Città calabresi

Vibo ha bisogno di speranza. E’ come una bellissima donna che è stata maltrattata per tanto tempo, ora ha bisogno della cura (procuratore Camillo Falvo a Radio Onda Verde)

Com’è noto a tutti il Sistema Bibliotecario Vibonese promuove e ospita anche numerosissime attività culturali contribuendo a mantenere viva la cultura nella città e nel territorio e sottraendo all’abbandono e all’incuria un immobile di pregio, restaurato con i soldi di tutti e destinato solo ed esclusivamente ad attività culturali, sorte a cui sembra avviato Palazzo Gagliardi. Forse è poco, ma in una città e in un territorio sempre più vittima dell’ignoranza, dell’abbandono scolastico, con i livelli di lettura più bassi del paese, della disoccupazione di massa e della peggiore criminalità organizzata d’Italia, è molto, moltissimo; dispiace che questo dato non riesca a essere colto dall’amministrazione comunale. (Gilberto Floriani, direttore del Sbv)

Catanzaro è città complicatissima da raccontare in poche pagine, da fotografare in poche immagini. È impossibile tenerla ferma, costretta in posa. La sua dialettica è instabile, un’altalena di sensi opposti, oscillanti tra alto e basso, salite e discese. È un luogo sfuggente, molteplice, contrastante. L’intera fisionomia della città ha qualcosa di pericolante, sgangherato e diffratto. Sembra percorsa da una corrente alternata. (Mauro Francesco Minervino, i Calabresi)

Cosenza è un capoluogo di provincia del Mezzogiorno appenninico; una città priva di particolari marchi e di narrazioni, come gran parte dei centri urbani italiani medi e piccoli. Cosenza è una piccola terra di mezzo. Media realtà urbana del Sud interno per isolamento fisico e per impronte crescenti di malasocietà, tipica della Calabria più estrema, ma anche città agganciata alle grandi tendenze della modernità metropolitana: consumi privati opulenti, ricercatezza estetica, per lo più frivola, punte di vivacità culturale non provinciali, nicchie di umanità organizzata, autosufficienza e velleità diffuse di «superiorità» urbana. La città sembra sospesa tra queste due dimensioni dominanti, spesso sovrapposte e da qualche tempo sempre più intrecciate. (Domenico Cersosimo, Cosenza, rivista Il Mulino)

“Non eravamo dei brocchi prima, non siamo dei campioni adesso. La classifica pubblicata da Italia Oggi sulla qualità della vita nelle città italiane ci consegna la posizione numero 78 sulle 107 province del nostro paese. 12 posizioni in più rispetto al 2019. Primi fra i comuni calabresi. Prima città metropolitana del Mezzogiorno. Nell’anno forse più difficile per la nostra città tra Covid e rifiuti. Abbiamo sempre guardato con sportività a queste classifiche, però in questi anni c’è stato sempre un percorso di crescita costante. Vuol dire poco, ciò che conta è la percezione dei cittadini e in questi mesi siamo andati incontro a tantissime difficoltà soprattutto sul tema della pulizia della città. Bisogna lavorare ancora molto, tantissimo, ma non eravamo dei brocchi prima e non siamo dei campioni adesso. In passato leggevamo titoloni sui giornali che vedevano la nostra città in fondo alle classifiche, mi spiace non vedere la stessa attenzione oggi”. (Giuseppe Falcomatà, ex sindaco di Reggio Calabria, Facebook)

In quella ricerca di occupazione nel terziario che avrebbe offerto l’ente Regione e il suo indotto era presente una richiesta di sicurezza e di benessere sociale, improntata ai modelli culturali di rapporto con la classe politica di carattere clientelistico e parassitario. È da tutti questi fattori di minaccia ed estraneità culturale permeanti la rappresentazione dei comunisti (e della sinistra in genere) che emerge una visione delegittimante e dietrologica del movimento per il capoluogo. (Luigi Ambrosi, Attese e frustrazioni di una città del Sud, Fondazione Feltrinelli)

Un esempio di “creatività” totale (statale, regionale, comunale, del professionismo ambientalista, di scrittori, poeti e naviganti) è l’area industriale di Lamezia, dove molti, fino a poco tempo fa, si sono esercitati in una paradossale competizione creativa (a dire il vero, recentemente è stata registrata per l’area ex Sir l’unica voce dissonante dell’Associazione Costa Nostra a molti anni di distanza dalle dure posizioni di una parte della Cgil). Oggi, grazie a sorprendenti e spericolati esercizi di creatività, nel recinto di questa area si può (e si potrà) trovare di tutto, come in una pattumiera dell’indifferenziata.

Nonostante tutto, l’impianto del centro storico di Sambiase rimane una lezione en plein air dell’urbanistica senza architetti. Forse non a caso un grande architetto poco legato all’esercizio della libera professione, Léon Krier, nel secolo scorso ha paragonato il centro storico di Sambiase a un’armoniosa melodia musicale.

Ma Giuseppe Amendola se ne deve fare una ragione. In questo paese, che pretende di essere una città, ti intitolano una via se hai avuto un posto di potere condizionante, a prescindere dal giudizio della storia, del senso comune e dell’utilità pubblica delle “cose” che hai fatto. Qui la toponomastica è una questione di amicizia, di ruga e di “vignano”, e in molti casi di mitomania. Per sfuggire a certe scelte, che spesso suonano come un delitto, a volte sarebbe meglio intitolare una via al Colera, alla Malaria, alle Paludi (peraltro esiste un paesino calabrese con questo nome). Del resto sono finiti i tempi in cui il nome dei luoghi aveva un senso comune, legato com’era alle loro peculiarità, al valore riconosciuto e condiviso, sedimentato dalla storia e dalle azioni umane che possono dare significato culturale ad una strada, ad una città e tali da poter essere considerate utili insegnamenti per un buon uso del territorio. (Giovanni Iuffrida, architetto, il Lametino)