LA “REPUBBLICA” DI JOHN ELKANN

Nominando Maurizio Molinari nuovo direttore comincia a Repubblica il ciclo di John Elkann, dopo la parentesi De Benedetti. Finito il ciclo di Scalfari (1996), il cui merito, come ho scritto altre volte, è stato quello di far uscire il Pci dalla conventio ad excludendum, il suo successore Ezio Mauro non è stato un innovatore, anzi si è appiattito sul vecchio, la Ditta del movimento operaio novecentesco. Lo ha tramandato ai posteri nell’ultimo suo anno di direzione, il 2016, quando si schierò per il rifiuto del referendum costituzionale che avrebbe fatto diventare l’Italia un paese moderno. Scalfari ha trainato Berlinguer, Mauro si è fatto risucchiare da Bersani, figuriamoci. Ma questa è politica, il fatto è che il mercato, unico giudice imparziale, lo ha bocciato e ha decretato che Repubblica non è più una bandiera che raccoglie intorno a sè un suo pubblico fedele e numeroso. Carlo De Benedetti dice però che proverà a fare un nuovo giornale di reduci contro Elkann. Dal 2016 al Corriere sono bastati Cairo, che il mercato lo conosce, e un direttore onesto uomo-macchina qual è Fontana, a tenere Repubblica (190mila copie) a debita distanza dal Corriere (270mila). In sei anni dal novembre 2013 al 2019 Repubblica ha perso il 50,29 %, nove punti in più del calo del Corriere. Tra il 2018 e il 2019 ha perso otto punti.
John Elkann sull’editoria punta ed è evidente che crede nel suo futuro. Altrimenti non avrebbe speso 405 milioni di euro per l’Economist, ora  vedremo quanto spenderà per la Gedi. E’ un bene che chi ha i quattrini (come oggi Exor) investa nella stampa, così come ha fatto Jeff Bezos negli Stati Uniti, rilanciando alla grande il Washington Post. Secondo Stefano Cingolani, Elkann segue i consigli del ” mago di Omaha” Warren Buffett, il terzo uomo più ricco al mondo dopo Bill Gates e Jeff Bezos, il più grande value investor di sempre, nonchè grandissimo filantropo. Perciò Elkann magari ha in mente per davvero di creare un gruppo internazionale. La fusione Fca-Psa gli ha consentito, dopo aver perso un peso massimo come Marchionne, di proseguire nel suo progetto: “trasformare Exor in un soggetto industrial-finanziario con un fatturato di 143 miliardi di euro, di peso internazionale (auto di massa, macchine pesanti, assicurazioni, Ferrari, sport, intrattenimento e media) che spazia tra vecchia e nuova economia, tra manifattura, servizi, cultura”. In Italia FCA Italy è finora di gran lunga il primo gruppo industriale privato per cui il tentativo non può non essere quello di sprovincializzare la stampa italiana che va ancora dietro al teatrino politico romano perdendo di vista cosa succede nel mondo. La stessa pandemia ci fornisce una lezione, quel che succedeva davvero in Cina non ci interessava presi come siamo ad andar dietro ad una sparata di Salvini o Di Maio. I giornalisti di Repubblica giustamente cercheranno di difendere il proprio lavoro e gli organici. Ma chiunque dia un’occhiata al sito web di Repubblica e lo confronti con quello del Corriere può rendersi conto che sul digitale Repubblica è molto indietro. Così come la profondità delle analisi economiche o sociali che uno può trovare su Il Foglio o sulla Stampa ormai hanno reso Repubblica obsoleta. Una testata che schierava Umberto Eco, Beniamino Placido, Pirani e Viola, non è paragonabile a quella con Saviano, Nadia Urbinati e Piero Ignazi. Cairo finalmente avrà un concorrente potente perchè ha i capitali che a lui mancano e poi deve pure affrontare il contenzioso con Blackstone, un ostacolo che egli stesso si è creato. I volumi di vendita dei quotidiani continuano in generale a diminuire ma ormai la realtà è questa, il vero obiettivo è quello di raggiungere una flessione contenuta e “gestibile”, nel frattempo che si sviluppano concretamente i ricavi da digitale e quelli alternativi all’accoppiata diffusione/pubblicità (e qui in Italia si scontano gravi ritardi rispetto agli Usa e ad altri Paesi). In altri termini, il giornale cartaceo non scomparirà, come non è scomparso il libro, ma un editore i ricavi li può trovare in strutture comunicative-informative multimediali. Quanto ai contenuti e allo schieramento politico, Verdelli ha tentato di alzare la voce di Repubblica e di riportarla sul versante di sinistra. A Repubblica tutti nessuno escluso rendono onore al fondatore Scalfari dimenticando chissà perchè che Scalfari nello scorso secolo fu un liberal-socialista amico del governatore Carli. Fu un compagno di viaggio molto scomodo per il Pci di cui accompagnò la trasformazione in una forza riformista fuori dalle doppiezze togliattiane. L’elettorato fedele ad un partito è un fenomeno della Prima Repubblica che non esiste più e quindi solo pochi nostalgici hanno ancora il proprio giornale esclusivo di riferimento (il Manifesto vende a stento 10mila copie). Una testata oggi se è utile, indipendente e internazionale può piacere a tre pubblici diversi, non ad uno solo fidelizzato. Si osservi l’America trumpiana. Non importa essere conservatori al Wall Street Journal o liberal al New York Times o al Washington Post. Occorre essere credibili, onesti, corretti, precisi, bilanciati e inattaccabili. I giornali americani che stanno avendo successo lo hanno ottenuto convincendo i lettori della loro affidabilità. Come? Riportando testimonianze, dati, cifre, episodi documentabili e verificabili, sempre nel rispetto della protezione delle fonti. Le fake news e i social distorti hanno finito col creare uno spirito di squadra straordinario nelle redazioni delle testate Usa. E sempre più spesso è la grande firma che si associa al giovane reporter per completare un’inchiesta o un reportage e renderli equilibrati, autorevoli, e senza sconti. La ‘scuola americana’ dei nuovi “nemici del popolo”, come Trump definisce i giornalisti che si battono contro le fake news, diventerà presto un modello anche per l’Europa? Io me lo auguro.