G. CRAPIS/RENZI DAL POP AL FLOP ALLA STORIELLA ZEN

Il saggio di Giandomenico Crapis intende dimostrare come Matteo Renzi sia stato il primo nel centrosinistra a costruire la sua storia dentro il circuito mediatico e in particolare stando in tv. In estrema sintesi l’autore pensa che le virtù seduttive di Renzi, mattatore televisivo, alla prova dei fatti si sono dimostrate ben poca cosa, come molti osservatori avevano in tempo segnalato. Insomma, Renzi nella storia della sinistra italiana è stato un incapace. Per comprendere a fondo l’incapacità, noi lettori avremmo bisogno quantomeno di sapere nomi e cognomi dei “capaci” rimasti in giro.
Ecco perchè, per non perdere tempo, riporto subito quale sia a mio parere un’ analisi convincente del “renzismo”, quella di Luca Ricolfi: ” Renzi era stato dunque capace di convincere una fetta importante di elettori che, con lui, sarebbe iniziato realmente un nuovo corso, un nuovo partito di centro-sinistra che si smarcava dai retaggi del passato, per guardare ad un futuro diverso. Inedito. La sua colpa, forse, è stata proprio quella di candidarsi ad un modo nuovo di governare, ad una modalità politica inedita per un partito di sinistra, senza averne realmente le capacità “politiche”. Il suo fulgore è durato poco, lo sappiamo, e presto è rientrato nei consueti parametri, inimicandosi inoltre con il suo comportamento gran parte di chi aveva per un attimo creduto in lui. Ma probabilmente la vera anomalia è stata proprio quel suo grande successo (il 40% delle europee, ndr) , che ha fermato per un attimo il declino inevitabile del Pd. Che poi è ripreso in maniera ineluttabile, con o senza Renzi.” Aggiungo che, come spiega Ricolfi, l’unico dato serio per giudicare un governo è il dato della pressione fiscale. Bene, i dati Istat mostrano come nel 2014 (primo anno del governo Renzi) la pressione fiscale era pari al 43,6 per cento, che poi è scesa (anche senza tener conto degli 80 euro) al 42,2% (dati “pagella politica”) . Se non diamo a Cesare quel che è di Cesare facciamo chiacchiere da bar.

Ci sono due leve che hanno accomunato i vincitori del referendum del 2016 (da Forza Italia a Leu e M5S passando per Zagrebelsky): 1) ritornare al sistema proporzionale e abbandonare il maggioritario, da sempre mal digerito dalla sinistra novecentesca italiana, abituata a coltivare il suo orticello stando comodamente all’opposizione, salvo intese sottobanco; 2) non voler rendere più efficiente un Parlamento che in versione bicamerale non funziona. Ma di questo essenziale nodo politico che ha soffocato Renzi non c’è traccia in questo saggio scorrevole che vorrebbe occuparsi di comunicazione senza trasformarsi in un pamphlet politico. Infatti analizza i mezzi televisivi utilizzati da Renzi (come un domani magari toccherà ai tweet di Salvini ) apparentemente lasciando sullo sfondo il suo progetto politico, al quale Crapis volge uno sguardo distratto, e che però, da qualche accenno si capisce come non sia considerato solo sbagliato, ma molto molto di più, un vero tradimento della Causa.
La prova di quanto dico si trova a pag. 82, dove un florilegio di citazioni serve per giungere ad accostare Renzi a Fanfani, cioè due grandi sconfitti ai referendum. Dunque, il divorzio e la bocciatura della riforma costituzionale Renzi-Boschi vengono messi sullo stesso piano, sono grandi conquiste democratiche, di progresso, di civiltà. Appuntate queste due date gloriose, 1974 e 2016, nel libro delle magnifiche sorti della sinistra in versione Bersani/Travaglio. Nessuna accenno merita poi la “litigiosità” della sinistra, una categoria “storica” mai presa seriamente in considerazione dagli intellettuali di ieri e oggi per capire cosa il popolo odia da sempre con tutto il cuore. Quelli “puri” di sinistra usano far la guerra innanzitutto ai compagni “impuri” vicini, da Lenin in poi. Loro il nemico ce l’hanno sempre in casa, Renzi è l’ultimo esemplare. C’è sempre uno più a sinistra di te che sancirà che tu sei di destra e quindi un traditore.

