in una natura indifferente e immensamente più grande e più forte di noi.”

(2/4) INTERVISTA A GIORGIO PALU’ di Marco Imarisio «Siamo diventati un popolo di virologi, dove tutti parlano del virus. Peccato che in Italia, al contrario di Germania, Usa e altri, le ultime cattedre in virologia siano state assegnate nel 1982, e l’ultimo primariato risalga alla metà degli anni Novanta». Giorgio Palù non dice che una di quelle cattedre fu la sua, così come fu lui l’ultimo primario in quella specialità. «Poi tutto venne incorporato in Microbiologia. Certo, anche i virus sono microbi, ma la microbiologia si occupa di batteri, protozoi, parassiti, funghi, e poi anche di virus. Adesso vediamo quanto ci sarebbe bisogno di una unica e specifica disciplina in questa materia così particolare». Tra i suoi studenti era celebre per la franchezza, dote che sembra aver conservato. Uno degli studiosi italiani più considerati all’estero. Docente emerito di microbiologia a Padova, professore di neuroscienze a Philadelphia, presidente uscente causa pensione della Società europea di virologia, richiamato in servizio da Luca Zaia che gli ha affidato gli studi per isolare e sequenziare il virus. «Lavoro a stretto contatto con Azienda Zero, la struttura che organizza il sistema epidemiologico regionale. E oggi cominciamo uno studio sulla siero-prevalenza molto importante».

Perché lo ritiene tale?

«I benedetti tamponi ci danno la misura dei casi incidenti, ovvero quanti casi abbiamo al giorno in un determinato periodo. La prevalenza, un dato statistico che si ottiene attraverso l’esame del sangue, ci mostra invece la distribuzione del virus e può fornirci informazioni fondamentali».

Quali?

«Incrociata con altri dati, può permetterci di capire se esiste una immunità specifica al virus, cosa che al momento nessuno sa, quanto può durare, e può darci indicazioni su come proteggerci dal contagio di ritorno, che in futuro diventerà non un problema, ma “il” problema».

Vi state portando avanti?

«L’intenzione è quella. Ci servono, e parlo dell’Italia intera, dati che al momento non sono in nostro possesso. Dobbiamo mappare in fretta i soggetti asintomatici che sono o non sono venuti a contatto con il virus. In una fase di graduale ripresa delle attività, che spero venga presto, sono queste le cose da sapere, non altre».

«Ci sono alcuni casi aneddotici di persone malate più volte. Ma non fanno statistica. Però conosciamo la storia di questo virus».

Cosa potremmo imparare?

«Come la Mers e la Sars del 2012, e gli altri di quella famiglia che danno semplici bronchiti, si tratta di virus che mutano poco. Ma, per fare un esempio, capita di prendere il raffreddore più volte».

Quanto ci vorrà per avere una risposta?

«Dobbiamo attendere informazioni sulla variabilità della sequenza di questo specifico genoma. Al contrario di molti, non sono però pessimista. La Sars si è estinta in un anno, la Mers è ricomparsa in casi molto sporadici. Questo virus muta, ma poco».

Perché la Lombardia ha un tasso di mortalità che ha raggiunto anche il 14% mentre il Veneto è fisso sul 3,3%?

«Sono due regioni con una dimensione socio-morfologica molto diversa. Codogno e Lodi sono città dove si vive in condominio, Vo’ Euganeo è un paesino sul Colli Euganei».

Esaurita la premessa?

«Il Veneto ha ancora una cultura e una tradizione della Sanità pubblica, con presidi diffusi sul territorio. La Lombardia, molto meno».

Sono stati fatti degli errori?

«Non sta a me dirlo. Ma in Lombardia hanno ricoverato quasi tutti, il 60% dei casi confermati, esaurendo presto i posti letto. Da noi, i medici di base e i Servizi d’igiene delle Asl hanno fatto filtro: solo il 20%. Tenendo a casa i positivi asintomatici si è evitato l’affollamento degli ospedali e la diffusione del contagio».

In Lombardia, invece?

«Nessuno si è ricordato la lezione della Sars. Che è stato un virus nosocomiale, così come lo è il Covid-19. A diffusione ospedaliera. La scelta della Lombardia di trasferire i malati dall’ospedale di Codogno, che era il primo focolaio, ad altre strutture della regione, si è rivelata infelice».

Quanto?

«Molto. Perché ha esportato il contagio, senza per altro che venisse monitorato subito il personale medico. Hanno agito sull’onda emotiva. Tutti dentro. Invece dovevano tenerne fuori il più possibile. Qualcuno non ha capito che questa non è un’emergenza clinica e di assistenza ai malati, ma di sanità pubblica».

Ci spiega la differenza?Una questione culturale?

«Anche. Una forma mentis. In Lombardia esiste da molti anni una sana competizione pubblico-privato. Dove si evince la maggiore efficienza di ognuno? Dalle persone accolte in Pronto soccorso. Ricoverando, si è voluto mostrare efficienza in ambito clinico. Ma così non si è fatto alcun argine al virus».

(1/4) Hong Kong Venerdì 27 marzo a Hong Kong sono stati accertati 65 nuovi casi di coronavirus in 24 ore, un record dall’inizio dell’emergenza sul territorio nazionale arrivato quando le autorità locali avevano iniziato ad allentare i divieti imposti durante la quarantena. Proprio quando la regione autonoma cinese si era convinta di aver superato praticamente indenne l’epidemia – al momento conta 518 casi e meno di dieci morti su 7,4 milioni di abitanti – e aveva dato il via alla riapertura di uffici, negozi e fabbriche l’incubo è tornato, con i casi di Covid-19 di nuovo in aumento soprattutto tra gli studenti di ritorno da località europee e dagli Statiti Uniti.

Così il governo ha dovuto chiudere nuovamente l’aeroporto agli stranieri, anche a quelli solo in transito, e chi arriva dall’estero deve farsi 14 giorni di quarantena. Come riferisce la rivista The Atlentic, quanto successo a Hong Kong deve essere un monito per tutti quei Paesi – tra cui anche l’Italia – che con il calo dei contagi pensano di tornare subito alla normalità. Dopo due mesi di lockdown praticamente totale, dal 15 di marzo i cittadini di Hong Kong avevano ripreso la loro vita quotidiana, i mezzi pubblici erano tornati a circolare, potevano uscire per fare passeggiate e bar e ristoranti avevano riaperto. Ma con il virus ancora in circolazione questo ha dato il via a una nuova impennata di contagi che ha costretto il governo a fare dietrofront, rimettendo l’obbligo di stare a casa e vietando gli assembramenti con più di quattro persone. La preoccupazione degli scienziati è infatti che lo stesso accada, con proporzioni ben peggiori visto i numeri attuali, poi in Europa e America dove in molti già scalpitano per la riapertura totale.

VENETO Andrea Crisanti, direttore del dipartimento di medicina molecolare dell’ Università di Padova, professore all’ Imperial College di Londra, è a capo della task force sanitaria del Veneto. La regione guidata da Luca Zaia, al momento, è quella che al Nord ha la percentuale minore di morti e contagiati. In Veneto il tasso di mortalità legata al Coronavirus si aggira attorno al 4%, in Lombardia al 14, in Emilia-Romagna all’ 11.

Professore, la differenza è enorme: come la spiega?

«Abbiamo fatto più tamponi di tutti per isolare il maggior numero possibile di positivi. Vo’ Euganeo, il primo nostro focolaio, è stata chiusa quasi subito, la popolazione è stata sottoposta a un doppio test, prima e dopo la “quarantena”, e il risultato è che i contagi, di fatto, si sono azzerati. Poi c’ è la questione legata agli ospedali».

Cioè?

«In quello di Padova, ad esempio, scoperto il primo contagiato abbiamo fatto il tampone a tutte le persone del reparto, sia medici che pazienti, e isolato immediatamente chi aveva contratto il virus. Siamo intervenuti in modo capillare perché la struttura funzionasse al meglio, riducendo al minimo la possibilità che l’ epidemia si diffondesse all’ interno, cosa che purtroppo è accaduta in alcuni ospedali lombardi.

Questo ha permesso anche al nostro personale di lavorare in modo più sereno. Abbiamo sottoposto al test tutti, 6 mila persone, e ora abbiamo un tasso di infezione bassissimo».

Verona però è tra i nuovi focolai d’ Italia

«È vero, e i motivi sono due. Il primo è la vicinanza con Brescia e Bergamo. Il secondo, probabilmente determinante, è che i dirigenti dell’ ospedale non erano preparati, e infatti hanno contratto quasi tutti il virus. Senza una guida salda è nata una situazione d’ insicurezza che si è ripercossa sulla quotidianità. Se salta l’ ospedale salta tutto».

Il governo doveva adottare il “modello Vo'” fin da subito?

«Avrebbe dovuto disporre il campionamento della popolazione in tutte le “zone rosse”. Non averlo fatto peserà sulle coscienze. Il 26 febbraio, a Vo’, il 3% della popolazione era infetta. Su scala nazionale significa che c’ erano già un milione e mezzo di contagiati, un numero enorme. L’ Italia ha perso due settimane a discutere dei danni all’ economia e di quelli d’ immagine: una follia. Quelle due settimane, mi creda, le stiamo ancora pagando».

