La differenza tra De Andrè, Brunori, Baglioni, Battisti, Conte, Eric Clapton, Morricone

Il 90 per cento delle canzonette italiane sono “cover” non dichiarate, vale a dire la musica è stata copiata dall’estero ed è stato aggiunto il testo in italiano. Ma non si copia una canzone alla volta. Se ascoltate Antonacci, per dirne uno, ogni suo pezzo assembla spunti tra brani diversi. Solo il 10% per esser buoni delle nostre canzoni sono made in Italy con l’avvertenza che vengono costruite a partire dalle parole. Non è possibile, per fare un solo esempio, che Gino Paoli, pur dignitoso musicista, quando ha cantato l’incipit “Ieri ho incontrato mia madre…” abbia scritto prima la musica e poi le parole.

Immaginate che il maestro Ennio Morricone fosse venuto da voi dicendovi: Senti, ho scritto una musica, mi ci metti le parole che facciamo insieme una canzone? E’ una fortuna, non credete? La stessa che è capitata a Giulio Rapetti Mogol (1937) con Lucio Battisti, il quale gli portava alcuni brani musicali e Mogol sceglieva, voglio mettere le parole a questo, quell’altro lo mettiamo da parte.

Dunque, Mina nel 1966 doveva fare Studio Uno e Morricone doveva farle un repertorio. Gli autori dello show Ghigo De Chiara e Maurizio Costanzo si ritrovarono tra le mani una musica con una introduzione di fiati ispirata, per ammissione dello stesso Morricone, alle sirene della polizia di Marsiglia. I due costruirono il famoso testo al condizionale «Se, telefonando, io potessi dirti addio, ti chiamerei…» (fra poco capirete quel “Se” da dove l’hanno preso). La canzone ebbe successo e i critici (d’ora in poi ve ne citerò diversi per capire quanti significati sappiano ricavare da un semplice testo) hanno scritto “che  ben trasmette una  sensazione di impotenza e incompiutezza, un   brano che racconta la fine telefonica di un amore. Più esattamente di una passione intensa, improvvisa e delicata che si spegne così velocemente da non dare a nessuno il tempo di una spiegazione dell’accaduto”. Ora ammettiamo che Morricone avesse chiesto a me, che non sono nessuno, nè un paroliere, nè un poeta , nè un autore, di scrivere il testo. Cosa avrei fatto? Bè, dopo un rapido corso di metrica, magari avrei buttato giù “Senza farci male”:

« Senza farci male/ ioti propongo una tregua/ io la farei».

Non sto dicendo che è meglio di “Se telefonando”, voglio significare che scrivere parole è molto molto più facile che scrivere musica. In Italia, patria di umanisti e quindi dei cantautori più o meno “impegnati”, abbiamo (avuto) molti parolieri e pochissimi musicisti, perchè una canzone in genere si costruisce a partire da un testo che viene poi musicato. I Vecchioni Guccini e De Andrè sono dei letterati, innanzitutto. Noi italiani abbiamo la fissa della canzone “messaggio”, siamo bravissimi a ricavare da qualsiasi testo sgangherato un significato che lo nobiliti. Un qualsiasi Nek è capace di andare in tv e spiegare il senso di una sua nuova canzone, in realtà identica a milioni di altre perchè parla di amore. Milioni di testi che suggeriscono agli italiani come Cyrano le parole da dire all’amata, o quelle che descrivono la propria vita, i dolori, i tradimenti, i sentimenti.  
Le nostre canzonette sono la colonna sonora ideale per programmi come Temptation Islands. In questo programma di corna e riconciliazioni il re è il più logorroico di tutti, Baglioni
Così vai via
L’ho capito, sai?
Che vuoi che sia
Il nostro fumista con i suoi “ganci in mezzo al cielo” e tutti gli ossimori che adopera non ha ancora capito alla sua età che ogni orazione di Cicerone, per dire, era brevissima mentre il testo di ogni sua canzone è un estenuante accumulo di figure retoriche ( allegoria; allitterazione; analogia, similitudine, metafora…) (v. testo in appendice),

” e avrai discorsi chiusi dentro e mani
che frugano le tasche della vita ” (Avrai, Baglioni)

Leggete per converso il testo brevissimo di un brano classico (dopo Fausto Cigliano venne affidato a Mina e divenne un successo) che il mio prediletto Giorgio Calabrese (1937) scrisse con il maestro Carlo Alberto Rossi. In esso era contenuto quel “verso stilisticamente audace” (Accademia della Crusca) per il 1964, quel “e sottolineo se”, che nello sterminato repertorio di Baglioni non troverete mai. A Maurizio Costanzo il “se” piacque, tanto che due anni dopo lo usò in “Se telefonando”.