Al traditore Renzi la sovraesposizione mediatica alla Cossiga (v. pagg. 42- 44) giova sino all’8 dicembre 2013, quando vince le primarie con il 70%. Dal febbraio 2014, quando va al governo, non gli giova più. Perchè non gli giova più? Giando fa capire che “avrebbe dovuto rivoltare il partito come un calzino,  invece ha pensato che per aumentare i voti bastasse un pò di comunicazione smart in tv!”. Gli italiani sono sempre capaci, dico io, dopo che sanno i risultati, di spiegarti per quali ragioni hai vinto o perso. Giandomenico non riferisce di una nemesi storica, gli eredi del monolite pci oggi sono divisi in correnti, numerose come le tribù libiche e simili alla dc di Andreotti (solo la sinistra francese ci supera quanto a litigiosità). Renzi era capo del governo, controllava il pd, ma ogni giorno sui media e sui social le sue minoranze interne raccontavano la storia che a causa di un revisionista traditore la sinistra “faceva” ormai la destra in combutta col massone Verdini (per fare il partito della nazione).
Renzi alla fine perse il referendum, forse il senno e cominciò la sua odissea che arriva ai giorni nostri, quando la democrazia l’abbiamo affidata alla piattaforma Rousseau. Questi sono i fatti che, per completezza, andrebbero affiancati all’analisi del Renzi politico incapace.
Berlinguer e Occhetto pur alle prese con sfide ancor più temerarie di quelle di Renzi, distacco dall’Urss e svolta della Bolognina, furono affiancati e sostenuti dalla stampa d’area (“Repubblica” di Scalfari). Invecchiato Scalfari, il suo successore Ezio Mauro ha invece schierato “Repubblica” accanto al bollito Bersani contro Renzi diventando house organ della Ditta, sino a quando le urne politiche del 2018 non gli hanno spiegato che a sinistra dei ds non ci sono voti (nè lettori).

Renzi doveva abbandonare la scena dopo la sconfitta? Certo che sì. Bastava che non si facesse vedere per due anni e poi avrebbe affiancato Prodi & Veltroni nel ruolo di Madonnine Piangenti della sinistra in ambasce. Il personaggio Renzi che spiega Crapis non è falso, è la coperta di Linus della sinistra che considera intoccabile la Costituzione. Vorrei essere chiaro. Sento spesso gente che vorrebbe che Renzi non facesse più politica per manifesta incapacità, per danno procurato ad una sinistra che ha perso il popolo. Ci sta, ma per quale ragione “politica” invece non dovrebbero ritirarsi anche i Bersani, Speranza, Grasso, Boldrini che “pontificano” ancora in tv? Se loro erano la sinistra e Renzi la destra, perchè il popolo ha votato i grillini, la Lega e non loro? E quelli che adesso vogliono un buon rapporto con il popolo grillino (e perchè non con la Lega?), se lo ricordano che quando il popolo votava dc, la dc restava comunque l’avversario?

Giando dovrebbe tenere a mente la storiella zen: un bambino, per il suo 14esimo compleanno riceve un cavallo. La gente vede il cavallo e dice “che meraviglia! ha ricevuto un cavallo!” e il maestro zen dice “vedremo…” Due anni dopo il bambino cade da cavallo e si rompe una gamba e tutti al villaggio dicono che è una disgrazia e il maestro zen dice “vedremo…”. Poi arriva la guerra e tutti sono costretti ad andare in guerra tranne il bambino che si era rotto la gamba e tutti al villaggio dicono “Ma che meraviglia!” Il maestro zen dice “vedremo…”

Insomma, il narcisista Renzi è un passepartout che spiega il governo giallo-verde, è la causa di tutto a prescindere, compresa la scomparsa dei partiti di massa e dei partiti socialisti? Vedremo.
Come ha evidenziato Michele Salvati, i nostri politici lavorano per il “breve periodo”, l’esigenza di conquistare voti, e ciò contrasta con il lungo periodo, l’esigenza di governare bene. Crapis racconta Renzi come una vittima della sua smisurata ambizione, situandosi dalla parte di tutti quelli che hanno gioito per aver stoppato la riforma costituzionale. L’unico mezzo idoneo, secondo me, con l’italicum a far diventare l’Italia un paese normale (più pensiero lungo di così…).

Per concludere, vorrei proporre una cit. dal film “Ratatouille” di Brad Bird, 2007
(Anton Ego): Per molti versi la professione del critico è facile: rischiamo molto poco pur approfittando del grande potere che abbiamo su coloro che sottopongono il loro lavoro al nostro giudizio; prosperiamo grazie alle recensioni negative che sono uno spasso da scrivere, e da leggere. Ma la triste realtà a cui ci dobbiamo rassegnare è che nel grande disegno delle cose anche l’opera più mediocre ha molta più anima del nostro giudizio che la definisce tale. Ma ci sono occasioni in cui un critico qualcosa rischia davvero: ad esempio nello scoprire e difendere il nuovo.

Giandomenico Crapis, Matteo Renzi dal pop al flop, Mimesis, 2019,pag 100, 10 euro