COL POPULISMO NON PUOI PIU’ CAPIRE NULLA NEPPURE IL PALLONE

Mettetevi comodi nei panni dell’uomo della strada, l’italiano medio che segue la politica distratto, che lavora poco e tiene alla famiglia. Tornate al 1974 e pensate a quest’uomo chiamato a SCEGLIERE, dire la sua sul divorzio. La lacerazione c’è ma il suo cuore propende per i suoi valori cattolici, se li segue, oppure per il suo istinto pratico, nella vita non si può fare di uno sbaglio una condanna eterna. Passa quasi mezzo secolo e l’italiano medio non riesce più a raccapezzarsi su nulla. Non sa più scegliere, non ne ha gli strumenti, non ha saggi ai quali affidarsi. Solo sirene da ascoltare e dovrebbe farsi legare come Ulisse. Per non fare esempi difficili, pensiamo alla caduta del ponte di Genova, o alle regole da seguire dopo che il Covid si è appalesato.

Mentre è facile farsi un’opinione, e schierarsi di qua o di là, su grandi questioni, accogliere tutti i migranti oppure non accogliere nessuno? (gli italiani non conoscono mezze misure, guelfi o ghibellini), è praticamente impossibile decidere con cognizione di causa su questioni dove contano i dettagli.

Basta con i Benetton, togliamogli le concessioni autostradali, chi ha sbagliato paghi. E se fanno causa allo Stato? Pro o contro è facile esserlo quando si tratta, questo voglio significare, di scegliersi un nemico, sia esso il migrante, l’UE, la Merkel, o un virus (lockdown sì o no).

Ma in tempi di populismo che dà l’ultima parola al popolo non solo quando deve scegliere i propri rappresentanti, ma anche quando deve decidere qualsiasi questione, il gioco diventa imbarazzante. Perchè ci sono questioni così complicate che nessun italiano medio ne sa nulla (le concessioni autostradali, ne abbiamo già parlato), ma anche altre questioni sono apparentemente più facili e invece si rivelano sorprendenti ed imprevedibili, piene di sottofondi e sotterfugi.

Di calcio gli italiani vivono, di calcio si nutrono, tutti gli italiani sono in grado di fare la formazione della nazionale, per cui se gli chiedi come riformerebbero il calcio è facile aspettarsi che essi, come avvenne con il divorzio, sappiano regolarsi bene.

Ecco perchè i populisti oggi hanno buon gioco a proporre: la torta del calcio (gli incassi dei diritti tv) va suddivisa dando di più alle piccole squadre, solo così si rende più competitivo il campionato. Altrimenti vince sempre la più ricca, la Juve.

Intorno a questa proposta che potrebbe esser fatta, senza distinzione alcuna, da qualsiasi politico italiano, di destra, sinistra, centro, perchè incontrerebbe il consenso dei sondaggisti, si formerebbe una grande maggioranza. Con un effetto pratico: che se dai più soldi ai Cellino, Preziosi, Mattioli, Setti, Ferrero, Lotito, le squadre da loro presiedute non sarebbero rinforzate ma spolpate perchè questi presidenti fanno delle rispettive squadre un pretesto per affermare le proprie aziende personali e il proprio conto in banca. Del calcio a loro importa nulla. Al contrario le grandi squadre, quelle più ricche o anche quelle degli americani, Fiorentina, Bologna e Roma, vorrebbero seguire l’esempio della NBA americana (il basket) che da decenni ha affidato tutta la baracca (il business) ad un solo manager che deve gestirla al meglio facendo l’interesse dei soci, ciascuno dei quali mira al dividendo.

E’ facile, abbiamo un esempio concreto da seguire, ma credete che il business calcio italiano con il populismo che ha dato il potere agli incapaci e agli ignoranti (Spadafora è il ministro che vale come esempio lampante, ma potremmo segnalare Gravina presidente della Fgci) possa seguire una strada tracciata evitando di rifugiarsi sui sentieri impolverati della  demagogia e della furbizia, in nome, beninteso, del popolo?

Anche il calcio non può sfuggire al destino della politica populista e così uno non si meraviglia più che ci siano personaggi del Pd convinti che sono destinati ad incontrarsi con i Cinque Stelle nel nome del leader, il Conte Casalino. Se nel 1974 ci avessero detto che non saremmo morti democristiani ma saremmo finiti arruolati (come il Manifesto) sotto le bandiere del Gagà e di un comico che non fa ridere, non ci avremmo creduto.