Quindi cosa dovremmo fare?

«Vanno sottoposte al tampone domiciliare tutte le persone che chiamano il medico lamentando i sintomi.

Idem per i familiari, anche se sono asintomatici. I positivi vanno portati in alberghi e strutture ad hoc per interrompere la catena del contagio. I dati parlano chiaro: le case sono veri e propri incubatori d’ infezione. Da questa brutta storia se ne esce solo così».

È la strada che percorrerà il Veneto?

«In realtà coi tamponi abbiamo già cominciato. Al resto credo che ci arriveremo presto. La strategia nazionale, chiamiamola così, non ha funzionato. Bisogna prenderne atto. Questa è una battaglia che si vince sul territorio prima ancora che negli ospedali. Più casi vengono identificati e meno gente arriva al pronto soccorso. Più casi vengono scoperti e più diminuisce la trasmissione».

Non si fa altro che parlare di “picchi” e “curve”. E se il “picco” non esistesse e continuassimo con questa tendenza?

«Se la curva continua ad andare su e giù, e finora è andata così, significa che i provvedimenti non hanno sortito l’ effetto sperato. La media del periodo d’ incubazione è di 5-7 giorni. Se implementi le misure restrittive dovresti vedere i risultati dopo 8-9. Non abbiamo visto ancora niente».

Cos’ altro non ha funzionato?

«Non abbiamo più i professionisti di un tempo, quelli che hanno gestito il colera, la malaria, il tifo».

«Andrà tutto bene», «ci rifaremo in estate». Il Paese va avanti a slogan. Secondo lei come andrà: a luglio avremo una vita quasi normale?

«Di questo passo ce lo scordiamo, a meno che il virus, come nel caso della Sars, non sia estremamente sensibile al caldo. Ma devo essere sincero, sarebbe un miracolo, non ci sono dati che lo dimostrano».

(31/3) CALABRIA “I ventilatori per la respirazione? Non so neppure cosa siano. Mi sono sempre occupato d’altro, di infrastrutture, di lavori pubblici…”, ad affermarlo ai microfoni della trasmissione Report – andata in onda ieri sera – è Domenico Pallaria, a capo della Protezione civile calabrese e tra le figure chiave dell’emergenza Covid 19 in Calabria. “E chi avrei dovuto nominare?”, è la risposta della presidente della Regione, Jole Santelli (notizia da scolpire sul marmo e murare all’ingresso della Regione Calabria ad perpetuam rei memoriam)

CAGNOLI «Ora è doveroso far arrivare soldi a chi non ha uno stipendio o la possibilità di sostenersi. E poi serve uno choc di domanda per far ripartire il sistema. Ma attenzione a fare in modo che questo non diventi strutturale. Sosterremo un debito che noi e i nostri figli dovremo ripagare. Per ripagarlo, però, serve lavoro, una base imponibile che ci consenta di creare ricchezza e quindi tasse, non solo e non per sempre pagare sussidi, ancorché oggi necessari». (Giovanni Cagnoli, presidente di Carisma SpA).

MONACO Cinquemila euro, accreditatati direttamente sul conto corrente, un paio di settimane dopo aver presentato online la domanda, composta soltanto da due pagine, senza bisogno di allegare alcun documento. Zero burocrazia, tempi ridotti all’osso: ricevere il sussidio di emergenza per il coronavirus («Corona Soforthilfe») a Monaco è facile così, racconta Claudio Prisco, 50 anni, milanese trapiantato in Baviera, dove è titolare di una piccola agenzia di design insieme alla moglie Mansch, 43 anni.

(30/3) Il fisico Davide Bassi, ex rettore dell’Università di Trento, ha redatto un’analisi numerica delle politiche Regionali di mappatura dell’epidemia nella prima fase (precedente alle misure di chiusura del 10 marzo), quella esponenziale, quando i casi raddoppiavano ogni giorno e dichiara: «Da settimane sostengo che il Veneto abbia rappresentato il miglior approccio di gestione dell’emergenza: il tempo sprecato dalle altre Regioni e dalle autorità nazionali è costato al Paese molte perdite che si sarebbero potute evitare». «L’unica Regione che si è mossa bene è stata il Veneto: Vò Euganeo è stato isolato, tutta la popolazione è stata tracciata, si è scoperto che il 75% delle persone erano asintomatiche, ma portatrici del virus, e si è proceduto alla quarantena. I risultati si vedono chiaramente».L’Italia è il Paese in cui non si programma mai e si va sempre dietro all’emergenza. Ci diciamo che diamo il meglio di noi quando siamo in difficoltà ma, se devo giudicare da quello che è successo in questo mese e mezzo, è una pia illusione».

Guanti e mascherine, ecco la tragedia della nostra “burocrazia”.  In Germania l’autorità sanitaria ha disposto un protocollo semplificato da seguire. In Italia quaranta produttori si sono rivolti a Italcert e società che testano i materiali per avere indicazioni, le quali hanno definito una procedura semplificata che è stata inviata all’Inail e all’Istituto superiore di Sanità (Iss). Tempo previsto per la risposta: tre giorni. Inail l’ha subito bocciata: occorre seguire la procedura standard (che richiede qualche mese); l’Iss dopo dieci giorni ancora non si pronuncia. Nel mentre, le aziende che sarebbero pronte alla riconversione, sono ferme. Altre hanno iniziato la produzione, ma sono bloccate comunque dalle autorizzazioni romane. (Gabanelli e Ravizza)

Antonio Polito (Corsera) torna sulla “catena di comando”, concetto che ho segnalato nei giorni trascorsi:  “Ma il tempo che ci divide dal momento fatidico in cui potremo dire che si ricomincia seppur parzialmente a vivere deve essere usato anche per risolvere un altro grande problema, che fin dall’inizio della crisi ha ridotto la nostra capacità di reazione: la catena di comando. L’incertezza su chi dovesse decidere, specialmente in un campo come la sanità che costituzionalmente compete alle Regioni, ha determinato a detta di molti esperti una decina di giorni di ritardo nel lockdown, che stiamo ancora pagando”. 

(29/3) (L. Ricolfi, il Messaggero) Oggi vi racconto una storia, ma spero vivamente che il mio racconto sia sbagliato. Sì, spero di sbagliarmi, e che le cose non siano andate come le ho ricostruite io. Perché se fossero andate come sembra a me, o anche solo più o meno così, dovremmo essere tutti molto preoccupati, ancora di più di quanto già siamo. E, forse, dovremmo chiedere che qualche politico faccia un passo indietro, o almeno ci chieda scusa.Ed ecco la storia.

31 gennaio: appena appreso che due turisti cinesi sono positivi al Coronavirus, il Governo dichiara lo stato di emergenza fino al 31 luglio, e con ciò si auto-attribuisce poteri speciali; possiamo presumere che, almeno da quel momento, il Governo stesso sia consapevole della gravità della situazione

In realtà avrebbe potuto (e forse dovuto) esserlo già molto prima. In una serie di articoli pubblicati fra l’8 gennaio e la fine del mese, il sito di Roberto Burioni (Medical Facts) aveva fornito tre informazioni cruciali: una parte non trascurabile degli infetti è asintomatica ma può ugualmente trasmettere il virus; il controllo della temperatura negli aeroporti è una misura insufficiente; l’esperienza cinese suggerisce che è difficile fermare l’epidemia se non si intercettano almeno due terzi degli infetti.

21 febbraio: scoppiano i due focolai di Codogno (Lombardia) e Vo’ Euganeo (Veneto), si aggrava la situazione in Cina; Giorgia Meloni chiede la quarantena per chi viene dalla Cina o da altre zone ad alto rischio; anche Walter Ricciardi, nostro rappresentante nell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), critica il governo per essersi limitato a bloccare i voli diretti con la  Cina, ignorando il problema dei voli indiretti; ma il governo liquida la proposta della Meloni come “allarmismo” ingiustificato, e quanto alle critiche di Ricciardi se la cava nominandolo consulente del ministro della Sanità.

21-28 febbraio: mentre Roberto Burioni consiglia i tamponi anche a chi ha solo 37.5 gradi di febbre, parte l’offensiva del Governo contro i tamponi, che culmina con un’intervista a Walter Ricciardi in cui viene aspramente criticata la linea dei tamponi di massa adottata dal Veneto, contraria alle direttive mondiali ed europee, volte a minimizzare il numero di tamponi; contemporaneamente, in barba allo “stato di emergenza” dichiarato un mese prima, parte la compagna politico-mediatica per “riaprire Milano” e far ripartire l’economia.

28 febbraio: mentre l’epidemia dilaga, il ministro degli esteri Luigi Di Maio minimizza la gravità della situazione, dichiarando che “in Italia si può venire tranquillamente” e che i comuni coinvolti sono solo 10 su 8000; la linea del Governo è minimizzare i tamponi per non scoraggiare il turismo.