E se domani
Io non potessi
Rivedere te,
Mettiamo il caso
Che ti sentissi stanco di me
Quello che basta all’altra gente
Non mi darà
Nemmeno l’ombra
Della perduta felicità.
E se domani
E sottolineo “se”
All’improvviso perdessi te
Avrei perduto il mondo intero
Non solo te.

La canzone del sole di Battisti pubblicata nel novembre 1971 è la canzone più celebre degli anni settanta e la preferita da cantare in coro nei momenti conviviali. È un brano che, essendo molto semplice da eseguire alla chitarra  (3 accordi ripetuti a rotazione), viene spesso fatto apprendere ai neofiti nello studio di tale strumento. Tre accordi di chitarra, La maggiore, Mi maggiore e Re maggiore, tre accordi senza un ritornello. Una struttura impensabile per l’epoca. Il “poeta” Mogol  inventò un testo dove immaginò un incontro a due a distanza di anni: mise in evidenza il cambiamento fisico e psicologico, contrastando l’innocenza che caratterizzava i loro incontri da bambini con i sentimenti più adulti del loro secondo incontro. Questi sentimenti “inquinano” i ricordi innocenti dell’infanzia, infatti vengono paragonati al mare nero (un mare inquinato di petrolio) che prima era chiaro e trasparente (pulito) e ad una fiamma che all’epoca era accesa ed ora è spenta. Profondamente turbato dalla situazione, il ragazzo protestava: “ferma, ti prego, la mano!”, ed amaramente domandava “cosa vuol dir sono una donna, ormai ?”, rifiutando di accettare la realtà: “non so più chi sei, mi fai paura, oramai”.

La canzone ha avuto un successo strepitoso per la musica, dico io, perchè se la musica non fosse l’elemento più importante di una canzone, noi italiani non ameremmo le canzoni straniere e non ci sarebbero canzoni (tipo Yesterday) apprezzate in tutto il mondo, senza magari capire il testo originale.

Però il testo italiano deve consentire una immedesimazione, ci devono essere frasi che ciascuno di noi una volta nella vita possa ripetere a qualcuno, tipo “cosa vuol dir sono una donna, ormai !?”, oppure “non so più chi sei, mi fai paura, oramai”. Mogol è un vero maestro in questo, e non è un caso che anche le Brigate Rosse in un documento citarono il famoso “le discese ardite e le risalite”.

Vasco Rossi è il rocker italiano più bravo nel costruire brani dove c’è lo slogan indimenticabile, da “Voglio una vita maleducata” a “C’è chi dice no” a “Voglio trovare un senso a questa sera (vita)  anche se questa sera un senso non ce l’ha”. Vasco, come il regista Paolo Sorrentino, ama moltissimo gli aforismi e quindi sa che in ogni canzone deve inserire una frase da far diventare un aforismo. Per le musiche si è avvalso del grande Guido Elmi o di Curreri.

La canzone di Marinella fu scritta nel 1962 e pubblicata nel ’64 da Fabrizio De Andrè. È uno dei brani di De André più conosciuti ma il successo fu dovuto a Mina quando la cantò nel 1967.

L’orchestrazione, un ritmo lento di  bolero  del maestro Gian Piero Reverberi, musicalmente scarna ma contemporaneamente austera e solenne, sostiene un testo “semplice e disarmante, che con un linguaggio quasi arcaico racconta con straordinaria abilità poetica la favola della protagonista, una ragazza che dopo aver trovato l’amore, va incontro alla morte in circostanze misteriose”.

«Sono legato a questa canzone perché, indipendentemente dal suo valore, trovo che ci sia un perfetto equilibrio tra testo e musica, diciamo che sembra quasi una canzone napoletana scritta da un genovese» ha detto Faber.

