I DELUSI DELLA SINISTRA

I DELUSI sono una nuova categoria sociologica e politica italiana composta da soggetti con idee diverse e anche contrastanti. Li unisce un solo unico concetto: se non ci fosse stato Renzi, non avremmo avuto Pop & Folk in Italia, Trump in America, il turco Erdogan, il gruppo di Visegrad, l’ungherese Orban e l’austriaco Kurz, Marine Le Pen e la democrazia illiberale. Senza Renzi, il pd tornerà al 30% e potrà allearsi con il M5S e uno di sinistra vera che si chiama Fico ed è posteggiato come presidente della Camera. I Delusi vaneggiano (la Casaleggio Associati è una setta e non c’entra nulla con la sinistra) e hanno un house organ, il Fatto del trio delle meraviglie, Travaglio, Padellaro & Scanzi. Renzi ha sostituito Berlusconi, tutto qui.


I delusi mantengono un rigoroso silenzio e riserbo. In effetti Di Maio ha proposto la manovra economica che avrebbero proposto loro. I Travaglio & C. argomentano che le promesse fatte da Pop & Folk in campagna elettorale adesso devono essere mantenute, costi quel che costi. Anzi, facendo debito, che poi, forse, un giorno, qualcuno, se potrà, se vorrà, pagherà. Quel che sta succedendo alla democrazia parlamentare lo spiega bene Cassese. MA DI MAIO NON LO SA di SABINO CASSESE, (Repubblica,11/10/18) «Se Banca d’Italia vuole un governo che non tocca la Fornero, la prossima volta si presenti alle elezioni con questo programma», ha dichiarato Luigi Di Maio il 9 ottobre scorso, commentando le valutazioni espresse dalla banca centrale in Parlamento sulla Nota di aggiornamento del Documento di economia e finanza. Dunque, per il vicepresidente del Consiglio dei ministri tutto il potere discende dal popolo ed è sempre il popolo che, mediante elezioni, deve pronunciarsi. La democrazia è ridotta ad elezioni e anche i vertici della Banca d’Italia debbono presentarsi all’elettorato o sottostare alla volontà del governo.  Questa è una versione romanzata della democrazia, che, invece, ha al suo interno poteri e contropoteri, non tutti con una investitura popolare diretta. Le corti giudiziarie, la Corte costituzionale, le autorità indipendenti, le università, sono corpi autonomi, alcuni garantiti come tali dalla stessa Costituzione. Le persone che ne sono titolari non sono elette, ma scelte in altri modi, per lo più sulla base del merito, delle competenze, dell’esperienza, con competizioni aperte (concorsi). In questo modo si realizza il pluralismo del potere pubblico, si riconosce il potere della conoscenza, quello della competenza, quello del giudizio imparziale. Questo pluralismo serve a uno scopo fondamentale, quello di impedire la tirannide delle maggioranze, un pericolo segnalato nel 1788 da James Madison in America, nel 1835 da Alexis de Tocqueville in Francia e nel 1859 da John Stuart Mill in Inghilterra. Questi pensatori e uomini politici, le cui idee sono state alla base delle democrazie americana, francese e inglese, erano preoccupati di equilibrare i poteri dello Stato e di evitare che la maggioranza (popolare e parlamentare) imponesse alla società le proprie idee e le proprie pratiche, garantendo così i dissenzienti e i diritti individuali nei confronti dell’opinione e dei sentimenti prevalenti. Un posto particolare, tra i poteri indipendenti, hanno le banche centrali. David Ricardo, nel 1824, auspicava la separazione istituzionale tra il potere di creare denaro e il potere di spenderlo e il divieto di finanziamento monetario del bilancio dello Stato. Più di un secolo dopo, Milton Friedman voleva che il sistema monetario fosse libero da interferenze governative. Nel 1981, per opere di Nino Andreatta e di Carlo Azeglio Ciampi, si realizzò il completo divorzio tra Tesoro dello Stato e Banca d’Italia, che fu liberata dall’obbligo di acquistare i titoli pubblici inoptati da banche e risparmiatori. Ora la Banca d’Italia fa parte del Sistema europeo delle banche centrali. Lo Stato italiano ha firmato un trattato secondo il quale il governo si impegna a non cercare di influenzare gli organi della banca centrale. La Banca europea ha il diritto esclusivo di autorizzare l’emissione di banconote. Le banche centrali non possono avere istruzioni dai governi, né sottostare a loro direttive, i loro dirigenti non possono esser rimossi, le loro competenze sono esclusive, la loro indipendenza finanziaria e organizzativa è piena. Tutto questo per sottrarre la politica monetaria alle influenze dei governi, per assicurare la stabilità dei prezzi e il controllo indipendente dei tassi di interesse. Di Maio, nel fare la voce grossa, ignora tutto questo e commette l’errore di confondere il governo con lo Stato, errore che commette di frequente, quando, ad esempio, invita presidenti di enti a dimettersi, o pretende che alti funzionari dello Stato godano della sua fiducia.