5 marzo: il prof. Andrea Crisanti, che sta conducendo un fondamentale studio epidemiologico sul comune di Vo’, congettura che il peso degli asintomatici possa superare il 30% (intervista rilasciata ad Alessandra Ricciardi su “Italia Oggi”); circa una settimana dopo, a conclusione della seconda rilevazione a Vo’, la congettura diventa certezza: il peso degli asintomatici è dell’ordine del 75%; e poiché gli asintomatici possono trasmettere il virus, diventa chiaro a tutti che il vero problema è individuarne il maggior numero possibile.

10-16 marzo: a seguito dell’indagine di Vo’, nel mondo scientifico si rafforzano le posizioni di quanti, diversamente dal nostro governo e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ritengono che minimizzare il numero di temponi sia stato un grave errore, e che – per quanto tardivamente – il numero di tamponi vada aumentato sia rendendo meno restrittivi i criteri per effettuare i tamponi, sia effettuando tamponi a tappeto alle categorie più a rischio (dai medici ai poliziotti, dagli edicolanti alle cassiere).

16-17 marzo: spettacolare giravolta dell’Organizzazione Mondiale della Sanità che, per bocca del suo Direttore, ora invita a massimizzare il numero di test (“il nostro messaggio chiave è: testtesttest”), dopo settimane in cui li aveva scoraggiati in tutti i modi; anche il nostro rappresentante presso l’OMS, che 4 settimane prima aveva aspramente criticato le Regioni che volevano fare più test, aderisce istantaneamente alla giravolta dell’OMS, retwittando il messaggio “test, test, test”.

17-25 marzo: nel frattempo l’epidemia è esplosa in tutto l’Occidente, e ogni stato tenta di approvvigionarsi come può di materiale sanitario, compresi tamponi e reagenti per i test; il materiale per i test comincia a scarseggiare, ma i nostri governanti non sembrano avere fatto 2+2, ovvero: se l’OMS ingiunge di fare più test, e l’epidemia sta partendo in tutto il mondo, è inevitabile che vi sia una corsa di tutti a procurarsi il necessario, ed è ovvio che occorra immediatamente aprire una campagna di approvvigionamento sui mercati internazionali, specie per quei materiali che è più difficile produrre in patria (in particolare i reagenti, che servono per analizzare i campioni prelevati con i tamponi).

26-28 marzo: puntualmente accade quel che era logico aspettarsi; ovvero, proprio ora che il Governo si è convinto a non ostacolare le Regioni che vogliono fare più test, si scopre che scarseggiano i materiali per effettuarli, anche perché altri se li sono procurati prima di noi.

Ho seguito nei giorni scorsi quel che sta succedendo nelle varie Regioni, e il quadro è sconsolante. Tutte, o quasi tutte, vorrebbero moltiplicare i test per proteggere le persone più esposte e per individuare il maggior numero possibile di asintomatici, ma né la Protezione Civile né altri organismi dello Stato sono in grado di assicurare quel che serve. Soffre il Veneto, che vorrebbe fare 10 mila tamponi al giorno e riesce a farne solo 4000. Ma soffrono anche diverse altre regioni, come la Toscana e la Puglia.

A due mesi esatti dalla dichiarazione dello stato di emergenza, succede che il numero di tamponi che siamo in condizione di effettuare non solo sia del tutto inadeguato a scovare gli asintomatici, che sono il veicolo principale del contagio, ma non basti neppure ad assicurare i test per il personale sanitario. Nel frattempo, anche – se non soprattutto – per la mancanza di tutto ciò che servirebbe per proteggerli (dalle mascherine ai tamponi) i morti fra i medici sono più di 50, mentre ancora si attende di conoscere il numero delle vittime fra infermieri, operatori del 118, personale sanitario in genere. E non mi vengano a tirare in ballo i tagli alla sanità dell’ultimo decennio, perché chiunque abbia un’idea delle cifre in gioco sa benissimo che la mancanza di dispositivi di protezione individuale dei medici è una goccia nel mare magnum dei costi della sanità, e che per non trovarci nella condizione di oggi sarebbe stato sufficiente provvedere in tempo, quando si è capito che l’epidemia sarebbe arrivata (fine gennaio) e gli ospedali non erano al collasso.

Che dire?

Nulla, per parte mia. Mi limito e riportare le parole di uno dei pochi veri esperti italiani di epidemie, incredibilmente ignorato dal governo centrale (ma tempestivamente reclutato dal governatore del Veneto), il professor Andrea Crisanti, l’ideatore dell’indagine su Vo’: “Abbiamo voluto difendere il Paese dei balocchi e l’economia anche di fronte alla morte. Questo è un fallimento della classe dirigente del Paese”. 

Una cosa interessante l’ha detta ad un mio amico una signora che abita a Codogno. Il suo medico di famiglia le ha riferito che già a novembre 2019 aveva chiesto all’Asp di indagare su una serie di polmoniti gravi che aveva riscontrato a troppi suoi pazienti. La risposta era stata che tutto era normale.  Guardatevi  poi quel video del 2 febbraio di Fabio Fazio, in cui il virologo Roberto Burioni parla di «rischio zero per l’Italia» (c’erano stati i due cinesi ricoverati allo Spallanzani di Roma il 3o gennaio).  Quel 2 febbraio è intervenuto in tv in collegamento anche il ministro della Salute, Roberto Speranza, che sosteneva: “Le scelte che stiamo facendo possono rassicurare il nostro paese, non bisogna avere paura, gli allarmismi sono sbagliati”. Il 21 febbraio tutto è tragicamente cambiato.

(31/1 Consiglio dei ministri dichiara lo stato di emergenza per 6 mesi e  blocca i voli da e per la Cina; 23/2 zona rossa in 10 comuni lombardi e a Vò in Veneto; 4/3 chiuse  scuole e università sino al 15 marzo: 8/3 chiusa Lombardia e 14 province; 9/3 misure estese a tutta Italia; 11/3 chiusi tutti i negozi; 16/3 si approva il decreto “CuraItalia”; 20/3 tutti a casa).

(28/3) “Dal punto di vista matematico sarà possibile ritenere di averla avuta vinta contro il coronavirus soltanto quando il valore dell’R0 (l’erre-zero, l’indice di contagiosità) sarà inferiore a 1. Vuol dire che bisognerà arrivare al momento in cui per ogni individuo infetto ci sarà meno di un nuovo contagiato. E già questo basta a comprendere quanto la strada possa essere ancora lunga”. (De Bac e Sarzanini)

(E. Galli della Loggia, Corsera) “Quel che sta accennando a cambiare è anche ben altro. Ciò che accade in questi giorni sta dimostrando ad esempio quanto sia importante l’unicità e la rapidità del comando. Non si tratta di mandare in soffitta il Parlamento, secondo i paralizzanti timori che da anni ci condannano all’immobilismo. Le opinioni di tutti sono preziose e tutti hanno diritto a dire la loro: è la prima regola della democrazia. Ma rimpallarsi per mesi una decisione tra due Camere identiche, dover convocare «tavoli» con decine di rappresentanti di categorie, di enti, di Regioni, di Comuni per varare un qualsiasi provvedimento, avere spezzettato ogni competenza tra mille autorità, far passare anni per scrivere il regolamento attuativo di una legge: queste sono tutte specialità nostrane di cui possiamo tranquillamente fare a meno. I tempi con cui si adotta una decisione non sono un optional: sono per una parte decisiva l’efficacia stessa di quella decisione. Oggi lo sappiamo, ne abbiamo ogni giorno la prova e forse non abbiamo più voglia di sopportarlo. Così come abbiamo più o meno direttamente la prova di quanto servano quasi sempre a nulla le centinaia di permessi, di certificati e autorizzazioni che ogni cittadino italiano è tenuto a presentare per fare od ottenere qualunque cosa. Avremo bisogno assolutamente di aria nuova in futuro”. 

(27/3) Un possibile scenario futuro lo spiega quel che sta succedendo agli abitanti di Codogno, Casalpusterlengo e degli altri otto comuni «ex rossi». Nelle ultime giornate erano fermi a 268 casi. Un segnale che i divieti introdotti con la zona rossa avevano funzionato. Cosa può succedere se poi, appena arrivano i primi risultati positivi, si dà la possibilità di riaprire negozi e di spostarsi per lavoro praticamente ovunque? I sindaci e gli abitanti dell’ex zona rossa lo avevano temuto fin da subito. La riapertura immediata dell’ex area protetta di Codogno avrebbe potuto far tornare a crescere il ritmo dei contagi dopo che i primi divieti avevano invece «rallentato» l’epidemia. Oggi quel timore rischia di essere concreto guardando i dati delle ultime rilevazioni. Si torna a salire, dopo settimane di progressivo calo del trend, arrivato anche a toccare l’uno per cento. 

(26/3) Conte vorrebbe essere giudicato dalla storia. In realtà basta la cronaca. 25 giorni. Ecco quanto tempo è passato tra il 31 gennaio 2020, la dichiarazione dello stato d’emergenza “in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza del cororonavirus” pubblicato l’1 febbraio sulla Gazzetta Ufficiale e il primo provvedimento della Protezione civile per fronteggiare la pandemia (il 25 febbraio). Un ritardo che si trascina inesorabile a ogni provvedimento del governo in un corto circuito mediatico dove gli annunci precedono i decreti stessi. Una strategia che ha spinto Walter Ricciardi, l’esperto italiano dell’Oms, a dichiarare che le misure prese sono giuste “però io le avrei prese dieci giorni prima”. La ricostruzione dei fatti mostra come il governo abbia sottovalutato l’epidemia da coronavirus. D’altra parte lo scorso 27 gennaio, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, dichiarava a Otto e Mezzo che l’Italia era “prontissima” a fronteggiare l’emergenza e che il nostro Paese aveva già adottato “misure cautelative all’avanguardia” e tutti “i protocolli di prevenzione”. 

