Negozi, centri commerciali, Amazon, ecommerce

Lo sappiamo, l’umanità col “progresso” ha sempre fatto i conti, e ogni progresso ha una partita attiva e una passiva. Qualcuno ricorderà la protesta operaia inglese degli inizi dell’800 contro le macchine (luddismo), ma anche tutte le battaglie contro il motore a scoppio o la catena di montaggio. L’agricoltura meccanizzata ha spazzato via zappa e vanga e ancora non riusciamo a renderci conto di quanto l’abbandono delle terre per vivere in paesi e città sia causa di incendi e frane.  La stessa rete commerciale cambia di continuo a causa dell’innovazione tecnologica che introduce nuovi prodotti e rende altri obsoleti (es., le porte blindate per le abitazioni sostituite dai sistemi di allarme). L’automazione espelle manodopera (distributori automatici di carburante), il grande mangia il piccolo (centro commerciale/negozio). Poi è arrivata Amazon, la più grande di tutti, grazie al web che consente gli acquisti da casa e al danaro che si è smaterializzato con le carte. Se ci si pensa, l’uomo si è liberato dell’incombenza del portafoglio perchè ha reso virtuale  la moneta dentro una carta elettronica. Amazon è cattiva almeno quanto lo sono le banche che consentono di fare operazioni da casa senza dover recarsi in banca.  La mafia incassando molta carta moneta dalla vendita delle droghe e dal pizzo ha appunto il problema di dover ripulire tale ingente carta moneta e all’uopo acquista centri commerciali, opere d’arte e immobili di pregio.  E’ vero che la cattiva Amazon fa chiudere i negozi? Sì, è vero, così come è accaduto in passato con l’avvento dei centri commerciali (i quali oggi sono a loro volta vittime del commercio elettronico).

Il consumatore ora è in grado di effettuare un acquisto in qualsiasi momento con due click da casa; confrontare il prodotto con gli altri leggendo le recensioni dei clienti;  pagare in modo sicuro (mai nessuno è stato truffato su Amazon); ricevere la merce il giorno dopo, gratis (se cliente Prime); poter restituire il prodotto non funzionante, o di cui non si è soddisfatti, con due click, senza prendersi gli insulti del commerciante

Avendo questi vantaggi il consumatore acquista on line, perchè ogni consumatore è egoista, pensa molto al prezzo/utilità del prodotto, qualunque sia il suo reddito, cultura, orientamento politico o religioso. Con una precisazione, che il mercato è il principale luogo (certamente non l’unico) in cui si organizzano e coordinano le molteplici attività di produzione e allocazione dei beni e servizi materiali. Però è un luogo in cui non operano egoisti uomini economici ma esseri umani, mossi da motivazioni complesse, che hanno radici tanto nell’interesse personale, quanto nell’empatia, nella lealtà, nel desiderio (e forse bisogno) di cooperazione.

Quest’uomo magari prima va nei negozi a provare le scarpe con la taglia giusta o un vestito e poi se li compra online. Ma non è che così fan tutti.

Un negoziante dunque ha una sola possibilità per salvarsi, offrire al consumatore benefici che Amazon non può dare. Deve insomma ragionare come negoziante sdoppiandosi, pensando a come ragiona lui quando è un consumatore. Deve fare in modo che il suo servizio, la sua consulenza, l’esperienza che fa vivere al cliente non sia barattabile e sostituibile con il vantaggio di acquistare su Amazon.

Il bottegaio, invece, si limita a indignarsi con Amazon e se la prende con i clienti che non fanno altro che comportarsi come si comporta lui stesso quando indossa i loro panni…

Non si preoccupano di Amazon per esempio un’azienda e un giovane di 32 anni, Tommy (Tommaso Mazzanti) del Vinaino di via de’ Neri a Firenze. Era un buco dove nel 1973 io bevevo un bicchiere di vino mangiando un panino (dopo mi prendevo un gelato da Vivoli), poi nel 1997 il locale e il nome furono venduti dalla famiglia Posani e oggi ci sono file chilometriche per mangiare la schiacciata nel centro di Firenze. Un’azienda studiata alla Bocconi, All’Antico Vinaio di Firenze, una saga familiare  che dimostra come un prodotto di qualità abbia  un mercato sicuro. Trattasi di schiacciata fiorentina, in teoria che ci vuole a fare una focaccia croccante e soffice ad alta idratazione che spesso viene ripiena?