In un momento di «hybris», l’altro vicepresidente del Consiglio dei ministri ha detto, recentemente, che l’attuale governo rappresenta la volontà di 60 milioni di italiani. Sarebbe bene che ambedue i vicepresidenti ricordassero che hanno avuto complessivamente poco più di 16 milioni di voti, che rappresentano poco più di un terzo degli italiani con diritto di voto. 


La manovra economica  “Ne vedremo delle belle” (Di Maio) -” Me ne frego” (Salvini) è piaciuta alla ultra sinistra di Stefano Fassina. Quindi non si può dire che la manovra sia di destra! Delle sue conseguenze nefaste ce ne accorgeremo a fine ottobre 2018. Invece si può dire che qualunque italiano sarebbe in grado di fare una manovra: spendere senza avere i soldi. 40 miliardi. Se fossi al posto di Di Maio avrei aumentato lo stipendio degli insegnanti (sono solo un milione), dei dirigenti scolastici (sono 7000), e fatto ciò che Daveri qui sotto spiega

(FRANCESCO DAVERI) Con l’economia che rallenta c’è bisogno che il governo offra un supporto alla crescita.Il governo ha scelto di farlo con più redditi per molti, più spesa pubblica e più deficit fissato al 2,4% del Pil per i prossimi 3 anni.I cittadini, i mercati, le agenzie di rating e l’Europa giudicheranno.Di sicuro la strada scelta non era l’unica possibile.A parità di deficit anzicchè regalare soldi agli anziani al minimo (che riceveranno la pensione di cittadinanza) e ai poveri veri e a quelli che lavorano in nero (che riceveranno il reddito di cittadinanza) si poteva dare un taglio più deciso sulle tasse per le famiglie e per una più ampia platea di imprese. Oppure si sarebbe potuto cercare una strada più difficile, che non ha mai provato nessuno.Quella di ridurre tasse e spesa pressapoco nello stesso ammontare migliorando la qualità della spesa con la spending review di cui si è invece persa traccia.Ma di fronte a questa sfida più difficile il governo del cambiamento si è fermato ed ha preferito la strada facile dell’aumento della spesa strutturale in deficit .

29/9/2018   In Italia è appena trascorso il primo giorno senza più povertà per decreto. 2 canzoni ce lo ricorderanno. La prima di Battisti: “29 settembre” “seduto in un caffè io non pensavo a te…”. La seconda di Lucio Dalla: “Sarà 3 volte Natale e festa tutto l’anno, pure i muti potranno parlare mentre i sordi già lo fanno”.

27/9/2018 PAGHEREMO CARO, PAGHEREMO TUTTO  “Se per far stare meglio la nostra gente dovò ignorare uno zero virgola imposto da Bruxelles per me quello zero virgola vale meno di zero” dice Salvini. Ma 100 miliardi di debito pubblico in più in 3 anni cosa significano per quelli che già lavorano e per i loro figli? A ogni lavoratore italiano corrisponderà una quota di debito dello Stato superiore ai centomila euro. Come se a ciascun occupato facesse capo un mutuo-casa da pagare ogni mese  senza però che questi abbia la casa

La storia dell’umanità è quasi totalmente una narrazione di progetti falliti e speranze deluse.