«[Il brano] È nato da una specie di romanzo familiare applicato ad una ragazza che a 16 anni si era trovata a fare la prostituta ed era stata scaraventata nel Tanaro o nella Bormida da un delinquente. Un fatto di cronaca nera che avevo letto a quindici anni su un giornale di provincia. La storia di quella ragazza mi aveva talmente emozionato che ho cercato di reinventarle una vita e di addolcirle la morte.» La notte del 28 gennaio 1953 Maria Boccuzzi di 33 anni fu uccisa a revolverate  e spinta nell’Olona forse ancora agonizzante. Era una giovane calabrese che dall’età di 9 anni era emigrata a Milano con la famiglia e si era ritrovata a fare la ballerina-prostituta. L’omicidio De Andrè lo trasforma in uno sfortunato “scivolone” e il vigliacco criminale, mai costituitosi, diventa un innamorato pazzo che non crede a ciò che ha visto e continua a bussare alla porta della sua amata, ormai morta. Il tutto è avvenuto dopo un romantico idillio (forse in una prima versione non era tanto romantico), che si distacca dalla macabra realtà dei fatti. De Andrè inventò una storia che trasforma la realtà per ridare dignità ad una di quelle persone (gli ultimi, i diseredati) che lui amava. La sventurata ragazza attraverso la canzone non è più protagonista di una terribile vicenda di cronaca nera

Questa è la tua canzone Marinella
che sei volata in cielo su una stella
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno , come le rose
e come tutte le più belle cose
vivesti solo un giorno come le rose.

Insomma, De Andrè era un poeta sempre in cerca di musicisti-sarti (come Guccini Vecchioni e quasi tutti i cantautori italiani), e scrisse una favola che trasfigurava la penosa fine di una giovane. La rima baciata “Marinella-stella” si imprimeva nella testa ma l’operazione riuscì solo con la classe di Mina più che con la voce stentorea di Fabrizio che scandiva bene le parole, perchè le parole per lui erano tutto. Infatti i New Trolls e poi la Pfm avrebbero stravolto le sue liriche dalla struttura minimalista trasportandole in una atmosfera contemporanea da rock progressive. A sua volta  il “progressive” si ammantò di una certa aura cantautorale. Dal 1981 la collaborazione con Mauro Pagani (1946) della Pfm, durata ben 14 anni, divenne proficua con le musiche di “Crêuza de mä” e “Le nuvole” del 1990.  Le “Officine Meccaniche”, gli studi di registrazione di Pagani da cui passeranno tanti artisti italiani, è il punto di congiunzione con Taketo Gohara ( Milano,1975) un grande producer di origini giapponesi, il quale dopo aver seguito un corso come tecnico del suono, iniziò a lavorare  nel 2003 appunto con Mauro Pagani nel suo studio. Oggi produttore e arrangiatore di Vinicio Capossela, Elisa, Biagio Antonacci, Motta e Negramaro, Gohara è anche quello che ha confezionato i vestiti ai testi di Brunori.

DARIO BRUNORI (ma il Comune di Lamezia cosa aspetta a dargli la cittadinanza onoraria per la sua citazione in una canzone?)

Quando ascoltai “Lamezia Milano”, traccia numero quattro dell’album di Brunori Sas “A casa tutto bene”, il messaggio mi arrivò subito: lo spaesamento di chi – come il cantautore – dopo esser cresciuto in un paese di provincia (era San Fili, vicino Cosenza) si ritrova a dover fare i conti con la vita della metropoli, è patrimonio di qualsiasi meridionale.

In realtà la canzone di Brunori non parla dei miei mitici viaggi in treno anni settanta di 12-14 ore magari all’inpiedi o nel corridoio, parla dell’aereo Lamezia Milano, Dario Brunori è del 1977.