“Vorrei sapere” dice la consigliere regionale Elisabetta Strada, “cosa è stato fatto tra il 31 gennaio quando si è dichiarata l’emergenza nazionale e la scoperta del primo caso a Codogno. Sicuramente non avremmo potuto risolvere ogni problema, ma sicuramente si sarebbero potuti dare maggiori strumenti di protezione a medici e infermieri”. Di certo non si spiega perché la guardia sia rimasta così bassa così a lungo con scelte folli come quella di giocare a porte aperte Atalanta-Valencia di Champions League il 19 febbraio: una decisione quanto meno bizzarra in una situazione d’emergenza nazionale.

Lo stesso governo che invitava alla calma e sminuiva i rischi scriveva che la “situazione d’emergenza, per intensità ed estensione, non è fronteggiabile con mezzi e poteri ordinari”.

Eppure, nonostante la consapevolezza dell’esecutivo per quasi tre settimane non è stato fatto nulla “In Italia abbiamo circa 3 posti letto per mille abitanti, molti meno degli 8 che hanno in Germania e dei 4 della Cina: si poteva usare quel tempo per realizzarne altri. Non avrebbero risolto ogni problema, ma salvato alcune vite umane sì” dice il dottor Giuseppe Fariselli che poi aggiunge: “Avremmo anche potuto usare quel tempo per informare correttamente i medici, proteggendoli con strumenti adatti ed evitando di lasciarli soli”. Come a dire di fronte a un’emergenza globale, l’Italia è rimasta immobile. O quasi. All’indomani della dichiarazione dello stato d’emergenza è stato istituito per decreto del capo della protezione civile il “comitato scientifico”; il 6 febbraio è stato disposto il rientro a casa degli studenti nelle zone a rischio e poi nulla fino al 21 febbraio quando viene ufficializzato il primo caso di coronavirus a Codogno e contestualmente vengono stanziati 4,6 milioni di euro per “incrementare il personale medico”. “L’allarme scattava solo per chi aveva avuto contatti stretti con cinesi o chi aveva viaggiato nelle zone a rischio. La Lombardia ha le sue responsabilità sull’assenza di controlli. Abbiamo dibattuto più volte sull’importanza di avere un piano d’emergenza, ma ancora oggi i medici non sono tutelati”.

L’emergenza, dichiarata il 31 gennaio è esplosa, ma bisogna ancora attendere il 28 febbraio perché la stessa urgenza venga applicata “all’acquisizione degli strumenti e dei dispositivi di ventilazione invasivi e non invasivi” e si decida di destinare i dispositivi di protezione individuale “in via prioritaria, al personale sanitario” che nel frattempo è stato contagiato diventando a sua volta portatore del virus.

Un errore dietro l’altro cui ora il governo cerca di porre rimedio a colpi di decreti. Per fortuna il trend dei malati si conferma in calo, ma forse aver reso nota l’emergenza con 20 giorni d’anticipo – anziché minimizzare i rischi – avrebbe evitato gli affollamenti sulle piste da sci e nei locali riducendo i contagi. E salvando centinaia di vite umane.(Giuliano Balestreri, Businessinsider, 23/3/2020)

(25/3) IL MODELLO VENETO Parla il professor Andrea Crisanti, direttore dell’Unità complessa diagnostica di Microbiologia a Padova, già docente di Virologia all’Imperial College di Londra : «Non riesco a spiegarmi come sia stato possibile sottovalutare le dimensioni dell’emergenza, quando erano sotto gli occhi di tutti: in Lombardia i malati saranno almeno 250mila, 150mila sintomatici e 100 mila asintomatici, in Italia ne calcolo 450mila… altro che 60mila». Crisanti ha studiato con il governatore Luca Zaia la strategia di lotta al coronavirus, sostenendo da subito la scelta dei tamponi anche ai malati asintomatici, partendo da tutti coloro che sono più a rischio di contagio. « Il fatto che il tasso di letalità in Veneto (3,4%, ndr) sia decisamente inferiore a quello lombardo (oltre il 13%, ndr) si spiega con il maggior numero di tamponi fatti che ha portato a dei risultati concreti». «Bastava mettere tutte le risorse possibili sui focolai iniziali, come hanno fatto in Giappone, Corea e Taiwan. E invece da noi fino a pochi giorni fa c’erano industrie attive con migliaia di dipendenti, penso soprattutto a Bergamo, per produrre beni peraltro non necessari. Abbiamo voluto difendere il Paese dei balocchi e l’economia anche di fronte alla morte».

IL MODELLO COREANO “La reazione dei diversi Paesi al coronavirus sta mostrando una serie di approcci molto diversi tra loro che si possono spiegare anche considerando le diverse attitudini culturali e politiche dei paesi interessati”. Il modello sudcoreano è ben diverso sia da quello cinese sia da quello italiano. Come spiega ancora l’Agi, “la patria dei telefonini Samsung non poteva non mettere in campo la sua tecnologia per far fronte a questa minaccia”. Con risultati incoraggianti senza adottare misure di contenimento. Al loro posto tracciamento e profilazione dei soggetti infetti. “E per farlo non hanno esitato ad utilizzare insieme a una campagna a tappeto di screening biologico (tamponi), proprio le tecnologie digitali”, illustra l’Agi. “La strategia coreana ha puntato essenzialmente su una campagna di identificazione di tutti i soggetti venuti in contatto con il virus e di contenimento selettivo delle persone invece che delle città come in Cina o in Italia”.  Anche Il manifesto si è interessato al modello sudcoreano: “Italia e Corea del Sud sono Paesi molto simili. Un po’ più di 50 milioni di abitanti (noi siamo 60 milioni) distribuiti in 220mila chilometri quadrati, contro i 301.000 italiani, età media di 42 anni poco inferiore ai nostri 46”, si legge. Ma è “imbarazzante il paragone con l’Italia. 8mila casi contro 15mila, 71 morti contro oltre 1.000. Nel Paese asiatico meno posti in rianimazione e più tecnologia. Tamponi (a pagamento) senza scendere dall’auto. E per risalire ai contatti avuti da un paziente non si esita a utilizzare tracciati gps dei telefoni, dati sull’uso delle carte di credito e telecamere a circuito chiuso”. 

Del modello si è occupata anche la Stampa. Fabio Sabatini, professore di economia politica alla Sapienza, ha detto: ” È troppo tardi per implementare tracciamento e controllo precoce in Italia. La chiusura è necessaria. Ma, avverte, “c’è il rischio che, se non si tracciano i contagiati e la loro rete di contatti, al primo allentamento del lockdown l’epidemia riprenda a galoppare. Affiancare il sistema coreano al nostro lockdown aiuterebbe a conseguire risultati definitivi”. Possibile? Sempre La Stampa ha sentito Carlo Alberto Carnevale Maffè, della School of Management della Bocconi, secondo cui: “ Dobbiamo ricominciare da capo, e imparare da chi ha fatto meglio di noi”. Vittorio Colao, il manager italiano più esperto in campo di telecomunicazioni, ha scritto sul Corsera: “Eclissata rapidamente la soluzione britannica dell’immunità di gregge, tutti i Paesi europei si sono convinti che l’unica strategia che preserva i sistemi sanitari e permette di ridurre le vittime è quella del blocco immediato — con le chiusure e la distanza sociale — seguito da fasi di “allentamento guardingo” delle misure di soppressione, pronti a reintrodurle se i focolai riprendono. Una strategia chiamata di «martello e danza»: martellare subito il virus chiedendo alla popolazione di stare a casa; alternare azioni selettive quando i contagi scendono, intervenendo rapidamente con azioni mirate geograficamente, per tipo di popolazione e per settori di attività, sulla base del rischio di contagio.

Per farlo, governi, amministratori e autorità di pubblica sicurezza avranno bisogno di informazioni granulari e freschissime. Potremo trovarci con aree «pulite» e aree limitrofe più contagiate, fabbriche in grado di ripartire ma sistemi distributivi non sicuri, cittadini vulnerabili esposti al rischio e giovani in grado — e desiderosi — di tirarsi su le maniche e ripartire. Non si potrà aprire indiscriminatamente, ma la pressione sociale — e il costo economico — richiederanno decisioni flessibili e tempestive. Disporre di informazioni sulla localizzazione di contagiati, esser in grado di informare la popolazione sul livello di rischio, tracciare e testare i contatti sociali per fare quarantene selettive e non di massa, assicurarsi che i nuovi focolai vengano contenuti impedendo la circolazione a popolazioni ristrette, scoraggiare i movimenti in aree ad alto rischio: tutte queste saranno attività possibili solo se si utilizzeranno i dati delle reti mobili in congiunzione a una app dedicata con Gps. Che servirebbe anche a comunicare direttamente e molto specificamente per Paese e per quartiere, se necessario, come è stato fatto in Corea del Sud o Cina”.

