G. CRAPIS/RENZI E L’UBI CONSISTAM

Il saggio di Giandomenico Crapis si racchiude in questa affermazione forte di pag. 88: ” All’ambizione del progetto renziano è mancato non solo il partito (che si è scelto di non rafforzare) ma un ubi consistam intellettuale e culturale, una visione e un pensiero lunghi che andassero oltre la formula della rottamazione e le battute ad effetto (che pure servono) “. Per dimostrare questo suo pensiero il mio amico tratteggia vita opere e miracoli di Renzi, “un caso unico per lo studio delle relazioni tra media, tv, politica e consenso. Ernesto Galli della Loggia, dopo le Europee di Salvini, ha spiegato così la situazione:
“Non è vero come si è letto sul Fatto quotidiano che la gente ormai vota come twitta. È che ormai in questo Paese da tempo non esistono più culture politiche, idee, programmi. Che da tempo anche le vecchie identità e le vecchie paure, i vincoli di schieramento, le preclusioni ideologiche, i «non possumus» più o meno storici, sono tutti variamente saltati: sono cose che non hanno più corso o quasi. Di conseguenza le elezioni non sono più una competizione fra orientamenti radicati, fra opzioni politiche in qualche modo collaudate. Tendono piuttosto ad assomigliare per un verso a una decimazione e per un altro a una lotteria. Sono la ricerca sempre più nervosa, sempre più incalzante, di una soluzione che però continua a mancare: trasformandosi alla fine nella pura ricerca di un demiurgo. Esito paradossale di un sistema politico che, partito da una Costituzione fondata per intero sulle entità collettive, sui partiti, nel più assoluto rifiuto di qualunque ruolo personale (perfino come si sa di quello del Presidente del Consiglio, che da noi è un semplice «primus inter pares») si ritrova già da tempo a invocare un salvatore della patria. “. Sul rottamatore Galli della Loggia è molto convincente:
“Il Renzi del 40 per cento della primavera del 2014, incapsulato nella sua autoreferenzialità, accecato dalla sua vanesia spigliatezza – ma ancor di più dalla sua scarsa preparazione culturale, destinata inevitabilmente a trasformarsi in miopia politica – con il referendum costituzionale andò a sbattere contro il muro d’acciaio dell’eterno potere italiano. Contro l’immobilismo dell’establishment travestito da difesa dei sacri principi“. 

Ci sono due propositi che hanno accomunato i vincitori del referendum del 2016 (da Forza Italia a Leu e M5S passando per Zagrebelsky): 1) ritornare al sistema proporzionale e abbandonare il maggioritario, da sempre mal digerito dalla sinistra novecentesca italiana, abituata a coltivare il suo orticello stando comodamente all’opposizione, salvo intese sottobanco; 2) non voler rendere più efficiente un Parlamento che in versione bicamerale non funziona. Ma di questo essenziale nodo scorsoio politico che ha soffocato Renzi non c’è traccia in questo saggio scorrevole che vorrebbe occuparsi di comunicazione senza trasformarsi in un pamphlet politico. Infatti analizza i MEZZI (televisivi) utilizzati da Renzi (un domani magari toccherà ai tweet di Salvini ) apparentemente lasciando sullo sfondo i FINI, il suo progetto politico, al quale Crapis volge uno sguardo distratto, e che però, da qualche accenno si capisce come non sia considerato solo sbagliato, ma molto molto di più, un vero tradimento della Causa del Socialismo.
La prova di quanto dico si trova a pag. 82, dove un florilegio di citazioni serve per giungere ad accostare Renzi a Fanfani, cioè due grandi sconfitti ai referendum. Dunque, il divorzio e la bocciatura della riforma costituzionale Renzi-Boschi vengono messi sullo stesso piano, sarebbero, entrambe, grandi conquiste democratiche, di progresso, di civiltà. Appuntate queste due date gloriose, 1974 e 2016, nel libro delle magnifiche sorti della sinistra in versione Bersani/Travaglio. Nessun accenno merita poi la “litigiosità” della sinistra, una categoria “storica” mai presa seriamente in considerazione dagli intellettuali di ieri e oggi per capire cosa il popolo odia da sempre con tutto il cuore. Nella sinistra, da Lenin in poi, le minoranze per arrivare al potere si autoproclamano “puri” accusando la maggioranza di connivenza con la destra. Dunque il nemico ce l’hanno sempre in casa, Renzi è l’ultimo esemplare. E’ un gioco senza fine perchè a sinistra ci sarà sempre uno più puro di te che sancirà che tu sei di destra e quindi un traditore.

