GLI INTELLETTUALI DI SINISTRA SCOPRONO CHE QUESTO GOVERNO NON HA VISIONE

(Mario Lavia, Linkiesta) Adesso è tutto un reclamare “la visione”, “il progetto”, “un’idea dell’Italia”. Buttata giù dal letto del lockdown, l’intelligencija di sinistra (e non solo) si è svegliata e ha visto l’Italietta di Giuseppe Conte annaspare fra montagne di carta e promesse di soldi, caccia agli untori, assessori suonati, un parlamento-ring e ministri senza bussola. E sorseggiando il primo caffè al bar, l’intelligencija si è detta: ma qui serve qualcos’altro.

Eppure fino a pochi giorni fa il presidente-avvocato era una specie di idolo per noti e meno noti intellettuali della sinistra antiriformista. Ricordate il famoso “appello contro gli agguati” («il nostro convincimento è che questo governo abbia operato con apprezzabile prudenza e buonsenso, in condizioni di enormi e inedite difficoltà…»)?

Era la lotta degli intellò a rimorchio dell’avvocato del popolo, una posizione che un tempo a sinistra si sarebbe definita subalterna, attendista, rinunciataria ma che ora appariva razionale, responsabile, unitaria. E soprattutto, con balzo politicista, antirenziana.

Ma adesso che torna il tempo della politica, dov’è Conte? Persino un suo sostenitore come Massimo D’Alema ieri ha constatato che essendo cambiata la fase serve «un altro passo» e che su questo si misurerà il futuro del governo: se questo è vero, allora è facile immaginare che la coalizione Pd-M5s-Iv andrà presto in crisi. 

E Alberto Asor Rosa ha sottolineato che, passata la prima fase, «il bilancio è insoddisfacente» e che «l’enunciazione delle linee programmatiche vanno curate fin d’ora senza un momento di interruzione e di pausa». Linee programmatiche, immaginiamo, che vadano un po’ oltre lo spargimento a pioggia di denaro.

Romano Prodi poi ha rispolverato un termine antico del vocabolario del primo centrosinistra degli anni Sessanta, le “riforme di struttura” a proposito di scuola, burocrazia, magistratura, lavori pubblici: guarda caso i terreni sui cui il governo annaspa, dall’inadeguatezza della Azzolina, alla confusa elefantiasi dei Dpcm, dai disastri di Bonafede all’ultima rovente polemica sulle Autostrade fra la ministra De Micheli e il suo sottosegretario, il grillino Cancelleri.

Da parte sua Marco Damilano ha invocato «la dignità della politica: governi forti, maggioranze stabili, premier e ministri in grado di dire i sì e i no che servono». Non è un “agguato” a Conte, è la tensione al superamento della situazione attuale manifestata da un giornalista certo non nemico del governo.

Diciamo la verità: sin qui, pur nella bufera, è stato facile. Nella fase 1 – è la vulgata a sinistra – il premier è stato bravo. Ma, al netto dei problemi che ci sono stati con le Regioni, dei decreti scritti male, dei ritardi nella comprensione di quanto stava per avvenire, al netto di tutto questo (che già non è poco) dov’è stata questa bravura? Che ci vuole a decretare il lockdown? 

Certo, grande prova delle forze dell’ordine a far rispettare le regole, ma è il minimo. Bellissima la prova degli italiani, responsabili e soprattutto impauriti dalla paura di morire (che, diciamo, è stato un buon motivo per osservare le disposizioni e restare a casa): Conte ha fatto quello che doveva, e chiunque che non fosse Donald Trump avrebbe fatto. 

Il problema è adesso, è adesso che la politica dovrebbe nutrire l’azione del governo e invece le cose paiono andare sempre peggio: e non solo è non tanto per la farsa di Immuni o i ritardi delle mascherine, ma per il vuoto pneumatico nel mettere in campo un progetto di riforme (o come dice Graziano Delrio, una “visione”) al servizio del quale mobilitare il Paese. In questo quadro, la contraddizione più profonda è nello stesso Partito democratico, che non sa trovare il bandolo fra la “necessità” e la sua “libertà”. In questo, la situazione attuale ricorda il dramma del Partito comunista nel triennio 1976-79, quando accettò di governare con una Dc di cui non si fidava e che solo il prestigio e il pensiero di Moro “salvavano” da un giudizio negativo, e infatti dopo la morte del presidente democristiano il Pci disfece l’alleanza. Ma oggi c’è Conte, non Moro. Come ha scritto con durezza la giovane Ariela Briscuso: «se gli esponenti del PD paiono come vittime di un incanto, instupiditi da un annebbiamento mentale che fa creder loro di prendere parte a quello che amenamente ed ingenuamente vedono come il migliore dei governi possibili, Conte sembra essere proprio l’ampolloso e garrulo predicatore della dottrina che stordisce Zingaretti». La ragione di questo “incantamento” sta probabilmente in un intreccio fra ragion di Stato, logiche di potere e tattica anti-Salvini che frena il rilancio ideale e pone al Pd un problema difficilissimo: come garantire il “governo di necessità” con la “libertà” (e la capacità) di lavorare per un altro quadro politico. Era la stessa contraddizione di Berlinguer. E se a scioglierla non ci riuscì lui, figuriamoci questi.