(24/3) MISURE ROBUSTE COMPLETATE SOLO ORA (dal Corsera) Sul modello Corea e sul perchè lo dovremmo adottare subito in Italia spiega tutto oggi la Gabanelli sul Corsera: “I numeri di Seul ci dicono che imponendo una quarantena collettiva sin da subito, e l’utilizzo dei dati degli operatori mobili, le autorità sono riuscite ad arrestare la curva epidemica in poco meno di un mese”.

Pietro Manfredi insegna all’università di Pisa, è modellista matematico delle malattie infettive. «I segnali di discesa sono davvero pallidi, ma le misure per contenere l’epidemia sono state poderose, sebbene dilazionate nel tempo. Ora finalmente c’è il lockdown. Se vedremo un drastico calo nei prossimi 7-8 giorni saremo fortunati». 

«Le misure messe in campo sono molto efficaci ma non lo sono diventate davvero dal 5 marzo, data di chiusura delle scuole. Questo provvedimento ha tagliato soltanto una parte dei contatti a rischio. Il primo colpo all’epidemia è stato dato col secondo e terzo decreto, attorno al 12 e 19 marzo, col taglio degli altri contatti, ulteriore botta il 22. Il vero lockdown è adesso. Questa azione scaglionata ha fatto sì che l’intensità dei provvedimenti sia stata progressiva ed ha spostato in avanti l’orologio. Quindi ci saremmo dovuti aspettare gli iniziali risultati non prima di 10-12 giorni, il tempo che passa dal contagio al contatto dei casi col sistema sanitario. Ci siamo. È il momento di cominciare a raccogliere. Noi italiani mettiamocela tutta. Ecco perché parlo di pallide evidenze».

In un articolo pubblicato su «Scienzainrete» scritto con Giampaolo Scalia e Stefania Salmaso, vi chiedete anche che succederà dopo, quando l’epidemia finirà.

«Tracciamo uno scenario ragionevole. Le misure avranno effetto, l’epidemia rallenterà, raggiungerà il suo picco e poi si concluderà. Quasi. A quel punto sarà stata vinta una battaglia ma non la guerra, perché gran parte della popolazione sarà ancora suscettibile al virus e quindi al rischio di future reintroduzioni. Dunque bisognerà mantenere alta la sorveglianza per identificare i casi e fermare le ulteriori catene di trasmissione oltre a mettere in campo nuove misure».

(23/3) ANOMALIA DEL DATO  Il virus col tempo passerà ma evasori e furbi non li vuole debellare nessuno. 3oo dipendenti ammalati all’Asp di Crotone confermano quanto ho scritto il 18/3: l’Italia è il paese degli Eroi e dei furbi. L’evasione sarebbe semplice ridurla con l’incrocio dei dati, la pacchia dei dipendenti pubblici finirebbe (non con le visite fiscali) se si agisse sugli irresponsabili medici compiacenti (cancellazione dall’albo se un certificato risulta falso). Inoltre chi ha la fortuna di avere ogni mese uno stipendio pubblico e presenta 1 certificato falso dovrebbe lasciare (per contratto) il posto pubblico ad un disoccupato. Un giorno ci sarà un Papa o un Grande Statista che dirà questo? Perchè in Italia non si fanno le cose Giuste?

Antonio Polito scrive oggi sul Corsera le stesse cose che io ho scritto l’8 marzo (vedi sotto)  (1. le nostre misure all'”italiana”; 2. l’impossibilità di “decidere”del nostro sistema alla quale poteva rimediare la riforma costituzionale bocciata a Renzi) : In secondo luogo si vede a occhio nudo la cronica carenza organizzativa e di materiali, che ci ha fatto ritirare subito dal fronte dei tamponi a oltranza con la presunzione che «l’Italia è più sicura degli altri Paesi», mentre oggi in molti rimpiangono di non aver proseguito sulla strada del Veneto, che ha isolato prima e meglio i positivi. Poi c’è stato il tira e molla sul distanziamento sociale, con il ministro della Salute Speranza che tirava per chiudere tutto anche quando Zingaretti faceva gli aperitivi per non chiudere Milano. Tanto che oggi Walter Ricciardi, il nostro esperto dell’Oms, dice che le misure prese sono giuste, «però le avrei prese dieci giorni prima». In fondo alla lista, ma solo per carità di patria, c’è infine il problema di chi comanda. Sul Corriere.it si leggeva ieri un elenco delle misure prese dalle Regioni in difformità o in aggiunta a quelle dello Stato. In Emilia chiudono i supermercati di domenica, in Alto Adige è vietato sedersi sulle panchine, dalla Calabria non si entra e non si esce, dalla Sicilia si esce massimo una volta al giorno. Affrontare l’epidemia in una democrazia, si sa, è difficile. Ma qui si esagera. 

(22/3) Tutto cominciò a Codogno col paziente “zero” il 21 febbraio, un mese fa. Però il 23 febbraio, all’ospedale Pesenti Fenaroli di Alzano Lombardo, val Seriana a 5 km da Bergamo, successe questo: «La prima anomalia si verifica nella giornata di domenica 23 febbraio (scrivono due operatori, che chiedono l’anonimato), quando, a seguito della diagnosi di positività di alcuni pazienti ricoverati in medicina e transitati dalla chirurgia e dal pronto soccorso, veniva presa la decisione di chiudere il pronto soccorso dell’ospedale. Solo poche ore dopo, incomprensibilmente, il pronto soccorso veniva riaperto, senza nessun intervento di sanificazione. Momenti di confusione, forse comprensibili nella fase iniziale dell’epidemia, cui però sarebbero seguite disposizioni contraddittorie, complicando di fatto il tentativo di circoscrivere il focolaio. Il 9 marzo notte finalmente il governo instaurava in Lombardia e in altre 11 province del Nord una zona chiusa.

Capite? La mia impressione, da giorni , è che abbiamo affrontato il coronavirus “all’italiana” (duro Speranza (!) e prudente Conte). Secondo Aldo Grasso (Corsera) nei commenti e nelle discussioni tv è improvvisamente calato il numero dei «minimizzatori», quelli che il coronavirus era poco più di un’influenza, quelli che bisognava tenere tutto aperto, quelli che «il vero virus è il razzismo», quelli che sì, dispiace, ma a morire sono solo le persone anziane con «patologie pregresse». È aumentato invece il numero dei lamentosi (avvistati fra loro anche «minimizzatori» convertiti): E non si può correre liberamente nei parchi. E bisogna stare attenti alla perdita delle libertà individuali. E siamo pronti a collaborare ma…

Per Fruttero & Lucentini il piagnisteo nazionale si chiama lagna. Scrivevano che viviamo in una società che si esprime e comunica soltanto per mezzo della lagna, il vero mass medium del nostro tempo, «lagna ininterrotta, corale». Riassumiamo: prima i “minimizzatori”, poi i “lagnosi”. Segnalo che tra i lagnosi sta crescendo la categoria dei “più tamponi per tutti”. Esempio, la trasmissione “Petrolio” di ieri sera sabato.

(21/3) “Ma la linea di Palazzo Chigi è procedere con prudenza e gradualità, per scongiurare tensioni sociali e non esasperare gli animi dei cittadini. «Attenzione — è il monito di Conte ai ministri —: non possiamo rischiare di alterare ulteriormente la tenuta emotiva del Paese» (Corsera, pag. 2). Il nostro grande (dicono i sondaggi) “Winston” Conte a me non piace perchè è un avvocato del popolo oscuro nella scrittura dei suoi Dpcm e poi con la sua prudenza siamo arrivati al 21 e ancora non ha scelto la via da seguire: Cina o Corea? Ha scritto oggi la Sarzanini sul Corriere: ” È inutile illudersi, ci vorrà tempo per sconfiggere Covid-19. Settimane, forse qualche mese. Ma più rispetteremo i divieti, più questo tempo sarà breve. Se stiamo a casa riusciremo a tornare più velocemente a una vita normale. Devono saperlo i cittadini, ma deve saperlo soprattutto il governo. Fissando regole chiare e severe che non lascino alcuno spazio all’interpretazione. Non bastano le denunce penali. Bisogna prevedere multe severe, per chi viola gli obblighi. Proprio come si fa quando si deve battere un nemico”. Se dall’1 marzo avessero spiegato ai cittadini la via scelta, oggi avremmo qualche speranza in più. Adesso ricordatevi questa data: era il 19 febbraio quando a S. Siro si giocò l’incontro di calcio Atalanta-Valencia (presenti 40mila bergamaschi). Guarda caso si sono infettate le squadre, e tre città. Dal primo di marzo ad oggi ancora dicono che non hanno capito la virulenza di Bergamo, di Milano e della Spagna. Il primario di pneumologia di Bergamo, Di Marco, ha dichiarato: Poi, il primo marzo, la situazione a Bergamo precipitò definitivamente.