Lamezia Milano
Valigia e biglietto
Lo spazio in aereo
Sembra sempre più stretto
C’è gente che ride
Per l’applauso al pilota
Io vedo solamente attaccamento alla vita
Alla vita

Il ritmo della canzone è travolgente (alla Tommaso Paradiso) e fa venire voglia di ballare quando attacca:

Con il terrore di una guerra Santa
E l’Occidente chiuso in una banca
Io me ne vado in settimana bianca
Bianca
Con la metropoli che ancora incanta
E la provincia ferma agli anni Ottanta
L’Italia sventola bandiera bianca
E canta, e canta

“Lamezia Milano” diventò nel 2017 il nuovo tormentone dell’estate, “un brano solare, che fa ballare ma anche riflettere, con un mood che risente dell’influsso più ancestrale e sanguigno dei ritmi della Calabria, terra di Brunori, e dei suoni più freddi e sintetici della metropoli”.

Lamezia Milano è un testo politico che sarà piaciuto a Fossati e Silvestri, riecheggia anche Battiato.  La produzione artistica di Taketo Gohara impasta a dovere chitarre anni ’30 e mandole del ‘700 con sintetizzatori, loop e drum machine. E’ chiaro, secondo me, che le parole di Brunori sono venute prima della musica, o meglio si sente che le parole, come fa qualsiasi cantautore, sono più importanti della musica, la quale deve adattarsi, o ricoprire, come fa un vestito, il corpo, cioè il contenuto. La musica è forma, l’essenziale per tutti i cantautori è raccontare qualcosa, trovare delle frasi, delle parole che si imprimano dentro la testa dell’ascoltatore. Brunori infatti di “Lamezia Milano” dice:

 “È anche un brano sulla tendenza contemporanea a ficcare la testa sotto la sabbia, a evitare ciò che ci spaventa, a rifuggire dalle situazioni dolorose”.

Molto più riuscito è il connubio parole-musica in un altro brano (dello stesso disco) di Brunori. Il titolo è già di per sè molto impegnativo. La verità. Sin dall’incipit solo musicale “è un manifesto anche sonoro del cambiamento estetico, avviato nel terzo disco e ormai acclarato: l’uso costante dei cori e l’impianto nazional-popolare si mescolano ad arrangiamenti a più strati, creando un equilibrio in cui la linea melodica è comunque la struttura fondante di ogni brano”.

LA VERITA’

Te ne sei accorto, sì
Che parti per scalare le montagne
E poi ti fermi al primo ristorante
E non ci pensi più

Te ne sei accorto, sì
Che tutto questo rischio calcolato
Toglie il sapore pure al cioccolato
E non ti basta più

Ma l’hai capito che non serve a niente
Mostrarti sorridente
Agli occhi della gente
E che il dolore serve
Proprio come serve la felicità

“La verità” racconta  “il problema di dover fare i conti con le nostre incertezze e la nostra pigrizia, la nostra paura del dolore e della sua elaborazione”.

Quando Brunori canta, a mò di ritornello,

La verità/ È che non vuoi cambiare/ Che non sai rinunciare a quelle quattro, cinque cose/ A cui non credi neanche più

certamente ha imparato la lezione di Vasco, un crescendo ritmico ma con una frase che possa ripetersi, fissarsi nell’immaginario, come se fosse uno slogan pubblicitario. Non c’è la secchezza, la sintesi di Vasco, ma insomma la strada è quella dei cantautori (Buonanotte, buonanotte fiorellino/buonanotte tra le stelle e la stanza)

AZZURRO E PAOLO CONTE

Nel 1968 un giovane avvocato astigiano, Paolo Conte (1937), che nel Clan collaborava con Celentano (è sua la famosa La coppia più bella del mondo) compone una musica non ben definibile: non è un rock, non è un lento, non è una ballata, non è un liscio, ma una specie di marcetta, senza dubbio originale, che si abbina ad un testo che Vito Pallavicini (1924-2007) sembra aver scritto su misura per Celentano, “in quanto racchiude tutte le tematiche care all’artista (dall’amore all’ecologia alla religione), unite dalla cornice del celebre ritornello, dotato di grande carica ritmica e sonora grazie all’arrangiamento orchestrale di Nando de Luca originale e moderno”. Insomma, nell’anno delle contestazioni Azzurro venne considerata fuori epoca e invece questa costante inattualità l’ha resa un evergreen, il vero inno nazionale, non a caso cantato alle finestre dagli italiani durante il lockdown. Paolo Conte, che poi comincerà a cantare dopo aver scritto “Insieme a te non ci sto più” per la Caselli e altri successi, è il cantante dell’altrove, “un altrove immaginario che hai dentro ma non sapevi di avere”. Ecco un musicista che scrive canzoni a partire dalla musica e su quelle atmosfere musicali aggiunge un testo con il suo stile distaccato e riflessivo dove tracimano l’arguzia e la tagliente ironia.

