IL MOMENTO ESATTO IN CUI COMPRESI LA SCUOLA

Ho un ricordo nitido del momento in cui mi è sembrato di aver capito come funziona la “scuola” italiana. Era il mio secondo anno di presidenza e mi trovai a dover (ma è più corretto dire a “voler”) affrontare il problema del “prof che non funziona”. Problema di cui ogni docente non si interessa perchè, si usa dire, non compete. Quel che fa o non fa il suo collega di corso o di classe non sono fatti suoi e se non si comporta bene il problema è dello Stato. Allo stesso modo se io vedo che il mio vicino di casa è un pedofilo, che ci pensi lo Stato, che c’entro io? Come vedremo, vivere in una comunità è ben diverso che vivere con gli estranei e ad oggi fare la spia è considerato più vergognoso dell’omertà. Dunque, diventato preside nella scuola dove avevo insegnato in precedenza, mi ritrovai a voler affrontare il problema di un prof che, per farla breve, non insegnava. Faceva di tutto tranne insegnare. Erano anni che faceva così, lo sapevano tutti, ma nessuno se ne importava: la ragione stava in una sua furbizia, allo scrutinio il suo voto era mai inferiore a sei, ma allineato alla media dell’alunno.Quindi nessuno era mai stato bocciato con un suo voto negativo, mai a nessun alunno aveva abbassato o alzato la media. Le famiglie dunque erano contente, due materie in meno da studiare sono un bel regalo. Da preside fui costretto, obtorto collo, a guardare la foresta dall’alto, non osservavo più dal basso gli alberi che mi circondavano. Cosa posso fare per far insegnare questo docente che vien pagato senza effettuare la prestazione di lavoro? La prima cosa che feci era da manuale, andai in classe ad assistere ad una sua lezione. Quel giorno il prof si sforzò di insegnare e fece, come diceva il maestro Manzi, quel che poteva. Chiamò un alunno e gli fece leggere tutto un paragrafo, comprese le note minuscole a piè di pagina. Passò così una mezzoretta, con la classe che sbadigliava e faceva finta di ascoltare (perchè c’ero io). Ero più annoiato di loro ma mi ero ripromesso di non dire una sola parola in un’ora intera: io assistevo, guardavo senza fiatare. L’insegnante era convinto che presto lo avrei lasciato in pace togliendo il disturbo, così quando la lettura del nuovo paragrafo cessò, chiese all’alunno più bravo cosa avesse capito attraverso la semplice lettura. Rivolto a me disse: – Adesso coinvolgiamo gli alunni -. Il più bravo della classe aveva naturalmente capito tutto e si mise a spiegare il contenuto, compreso il superfluo e le note. Diciamo che fece una parafrasi del testo, senza sintesi, senza collegamenti con argomenti precedenti, parlò del testo senza inserirlo in un contesto. Passarono altri dieci minuti e allora il prof assegnando il paragrafo per la lezione successiva, si ricordò che doveva fare l’appello e che c’era uno studente che doveva giustificare. Negli ultimi cinque minuti chiese agli studenti se qualcuno volesse essere interrogato. Nessuno si propose, ma se fosse successo sarebbe stata la prima volta in una carriera che non prevedeva spiegazioni, interrogazioni, compiti. Il docente in questione una volta entrato in classe semplicemente si leggeva il giornale oppure si appisolava. Spesso usciva con tutti gli alunni per recarsi in un supermercato oppure per fare una passeggiata nei dintorni  della scuola. Redarguito sull’iniziativa mi disse: mens sana in corpore sano. La mia ispezione in classe confermò quanto già tutti sapevamo e la prima lezione che appresi, con l’esperienza, fu quella di evitare i controlli in classe perchè sono una perdita di tempo. In altri termini, se un preside ha dieci prof che non funzionano, quante visite di controllo deve fare in classe? Una a testa è troppo poco, dieci a testa sono mobbing, ma due a testa, per esempio, fanno già 20 ore insopportabili per un dirigente di buon senso. E i risultati del controllo poi a cosa portano? A far parte di una relazione da inviare ad un ispettore, cioè a finire in un cassetto oppure, nel caso peggiore ( perchè chi è causa del suo mal pianga se stesso) a dover rispondere alle intemerate di un ispettore che ti fa il pelo ed il contropelo per capire se verso quel prof hai malanimo, inimicizia pregressa, spirito di rivalsa e via discorrendo? Chiuso il capitolo “visita in classe al prof che non funziona”, capito che il Sistema non prevede procedure sensate di intervento nei loro confronti, mi avventurai per  le vie interne. A questo punto dovete accogliere una delle mie innumerevoli metafore calcistiche, dal momento che per me l’attività dell’insegnare in una scuola pubblica va inserita in un “gioco di squadra”. Se viceversa non intendi fare tale gioco di squadra, allora puoi sempre fare a casa lezioni private che, non essendo tassate, sono pure più remunerative. Così convocai un consiglio di classe per discutere cosa fare dinnanzi al prof che non funziona. Altro tempo perso e fuoco di sbarramento a “garanzia” del prof. Mi si chiese infatti se tale discussione fosse inserita in un procedimento disciplinare aperto o da aprire. Per sintetizzare, gli interventi dei colleghi furono del tipo “io non so nulla, ma se sapessi mi farei i fatti miei”. Così ritornai alla casella di partenza e appresi la seconda ed ultima lezione che formulo, a distanza di anni, così: un preside davanti ad un prof che non insegna, non può far nulla, a causa del contesto e della normativa. E’ più facile incastrare un mafioso autore di stragi che far licenziare un prof che non insegna. L’unica cosa che il preside può fare è mettergli paura minacciandolo di rivolgersi alla Procura. Se un prof non interroga mai gli alunni come fa a mettere i voti sul suo registro? Se un prof non corregge mai i compiti scritti come fa a mettere i voti? Ho conservato alcune fotocopie che feci alle pagine di un registro personale di un prof che non funzionava. Il registro era bianco, eppure il prof aveva dettato i voti allo scrutinio e un alunno era stato bocciato anche col suo voto negativo. L’anno successivo, dopo averlo ripreso e minacciato, credete che il prof abbia messo i voti sul suo registro? Neanche per sogno, così rifeci le fotocopie, le conservai e da allora agli scrutini il prof in mia presenza non poteva profferir parola, nel senso che ogni decisione la prendevamo insieme ma senza il suo parere. Bene, quel prof non fu mai da me denunciato, non aprii mai nessun procedimento disciplinare, non gli parlai più. Non potendolo licenziare, me lo tenni in casa, separati in casa. Il Sistema è questo e il fatto che quel prof invece di essermi eternamente grato mi abbia considerato un suo nemico giurato, è un punto a mio onore. La fabbrica-scuola non produce competenze ma voti finti in quanto ci sono professori finti che un complicato Sistema sindacal-burocratico ha fatto diventare “intoccabili”. Per uno appassionato di cinema come me, “Gli intoccabili” resta un film del 1987 del grande Brian De Palma scritto dal grande David Mamet. Mi sono sempre detto, io a scuola non sono Kevin Costner, cioè l’agente federale Eliot Ness nel film, il mio vicepreside non è Sean Connery (il polizioto irlandese Jimmy Malone), ed entrambi ringraziamo Dio di non aver avuto a che fare con Al Capone (nel film Robert De Niro).