Senti, cos’è una delusione? – Un modo efficace per assolvere se stessi giudicando gli altri

(Dò per scontato che i lettori abbiano letto la trascrizione del wathsapp audio inviato dal portavoce di Conte, Casalino (169mila euro all’anno), il quale preannuncia una megavendetta contro i tecnici del Tesoro. Dopo averlo letto, pensate cosa sarebbe successo se al posto di Casalino ci fosse stato Filippo Sensi, portavoce di Renzi. Ma il più disonesto di tutti, Travaglio, minimizza: così fan tutti. Perciò Conte resta tranquillo a fare il portavoce di Casalino). Antonio Padellaro, fondatore de Il Fatto, ha una vecchia ossessione, che è Renzi, al quale imputa la sconfitta definitiva della rivoluzione d’Ottobre. Poi ne ha una recente, nata appena 4 mesi fa: la Lega per i grillini è una seconda scelta, come quella di certe ragazze che lasciate dall’amore della propria vita, si accasano con il primo venuto. Ieri sera, testimone Formigli, lo ha gridato all’ex ministro Minniti: il pd poteva fare il governo col M5S! Gli inglesi definiscono “wishful thinking” quei pensieri illusori con i quali ci accompagniamo, scambiando i nostri desideri per la realtà. Non sono bastati 4 mesi per capire i grillini, ma ai Padellaro non basteranno 10 anni, 50 anni, secoli. Lo storico Luciano Canfora ha spiegato come si possono individuare almeno due punti comuni tra le attuali destre anti-establishment e le camicie nere, o brune, del primo Novecento. Uno è l’insistenza sul richiamo nazionalista, ieri indirizzato a scopi di espansione territoriale, oggi rivolto soprattutto contro gli immigrati dai Paesi poveri. L’altro è la consapevolezza, ben viva a suo tempo nell’ex socialista Benito Mussolini, della necessità di garantire alle masse popolari una certa protezione sociale, senza urtare troppo gli interessi del grande capitale, ma ponendo limiti al mercato e rifiutando i vincoli dell’austerità finanziaria. Ecco perchè Sicurezza & Protezione, Salvini e Di Maio, sono fatti l’uno per l’altro, e insieme sono destinati prima a far piangere Tria e poi noi. Secondo i Travaglio- Padellaro, al contrario,  il pd doveva dialogare con il M5S/Protezione  perchè molti di sinistra li hanno votati.

Li hanno votati i soci di una nuova categoria sociologica  che chiamerò “i Delusi della sinistra”. Che poi stringi stringi i Delusi coincidono con tutti quelli che odiano Renzi (il 2% dell’elettorato).  Vedete com’è semplice la politica, secondo i Travaglio? Basta (basterà o sarebbe bastato) far fuori Renzi e in Italia il pd tornerebbe al 30 per cento. Bisognerebbe avvelenarlo, come fa Putin con i suoi nemici. Ma se il veleno lo volete simbolico, leggete Il Fatto e in tv guardatevi Travaglio, Scanzi e Padellaro. Se guardate bene sul televisore, dal labbro inferiore dei tre fuoriesce un liquido giallastro che essi asciugano con la lingua. Gli storici futuri -comunque- daranno una spiegazione esauriente dei soci della categoria citata, i quali per odio di Renzi si sono buttati sui grillini: sono gli emuli di quel marito che per far dispetto alla moglie si tagliò gli attributi (il primo col referendum costituzionale del 4/12/2016 e il secondo alle elezioni del 4/3/2018). Oppure, se preferite, la riconferma che quando il dito mostra la luna, lo sciocco guarda sempre e solo il dito.


RICOLFI: LA SINISTRA NON SA PIU’ DARE PROTEZIONE Luca Ricolfi aveva capito tutto sin dal 2017. La sinistra non sa più dare protezione. “Ed è una mutazione genetica irreversibile”. Ricolfi, sociologo, docente di Analisi dei dati all’università di Torino,  ha pubblicato nel 2017 per Longanesi un libro dal titolo evocativo: Sinistra e popolo. Dove spiega, fra le altre cose, perché il popolo non si riconosce più nella sinistra tradizionale, vista come rappresentante dell’élite. 

