I social/ Mi sono innamorato di me perchè non avevo niente da fare

Scrive un forumista ad Aldo Grasso: i social sono delle piattaforme per alimentare il proprio ego. Risponde Grasso: Meglio evitarle, allora. Prendo spunto da questo scambio di battute e provo a riflettere sui social come se non avessero sdoganato tutti gli imbecilli del mondo (U. Eco nel 2015). Uno dei problemi di internet è stato così descritto (Kantor): mentre prima un coglione aveva a disposizione solo i tre altri coglioni che conosceva adesso  ha a disposizione tutti i coglioni d’Italia e del mondo; inoltre l’anonimato svincola da responsabilità.  Internet è il rafforzamento delle mediocrità. Guia Soncini nel suo “L’era della suscettibilità”, pubblicato da Marsilio, dice che la nuova identità – quella al tempo dei social – è lo stato di perenne indignazione. Ogni giorno c’è sempre una battaglia da combattere seduti sulla tazza del cesso con il cellulare in mano e l’account Twitter caricato a pallettoni.

Ma detto questo, c’è un altro aspetto da considerare che riguarda la gente intelligente di tutti i tipi.

Quando ero giovane se andavo chessò a Napoli compravo una cartolina e la spedivo ad amici e familiari. Il senso era: guarda dove sono, un caro saluto. Attraverso la posta e un francobollo si comunicava un messaggio con una informazione (sono qua, guarda che bello). Oggi con Facebook succede più o meno la stessa cosa, il web ha preso il posto delle Poste.

E’ un gran progresso, niente cartolina e francobollo dal tabaccaio, niente ricerca della buca delle lettere, niente tempo di spedizione. E’ un mezzo di comunicazione nuovo che consente in tempo reale di raggiungere simultaneamente tutti gli amici che vogliamo nel mondo, anche quelli di cui abbiamo perso le tracce. Solo che ogni mezzo nuovo comporta (succede all’umanità) il pagamento di un pegno, perchè ogni moneta ha due facce.

Tutti coi social possiamo “commentare” tutto, e va bene. Ciascuno può tirare un sasso  nello stagno, ci sta, ci si elide a vicenda. Cosa diceva quell’idiozia? 1 vale 1. Solo che oggi FB è un mezzo usato da tutti, senza distinzione di età di sesso e di reddito, non tanto per commentare ma per comunicare l’ intera propria vita minuto per minuto. Ha innanzitutto moltiplicato a dismisura le cartoline che ciascuno di noi spedisce (proprio la quantità è il vero problema) oltre che cancellato la distinzione tra “privato” e “pubblico“, cosa che la cartolina non faceva perchè solo il destinatario la riceveva e leggeva. Poi ha esteso la cerchia degli “amici” sino a comporre  una famiglia allargata di cui ciascuno si sceglie il numero dei componenti, per cui la Ferragni  mira a raggiungere miliardi di persone alle quali comunica la sua vita poraccia, oppure (Instagram) racconta storie, fa ascoltare musica, vedere film. Insomma, età della con-divisione.

Resta esclusa soltanto la “vita intima” ma non sono così esperto di social da poterlo giurare. Ora, questo privato comunicato e diffuso (propagandato) agli amici, ad ogni persona timida e riservata come me crea un imbarazzo terribile. Solo ipotizzare che gli amici siano informati di quello che ho mangiato ieri sera a me creerebbe seri problemi. Ognuno fa i conti con la vergogna che si merita, il pudore ha fatto la fine dei ghiacciai. Vorrei passare inosservato e sono così geloso del mio privato che se riuscissi a preparare una frittata e divulgassi la preparazione agli amici attraverso i social mi sembrerebbe vanagloria, mera esibizione.

Invece osservo che dai 4 ai 99 anni ormai usa così, non ci sono più compleanni, ricorrenze, feste, lutti, premi, che rimangono nella sfera personale. Si moltiplicano le madri dei Gracchi  (haec ornamenta mea) e tutte le madri e nonne sono la Magnani del film Bellissima (1951). Tutto si vuole che diventi pubblico, proprio tutto, la gioia e il dolore, la malinconia e l’allegria. Anzi, il quotidiano è diventato pubblico, H24 tutto ciò che faccio, e penso, lo riverso su un social per “comunicare”, per rendere i miei amici informati, compartecipi di quello che faccio e penso.

