LA ALBRIGHT CI SPIEGA COSA STA SUCCEDENDO

L’impensabile — il diffondersi di tentazioni fasciste anche nelle democrazie che sembravano più consolidate — si sta materializzando davanti a noi? E che cos’è davvero il fascismo? Dobbiamo prepararci alla possibilità che figure simili a Hitler o Mussolini riemergano anche nei Paesi avanzati?Primo Levi — risponde Madeleine Albright, segretario di Stato e ambasciatrice americana all’Onu durante la presidenza Clinton, 81 anni, docente della Georgetown University — sosteneva che ogni tempo ha il suo fascismo. Spiegò che si può arrivare a drammi estremi come l’Olocausto anche senza il terrore poliziesco: semplicemente, e lo cito, “negando o distorcendo l’informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo la nostalgia per un passato favoloso nel quale regnava l’ordine”. Parole su cui riflettere, vedendo quello che accade oggi in varie parti del mondo». Lei, cecoslovacca di nascita (Albright è il cognome da sposata, all’anagrafe di Praga venne registrata come Marie Jana Korbelová, figlia del diplomatico Josef Korbel), è dovuta fuggire due volte dal suo Paese: in seguito allo smembramento della Cecoslovacchia attuato dai nazisti nel 1938; dieci anni dopo per sfuggire all’oppressione staliniana.

In America e in Europa si parla molto di crisi delle democrazie e della riemersione di regimi illiberali, spesso sospinti da un populismo che molti vedono come l’anticamera del fascismo. Che cos’è, per lei, il fascismo?  «È difficile definirlo in modo netto. Intanto perché è un termine usato spesso in modo improprio, solo per colpire un avversario, per ostentare disprezzo nei suoi confronti. E questo fa perdere valore al concetto. Giorni fa un amico mi diceva che si è sentito dare del fascista dal figlio, un adolescente, perché non gli lascia guidare la sua auto. Ma il punto vero è che il fascismo non è un’ideologia: è un processo. Il leader che vuole emergere alimenta divisioni nella società, scaglia una tribù contro un’altra. Poi, però, riunifica, o comunque conquista un consenso vasto, chiamando tutti alla lotta contro un nemico esterno magari inventato. O ingigantito. Può trattarsi di un governo straniero, o di uno sbarco di migranti presentati come quelli che rovinano la tua vita, che ti rubano il lavoro».

Cosa pensa della tendenza, sempre più diffusa su molti media, a considerare il fascismo come una logica propaggine del populismo. Perché? «Nell’analisi di molti commentatori, il successo dei nuovi leader autoritari va attribuito al malcontento dei ceti più poveri, come se i sentimenti antidemocratici fiorissero in un’unica classe sociale. Non è così: a differenza delle monarchie assolute o delle dittature militari che sono fenomeni top-down di autorità calata dall’alto, il fascismo ha bisogno di un ampio consenso interclassista per imporsi, è un fenomeno bottom-up. L’abilità del leader, come le ho detto, sta nell’usare le paure della gente e nell’agitare lo spettro del nemico esterno per creare un blocco sociale compatto. Ma non finisce qui. Anzi, qui comincia l’altra metà del lavoro necessario per imporre un regime fascista: alterare l’orientamento della stampa, organizzare manifestazioni oceaniche, puntare sulla propaganda, diffondere simboli — stemmi, uniformi, modi di salutare — per unificare la propria gente: farla sentire un popolo di eletti».

L’’impoverimento di vasti ceti della società, gli effetti di una globalizzazione che nel primo Novecento non esisteva (o che fu strangolata sul nascere dalla Prima guerra mondiale) e le migrazioni di massa, hanno creato, come reazione, un bisogno di identità forte come non si vedeva da tempo.«Si amo davanti a due megatrend. Il primo è la globalizzazione, che ha avuto molti aspetti positivi: ci ha reso viaggiatori e cittadini del mondo, ha fatto uscire una parte importante dell’umanità dalla povertà estrema. Ma ci sono stati anche effetti negativi: gente che si è sentita all’improvviso senza volto, il bisogno di ritrovare un’identità forte, reazioni ipernazionaliste. Il secondo megatrend è quello della tecnologia. La rivoluzione digitale è anch’essa positiva, ma disaggrega le voci: ognuno ha la sua fonte. Coagulare consensi su analisi pacate di realtà spesso molto complesse diventa difficile. Si creano echo chamber nelle quali prevalgono messaggi semplificati, gridati. La ricerca dell’identità diventa centrale, come anche la caccia al capro espiatorio, quando le cose vanno male. E se stai cercando un nemico esterno sul quale scaricare i tuoi problemi interni, i burocrati europei senza volto di Bruxelles vanno benissimo».

