CALCIO/MARIO SCONCERTI QUANDO LE PAROLE SCAVANO IL VUOTO

Mario Sconcerti (1948) è commentatore sportivo per il Corriere della Sera. Fiorentino, è passato per tanti giornali, anche come direttore, per la Rai e Sky, ha fatto (poco e male) il dirigente della Fiorentina con Cecchi Gori, insomma ha un curriculum notevole. Si sa vendere. Ma fu vera gloria? I suoi articoli e interventi sono costruiti attraverso un funambolismo delle parole che lo fanno diventare fumoso o astratto, pretenzioso o incredibile. Prendiamo qualche frase tratta dal suo articolo di oggi “La stabilità italiana invece della tattica tedesca“. Già il titolo sembra un’analisi politica, il fatto è che leggendolo il calcio svapora in sofismi di varia natura: ” Rinunciare a una buona idea è sempre molto faticoso. Rangnick lo era e non sapremo mai se Pioli sia un’idea migliore. Quando si è così forti con se stessi fino a rinnegarsi, vuol dire di solito che si è sulla buona strada”.

E ancora: “Credo che a rovesciare la rotta sia stata la paura di sbagliare, un errore troppo grande da gestire come una semplice questione interna al calcio. Avrebbe coinvolto inevitabilmente anche Gazidis e avrebbe portato la mareggiata fino sulle scrivanie di Londra. Un fondo d’investimento deve scegliere i risultati, non le speranze“.

Infine: “Il calcio dipende dai propri cambiamenti ma più ancora dai cambiamenti degli altri. E quelli non li conosciamo. Costanza e coerenza, dovunque, sono poi utopie giovanili”.

Come si vede, procede per accumulo di aforismi di bassa lega. Sconcerti non spiega ma fa l’oracolo, sermoneggia, insomma vuol sembrare “uno che la sa lunga”, uno che sa di finanza, letteratura, politica economica. In realtà è un sacco pieno di vento, l’ennesimo futile giornalista calcistico che del suo inutile lavoro vuol fare una scienza. I numeri a caso sono il suo must, le sue opinioni lasciano sempre il tempo che trovano. Un ultimo esempio. Sarri fino allo scorso anno per lui (e altri) era il massimo del calcio. Quest’anno la teoria di Sconcerti è: vince perchè si è arreso. Quella che è una qualità di ogni uomo saggio, sapersi adattare e non essere integralista, per Sconcerti diventa l’abdicazione, il rinunciare alle sue idee. Sconcerti vorrebbe essere profondo ma è solo sussiegoso, la sua retorica è fumantina, essendo altezzoso come qualsiasi fiorentino verso un abitante di Figline Valdarno.