Non esistono più diari chiusi col lucchetto ma solo libri aperti. Ripeto, l’esclusione riguarda la vita intima perchè altrimenti si sconfinerebbe nella pornografia, come succede talvolta a Temptation Island (l’isola delle corne) in cui due fanno le cose loro al buio e provvedono a togliersi il microfono (Maria De Filippi non fa pornografia, è meglio che gli spettatori da casa non vedano ma immaginino, che è anche meglio).

Da quando nasciamo, dall’uomo della caverna sino ad oggi, ciascuno di noi intende uscire dall’anonimato per essere ri-conosciuto (quanto sei bravo!). Tutta la mia vita lavorativa a scuola l’ho trascorsa dicendo “bravo!” a gente spesso senza nè arte nè parte essendo ricambiato con tanti “sei il migliore!” da gente che mi vomitava appena girato l’angolo. Quelli che diventano famosi e sono assillati dai fans vorrebbero invece essere invisibili. Tra questi due poli opposti si oscilla e i social sembra che servano allo scopo di ottenere like senza bisogno di produrre alcunchè, un film, un libro, una scultura, una invenzione, magari solo per aver fatto una parmigiana.

La domanda è allora cosa significhi questo esibizionismo (mi scuso per l’ismo, ma il mio intento è rispettoso), in quale misura abbia a che fare con il narcisismo di cui si è occupato alla fine dei settanta Christopher Lasch (La cultura del narcisismo),  un libro che per me resta essenziale per capire il tramonto dell’uomo economico e l’avvento di un nuovo tipo di uomo: il narcisista.

Non intendo riassumere in maniera approfondita le analisi di Lash ma vorrei partire da un piccolo esempio. Una volta su FB ho visto la foto di tre amici che stavano brindando in una squallida cucina a favore di phone con bicchieri di vino. La didascalia che compariva sotto la foto era: Alla facciazza vostra.

Ecco, quella foto ci collega subito con Lash perchè il brindisi dei tre poracci esplicitava in modo candido ma anche crudele ciò che a moltissimi  indefessi utilizzatori dei social rimane sconosciuto. Siamo sicuri che se io posto la foto di una cena o di qualunque cosa io stia facendo, nel mio inconscio non ci sia disprezzo, malumore, senso di rivalsa verso gli Altri ai quali indirizzo la foto e con i quali comunico?

Ogni foto o frase o filmato è “per” gli altri oppure, come penso io, “contro” gli altri? Detto in altro modo, sui social, al netto degli haters, ci si scambiano carezze oppure pugni? La cosa è molto evidente e traspare (sempre in maniera del tutto involontaria) con  “la vita agiata degli altri”(detto alla Elena Ferrante). La moglie di Paolo Bonolis, Sonia Bruganelli, passa sempre il tempo a ostentare la sua ricchezza, mostrandosi in luoghi esclusivi, a bordo di jet privati, per cui scatena l’ira dei follower (essendo spesso presenti i suoi figlioletti nelle foto di vacanze mozzafiato i commentatori chiedono alla mamma: ma stì bambini a scuola non ce li mandi mai?).

La Bruganelli è l’idealtipo degli “Alla facciazza vostra”, anche se lei non lo sa o non se ne rende conto (lei intende emulare le sorelle Kardashian invece è solo la finta bionda arricchita dei film dei fratelli Vanzina). Ma questa cattiveria di fondo, questa rivalsa verso gli altri, non è la molla nascosta di tutti quelli che usano FB?

La foto discinta in posa di Elisabetta Canalis non equivale nelle intenzioni (nascoste) a quella vestita dell’attempata casalinga di Voghera? Cosa le accomuna? Che entrambe si sentono differentemente “belle”. Pertanto presuppongono la stessa didascalia (Alla facciazza vostra). La Canalis comunica “guardate quanto sono arrapante”. La casalinga invece afferma  “eppure a qualcuno piaccio”. Nell’epoca della rappresentazione “come ci si fotografa o come ci si fa fotografare è un fatto bello e buono” (Bartezzaghi). Tutti usano dire per giustificarsi: ma se io faccio una grigliata con gli amici che male c’è a mettere le foto o il filmato su FB?

