COME I DANESI AFFRONTANO IL BULLISMO

Quando mi sono sposata e sono entrata in contatto con la cultura danese, ormai quasi venti anni fa, mi sono subito resa conto che i danesi crescevano i loro bambini in un modo molto particolare. E questi sembravano tutti così educati, rispettosi, sereni e felici. Qual era il loro segreto?, mi sono chiesta.
Mi è stato chiaro che il motivo per cui Danimarca era stata considerata per oltre quarantanni uno dei Paesi più felici del mondo era proprio per l’educazione dei figli. I bambini felici, da grandi, diventano adulti felici che cresceranno altri bambini felici, un circolo virtuoso che si ripete all’infinito. Mi sono quindi dedicata a scoprire i segreti del modello genitoriale ed educativo danese e a cercare di capire come ognuno di noi potesse applicarlo nella propria famiglia per aumentarne il benessere. Una delle cose più illuminanti è l’approccio innovativo che i danesi hanno nei confronti del bullismo. Se nel resto del mondo il fenomeno è diventato ormai preoccupante epidemia, in Danimarca invece, il programma “Liberi dal bullismo” ha fatto sì che negli ultimi dieci anni i numeri siano diminuiti, passando dal 25 al 7% dei ragazzi coinvolti. Sono risultati impressionanti. Come hanno fatto?
Lì il bullismo non viene considerato come una responsabilità, una colpa individuale come avviene, invece, nella maggior parte degli altri Paesi dove vengono puniti dei singoli bambini. In Danimarca è visto come conseguenza di una minor tolleranza e come effetto delle dinamiche gerarchiche del gruppo, un approccio decisamente nuovo al problema.
“Noi siamo convinti che non esistano bambini cattivi”, dice Helle Baktoft, esperta di bullismo. “Esistono solo dinamiche di gruppo sbagliate”. Gli insegnanti danesi cercano di sviluppare delle strategie per aiutare gli studenti a inserirsi nel gruppo. “Una volta che l’allievo che veniva emarginato comincia a sentirsi accettato”, continua Helle, “smette di comportarsi male”. “Siamo animali da branco”, afferma Dorte Marie Søndergaard, un’altra esperta di bullismo. “Tutti hanno il bisogno esistenziale di far parte di una comunità. Ogni bambino ha la necessità di sviluppare il senso di appartenenza, anche se non lo dimostra. È una questione genetica, e se sente sotto pressione, possiamo sviluppare una forma d’ansia sociale che può manifestarsi in diversi modi”.
L’ansia sociale non è una malattia, ma piuttosto la paura di non piacere a nessuno, la paura di non essere scelti. Alcuni bambini che non si sentono accettati in un gruppo possono provare a far parte di un altro, tentando di scoprire cosa può consentire loro “l’accesso”. Potrebbe trattarsi di avere i vestiti giusti, il cellulare, di fare battute intelligenti o persino di assumere comportamenti da bulli.
 Così le scuole monitorano il benessere dei bambini Uno dei metodi che gli insegnanti danesi adottano per monitorare le dinamiche di gruppo è il “sondaggio del benessere” in cui viene chiesto al bambino di indicare quanto è felice in una scala da 1 a 10, e di individuare le tre persone con le quali gli piace di più passare il proprio tempo, più una serie di altre domande che dipendono dall’età e dai bisogni specifici di ciascun intervistato. In questo modo gli insegnanti ottengono informazioni importantissime sul benessere degli studenti, sia individualmente che in gruppo. Inoltre, grazie al questionario, riescono a sviluppare empatia nei confronti degli allievi e a capirli meglio.
Gli insegnanti inseriscono poi i dati in un sociogramma, cioè una rappresentazione grafica della gerarchia del gruppo, dalla quale si evince per esempio chi è lo studente più popolare e chi quello meno inserito, quello che viene scelto più spesso e quello che viene invece emarginato. Tutto ciò permette di pianificare le lezioni seguendo una strategia volta a migliorare le dinamiche di gruppo.
Dai 6 ai 16 anni agli studenti danesi viene richiesto di investire un’ora alla settimana per il miglioramento delle dinamiche di classe, imparando ad ascoltarsi a vicenda e a mettersi ognuno nei panni dell’altro. Insegnare tolleranza e appartenenza (che in danese si dice fællesskab) non solo fa diminuire il tasso di bullismo, ma aumenta sensibilmente i livelli di felicità. Uno studio danese condotto su larga scala mostra infatti che nelle scuole in cui il livello di fællesskab è alto lo sono anche tutti gli altri parametri, dai risultati scolastici al benessere generale. Un metodo vincente e replicabile. Come esseri umani, sin dall’alba dei tempi, abbiamo avuto bisogno l’uno dell’altro. Ci siamo affidati ai gruppi sociali per la sopravvivenza stessa. Poi ci siamo evoluti in società cooperative. Essere esclusi è molto doloroso. E infatti numerosi studi scientifici hanno evidenziato che le aree celebrali che si attivano quando si prova un dolore fisico corrispondono a quelle attivate dalla sofferenza emozionale e dall’angoscia sociale. È una sensazione devastante quella che si prova nel sentirsi esclusi dagli altri, perché lo si percepisce come una minaccia alla nostra stessa sopravvivenza. Avere degli amici per i bambini non è un lusso, bensì un fondamentale per crescere e stare bene.
Che cosa succederebbe se dedicassimo un’ora la settimana a insegnare ai ragazzi a stare insieme, cercando di usare dei sociogrammi per migliorare le dinamiche di gruppo sbagliate invece di punire i bambini “cattivi”? Riusciremmo a contrastare il fenomeno del bullismo e implementare i livelli di benessere, rendendoli paragonabili a quelli danesi? A giudicare dai report sul livello di felicità che vengono presentati anno dopo anno, sembra una possibilità da prendere seriamente in considerazione.
La psicologa americana sposata a un danese, Jessica Alexander è già autrice del bestseller “Il metodo danese per crescere bambini felici!”. Il suo secondo manuale “Il nuovo metodo danese per educare i bambini alla felicità a scuola e in famiglia” è uscito a fine 2018 per Newton Compton (10 euro). (articolo apparso sul Corriere della sera)

(COMMENTO DI GIANNI MURACA) Premesso che non sono mai stato in Danimarca, posso dirti che da sempre dedico del tempo alla “circolarità” del gruppo ottenendo buoni risultati. Il problema è che determinate pratiche debbono entrare a “sistema”, altrimenti, nella separazione della sicurezza “frontale”, non si va da nessuna parte. I docenti vanno formati o meglio devono predisporsi alla formazione…laboratori di: espressione emozionale, di guida all’ascolto e al silenzio attivo, la buona pratica del dibattito, ecc. ecc., potrebbero essere la soluzione…ma chi ne parla. L’aggiornamento è solo un fatto burocratico.Questo è il grande problema!

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