ERIC CLAPTON

Per concludere, vorrei parlarvi di Eric Clapton, un musicista (come Conte, Battisti e Morricone) che non è un poeta come De Andrè, o Vasco o Brunori. Eric ha inciso “Layla” nel 1970 con i “Derek and The Dominos”, gruppo di cui faceva parte all’epoca. Il brano è diviso in due parti: la prima parte, composta da lui stesso, interprete di tutta la canzone, è caratterizzata da tre strofe intervallate da un ritornello e accompagnate dalle chitarre di Clapton e Duanne Allman; la seconda parte è composta da Jim Gordon e si tratta un lungo pezzo strumentale seguito dalla ripresa del ritornello (di nuovo cantato da Clapton) della prima parte.

Ispirata dall’amore, all’epoca non corrisposto, di Clapton per Pattie Boyd, moglie del suo amico George Harrison (ape regina di tutti i più grandi musicisti dell’epoca, da Mick Jagger a John Lennon), quando venne pubblicata ebbe poco successo. Ma nel 2004 la rivista Rolling Stones l’ha inserita nella lista delle  500 migliori canzoni di tutti i tempi, al 27º posto.

Eric Clapton ha incontrato i Beatles per la prima volta nel 1964, stringendo una forte amicizia con George Harrison, il quale aveva conosciuto Pattie un anno prima, durante le riprese del primo film della band, “A Hard Day’s Night”. I due convoleranno a nozze nel 1966, e il matrimonio durerà fino al 1977, sebbene la separazione fosse avvenuta già da tre anni . L’amicizia tra Clapton e Harrison è forte a tal punto che il primo sarà invitato a suonare l’assolo di chitarra in “While My Guitar Gently Weeps”, brano composto da Harrison e contenuto nel “White Album”. Eric Clapton è stato, così, il primo artista a suonare in un disco dei Beatles: proprio in questo periodo Slowhand capì di essere innamorato della moglie dell’amico.

Eric Clapton “Slowhand” venne a conoscenza della storia “Majnun e Leylà” da un’amico che si stava convertendo all’Islam. Il racconto parlava di una principessa, costretta da suo padre a sposare un’uomo diverso da quello che era perdutamente innamorato di lei, causando la pazzia di quest’ultimo. Questo racconto fece molta presa su Clapton, che associò la storia al suo rapporto con Pattie.

La canzone ebbe scarso successo al suo rilascio, ma riuscì ad arrivare in vetta alle classifiche nel 1982, quando venne ripubblicata.

Ora, se ascoltate la canzone senza capire una parola d’inglese, la mia spiegazione della sua genesi vi servirà per apprezzare tutta la parte musicale che è la vera anima e sostanza del brano. Se al contrario conoscete l’inglese e ascolterete (dico la traduzione):

Quando il tuo ex ti ha fatto male
Come uno scemo mi sono innamorato di te
Ribaltando completamente il mio mondo

Tiriamo fuori il meglio della situazione
Prima che impazzisco
Per favore non dire non troveremo mai una via
E dimmi che il mio amore é invano

non credo che lo riterrete un testo indimenticabile.

Infatti la musica, solo la musica, in tutto il mondo ci prende per mano e ci fa intravedere mondi celesti. I parolieri vorrebbero lanciarci messaggi, significati, ma senza una grande  musica, un ottimo musicista e un arrangiatore all’altezza, le canzoni non si alzano da terra. Le parole sono l’aereo, ma il carburante è la musica. Ecco perchè quando trovi dei musicisti che sono anche poeti le canzoni diventano capolavori, come nel caso di Bob Dylan e Bruce Springsteen. Tutti i rapper che oggi impazzano vorrebbero affascinarci con una forma di oratoria musicale che comprende «contenuto» (ciò che viene detto), «flow» (ritmo e rime) e «consegna» (cadenza, tono) . Non c’è musica, ma un profluvio di parole, spesso bellissime. Si fa di necessità virtù. Musicista non si diventa, si nasce.