Al traditore Renzi la sovraesposizione mediatica alla Cossiga (v. pagg. 42- 44) giova sino all’8 dicembre 2013, quando vince le primarie con il 70%. Dal febbraio 2014, quando va al governo, non gli giova più. Perchè non gli giova più? Giando pensa che “avrebbe dovuto rivoltare il partito come un calzino,  invece ha pensato che per aumentare i voti bastasse un pò di comunicazione smart in tv!”. Giandomenico non riferisce di una nemesi storica, gli eredi del monolite pci oggi sono divisi in correnti, numerose come le tribù libiche e simili alla dc di Andreotti (solo la sinistra francese ci supera quanto a litigiosità). Renzi era capo del governo, controllava il pd, ma ogni giorno sui media e sui social le sue minoranze interne raccontavano la storia che a causa di un revisionista traditore la sinistra “faceva” ormai la destra in combutta col massone Verdini (per fare il partito della nazione).
Renzi alla fine perse il referendum, forse il senno e cominciò la sua odissea che arriva ai giorni nostri, quando la democrazia l’abbiamo affidata alla piattaforma Rousseau. Questi sono i fatti che, per completezza, andrebbero affiancati all’analisi del Renzi politico incapace.
Berlinguer e Occhetto pur alle prese con sfide ancor più temerarie di quelle di Renzi, distacco dall’Urss e svolta della Bolognina, furono affiancati e sostenuti dalla stampa d’area (“Repubblica” di Scalfari). Scalfari voleva che Berlinguer diventasse liberale, il suo successore Ezio Mauro voleva invece che il pd tornasse al proporzionale e ha schierato “Repubblica” accanto al bollito Bersani contro Renzi diventando house organ della Ditta, sino a quando le urne politiche del 2018 non gli hanno spiegato che a sinistra dei ds non ci sono elettori (nè lettori).

Renzi, che aveva fatto della televisione il cuore della sua strategia (Calise) mentre Grillo aveva già capito che doveva essere la rete, doveva abbandonare la scena dopo la sconfitta? Certo che sì. Bastava che non si facesse vedere per due anni e poi avrebbe affiancato Prodi & Veltroni nel ruolo di Madonnine Piangenti della sinistra in ambasce. Il personaggio Renzi che spiega Crapis non è falso, è la coperta di Linus della sinistra che considera intoccabile la Costituzione. Vorrei essere chiaro. Sento spesso gente che vorrebbe che Renzi non facesse più politica per manifesta incapacità, per danno procurato ad una sinistra che ha perso il popolo. Ci sta, ma per quale ragione “politica” invece non dovrebbero ritirarsi anche i Bersani, Speranza, Grasso, Boldrini che “pontificano” ancora in tv? Loro sarebbero davvero i casi unici da studiare per capire le relazioni tra media, tv, politica e consenso. Consenso elettorale pari a zero e vagonate di ospitate tv (soprattutto su la 7) non si capisce per quali motivazioni editoriali. In nome di chi parlano? Chi rappresentano?

Il mio amico Giando dovrebbe ricordare la storiella zen: un bambino, per il suo 14esimo compleanno riceve un cavallo. La gente vede il cavallo e dice “che meraviglia! ha ricevuto un cavallo!” e il maestro zen dice “vedremo…” Due anni dopo il bambino cade da cavallo e si rompe una gamba e tutti al villaggio dicono che è una disgrazia e il maestro zen dice “vedremo…”. Poi arriva la guerra e tutti sono costretti ad andare in guerra tranne il bambino che si era rotto la gamba e tutti al villaggio dicono “Ma che meraviglia!” Il maestro zen dice “vedremo…”

Giandomenico Crapis, Matteo Renzi dal pop al flop, Mimesis, 2019,pag 100, 10 euro

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