NON SCRIVERO’ PIU’ DI POLITICA

“Noi naturalmente non sappiamo come andrà a finire. Se cioè la scommessa  da pokeristi del governo giallo-verde  di portare al 2,4%  la soglia dello 0,8 promessa da Gentiloni ci trascinerà alla bancarotta (come prevedono, anzi auspicano quelli che la sanno lunga). O se ci ritroveremo a dire tanto rumore per nulla…” (Marco Travaglio, Il Fatto, pag. 1 29/9/2018). Sono stufo di allarmare i lettori e schernire tutti quei dementi di ieri oggi e domani che vogliono dialogare (o governare)  con “Ne vedremo delle belle”, “Me ne frego” & Conte, portavoce di  Rocco Casalino. Sono stufo di dover leggere questi disonesti alla Travaglio. La situazione oggi è quella che adesso descrive Cappellini, e sarà inutile -sino al disastro- aggiungere altro. Il grande pallone delle fake news uno come me non lo sgonfia con una punta di spillo. Che ci pensino altri.

(STEFANO CAPPELLINI) Al famigerato audio di Rocco Casalino contro i tecnici del ministero del Tesoro mancano numerose materie prime necessarie a un portavoce di Palazzo Chigi: rispetto delle istituzioni, consapevolezza del ruolo, rispetto delle prerogative altrui e, non ultimo, galateo. In compenso, le parole di Casalino contengono informazioni preziose sulla concezione della politica propria del Movimento 5 Stelle soprattutto su un punto cruciale: il rapporto tra il Movimento e i tecnici. Qui sta il principale inganno dell’offerta di governo del M5S.
Dello spin di Casalino ai giornalisti emerge certo la puerilità di pensare che nei bilanci dello Stato dieci miliardi possano essere reperiti con facilità ( « Mica sono duecento…»), ma più ancora colpisce la sincera pretesa che siano i dirigenti del Tesoro a decidere come e dove reperire questi fondi. Per il portavoce, la politica ha esaurito il suo compito nel momento in cui ha fornito ai tecnici la cifra finale da reperire e lo scopo cui indirizzarla, il reddito di cittadinanza. Nel mondo reale le strade sarebbero due: o le risorse si recuperano in deficit ( e poi ce la si vede con i mercati e con la Ue) oppure il governo sceglie da quali tagli si può ricavare il gruzzolo. Nell’era grillina della manovra sotto Casalino, no. Dove non si arriva con il deficit tocca ai tecnici: tirino fuori loro il coniglio. Il portavoce e il suo leader Luigi Di Maio non sono sfiorati dall’idea che tocchi a loro il compito.
Il problema è che il M5S è una portentosa macchina elettorale, che funziona su alcune chiavi di marketing oggi efficacissime, ma non ha dirigenti in grado di governare. Soprattutto, non è previsto che lo facciano. Lo schema è sempre stato la delega ai tecnici subito dopo la vittoria: con leader e candidati si prendono i voti, poi dei dossier di governo si occuperà qualcuno ” capace”. Ecco perché la giovane e telegenica Raggi vince a Roma e subito si affida a Raffaele Marra. Era lui il vero sindaco. Lui sapeva dove mettere le mani. Fin troppo, come si è visto. Raggi, del resto, più che prendere i voti non doveva e soprattutto non poteva. Allo stesso modo è andata per lo stadio della Roma: vicenda complessa e infatti completamente delegata a un altro tecnico, l’avvocato Luca Lanzalone, il quale come poi ha svelato l’inchiesta che lo ha travolto contava e decideva ben più della sindaca. Ma così ha fatto anche il concentrato ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli: un suo neo- assunto consulente ( incidentalmente anche ex condannato per bancarotta) si vanta di avere il compito di istruire il dossier Alitalia.
È chiaro qual è il problema con il Tesoro. Lì lo schema non è ripetibile, perché i tecnici non sono faccendieri al servizio del Movimento ma funzionari dello Stato. Senza un Marra o un Lanzalone che dalle stanze di via XX settembre si precipiti a rassicurare Rocco e Di Maio che i soldi ci sono, la macchina di governo si inceppa subito sulle promesse della campagna elettorale. Che si svela per quel che è: un bluff. Il bluff di proporre una misura senza avere la più pallida idea di come finanziarla, dato che tagliare vitalizi ai politici va bene finché si tratta di acchiappare voti, meno per coprire un piano di welfare da decine miliardi. Ma la politica M5S funziona così: in campagna elettorale promette l’impossibile (anche che c’è già un piano per recuperare 100 miliardi di sprechi e privilegi dai bilanci dello Stato). Poi, vinte le elezioni, cerca un tecnico che provi a dare seguito alla panzana. Se il tecnico non si presta, per i grillini è cattivo, sabotatore, del Pd. Se si presta, è alta la probabilità che sia un tizio piuttosto spregiudicato, destinato a perdere presto anche la s.