 «Al mattino presto entro al Pronto soccorso. Non dimenticherò mai. La guerra. Non trovo altra definizione. Pazienti ovunque con polmoniti gravi, che rantolavano. Sulle barelle, nei corridoi. Avevano aperto la sala maxi-afflusso, e anche quella era strapiena. Mentre l’Italia voleva riaprire le sue città, in 24 ore abbiamo consumato 5.000 mascherine filtranti. C’era un panico generale. Quel giorno è cambiato qualcosa anche nelle nostre vite».

(19/3) SE PIANGI, SE RIDI “Dopo i primi 14 giorni chiusi a casa il sollievo, eravamo salvi”, dicono gli italiani che vivono a Wuhan. Fontana, il presidente della Lombardia, dice: «Non è una questione di misure o di multe. O almeno, non dovrebbe esserlo. Qui il problema è che da una parte vedo gente che esce a passeggio e dall’altra vedo persone che non riescono più a respirare. Insomma, basta! Lo dico con le buone, ma se non sarà sufficiente bisognerà intervenire ancora». Ed eccoci qui. Negozi chiusi, attività economiche interrotte, sino a quando gli autonomi, le partite iva, i liberi professionisti, le aziende potranno resistere? Nello stesso tempo chi detiene rendite o redditi fissi è più tranquillo. Ora pensate, per un attimo, alla comunità scolastica, un non luogo dove da sempre il “devi fare” riguarda una ristretta minoranza. Tutti gli altri continuano a fare quello che hanno sempre fatto: nulla, in cambio di uno stipendio mensile. E’ successo che ieri la ministra ha scritto che l’anno scolastico finirà regolarmente senza proroghe, che gli esami si svolgeranno dal 17 giugno…e che si devono fare le valutazioni. Pertanto, gli insegnanti non possono cavarsela solo con la DAD (didattica a distanza), ma devono anche mettere i voti. I sindacati sono insorti. Guardiamo la realtà, quella che pochi media raccontano. La maggioranza degli insegnanti in realtà è già andata in vacanza (come gli studenti), non ha impostato nessuna dad e tutti vivono beati e tranquilli aspettando settembre. Solo gli insegnanti delle solite materie importanti, per esempio italiano, matematica e lingue straniere (alle medie), latino, greco (classico) sono stati allertati, impegnati e stanno lavorando con i device e gli studenti. Ora la dad non è semplice, ci sono scuole italiane (per es. a Busto Arsizio)  che ci lavorano da 11 anni, occorrono attrezzature, personale qualificato, partire da zero è impresa da far tremare i polsi. Insomma, in breve, le scuole stanno improvvisando, si sono imbarcate su una scialuppa abborracciata e fanno quello che possono. Ma come al solito, sono saliti in pochi a remare mentre la maggioranza in vacanza li guarda dalla riva e li saluta “ciao, ciao”. Poi tutti, ecco la novità, dovranno dare i voti. Sulla base di cosa non si sa. Ma i voti sono l’ultima preoccupazione, ogni prof li ha sempre dati a casaccio, ad intuito, all’ingrosso, spesso senza interrogare e correggere compiti.

(18/3) DALL’UNO VALE UNO ALL’UNO PER TUTTI Gli italiani siamo quel costruttore che rideva al telefono appena gli dissero che a L’Aquila c’era stato il terremoto: le disgrazie per alcuni sono una festa grande. Verrà un giorno, speriamo presto, in cui le vagonate di buoni sentimenti zuccherosi e tricolori (alla Fazio) che ci stanno aumentando la glicemia lasceranno il posto ad una disamina seria, obiettiva, della situazione sociale italiana. Il popolo generoso, creativo, innovativo, che tutti i media allisciano è una semplice bugia dei tanti Pinocchio, nel migliore dei casi una illusione ottica. Messi alla prova da un virus ” scippatore” (Ilaria Capua) per cui  tutti gli italiani (senza eccezione alcuna) devono fare squadra altrimenti uno solo (1) irresponsabile provoca danni a tutti, abbiamo scalato le classifiche mondiali.  Messi alla prova, siamo tornati al 1630, peste di Milano, con gli untori. Solo che oggi essendo moderni e progrediti e con 3 cellulari ciascuno, diventiamo untori perchè troppo furbi e onnipotenti. Tutto secondo me nasce da quella convinzione atavica dell’italiano convinto “a me non può capitare mai”. Come gli “smetto quando voglio” che son diventati tossici, oggi i furbi & i cretini (“contagia i medici per farsi rifare il naso”) insieme si dimostrano per quel che sono: untori. Solo che contro gli untori si scatenò spesso l’ira popolare invece adesso alla berlina mettiamo i sindaci, De Luca, tutti quelli che fanno la voce grossa.  Noi siamo tutti i vigili urbani romani malati il 31 dicembre di ogni anno, noi siamo gli italiani  da divano che hanno scoperto la corsa (running). Al Cardarelli di Napoli 20 medici infettati e 249 in congedo (Repubblica). E li vogliono fermare con le “autodichiarazioni”. Solo adesso il ministro Speranza e i suoi amichetti  di partito capiranno cosa significa avere, quando serve, un Governo che possa decidere subito senza dover fare migliaia di riunioni inutili, migliaia di carte inutili per nutrire una famelica burocrazia, concertazioni con Governatori come se fossimo uno stato federale, regioni allo sbando alle quali abbiamo concesso poteri enormi in fatto di sanità e istruzione.

(17/3) In questi giorni la tv è diventata “l’ovvio dei popoli” (la frase è molto vecchia ma stavolta ci sta), così l’unica notizia buona che si legge oggi è che con un test sul sangue si potrà avere in 15 minuti il responso se sei positivo. Però il picco della pandemia che un altro articolo spiega si avrà tra 15 giorni non lascia tranquilli, così come i terremoti della nostra terra ballerina. Ieri ad un certo punto ho ascoltato dalla finestra la canzone “Azzurro” subito dopo l’inno di Mameli. E’ un momento questo in cui si misura esattamente la percentuale di italiani irresponsabili.

(16/3) Gli arresti domiciliari per quanto mi riguarda  sono insopportabili quando, cercando notizie sui siti dei quotidiani ti imbatti in “divi” che ti dicono cosa fanno (i Fazio, Fiorello, Fedez…). Per non imitarli non spiego ai lettori cosa faccio io e invece raccolgo “parole vere”, opinioni valide che spero siano utili. Tra una settimana, diciamo lunedì prossimo, qualcosa in più sapremo dell’evoluzione. Da quel che desumo dalle opinioni dei maggiori esperti, anche se alcuni vertici dichiarano di voler riprendere il campionato di calcio a maggio, sino agli inizi di giugno la situazione non migliorerà, anzi. Annoveratemi pure tra i pessimisti ma speriamo che tre mesi di arresti domiciliari siano sufficienti. Solo che a maggio come si farà con l’economia e con le persone indigenti? Il terzo decreto del governo pubblica anche un grafico dal quale si vede come il boom dei contagi avverrà dopo metà marzo quando i nuovi casi al giorno si dovrebbero aggirare sui 4mila positivi in più al giorno per poi cominciare a scendere dopo il 18 marzo per arrivare alla fine della diffusione dei contagi verso fine aprile. Se fossero confermati i 92 mila contagi complessivi a fine aprile e si rispettasse una percentuale di decessi del 3%-4% le morti da Coronavirus potrebbero essere in tutto oltre 3mila.

Il pensiero che ora vale la pena di approfondire lo ha scritto Galli della Loggia sul Corriere:

“La verità è che nessun partito, nessun leader — e diciamo la verità neppure la gran parte dell’informazione — si è mai fatto carico di pensare a queste cose (la sanità,ndr), di agitarne la questione, di battersi fino in fondo per un adeguato stanziamento di fondi. Al massimo un inciso di poche parole in un discorso, qualche articolo all’anno, poi tutto è sempre finito lì. Nessuno ha fatto nulla. Ma per un’ottima ragione: perché consapevole che si trattava di cose di cui a nessuno realmente importava nulla. E in una democrazia, si sa, a meno che non vi siano personalità autentiche di statisti, la politica e tutto quanto le ruota intorno, stampa compresa, segue sempre più o meno pedissequamente la volontà del pubblico, la quale poi, alla fine, è la volontà degli elettori. La verità è che agli italiani più che la possibilità di contare su reti di servizi efficienti, su prestazioni dagli standard adeguati, in tempi rapidi e in sedi attrezzate e accoglienti, più di questo è sempre importato avere dallo Stato un’altra cosa: soldi. Soldi direttamente dalle casse pubbliche alle proprie tasche. Aumenti di stipendio, pensioni di invalidità fasulle, baby pensioni, cassa integrazione, regalini di 80 euro, reddito di cittadinanza, sussidi e agevolazioni più varie alle imprese: sotto denominazioni le più diverse purché si trattasse di soldi da spendere come a ognuno faceva comodo. In omaggio a un welfare modellato fin dall’inizio su erogazioni dirette ai singoli. Anche perché spesso proprio il tipo di procedure per concedere tali erogazioni (vedi pensioni d’invalidità) ha consentito alla politica, ai singoli politici, di servirsene per acquisire il consenso dei beneficati”.