 Professore, partiamo dall’inizio, per capire le regole del gioco: secondo lei, ha ancora senso leggere i risultati elettorali in base all’asse destra-sinistra?
No, non ha molto senso. Non perché destra e sinistra non esistano più, ma perché ci sono due destre e due sinistre. E, cosa ancora più stupefacente, alcune somiglianze fra segmenti della destra e della sinistra sono ancora più forti delle affinità all’interno dei due schieramenti tradizionali. Partiamo da qui.
In molti Paesi, ad esempio, la sinistra riformista e la destra liberale sono molto vicine nella loro accettazione del mercato, della globalizzazione, delle regole sovranazionali. E la sinistra e la destra populiste sono assai simili nel comune rifiuto di alcuni aspetti della globalizzazione, anche se spesso le cose che si respingono non sono le medesime: la sinistra populista è ostile alla circolazione dei capitali e all’ingerenza delle autorità sovranazionali negli affari interni dei vari paesi, la destra populista è invece ostile alla circolazione delle persone, e in particolare all’immigrazione. Né si può dire che queste strane convergenze siano solo sulla carta: sono ormai parecchi gli esperimenti di grosse koalition, con destra e sinistra ufficiali al governo insieme (Germania, Austria, Italia, Grecia, Israele). Né mancano gli avvicinamenti fra forze populiste, sia al governo (si pensi alla coalizione rosso-nera che governa attualmente la Grecia) sia all’opposizione (si pensi alla convergenza, in Italia, fra Lega e Cinque Stelle su un tema come quello dell’immigrazione). Per questo, nel mio libro suggerisco che la dicotomia fondamentale, in questa epoca, non sia più quella fra destra e sinistra ma stia diventando quella fra forze dell’apertura, ovvero destra e sinistra ufficiali, e forze della chiusura, ovvero populisti di destra e di sinistra.

In Francia, al primo turno delle presidenziali la sinistra è arrivata a pezzi. C’è un problema di numeri ma anche di identità. Come leggere il risultato francese da questa prospettiva?
La Francia ha problemi molto simili a quelli dell’Italia, salvo il fatto di non avere ancora distrutto lo Stato centrale. Simile è l’immobilismo, simile è la continua promessa di risanare i conti pubblici, simile è l’enorme fardello dell’interposizione pubblica. Simile è anche il peso delle forze populiste, Le Pen e Mélenchon in Francia, Salvini e Grillo in Italia. La differenza fra Italia e Francia è che noi il ‘nuovo’, con la breve stagione di Renzi, l’abbiamo già avuto, sperimentato, e buttato via, mentre loro l’hanno scoperto solo adesso, con Macron. L’exploit di Macron alle presidenziali francesi del 2017 rischia di essere una replica dell’exploit di Renzi alle europee del 2014, con un picco di consensi che finisce per sgonfiarsi quando si tratta di passare dalle parole ai fatti.

Quando la sinistra ha iniziato a essere identificata con l’élite e perché?
Il distacco della sinistra italiana dai ceti popolari è iniziato verso la metà degli anni ’70, ai tempi di Berlinguer, ma l’equazione sinistra=establishment è più recente. A occhio e croce direi che inizia con l’Ulivo di Prodi e la lunga stagione dell’antiberlusconismo. E’ nella seconda Repubblica che la sinistra ufficiale, quella erede del Pci e della sinistra Dc, ha portato alla perfezione la sua occupazione delle istituzioni, dei corpi intermedi, della società civile: magistratura, stampa, scuola, università, mass media, cultura. Ed è nella seconda Repubblica che il politicamente corretto è diventato, contemporaneamente, il biglietto da visita della sinistra e il pensiero unico obbligatorio della classe dirigente. Ecco perché, quando i ceti popolari sono entrati in rivolta contro le élite, hanno trovato del tutto naturale indirizzare il proprio risentimento contro la sinistra, vista come la principale incarnazione dell’establishment.

Seguendo la sua analisi, non è un problema recente. Perché dopo tanti anni, la sinistra non ha rimediato al suo errore?
Perché, culturalmente e psicologicamente – mi verrebbe da dire: antropologicamente – la sinistra è del tutto sprovvista di curiosità. E la curiosità, ovvero la voglia di capire il punto di vista dell’altro (compreso il presunto nemico o avversario), è l’unico antidoto alla sclerosi, al rinchiudersi nel proprio mondo, all’autorassicurazione che rende sordi e ciechi. Le faccio un esempio molto concreto.