Dopo aver capito come (non) risolvere un problema insolubile, affrontare gli intoccabili, bastarono pochi anni ancora da preside a capire un altro segreto di Pulcinella che nella scuola italiana non si può rivelare. Il tempo di gioco effettivo. Ogni lavoro faticoso ( insegnare, studiare lo sono) ha più probabilità di altri lavori di esser fatti male. Gli esempi potrebbero essere migliaia, ne faccio uno per tutti. Assistere gli anziani nelle case- ricovero è attività pesante, dunque spesso colà succedono cose che la cronaca ci racconta nella loro brutalità. Ora, avete presente nel calcio tutte le perdite di tempo, giocatori che si buttano a terra appena vengono toccati per far intervenire i soccorsi e perdere minuti su minuti? Su 90 minuti, almeno dieci se ne vanno con manfrine varie. Occorrerebbe il tempo effettivo, come nel basket. Magari un giorno lo adotteranno. Bene, anche nella scuola basterebbe il tempo effettivo: 200 giorni di lezione obbligatori, 33 settimane per 32 o 30 ore settimanali. Tali numeri, come i 90 minuti della partita di calcio, sono legge, ma nessuno ci fa più caso. Perchè? Perchè se il prodotto finale di una squadra di insegnanti sono voti fasulli, e non vere competenze validate dall’esterno, meno si sta a scuola meglio è per tutti. Tanto, quel che conta è il pezzo di carta. Un allievo del corso serale me lo disse in faccia: siete l’unico preside che pretende la frequenza. A me serve un diploma, mi sono iscritto, vi ho fatto un favore. Ma se pretendete finanche la frequenza, questo è troppo. La frequenza, a scuola, non solo nei corsi serali, non è più contemplata. Ma a nessun intellettuale o studioso che si occupi di scuola vengono in mente i guasti della didattica “brevissima”. Loro ti spiegano gli schemi di gioco, le strategie degli allenatori, ma quanto giocano veramente  i 22 in campo non li riguarda. Si parla solo di qualità, la quantità è stata rimossa.

[Un capitolo del mio libro “La fabbrica dei voti finti” (Armando editore, 2017) che non pubblicai nell’edizione definitiva]