(15/3) Antonio Polito sul Corriere riesce ad esporre bene le tesi, contrapposte, dei pessimisti e ottimisti sulla pandemia. E’ un gioco, dal momento che nessuno è in grado di prevedere nulla, neppure Bill Gates che pure aveva capito tutto dal 2015. Quello che vediamo nel mondo è solo chiusura, divisione, ognuno per sè, frontiere e regole diverse paese per paese. Nessuno intende imparare dalle esperienze altrui mentre il virus cavalca e non ha barriere. Ecco, mi arruolo tra i pessimisti, anche perchè da italiano non nutro alcuna fiducia, al contrario degli opinionisti prevalenti, nelle capacità di direzione di Giuseppi e del suo alter ego Rocco Casalino. Dal momento che molti malati lo sono senza saperlo di essere (asintomatici) i contagiati sono molto di più di quello che dicono le statistiche, leggete Luca Ricolfi su questo blog. Christian Rocca (su Linkiesta) ha descritto bene la situazione politica:

“Giuseppe Conte è inadeguato a guidare l’Italia. E con lui Rocco Casalino e quella banda di babbei a Cinque Stelle che gli italiani hanno mandato al governo incuranti del pericolo che ci avrebbero fatto correre. Non c’era bisogno di questa catastrofe sanitaria, sociale ed economica per accorgersi della loro inadeguatezza, bastava l’ordinaria amministrazione.
Se a Palazzo Chigi ci fossero Superman e Mandrake, nemmeno loro sarebbero in grado di risolvere la questione. Quindi sia chiaro che, finché c’è in corso l’epidemia, al governo saranno anche babbei, ma sono sempre e comunque i nostri babbei. Ecco, basterebbe che non facessero circolare bozze di decreto da stato di guerra, scomparendo per ore e convocando conferenze stampa alle due di notte. Non gli si chiede molto, gli si chiede di prendere decisioni e di non generare caos e panico ulteriore, tanto più che qualche giorno fa hanno fatto lo stesso patatrac con il decreto sulla chiusura delle scuole, prima diffuso, poi smentito, poi confermato dopo quattro ore di sconcerto generale. Se serve comunicare con i governi locali per definire i dettagli di un decreto restrittivo da zona rossa ci sono modi più istituzionali delle chat di Whatsapp. Mi pare di ricordare che esistano i Prefetti, i rappresentanti del governo centrale, non credo che Casaleggio li abbia ancora sostituiti con Rousseau.

Conte è inadeguato perché da un paio di settimane comunica in modo rapsodico ansia e rassegnazione, mobilitazione e calma, prima apre e poi chiude, poi riapre e poi richiude, molto spesso accosta e socchiude, proiettando debolezza e nessuna autorevolezza, lasciando disorientati i cittadini che infatti affollano sia i ristoranti per socializzare sia i treni per scappare. Il suo ministro dello Sport, l’altro grillino Vincenzo Spadafora, non è riuscito a fermare il campionato di calcio, per dire della considerazione e del credito che ha il governo.

Un governo che con Luigi Di Maio, ancora martedì scorso, diceva ufficialmente alla Farnesina che non bisognava chiudere le scuole nelle regioni dove non è necessario perché altrimenti si sarebbe comunicato al mondo che c’è un problema laddove non c’è. Contemporaneamente, il guru grillino Davide Casaleggio, che ieri parlava alla Rai di blockchain come Maria Antonietta di brioche, scriveva sul Sole 24 Ore, organo di quegli altri unfit di Confindustria, che il coronavirus «potrebbe, infine, anche essere l’occasione di testare il voto online per i comuni dove non sarà possibile recarsi ai seggi per il referendum di fine marzo». Come no. Stiamo vivendo l’11 settembre, stiamo entrando in depressione economica, affrontiamo inauditi problemi di ordine pubblico e sanitario e siamo nelle mani di Rocco Casalino”.

(14/3) Nel nuovo intervento a Piazzapulita su La7, Stefano Massini si rivolge ad Alessandro, bambino nato esattamente 30 giorni fa, il cui esordio al mondo ha coinciso con l’esplosione del virus. Ma quale mondo conoscerà Alessandro quando tutto questo sarà finalmente passato? Ecco allora un sorprendente elenco di 10 cose che non saranno più come prima.

10) L’IDEA DEL MONDO (ci possiamo ammalare tutti); 9) IL CONCETTO DI KM 0 (vorremo star fuori e non in casa); 8) NON CI SARANNO PIU’ DIFFRENZE (tutto è uguale a tutto); 7) LA POLITICA; 5) LA CIRCOLARITA’ (il meccanismo si può inceppare); 4) LA SOCIALITA’ (guardare in faccia le persone invece di cliccare; 3) LA PAURA; 2) MEMORIA (tu c’eri quando c’è stato il coronavirus?); 1) LA CONSAPEVOLEZZA DI ESSERE FRAGILI (è la condizione umana).

Massini ha saltato la sesta cosa. Allora inserisco la mia: il calcio. Non si può vivere senza. Quando tornerà lo ameremo di più. Ma sapete perchè? Perchè tra tutte queste cose importanti ce ne vuole una futile. Senza una dose di futilità non si può vivere, ognuno deve impiegare il cervello talvolta (non sempre) in cose futili così il cervello si distrae. Ti puoi addormentare pensando al coronavirus e alla paura? No, pensi alla vittoria della Juve sull’Inter e ti addormenti felice.

(13/3) Ma si può uscire per passeggiare? Non si sa. Bisogna restare a casa ma non è vietato uscire per una passeggiata. Tutte le interpretazioni su questo tipo di “ordine” sono consentite.

(12/3) Tanto fece il destino che nel 2020  mi ha costretto a vivere come  vive da sempre uno che conosco: senza bar,amici, calcio, ristoranti, cinema, centri commerciali. Però, siccome gli uomini siamo smemorati e domani non ricorderemo più cosa ci è successo per davvero, ai posteri tramando per iscritto un memorandum perchè anche in questa situazione c’è chi si è dimostrato un cretino e chi ha dato prova di intelligenza (guardatevi il video di Bill Gates che nel 2015 già ci avvertiva che oggi il pericolo non è più la guerra atomica ma sono i virus. Cliccate  TED 2015: Bill Gates warns on future disease epidemic).

Allora, cominciamo da giovedì 27 febbraio, cioè tredici giorni fa. Il Corriere della sera titolava in prima: L’Oms: «Bene l’Italia, basta panico». 13 giorni fa il nostro problema era che si facevano troppi tamponi e c’era troppo allarme.
L’Organizzazione mondiale della Sanità fa un bilancio dell’emergenza. L’esecutivo: tampone solo per chi ha i sintomi. Otto minorenni contagiati
Milano riapre i locali la sera. Eppure era già successo un fatto importante: Regione Lombardia, positiva una collaboratrice. Il governatore decide l’autoisolamento.
«Decisioni risolute ma corrette»: l’Oms promuove l’Italia per la lotta al coronavirus. Intanto aumentano i primi casi di bambini positivi. Milano riapre i locali nelle ore serali. Positiva una collaboratrice della Regione Lombardia. E il governatore Attilio Fontana decide l’autoisolamento. Tampone solo per chi manifesta i sintomi del contagio.

Il giorno successivo, venerdì 28 febbraio, il Corriere continua con l’ottimismo. “Virus, crescono anche i guariti” è il titolo di apertura del giornale.
Sono 650 gli italiani positivi al test: 17 morti e 45 già usciti dalla malattia. Ma è scontro sui dati. Ora i contagiati nel mondo superano quelli della Cina
Milano riapre il Duomo. L’appello di imprese e sindacati: «Un piano per ripartire». E Boccia: «Più lucidità» . Il capo degli industriali chiede lucidità, così come il leghista Zaia vedendo che il suo Veneto ha meno infettati della Lombardia. Un articolo lo dimostra:  Tutti a scuola? Il Veneto spinge per il sì, di Gianna Fregonara. Leggete:

Tornare presto alla normalità. Il Veneto spinge perché riaprano le scuole già lunedì. Diversa la posizione di Marche e Puglia. Cauta la Lombardia.
ROMA Sono chiuse da ieri le scuole a Taranto e provincia dopo che è stato scoperto il primo caso di coronavirus in Puglia, proveniente dal focolaio lombardo. Non rientrano in classe neppure gli studenti delle Marche, nonostante il Tar abbia bocciato l’ordinanza che il governatore Luca Ceriscioli aveva emanato due giorni fa: dopo il verdetto del tribunale amministrativo, ne ha fatta un’altra. Da lunedì invece potrebbero tornare il classe gli studenti della Campania, di Trentino-Alto Adige e del Veneto. Il governatore Luca Zaia lo ha auspicato ieri: «I contagi crescono in misura minimale, siamo pronti a non reiterare l’ordinanza di chiusura delle scuole».
Il tentativo è quello di tornare alla normalità il prima possibile, appena le condizioni dell’epidemia lo consentono. Come ha detto il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, «se i nostri figli vanno a scuola nella maggior parte delle Regioni italiane, questo vuol dire che come loro vanno in aula possono continuare a venire in Italia anche i turisti e gli imprenditori».