(Sonia Montrella) Finora in Italia l’incidenza dell’online è molto bassa, seppure in crescita. In Inghilterra la quota di mercato online relativa ai prodotti si aggira attorno al 20%, noi siamo intorno al 5%. Il trend è segnato ma non è infinito perché la stragrande maggioranza dei prodotti in Italia si vende ancora nei negozi. Molti commercianti hanno già deciso di farsi conoscere anche online e di curare molto il proprio negozio e il rapporto con la clientela, anche creando delle attività personalizzabili. Ci sono cose che solo il commerciante fisico può fare. Non tutti sono pronti a fare questo salto ma è ciò che rende più forte la loro professionalità.

Il caso delle librerie
I negozi di dischi, di dvd, di giocattoli, articoli sportivi e in particolare di libri sono invece in crisi profonda. Secondo quanto riferito all’Agi da Paolo Ambrosini, presidente dell’Ali, “oggi le librerie sono ancora gli operatori principali con circa il 70%” ma l’online è in ascesa e “si stima intorno al 15,16%”. Il restante “è occupato dalla grande distribuzione organizzata (supermercati)”. E se “è giusto e corretto che ci sia un mercato online perché vuol dire che c’è una domanda di quel prodotto, è anche vero che le librerie devono affrontare tutta una serie di problemi specifici. In particolare, stiamo spostando una fetta di commercio dal canale fisico a quello online. E la conseguenza è che da un lato mettiamo a rischio l’esistenza di un sistema capillare delle librerie sul territorio. Soprattutto quelle medio piccole. Non solo – e questa è la conseguenza più grave – così facendo viene a mancare la figura del librario, ovvero colui che collabora con le biblioteche, organizza presentazioni, stimola i lettori. Infine, il tipo di offerta che c’è sull’online pone anche un problema di fiscalità generale. Molti operatori online riescono a eludere il nostro meccanismo fiscale pagando l’1, il 2 o lo zero virgola. Ciò non solo pone un problema di concorrenza sleale verso gli altri operatori commerciali, ma in questo modo si perdono anche risorse da investire nel Paese”.

Da Amazon Italia fanno sapere che “dal suo arrivo in Italia nel 2010, Amazon ha investito oltre 800 milioni di euro e ha creato più di 3.000 posti di lavoro. Questi numeri si traducono in milioni di nuovi prodotti disponibili per i clienti di amazon.it”. Quanto ai venditori, spiegano ad Agi, “migliaia di essi e di PMI italiane stanno facendo crescere con successo la propria attività utilizzando il marketplace di Amazon”.

In totale di parla di “32.000, piccole medie imprese e professionisti hanno sviluppato la propria attività con Amazon Marketplace, Amazon Web Services e Kindle Direct Publishing. Con il numero dei venditori italiani che usano Marketplace che è più che raddoppiato nel 2016 (+136%) e l’export che ha raggiunto quota euro 250 milioni nel 2016 (165 milioni nel 2015)”. Nessuna concorrenza. Se la si sa cogliere – sostengono ancora – quella di Amazon può rappresentare una vera opportunità. Su “Report” (Rai3) è stato documentato però che Amazon di punto in bianco ritarda i pagamenti delle provvigioni alle ditte sfruttando la sua posizione dominante, insomma Amazon è pur sempre un lupo non un cane.
Aldo Grasso sul “Corriere della Sera” (22/1/20)  ha scritto:
Sabato avevo bisogno di un pezzo di ricambio per il bagno: ho girato quattro negozi di idraulica (emettendo CO2) e non l’ ho trovato. Anzi, sì, ma aveva un costo proibitivo.

Su Internet l’ ho trovato a un costo ragionevole (stesso pezzo a metà prezzo) e domenica mi è arrivato. D’ accordo, lo Stato dovrebbe intervenire sulle tassazioni, sugli imballaggi, sul fenomeno dello smaltimento (detassando, per esempio, le donazioni) sui lavoratori dell’ ultimo miglio. Il problema, dunque, è lo Stato, non l’ ecommerce.