Che male c’è a mostrarsi? Documento quello che faccio, tutto qui, e invece di ingolfare con foto la memoria del mio phone, lo archivio su un social. Questa giustificazione “tipica” della documentazione (per i posteri?) a me pare sincera ma inconsapevole di quello che si muove nella loro mente e che Freud ha spiegato con le tre componenti dell’Es, dell’Io e del Super Io. Mostrarsi è sempre un di-mostrarsi.

L’Es in quanto istanza libidinosa rappresenta l’istanza opposta e in buona parte nascosta alla coscienza umana. Gli stimoli attivati dall’Es comprendono istinti primordiali necessari alla sopravvivenza della specie come la fame e il sesso, ma anche sentimenti come l’odio e l’invidia: processi attivati a livello corporeo di cui l’Es rappresenta l’espressione psichica.

I narcisisti, per tornare a loro, credono sinceramente di essere più attraenti, intelligenti, estroversi, creativi, simpatici, dinamici, potenti ed affascinanti delle altre persone. E se non lo credono, pensano di poter com-petere con tutti gli altri. Anche le formiche, nel loro piccolo, s’incazzano, scrivevano Gino e Michele. Nel mito Nemesi, dea della vendetta, viene inviata sulla terra per punire Narciso che morirà nel tentativo di raggiungere la sua stessa immagine. Il suo “errore” è il non saper distinguere fra immagine reale ed immagine riflessa.

L’identico errore compiono quelli che documentano tutta la loro vita minuto per minuto. Si sono ormai convinti che l’immagine riflessa, postata, creata dopo innumerevoli tentativi di trovare la luce giusta, l’angolazione corretta, la posa migliore (non si contano più i deceduti nel tentativo di farsi un selfie in posti pericolosissimi), documenti (cioè  rimandi) alla realtà. La sostituisca. Ma qualsiasi attore, regista, fotografo sa che la realtà è ben diversa dall’opera, anzi, è il contrario, la deforma, stravolge (Fellini lo aveva capito perfettamente e la ricostruiva tutta in studio, case, palazzi compresi).

Prendiamo la celebre fotografia della ragazza afgana scattata da Steve McCurry (v. nota in fondo) nel 1984 e pubblicata sulla copertina della rivista National Geographic Magazine. Quella foto divenne una sorta di simbolo dei conflitti afgani degli anni ottanta. L’orfana dodicenne Sharbat Gulla, ritratta in un campo profughi di Peshavar, con l’espressione del suo viso, con i suoi occhi di ghiaccio, divenne una immagine celebre in tutto il mondo. Celebre ma finta. Perchè ogni fotografia prima che del soggetto fotografato parla del fotografo, ecco il punto.

Il narcisista è  un essere perseguitato dall’ansia, è tutt’altro che appagato. Non crede più nel progresso sociale, esige una gratificazione immediata e vive, perciò, in uno stato di inquietudine e di insoddisfazione perenne. Come ha spiegato Lash, “superficialmente tollerante, è in realtà privo di ogni solidarietà e vede in ciascuno un rivale con cui competere. Si ritiene affrancato dai tabù, e non ha tuttavia alcuna serenità sessuale. Loda il rispetto delle norme e dei regolamenti, ma nella segreta convinzione che non si applichino nei suoi confronti. Non ha interesse per il futuro, e nemmeno per il passato, che gli appare come un insieme di modelli superati, con mode e atteggiamenti antiquati. Vive, così, in un mondo dell’eterno presente che rispecchia pienamente la miseria della sua vita interiore…».

Una piccola dose di narcisismo ci è necessaria perché consente di accantonare e superare i dubbi, le delusioni, le mancanze e le preoccupazioni che rischiano di erodere la fiducia in se stessi e l’autostima. Ma nella società contemporanea stanno aumentando i narcisi patologici, e questo è un guaio perchè solo quando l’amore per noi stessi è sano e pieno  possiamo dedicarci ad amare l’altro. I narcisisti tendono a vedere se stessi nella luce più positiva possibile (se io mi vedo brutto non mi sogno di farmi nè divulgare una mia foto) e quindi un mezzo di comunicazione come FB paradossalmente non comunica. Se non c’è comunicazione non c’è amore e se non siamo in grado di riconoscere l’amore non siamo in grado di comunicare. Uno spettro si aggira per l’Europa, il narcisismo.

Nota= Sulla fotografia e l’impatto sulla realtà consiglio a tutti un articolo di Francesco Bevilacqua su “il Lametino”: “Steve McCurry ci racconterà i roghi dell’Aspromonte” (5/9/21)