Il direttore Luciano Fontana è sicuro. Titola: “ La normalità da riconquistare “. E scrive:

È passata una settimana dal giorno in cui le nostre vite sono cambiate così pesantemente, il giorno in cui abbiamo dovuto fare i conti con l’arrivo del virus e dei contagiati nell’ospedale di Codogno. Numeri preoccupanti, decisioni politiche, emozioni e anche isterie hanno accompagnato ogni istante della nostra quotidianità, soprattutto in questa parte del Paese abituata a correre e a darsi traguardi individuali e collettivi sempre nuovi. Sappiamo molto del Covid-19, medici e scienziati sono stati presenti incessantemente su tv e giornali a spiegare, dare consigli e rassicurare. Tutto questo non ha evitato di farci ritrovare in una situazione da cui dobbiamo insieme uscire al più presto: con la serietà delle misure di prevenzione e la razionalità dovuta agli italiani da parte di chi ci governa. È il momento di dire basta a quei comportamenti, a quelle decisioni, a quegli allarmi che hanno creato panico e che rischiano di provocare danni che pagheremo per tanto tempo. È stato lanciato l’hashtag #Milanononsiferma, rappresenta ognuno di noi. Anzi è tutta l’Italia che non deve fermarsi e ripartire.
Ci sarà tempo per valutare se le misure adottate da gennaio in poi siano state giuste oppure abbiano rappresentato, magari involontariamente, un moltiplicatore dell’emergenza.

Eg. Fontana, adesso il tempo è passato e quindi le misure adottate da gennaio in poi  non hanno rappresentato un moltiplicatore dell’emergenza ma una sottovalutazione del problema, ecco tutto. Ecco in che mani siamo, in quelle di Giuseppi. Bastava ascoltare gli scienziati quando, il 4 marzo, ritenevano che la chiusura delle scuole per 10 giorni sino al 15 marzo fosse una misura troppo blanda, bastava ascoltare Roberto Burioni quando se la prendeva con la Gismondo. La chiusura delle scuole con l’assalto ai treni, ricorda, è stata l’occasione per andare in vacanza o tornare al Sud,  invece adesso siamo a chiudere i cancelli quando i buoi sono scappati e il Corriere mette in vendita un libro di Burioni sul coronavirus. Abbiamo finalmente capito che si doveva fare come in Cina, misure drastiche per riuscire ad invertire la curva dei contagi. Come è stato fatto a Codogno, dove adesso 13 giorni dopo i contagiati diminuiscono (mentre in Italia aumentano ogni giorno del 25%). Ma, si sa, ( è il nostro vizio nazionale) noi non abbiamo mai nulla da imparare dall’estero. La famosa gita a Chiasso di Arbasino (1963 ” a due ore di bicicletta da Milano”) non l’abbiamo mai fatta, guardare al di là del nostro naso non ci riesce. Il paese dei cretini. “Due giovani di 20 e 25 anni sono stati fermati e denunciati a Parma perché si stavano recando in aeroporto per un viaggio di piacere a Madrid”. Ma in Spagna il coronavirus non lo trovavano?)

Oggi, 12/3/2020, dopo le frasette interpretabili a piacere (basta che restate nel comune) dei giorni scorsi, tutti spiegano che non bisogna uscire di casa e aspettare 2 settimane (ma basteranno?). Se ragionate su quello che hanno detto i governanti dal 27 febbraio ad oggi 12 marzo, capirete che hanno solo perso e fatto perdere tempo. Non parlo col senno di poi, come fanno tanti, ognuno nella vita deve seguire un suo pastore. Io ho seguito il sociologo Luca Ricolfi e il medico Roberto Burioni. Entrambi sono stati accusati di essere catastrofisti, la cosa non sorprende se in giro sono in servizio permanente effettivo i complottisti per cui tutto (ogni santo giorno sin dalla preistoria) è effetto di una Causa, il piano dei Maligni, via via chiamati “finanza”,”ebrei”, “capitalisti” “liberisti”. Guardate la macchina della disinformazione dei media ultraconservatori pro-Trump come lavora a pieno regime, diffondendo assurdi complottismi sull’origine e l’uso politico del virus. Nella vita ognuno si sceglie il nemico che vuole, perciò l’ invisibile viene poi incarnato in una persona fisica. Allo stesso modo, dopo aver adorato tutto ciò che si trovava sulla faccia della terra e nei cieli, l’uomo cominciò ad onorare se stesso. Tornando  a casa nostra sta circolando una verità spiritosa che trovo illuminante: il nostro Winston Churchill è diventato quel prof piacione che s’imbrodolava con le ragazze del primo anno a Firenze. Noi ci meritiamo lui, gli americani Trump e gli inglesi Boris Johnson.

Aperitivi del 27 febbraio 2020

(8/3/2020) PER LA GISMONDO E’ UNA SEMPLICE INFLUENZA Leggete cosa dice oggi il presidente dell’Accademia dei Lincei, il fisico Giorgio Parisi: “Ogni 5 giorni i malati quadruplicano. Dovevamo fare prima come in Cina”.

Torniamo indietro a 13 giorni fa e leggiamo invece il Corriere della Sera del 24 febbraio 2020. A pag. 8 un breve articolo di Sara Bettoni con il titolo “La polemica. “Ma quale pandemia”. Sfogo e critiche per la virologa”. Leggetelo oggi per capire la situazione.

«Non è pandemia! Durante la scorsa settimana la mortalità per influenza è stata di 217 decessi al giorno! Per coronavirus 1». È il messaggio scritto ieri su Facebook da Maria Rita Gismondo, direttrice del laboratorio dell’ospedale Sacco di Milano in cui si analizzano i tamponi di coronavirus. Immediate le polemiche. Anche il virologo Roberto Burioni è intervenuto, senza citare la collega, sul blog Medical facts. «Qualcuno, da tempo, ripete una scemenza: la malattia causata dal coronavirus sarebbe poco più di un’influenza. Non è vero». E sottolinea come a ieri il venti per cento dei malati di Covid-19 fosse in Rianimazione, contro lo 0,003 di casi gravi per influenza. Gismondo spiega: «Guardo i dati, non al panico che non è giustificato. Tuttavia l’attenzione alta è doverosa davanti a un virus nuovo». Ricorda poi che «il virus, come l’influenza, può portare alla morte se colpisce un malato cronico o un anziano». E sulle misure decise dal governo dice: «Dettate da motivazioni diverse da quelle scientifiche. Ma allo scopo di tranquillizzare la gente il governo sta procedendo molto bene».

Questo succedeva il 24 febbraio e Burioni, come al solito, ne esce molto bene perchè ancora in Italia c’era chi paragonava l’epidemia all’influenza. In prima pagina quel giorno il Corriere ricordava che c’erano stati oltre 150 casi in 5 regioni (oggi sono oltre 5mila), che a Crema c’era stata la terza vittima (oggi sono 233), che il nostro paese diventava un sorvegliato speciale. Insomma, soltanto 13 giorni fa quando il focolaio di Codogno era scoppiato e a Milano un dermatologo del Policlinico era stato il primo infettato, ancora c’era chi pensava che la situazione fosse simile all’influenza. A questa sottovalutazione della pandemia si è aggiunta la nostra ormai storica incapacità di “decidere” avendo un sistema che rende la decisione un vulnus, una ferita alla concertazione delle forze politiche. Basti pensare che venerdi sera, il 6 marzo, due giorni fa, chiuse le scuole, un mio amico commentava: “Adesso tutti gli universitari tornano dal nord qui a casa e il virus si diffonderà in tutta Italia”. Era una semplice considerazione di buon senso, perchè le misure drastiche (alla cinese) intorno alle 11 province andavano prese subito insieme con la chiusura delle scuole. Non a caso il comitato scientifico non era favorevole alla chiusura delle scuole sino al 3 aprile ma solo perchè tale misura era insufficiente e dava un messaggio sbagliato: in 10 giorni la situazione migliorerà. Non è così e voglio soltanto dire che la “gradualità” in fatto di salute non è mai positiva. Il medico pietoso che dice “cominciamo così e vediamo come butta” non ha le idee chiare. Quando supereremo questa difficile prova, capiremo due cose, lo dico in anticipo: 1) che certi politici concepiscono la politica come un mezzo per elargire soldi agli amici e ogni pretesto, anche le disgrazie, è buono; 2) che non possiamo continuare a delegare alle regioni istruzione e salute essendo due settori fondamentali da gestire con decisione e saggezza dal centro (e dico questo anche se la regione Lombardia ha dimostrato di aver capito subito e prima del governo la gravità della situazione).

PS- Dopo aver scritto quanto sopra, alle 12,30 di oggi non si sa se le partite di serie A saranno giocate. In Italia basta che un sindacalista, in questo caso l’ex calciatore Tommasi, scriva un tweet e la catena della decisione politica si interrompe. La prova provata di quanto (scrivevo) succede nel nostro paese in cui per assumere una decisione tutti devono essere d’accordo. Occorre l’unanimità. Si dice, è la democrazia, in Cina c’è la dittatura e comanda uno solo. Io dico, vabbene la democrazia ma che ce ne facciamo di un governo se non governa per davvero?