Sta pensando alla svolta politica italiana e alla battaglia condotta a Bruxelles dalla coalizione giallo-verde? «Nel caso dell’Italia bisogna chiedersi perché l’economia va così male e qual è stato l’impatto delle regole di Bruxelles. Né può essere sottovalutata la pressione alla quale è sottoposto il suo Paese, in prima linea davanti all’onda dei migranti che arrivano dall’Africa. I leader dei Cinque Stelle e della Lega hanno avuto la capacità di convincere gli elettori che sono le vittime di questa situazione. Cavalcano la rabbia di gente che ritiene di essere stata trattata in modo ingiusto».

Perchè oggi la  disinformazione, le fake news, le teorie dei complotti sono fenomeni così insidiosi? Vulnerabilità delle democrazie? Conseguenze della rivoluzione digitale?«Oggi la disinformazione è alimentata da nuove tecnologie di grande impatto per due motivi: perché sono ubique e perché hanno la capacità di prendere forme molto diverse. L’effetto echo chamber riflette messaggi che vengono da una molteplicità di canali e strumenti di comunicazione e da direzioni molto diverse. Intanto cresce la capacità dei Paesi stranieri di penetrare nei sistemi d’informazione di un altro Stato. La dezinformatsiya sovietica della seconda metà del XX secolo fu un fenomeno insidioso, ma la scelta di Mosca di usare i partiti comunisti dell’Europa occidentale per diffondere i suoi messaggi fuorvianti limitò l’impatto delle sue campagne: quei partiti non potevano di certo avere una capacità di penetrazione paragonabile a quella delle odierne reti sociali basate sull’information technology».

La figura più inquietante, tra i tanti leader autoritari citati nel suo libro, è l’ungherese Viktor Orbán: un giovane comunista trasformatosi, una volta svanita la «cortina di ferro», in leader liberaldemocratico. Cosa lo spinge ora verso il fascismo?«Orbán è un camaleonte della politica. È un leader che ho avuto modo di conoscere molto bene: negli anni Ottanta ho trascorso molto tempo con lui. Era un dissidente dagli istinti genuini. Ha fatto eccellenti studi universitari, peraltro finanziati da quel George Soros che lui oggi considera un suo nemico mortale. L’abbiamo accolto in America molte volte. Mi pare l’esempio perfetto del politico demagogo e opportunista, innamorato del potere. Abile nello sviluppare non solo un processo politico, ma anche un’ideologia che lui chiama democrazia illiberale, mettendo insieme due parole incompatibili tra loro. Offre democrazia a un gruppo a discapito di un altro sulla base dell’orgoglio etnico. Esalta la purezza magiara e soffia sul risentimento del suo popolo per i territori persi dall’Ungheria dopo la Prima guerra mondiale: sostiene che ci sono pezzi di Ungheria rimasti in Romania, Slovacchia, Croazia e Serbia. Alimenta la rabbia e ci costruisce sopra, con abilità dialettica e manipolando l’informazione, una teoria che giustifica il suo potere».

Lei ha conosciuto bene anche Vladimir Putin, ma prima della sua svolta autoritaria. Incamminato verso il fascismo anche lui? «Putin è un prodotto del Kgb, un uomo spregiudicato, ma di notevole intelligenza politica. Non ha usato metodi fascisti per conquistare il potere. Non ne ha avuto bisogno: ha appreso i trucchi e le lezioni di psicologia dei servizi segreti e li ha usati per mettersi in sintonia con il malessere del suo popolo, promettendo di riportare la Russia all’antica grandezza. Le racconto un aneddoto: nel 1991 viaggiai molto in Europa. Cercavamo di valutare l’impatto della caduta dell’impero sovietico sulle società dell’Est. Mi è rimasta impressa la scena di un focus group che organizzammo in una località vicina a Mosca. A un certo punto si alzò un uomo distinto che, visibilmente imbarazzato, disse: “Siamo cresciuti pensando di essere una superpotenza e oggi scopriamo di essere un Bangladesh con i missili”. Ecco, Putin è stato capace di capire e interpretare queste frustrazioni, promettendo, come terapia, il ripristino della grandezza imperiale russa. Lui non è più comunista, ma dice che la dissoluzione dell’Urss è stata la più grande tragedia del XX secolo. Anche qui funziona bene la tecnica del nemico esterno agitato per distogliere l’attenzione dalle difficoltà economiche interne». (Massimo Gaggi, la Lettura, 27/1/2019)