Non è un caso quindi che il solo rapper che sopporto sia Kenye West, un pazzo (vero) i cui testi sono spesso non condivisibili. West è però un grande musicista e ogni suo album ha una scelta musicale diversa. Lo conoscerete senz’altro per tantissime pubblicità che adoperano le sue musiche, o i suoi duetti con Ryhanna e Paul Mc Cartney. Spiegate a tutti gli Anastasio italiani che anche un rapper (con autotune) può essere un musicista coi fiocchi e avere una ecletticità di genere, con una base musicale potente (pianoforte, archi, ecc.).

APPENDICE   italiani logorroici e Artisti

STRADA FACENDO di C. BAGLIONI

Io ed i miei occhi scuri siamo diventati grandi insieme
Con l’anima smaniosa a chiedere di un posto che non c’è
Tra mille mattini freschi di biciclette
Mille più tramonti dietro i fili del tram
Ed una fame di sorrisi e braccia intorno a me Io e i miei cassetti di ricordi e di indirizzi che ho perduto
Ho visto visi e voci di chi ho amato prima o poi andar via
E ho respirato un mare sconosciuto nelle ore
Larghe e vuote di un’estate di città
Accanto alla mia ombra nuda di malinconia Io e le mie tante sere chiuse come chiudere un ombrello
Col viso sopra il petto a leggermi i dolori ed i miei guai
Ho camminato quelle vie che curvano seguendo il vento
E dentro a un senso di inutilità
E fragile e violento mi son detto tu vedrai, vedrai, vedrai Strada facendo, vedrai
Che non sei più da solo
Strada facendo troverai
Un gancio in mezzo al cielo
E sentirai la strada far battere il tuo cuore
Vedrai più amore, vedrai Io troppo piccolo fra tutta questa gente che c’è al mondo
Io che ho sognato sopra un treno che non è partito mai
E ho corso in mezzo a prati bianchi di luna
Per strappare ancora un giorno alla mia ingenuità
E giovane e invecchiato mi son detto tu vedrai vedrai, vedrai Strada facendo vedrai
Che non sei più da solo
Strada facendo troverai
Anche tu un gancio in mezzo al cielo
E sentirai la strada far battere il tuo cuore
Vedrai più amore, vedrai E una canzone neanche questa potrà mai cambiar la vita
Ma che cos’è che ci fa andare avanti e dire che non è finita
Cos’è che mi spezza il cuore tra canzoni e amore
Che mi fa cantare e amare sempre più
Perché domani sia migliore, perché domani tu Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)
Strada facendo vedrai (perché domani sia migliore, perché domani tu)

YESTERDAY di J. LENNON-P. MCCARTNEY

Yesterday
All my troubles seemed so far away
Now it looks as though they’re here to stay
Oh, I believe in yesterdaySuddenly
I’m not half the man I used to be
There’s a shadow hangin’ over me
Oh, yesterday came suddenlyWhy she had to go, I don’t know, she wouldn’t say
I said something wrong, now I long for yesterdayYesterday
Love was such an easy game to play
Now I need a place to hide away
Oh, I believe in yesterdayWhy she had to go, I don’t know, she wouldn’t say
I said something wrong, now I long for yesterdayYesterday
Love was such an easy game to play
Now I need a place to hide away
Oh, I believe in yesterday
Mm mm mm mm mm mm mm

MY WAY di Claude Francois / Gilles Thibaut / Jacques Revaux / Paul Anka  (Frank Sinatra cantante)

And now, the end is near
And so I face the final curtain
My friend, I’ll make it clear
I’ll state my case, of which I am certainI’ve lived a life that’s full
I’ve traveled each and every highway
And more, much more
I did it, I did it my wayRegrets, I had a few
But then again, too few to mention
I did what I had to do
I saw it through without exemptionI planned each charted course
Each careful step along the byway
And more
Much, much more
I did it, I did it my wayYes, there were times, I’m sure you knew
When I bit off more than I could chew
But through it all, when there was doubt
I ate it up and spit it out
I faced it all and I stood tall
And did it my wayFor what is a man, what has he got
If not himself, then he has naught
And to say the things that he truly feels
And not the words of someone who kneels
And the record shows
I took all the blows
And did it my way