Prego.
Se, nel 2001, la sinistra avesse letto il libro di Italo Fontana Non sulle mie scale, edito da Donzelli, sugli effetti dell’immigrazione in un quartiere popolare di Torino, oggi non sarebbe così terribilmente indietro sui problemi della sicurezza, e non avrebbe perso i milioni di voti che ha perso per pura volontà di non vedere.

Cerchiamo di tirare le somme: il popolo tradito chi vota? Uso un paradosso: la destra della Le Pen o di Trump è la nuova sinistra?
No, la destra di Le Pen e di Trump non sono la nuova sinistra, perché anche loro non sanno come risolvere il principale ‘problema di sinistra’ che ha allontanato i ceti popolari dai partiti progressisti: il problema dell’occupazione e della povertà.

E’ chiaro che dopo questa serie di elezioni traumatizzanti, dalla Brexit alla Francia, la vecchia sinistra dovrà trovare una nuova proposta per non sparire dalla scena politica europea. Come può tornare a farsi capire dal popolo? Vede in circolazione nuove proposte politiche capaci di incarnare questa prospettiva senza ricadere negli errori del passato?
No, non ne vedo alcuna. La sinistra, ormai, è la naturale rappresentante dei ceti medi urbani, istruiti e ‘riflessivi’, come ebbe a definirli lo storico Paul Ginsborg. E’ una mutazione genetica irreversibile. Anche nei prossimi anni continuerà a difendere le politiche di accoglienza, e a coltivare il senso di superiorità morale dei suoi sostenitori. Mentre i ceti popolari chiedono una cosa soltanto: protezione. Protezione contro la perdita di occupazione e di reddito, protezione contro criminalità e immigrazione. Esattamente le cose che la sinistra non è in grado di dare.

Questa trasformazione del rapporto fra popolo e sinistra, professore, come si declina nel nostro Paese? Siamo destinati a un dibattito auto-referenziale dentro la sinistra che favorirà un duello fra i 5 Stelle e il redivivo Berlusconi?
Sì, non è in corso – a sinistra – alcun dibattito di alto profilo sul futuro del Paese, del capitalismo, della civiltà del lavoro. Solo piccole manovre, modesti tentativi di acciuffare qualche voto. Ben quattro partiti a sinistra del Pd, e nessuna idea veramente nuova, nessuna proposta che susciti interesse.


(IO NON SO’ UN POLITICO, disse Paola Taverna) L’intreccio malsano tra politica e giustizia, le reciproche invasioni di campo, sono state uno dei vizi strutturali della Seconda Repubblica. Ma la soluzione non può essere la cancellazione del confine e il commissariamento grillino delle istituzioni, secondo il principio per il quale una poltrona è bene occupata se a sedervi è un adepto del salvifico culto casaleggiano ed è invece lottizzata in caso contrario. Questo maoismo rancido del M5S, che bombarda il Palazzo del quale occupa ormai il piano nobile e chiede solo gogna e sottomissione per il nemico, non ha nemmeno bisogno di conoscere il modello storico originale perché poggia sulla pulsione basilare delle autocrazie populiste: il rifiuto della democrazia della delega e della separazione dei poteri, peraltro l’unica democrazia fin qui sperimentata. Nell’Europa dei lumi quel modello era l’unico faro. In quella di Orbán e dei suoi aspiranti emuli italiani, meno. Ma ai numerosi seguaci del culto grillino si potrà sempre spiegare che il problema è il renzismo di Ermini. L’esperienza insegna che ci crederanno.

(Stefano Cappellini, Repubblica, 28/9/2018)


ECCO CI SIAMO (28/9/2018) Finalmente il sogno si avvera. La ricetta economica che sindacati e sinistra doppio Zoro, ultrakeynesiana, avevano proposto in tutti questi anni, pensioni e sussidi, più protezione per crescere, si è avverata. Di Maio l’ha realizzata, sconfiggendo finalmente la povertà, i neoliberisti e gli schiavi dei tecnocrati europei. Adesso, finalmente, faremo i conti con la realtà e i numerini. E scopriremo chi ha torto