LEGGETE I DATI DI ALBERTO BRAMBILLA E POI DECIDETE SE SIETE DI DESTRA O SINISTRA

Un Paese che negli ultimi anni ha visto l’elettorato passare massicciamente e in tempi sempre più brevi da un partito all’altro determinando una forte instabilità politica e, per dirla con Giuseppe De Rita, (che in questo campo è un maestro), un Paese di «rancorosi» e insoddisfatti, significa poche ma precise cose: a) che la politica (ma anche alcuni media) hanno dato una visione falsa e distorta della realtà creando uno storytelling riempito da una montagna di promesse difficilmente realizzabili; b) che non hanno detto la verità agli italiani su quanto spende lo Stato per il welfare nazionale, sul fisco, sulla povertà e molte altre cose. Affermare ad esempio che rispetto al 1950 le disuguaglianze sono aumentate non solo denota una ignoranza abissale della realtà di quei tempi ma anche tanta furbizia demagogica, funzionale alle promesse: «ti dico che stai male e io risolverò la tua situazione: votami».

Da una falsa immagine di povertà senza alcuna indagine di merito ma solo con la compilazione di «diari», nascono il Reddito di inclusione e gli 80 euro di Renzi, e il Reddito di cittadinanza del M5S. Che dire poi dell’austerity: tutti contro la cattiva Europa che ci ha costretto a tirare la cinghia e alla cattiva Bce che governa la moneta con qualche riferimento anche ai messianici vantaggi di una uscita dall’euro. Proviamo a fare qualche riflessione: 1) Austerity: in 11 anni, dal 2008 al 2018, periodo in cui tutti gridavano contro l’austerity impostaci dalla matrigna Europa, abbiamo fatto oltre 553 miliardi di nuovo debito pari al 23% circa di tutto il debito fin qui accumulato nonostante il «cattivo Draghi», solo negli ultimi sei anni, ci abbia fatto risparmiare oltre 89 miliardi sugli interessi del mostruoso debito pubblico che prima o poi, altro che l’Europa, ci toglierà la nostra autodeterminazione. E per fortuna che c’era l’austerity se no quanto debito avrebbero fatto i vari governi? Quanto debito avremmo lasciato sul groppone dei nostri figli e nipoti?

Nel 2007 il rapporto debito pubblico/Pil era leggermente sotto il 100; oggi siamo al 133%, quindi primo storytelling falso: non c’è mai stata l’austerity! 2) Secondo mantra: dobbiamo fare più spesa sociale per supportare la popolazione. E infatti nello stesso periodo la spesa a carico della fiscalità generale (meglio sarebbe dire a carico dei pochi che le tasse le pagano) è passata da 73 a 116 miliardi. Ben 43 miliardi di spesa strutturale in più! Un macigno per le finanze pubbliche. La povertà è diminuita? Gli italiani sono più contenti? La risposta la si può ricavare dalla durata del feeling tra elettori e politica: Berlusconi, in meno di 9 anni, è passato da più del 30% al 6,5% nonostante la promessa di dare a tutti 1.000 euro al mese di pensione e molto altro; Renzi è stato più rapido: nonostante gli 80 euro che ci costano 9,5 miliardi l’anno, la decontribuzione (altri 10 miliardi), in meno di 4 anni dal 40% alle dimissioni. Gentiloni nonostante l’ampliamento della quattordicesima mensilità da meno di 2 milioni di soggetti a oltre 3,5 milioni, l’Ape social e altro (qualche miliardo di spesa) non ha avuto fortuna ed è durato poco più di un anno. Il M5S con le sue mirabolanti promesse di pensione di cittadinanza a 780 euro e reddito di cittadinanza per tutti, ci ha messo ancora meno passando in poco più di un anno dal 34% al 17%. Ora è il turno della Lega che punta molto sulla flat tax. Risultato: nonostante tutte le promesse di sussidi, assistenza e spese folli per la lotta alla povertà e dintorni, il popolo non ha gradito. 3) Ma il coro politico afferma che siamo un Paese oppresso dalle tasse e che vanno ridotte. È vero! Ma si dimentica di dire che a pagarle è solo il 40% della popolazione che ne versa oltre il 90% mentre il 60% non solo non le paga, ma è anche totalmente a carico della collettività a partire dalla spesa sanitaria; quelli che pagano le tasse devono versare oltre 50 miliardi l’anno per pagare la sanità a quelli che le tasse non le pagano.

I dati sono semplici il 12,28% degli italiani paga quasi il 60% di tutta l’Irpef mentre il 46% ne paga solo il 2,62% cui si aggiunge un altro 14% che paga un Irpef inferiore alla spesa sanitaria pro capite (1.870 euro circa l’anno). Siccome si vuole ridurre le tasse non a tutti, ma solo ai cittadini con redditi fino a 55 mila euro, si dovrà tassare ancora di più quel 12,28. E infatti una parte consistente di politici storytelling pensa di tassare di più quelli che trainano l’economia italiana additandoli, quando sono pensionati, come d’oro, aumentando il rancore e la rabbia dei votanti che prendono pensioni modeste e che odiano chi è riuscito nella vita. Si dimentica però di dire che oltre la metà dei pensionati prenderà pure pensioni basse, ma non ha mai versato un euro, quindi brutto a dirsi ma mantenuti per tutta la loro vita. 4) Ma dire così non porta voti! Raccontare invece la storia dei 5,3 milioni di poveri assoluti (gente che non arriva alla seconda settimana del mese) e altri 9,4 milioni di poveri relativi (che arrivano a malapena alla terza settimana e che non si curano perché non hanno i soldi) è un assist formidabile per gli assistenzialisti perché consente loro di promettere una pensione più alta, un reddito anche se non si lavora e la chimera di un posto di lavoro che i navigator ti troveranno di sicuro.

È così che dopo la riforma Brodolini del 1969 e le altre di stampo assistenziale che non hanno tenuto in alcun conto gli effetti economici e finanziari dicendo esattamente come oggi «prima i diritti poi l’economia», siamo passati dal rapporto debito Pil del 55% al 116%. Dopo il ciclo di serie riforme nel 2007 eravamo riusciti a riportare il rapporto al 99,73% (oggi ci faremmo una firma) ma l’instabilità politica, le continue elezione e le conseguenti promesse lo hanno riportato all’attuale 133%.

Se il 25% della popolazione italiana fosse davvero in povertà avremmo altro che i gillet gialli in piazza e milioni di richieste di Reddito di Cittadinanza anziché meno di 1 milione (le accoglibili) per cui anche questo storytelling è falso ma porta molti voti. Quello che serve invece è una politica davvero tale che dica la verità, una politica che deve studiare i numeri non ripetere i mantra, lavorare tanto (non in televisione ma nei ministeri) per semplificare la vita di imprese e lavoratori, correlare la scuola con l’economia e proporre un’idea di Paese per i prossimi vent’anni. Ma forse questo porta pochi voti! (ALBERTO BRAMBILLA (1950) Presidente Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, Corsera 15/7/2019)

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